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  • Stretta sulle scuole e vaccini porta a porta. L’ultimo miglio: parla Figliuolo
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Luglio 24, 2021 at 4:15 am

    È l’ultimo miglio, dice il generale Francesco Paolo Figliuolo, e non si può far finta che il momento non sia quello decisivo. Dalle prossime settimane, dal modo in cui la campagna vaccinale verrà organizzata, implementata e adattata alla nuova fase della pandemia, dipenderà il futuro dell’estate, il destino dell’economia, la traiettoria del rimbalzo, l’incremento della crescita, il ritorno a scuola e dipenderà anche la capacità che avrà il nostro paese di fare i conti con quella che il presidente americano Joe Biden ha definito in modo azzeccato  una nuova pandemia: quella dei non vaccinati. Quando si parla di strategie relative alle campagne vaccinali, il verbo più abusato è uno e sempre uno ed è “accelerare”. Nella fase in cui ci troviamo oggi, però, dire semplicemente “accelerare” non basta più, perché il problema non è più la velocità di crociera: è la direzione della nave. Dalla stagione del “quanto” siamo dunque passati alla stagione del come, di come trovare i non vaccinati, di come convincerli, di come incentivarli, e la nostra conversazione con il commissario straordinario per l’attuazione e il coordinamento dell’emergenza Covid-19 parte proprio da qui. Che fare nell’ultimo miglio, per non sprecare tempo e per dribblare i capricci della politica.     Generale, può spiegare per quale ragione, per proteggere il paese dal virus, è fondamentale che a vaccinarsi siano anche i giovani, che pure rischierebbero poco in caso da infezione da Covid-19? “La protezione dagli effetti nefasti del Covid-19 passa attraverso una campagna di vaccinazione che sia la più inclusiva possibile, il cui obiettivo è di vaccinare l’80 per cento dei cittadini di età superiore ai 12 anni. Naturalmente vanno protetti prima i più vulnerabili, vale a dire le persone anziane e quelle fragili, queste ultime indipendentemente dall’età. La campagna si sta gradualmente orientando verso i più giovani, che pur essendo relativamente meno esposti alle conseguenze del contagio possono largamente diffondere il virus e vanno comunque vaccinati. All’inizio della campagna le fasce di età inferiori o uguali ai 16 anni non potevano essere vaccinate. Infatti solo il vaccino Pfizer ha ottenuto l’autorizzazione e nei prossimi giorni l’otterrà anche Moderna (ieri in effetti Ema ha approvato il vaccino Moderna anche nella fascia tra i 12 e i 17 anni, ndr). Conseguentemente, la platea vaccinale originaria è stata ampliata alla fascia di età 12-15 anni, pari a circa 2,3 milioni di individui. Con una mia lettera del 3 giugno 2021, chiedevo quindi alle regioni e alla Pubblica amministrazione di dare attuazione alle indicazioni terapeutiche dell’Aifa, utilizzando linee dedicate negli hub vaccinali e facendo il più ampio ricorso ai pediatri di libera scelta. Si è compiuta così un’ulteriore e fondamentale tappa per la limitazione della diffusione del virus, che in quella popolazione circola anche in modo cosiddetto paucisintomatico o asintomatico, rendendo difficile l’adozione di misure di contenimento dell’infezione, aumentando però l’insorgenza di varianti”.    Settimane fa, a fine giugno, lei ha detto che avrebbe fatto di tutto per coordinare al meglio il lavoro con le regioni per vaccinare gli over 60 ancora scoperti. Eppure, a due settimane da quell’annuncio, gli over 60 non ancora vaccinati sono circa 2,3 milioni. In America, il presidente Biden ha deciso di usare la tecnica casa per casa per andare a convincere gli indecisi. E’ quello che farete anche voi? E in che modo le Asl possono aiutarci a rintracciare gli scettici? “L’attuale sistema si basa principalmente sui grandi hub, che permettono un afflusso importante di persone e concentrano le risorse in termini di medici, infermieri e personale amministrativo. Le visite regione per regione, e gli incontri con i presidenti, mi hanno poi permesso di verificare di persona le strutture e le diverse esigenze in relazione alle caratteristiche dei singoli territori, alle vie di comunicazione e alle diverse sensibilità delle comunità locali. Nelle prime regioni visitate, Calabria e Sicilia, è subito emerso che i grandi hub erano distanti e difficilmente raggiungibili da alcune località. Grazie alla pronta disponibilità del ministro della Difesa, abbiamo complessivamente costituito in dieci regioni italiane oltre cinquanta team sanitari mobili, composti da un medico e due infermieri, per operare, in maniera integrata con i team mobili delle Asl, nei comuni e nelle frazioni più remote o impervie”.    “Si è avviato un processo capillare di somministrazione porta a porta, che, grazie anche al supporto della Protezione civile e dall’associazionismo, ha consentito di fare finora circa centomila somministrazioni, e anche di guadagnarsi la fiducia dei cittadini. Il sistema lo abbiamo successivamente replicato per immunizzare completamente quarantamila cittadini residenti nelle isole minori, oltre agli abitanti dei luoghi di montagna, ugualmente sprovvisti di adeguati presìdi sanitari. Altrettanta sensibilità c’è stata per la popolazione del cratere del sisma del 2016 e attualmente in Val Nerina i team mobili della Difesa stanno ultimando le seconde dosi per tutte le fasce di età”.     L’Italia corre sui vaccini, con circa 550 mila somministrazioni al giorno. Ma alcuni paesi, come l’Inghilterra, arrivata fino a 800 mila, dimostrando di avere una potenza di fuoco superiore a quella che ha oggi l’Italia. Qual è il vostro obiettivo in termini di capacità quotidiana?  “L’Italia corre tra i primi, visto che può orgogliosamente vantare di essere al passo con Germania, Francia e Stati Uniti, per numero di somministrazioni ogni 100 abitanti. In Europa, secondo i dati Agenas, di oggi, l’Italia è attualmente a quota 107, contro i 105 della Germania e i 103 della Francia, con gli Usa a 101. Questo è un merito che va riconosciuto a tutti gli italiani che hanno aderito alla campagna vaccinale per proteggere se stessi, i propri cari e in definitiva tutta la comunità. Per quanto riguarda le somministrazioni, queste dipendono da due fattori: da un lato il numero dei vaccini disponibili, in relazione ai contratti stabiliti dall’Unione europea con le case produttrici e ripartiti tra gli stati membri in base alla popolazione; l’altro fattore risiede nella rete formata dagli hub, dalle farmacie, i medici di medicina generale, etc. I punti di vaccinazione sono passati dai 1.433 che ho trovato all’atto della mia nomina agli attuali 2.764: si è trattato di uno sforzo notevole fatto insieme alle Regioni e alle Province autonome. L’attuale capacità di somministrazione è mediamente indicata in 500 mila vaccinazioni/giorno, in relazione ai due vaccini maggiormente utilizzati, e ci permetterà di raggiungere l’obiettivo programmato ai primi di marzo entro il 30 settembre”.    Generale, ma ci spiega perché considerare la proposta dell’utilizzo del Green pass come una via corretta per difendere la nostra libertà?  “Per riprendere le parole del presidente Draghi, la ‘certificazione verde’ ci permetterà di evitare ulteriori chiusure e di non interrompere la ripresa, con un’economia che cresce a un ritmo anche superiore ad altri paesi. Questo slancio non può essere frenato da una pandemia che – se non viene domata – ci costringerà a fermarci di nuovo”.   Siamo d’accordo con il dire che il Green pass non deve essere un semplice incentivo, ma una volta in vigore deve somigliare quanto più possibile a un obbligo? Lo spirito dovrebbe essere chiaro: chi lo ha può fare tutto, chi non lo ha può fare meno. “La certificazione verde in vigore dal prossimo 6 agosto deve essere una risorsa, una garanzia di libertà per superare quelle limitazioni che erano state imposte fino ad ora. Lo si ottiene con la vaccinazione, e proprio per tutelare chi non ha potuto ancora fare il vaccino, il governo ha modulato la possibilità di ottenerlo già con una sola dose per sei mesi, o con il tampone o con la guarigione. Proprio sui tamponi, sto preparando – di intesa con il ministro della Salute – un protocollo con le farmacie per la somministrazione di test antigenici rapidi a prezzi contenuti. Nell’incontro preliminare di ieri con il presidente dell’Ordine dei farmacisti e dei rappresentanti delle diverse associazioni di categoria ho ottenuto una grande disponibilità”.   Il ministro Roberto Speranza, sul Foglio, qualche giorno fa ha detto che oggi è il momento delle scelte: o si scommette in modo convinto, intenso, deciso sulle vaccinazioni per tutti o si accetta il fatto che si dovrà tornare alle zone rosse per limitare il contagio. E’ d’accordo? “Il virus è un nemico infido, mutevole. I nuovi casi hanno fornito l’evidenza che, se lasciato circolare liberamente, ha la capacità di modificarsi e aggredire in misura maggiore  con le varianti. Anche in questi casi gli esiti negativi colpiscono quasi esclusivamente chi non si è vaccinato. Credo che non ci sia una via facile per uscire dalla pandemia, se non quella di immunizzare il più alto numero di persone il prima possibile”.    Possiamo dire che allo stato attuale della campagna di vaccinazione tutti coloro che volevano prenotarsi per vaccinarsi hanno potuto farlo e che dunque chi non si è vaccinato non lo ha fatto perché impossibilitato ma perché ha scelto di non farlo? “L’attività di vaccinazione procede spedita e abbiamo raggiunto il 54 per cento della popolazione vaccinabile, somministrando tra prime e seconde dosi oltre 64 milioni di vaccini, con più di 29 milioni di persone che hanno completato il ciclo vaccinale. L’obiettivo per raggiungere l’immunità è coprire l’80 per cento della popolazione entro il 30 settembre. In tal senso ho interessato con una mia lettera le Regioni e le Provincie autonome per avere una situazione numerica aggiornata sull’adesione degli over 60, e la stessa cosa è stata fatta per la scuola, per cui ho chiesto di conoscere entro il 20 agosto il numero del personale scolastico che non può aderire per motivi sanitari, oppure non aderisce per libera scelta. Fino a ieri si stava registrando un leggero rallentamento delle prenotazioni in alcune regioni, ma proprio oggi ho constatato un aumento generalizzato, confermato da diversi presidenti di regione”.    A questo proposito, pensa sia corretto imporre il vaccino per le scuole, per scongiurare il rischio di una nuova ondata di Dad? “Il mio compito è quello di programmare e predisporre tutti gli strumenti utili al fine di ottenere la massima copertura per ogni fascia di popolazione. Per quanto riguarda il personale delle scuole, è stata tra le prime categorie ad aver accesso prioritario ai vaccini, e in questi mesi sono state intraprese varie e ulteriori iniziative dedicate al personale scolastico e universitario, docente e non docente. Ho indirizzato alle Regioni e P.a. richieste tese a realizzare corsie preferenziali negli hub, e con l’ausilio dei medici competenti, per stimare con accuratezza le percentuali di adesione, o quanti materialmente impossibilitati a vaccinarsi per motivi sanitari. Particolare attenzione è stata poi dedicata agli studenti, considerata l’irrinunciabile valenza sociale ed educativa della didattica in presenza. Infatti, come indicato anche recentemente dal Comitato nazionale per la bioetica, va considerata la centralità della scuola in presenza nell’ambito della crescita personale e sociale dei bambini. L’obiettivo è poter garantire una buona copertura prima dell’inizio dell’anno scolastico nelle fasce di età per le quali i preparati farmacologici sono disponibili”.   Confindustria, qualche giorno fa, ha comunicato di voler penalizzare coloro che non sono vaccinati. In molti, come saprà, oggi si chiedono: perché non si sancisce l’obbligo di vaccino, senza costringere le aziende a configurare di fatto un obbligo surrettizio? “Bisogna continuare nell’opera di convincimento per responsabilizzare  i cosiddetti ‘esitanti’ all’importanza della vaccinazione sia per se stessi sia per la comunità alla quale si appartiene.  Molte aziende stanno partecipando alla campagna, mettendo a disposizione spazi e risorse umane per vaccinare il proprio personale, aprendo in più anche al pubblico. Ho visitato diversi hub aziendali in tutta Italia, riscontrando sempre standard di prim’ordine, come nel caso di Ferrero, Reale Mutua, Cuccinelli, Unipol. Ho visto attenzione nei confronti della sicurezza e della salute dei propri dipendenti, in aggiunta a una certa sensibilità verso il territorio in cui operano”.    In alcune regioni, come l’Umbria, sono state già programmate le terze dosi e chi si è immunizzato a maggio dovrà fare una nuova dose a gennaio. Sarà questa la tempistica per il resto d’Italia? “L’Italia ha già aderito ai contratti dell’Unione europea per garantirsi la propria quota di vaccini e anche una cospicua riserva. Il richiamo dovrà essere valutato e approvato dalle autorità sanitarie.  La struttura sta ovviamente pianificandone l’eventuale impiego per farsi trovare pronta”.   Generale. L’ultimo miglio della campagna vaccinale è certamente quello più importante. Alcuni paesi come Israele o come gli Stati Uniti hanno scelto di vaccinare ovunque, anche in metropolitana, anche nei pub. E’ pensabile anche da noi?    “Guardando in prospettiva, occorre iniziare a pensare a un sistema di somministrazione in cui la vaccinazione sia qualcosa di strutturale, più capillare e più vicino alla gente. Secondo le indicazioni che ho fornito alle regioni, il sistema dovrà essere ricondotto il più possibile nell’alveo del Sistema sanitario nazionale, contando sulla partecipazione di tutte le professioni sanitarie che hanno già manifestato la loro adesione alla campagna vaccinale: i medici di medicina generale, i pediatri di libera scelta, i farmacisti”.     Vaccinare porta a porta, provare a seguire il modello capillare imboccato da Israele e Stati Uniti, stringere i bulloni attorno alla scuola, affidarsi agli incentivi più che all’obbligo e sperare che politici e cittadini capiscano che nella nuova stagione pandemica la difesa della libertà non coincide con la difesa dalle regole ma coincide molto più semplicemente con la difesa dal virus – e dagli irresponsabili incapaci di mettere in campo il proprio whatever it takes per portare gli italiani a vaccinarsi senza troppi se e senza troppi ma. L’ultimo miglio, in fondo, passa da qui.  

  • L’alleanza Pd-M5s finisce in discarica
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Luglio 24, 2021 at 4:02 am

    Sempre educato e misurato, ma di fronte alla gravità e all’indecenza dell’emergenza rifiuti nella Capitale, Nicola Zingaretti si lascia sfuggire una parolaccia. “Ovunque nella Repubblica italiana la gestione dei rifiuti è del comune – dice il presidente del Lazio –. Le regioni fanno la programmazione, sono due anni che noi diciamo che Roma si deve dotare di un sito dove conferire i rifiuti. Perché i cittadini delle altre città e regioni si sono rotti i coglioni di prendere la monnezza di Roma”. Gli risponde la sindaca Virginia Raggi. “Raccogliere i rifiuti non basta, se non ci sono impianti e discariche dove portarli e smaltirli. Se i rifiuti restano in strada è per questa carenza di impianti e discariche, la cui responsabilità ha nomi e cognomi: regione Lazio e Nicola Zingaretti”.   Zingaretti contro Raggi, e Raggi contro Zingaretti. La realtà è che hanno ragione entrambi. Da anni va avanti lo scaricabarile delle responsabilità per la realizzazione del piano rifiuti e, soprattutto, la scelta dei siti e degli impianti. Ma il problema più grave non è neppure lo scontro politico tra Raggi e Zingaretti, ma il fatto che Pd e M5s sono alleati: a livello nazionale il patto tra Enrico Letta e Giuseppe Conte è saldo, in regione governano insieme (la grillina Roberta Lombardi è assessore alla Transizione ecologica di Zingaretti) e al comune puntano entrambi ad avere il sostegno dell’altro al ballottaggio. Il fatto che queste due forze politiche non vadano d’accordo sulla questione dei rifiuti, anzi si accusino reciprocamente la causa di tutti i mali, non è affatto un dettaglio, dato che la monnezza che trabocca per le strade della città è il principale problema di Roma. E se Pd e M5s non sono in grado di offrire una soluzione decente sui rifiuti nella Capitale del paese, allora vuol dire che l’alleanza organica parte già in decomposizione.

  • L’alleanza Pd-M5s finisce in discarica
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Luglio 24, 2021 at 4:02 am

    Sempre educato e misurato, ma di fronte alla gravità e all’indecenza dell’emergenza rifiuti nella Capitale, Nicola Zingaretti si lascia sfuggire una parolaccia. “Ovunque nella Repubblica italiana la gestione dei rifiuti è del comune – dice il presidente del Lazio –. Le regioni fanno la programmazione, sono due anni che noi diciamo che Roma si deve dotare di un sito dove conferire i rifiuti. Perché i cittadini delle altre città e regioni si sono rotti i coglioni di prendere la monnezza di Roma”. Gli risponde la sindaca Virginia Raggi. “Raccogliere i rifiuti non basta, se non ci sono impianti e discariche dove portarli e smaltirli. Se i rifiuti restano in strada è per questa carenza di impianti e discariche, la cui responsabilità ha nomi e cognomi: regione Lazio e Nicola Zingaretti”.   Zingaretti contro Raggi, e Raggi contro Zingaretti. La realtà è che hanno ragione entrambi. Da anni va avanti lo scaricabarile delle responsabilità per la realizzazione del piano rifiuti e, soprattutto, la scelta dei siti e degli impianti. Ma il problema più grave non è neppure lo scontro politico tra Raggi e Zingaretti, ma il fatto che Pd e M5s sono alleati: a livello nazionale il patto tra Enrico Letta e Giuseppe Conte è saldo, in regione governano insieme (la grillina Roberta Lombardi è assessore alla Transizione ecologica di Zingaretti) e al comune puntano entrambi ad avere il sostegno dell’altro al ballottaggio. Il fatto che queste due forze politiche non vadano d’accordo sulla questione dei rifiuti, anzi si accusino reciprocamente la causa di tutti i mali, non è affatto un dettaglio, dato che la monnezza che trabocca per le strade della città è il principale problema di Roma. E se Pd e M5s non sono in grado di offrire una soluzione decente sui rifiuti nella Capitale del paese, allora vuol dire che l’alleanza organica parte già in decomposizione.

  • Lo strano caso del centrodestra che candida i magistrati. Parla Gaetano Pecorella
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Luglio 24, 2021 at 4:00 am

    Il centrodestra che sul “no” alla commistione politica-magistratura ha costruito campagne elettorali e di stampa è diventato un centrodestra che candida a sindaco o prosindaco direttamente un magistrato (per esempio a Napoli Catello Maresca e a Roma Simonetta Matone), operazione di cui ha sempre accusato la sinistra – che dei “suoi” pm in politica ha fatto spesso un vanto. Che cosa succede? Non a caso il segretario pd Enrico Letta, un mese fa, aveva incalzato gli avversari (“Il centrodestra ha candidato due magistrati: peccato che questi abbiano preso decisioni proprio nei luoghi in cui si candidano ed hanno accesso a tutti i dati sensibili della terra…su questo c’è un buco nelle leggi italiane”), ricevendo in risposta la replica di Giorgia Meloni: “Letta ritiene un’anomalia che un giudice si candidi come sindaco quando è in funzione? E non se ne era accorto quando si sono candidati Michele Emiliano, Luigi De Magistris e Antonio Ingroia?”.    Ma il centrodestra che da sempre insiste sulla riforma della giustizia (separazione delle carriere in giù) non rischia, mettendo in secondo piano uno dei suoi cavalli di battaglia, di confondere il cittadino e di perdere, alla lunga, una parte di identità? “La rinuncia al proprio ruolo da parte della politica viene da lontano”, dice Gaetano Pecorella, avvocato, giurista, storico esponente della Forza Italia delle origini: “Un’intera classe politica è stata spazzata via da Mani Pulite, e a quel punto i partiti si sono dovuti per così dire arrabattare con quello che si poteva trovare. Risultato? Sempre meno persone, tra quelle scelte come candidati, hanno alle spalle un percorso lineare, per capirci la scuola di partito o l’esperienza sul campo. Fino ad arrivare a oggi: emblematico è il caso dell’ex premier Giuseppe Conte, avvocato senza alcuna storia politica alle spalle. E Mario Draghi, tecnico di altissimo profilo e valore, non ha però certo il curriculum tipico del funzionario di partito arrivato al grado più alto. Ed è come se si mettesse in scena la corsa all’accaparramento dei simboli, persone che nell’immaginario collettivo garantiscono sul piano dell’onestà o dell’efficienza”.   Per anni il magistrato, a sinistra, è stato visto come patente di “onestà”, parola abusata; la destra lo vede invece come emblema di “qualità” e “società civile”, altra espressione abusata. “Oggi il centrodestra”, dice Pecorella, “si trova a vivere una crisi di leadership e cerca di garantirsi la presenza in campo di un soggetto presentabile. Ma la cosa grave è che lo spazio della politica in questo modo si assottiglia pericolosamente sempre di più, visto anche il precedente inabissarsi delle ideologie di riferimento. Si cerca insomma, nel vuoto, il punto di riferimento esterno. E si prova ad assecondare la voce populista del ‘dagli al politico’”.   Oggi, dopo la crisi pandemica, c’è chi pensa che la fase anti-politica sia finita. Pecorella non è ottimista: “Se penso alla storia pre Mani Pulite, penso a tutti gli uomini che, in questo o in quel partito, si riferivano comunque a un sistema di valori. Ma oggi, mi domando, e parlo soltanto di Milano, a quale sistema di valori, con rispetto parlando, può riferirsi un candidato sindaco che di mestiere fa il pediatra? E poi, nella generale disaffezione verso la politica, l’eliminazione dei collegi ha peggiorato le cose: il collegio rappresentava una seria possibilità di fare selezione. Ora non si può pensare di risolvere il vuoto di leadership mettendo in cima alla lista un pm, che per definizione o deformazione professionale ha un’altra visione della società: non è un amministratore, insomma, e per l’appunto giudica. E di fronte all’urgenza di riformare il sistema-giustizia noi che cosa facciamo? Chiamiamo intanto i magistrati a guidare le città?”.  

  • Dieci classici a fumetti per l’estate
    by Stefano Priarone (Il Foglio RSS) on Luglio 24, 2021 at 4:00 am

    Tanti dicono di approfittare dell'estate per "rileggere" i grandi classici. E subito sorge il dubbio che la seconda o terza lettura dei romanzi di Balzac o Tolstoj, in definitiva, sia più raccontata che eseguita davvero. Ma comunque sia, seguiamo l'onda anche noi e vi proponiamo dieci letture per immagini, più leggere e distensive ma non per questo meno attraenti. Ecco dieci classici a fumetti per l’estate, tutti di recente o recentissima ristampa. A volte potenzialmente a rischio di censura, in un mondo di correttismi, come i Libri proibiti allegati al Foglio dal 10 luglio. Spesso, e per fortuna, trascurati dalla sempre più diffusa cancel culture. Tutti meritevoli di lettura al mare, in montagna, in campagna. O anche a seduti comodi su una poltrona in casa propria.   Zagor contro Hellingen: Ora Zero!  di Guido Nolitta (alias Sergio Bonelli) e Franco Donatelli (Sergio Bonelli Editore). Compie sessant’anni il vecchio Zagor, fumetto d’avventura (western, ma anche horror e fantastico in generale) creato nel 1961 dall’editore-sceneggiatore Sergio Bonelli, che quando scriveva fumetti si firmava Guido Nolitta, e dal disegnatore Gallieno Ferri. Fra le varie iniziative per festeggiare l’importante compleanno c’è la ristampa in volume di tutte le storie contro il suo arcinemico, lo scienziato pazzo Hellingen. Questa è la terza e probabilmente la migliore: le successive, infatti, pur se spesso belle, complicheranno la vicenda con l’arrivo di alieni e divinità indiane. “Ora Zero!” (uscita in origine nel 1974), invece, ha una trama classica e senza fronzoli: Leggermente avanti con i tempi, dovremmo essere suppergiù nel 1830, Hellingen bombarda Washington con i suoi missili stile V2 per diventare imperatore degli Stati Uniti (seguirà il mondo, ovviamente) e solo Zagor può salvare l’America. Donatelli disegna uno scienziato ancora più folle rispetto al creatore grafico Ferri.   Topolino nella casa dei fantasmi di Floyd Gottfredson con Ted Osborne (Panini Comics). Davvero politicamente scorrette le storie a strisce di Mickey Mouse di Floyd Gottfredson uscite fra gli anni Trenta e i Cinquanta: vi compaiono, infatti, con i loro bravi stereotipi, italoamericani, ebrei, afroamericani, nativi selvaggi di Sudamerica e Africa. Ma, grazie a un disclaimer, nei primi anni Dieci l’editor David Gerstein è riuscito a ristamparle in America, in vari volumi ai quali hanno collaborato anche critici italiani, come Alberto Becattini (pure traduttore della versione italiana), Leonardo Gori e Francesco Stajano. Questo volume presenta le strisce uscite dal 1936 al 1938 con storie diventate veri classici come “Topolino e il mistero dell’uomo nuvola” che anticipa l’era atomica, o “Topolino nella casa dei fantasmi” dove il coprotagonista è anche la futura superstar Donald Duck alias Paperino.   Verso la tempesta di Will Eisner (Rizzoli Lizard) Che le graphic novel non siano altro che fumetti (seppure in forma di libro e non di albo periodico) lo dimostra Will Eisner (1917-2005). Vero maestro del fumetto inizia curando la serie comico-poliziesca Spirit che negli anni Quaranta esce su vari quotidiani americani. A fine anni Settanta inizia a scrivere e disegnare romanzi a fumetti, acclamati dalla critica. A volte autobiografici come questo, del 1990, ambientato quando stava nel per andare in guerra, a inizio anni Quaranta, e al tempo stesso ricordava il passato della sua famiglia, ebrei aschenaziti emigrati in America. “Forse il più indelebile dei miei ricordi di quel periodo è l’insidioso senso di pregiudizio che permeava il mio mondo” ricorda nell’introduzione. Chissà se le cose sono realmente cambiate.   Il colonnello Caster'Bum e Piccolo Dente di Claudio Nizzi e Lino Landolfi (Allagalla) Qui detestiamo l’aggettivo “necessario” riferito ai libri: non ci sono libri davvero “necessari”. Ma, per certi versi, si può applicare a volumi come questo. È il primo della ristampa di tutte le storie del western umoristico con il Colonnello Caster’Bum e l’indianino Piccolo Dente, realizzate negli anni Settanta e Ottanta per il settimanale Il Giornalino. Piccolo Dente diventa presto la mascotte della rivista con una sua tavola autoconclusiva pubblicata in ogni numero mentre grazie a questa serie e al western “ serio” Larry Yuma l’allora giovane sceneggiatore Nizzi dagli anni Ottanta entra nello staff di Tex (e c’è ancora). Libri che ristampano storie brevi presenti in decine di numeri di riviste di difficile reperibilità possono a buon diritto essere chiamati “necessari”.   Dylan Dog. Gli orrori di Altroquando di Tiziano Sclavi e Attilio Micheluzzi (Sergio Bonelli Editore) Che la differenza fra fumetto “d’autore” e “popolare” sia risibile lo si era visto chiaramente nel 1988. Un maestro del fumetto “d’autore” come Micheluzzi disegna uno speciale dell’Indagatore dell’Incubo di Sclavi che, in edicola da due anni, sta avendo sempre più successo. Il connubio Sclavi-Micheluzzi è felicissimo: “Gli orrori di Altroquando” ancora oggi, con le sue varie storie brevi popolate da zombi, fantasmi e teneri mostri, è uno dei migliori speciali del personaggio e il volume è corredato da una intervista d’antan a Micheluzzi (purtroppo morto prematuramente nel 1990) realizzata da Michele Masiero, attuale direttore editoriale della Bonelli.   Trilogia delle religioni di Hugo Pratt (Rizzoli Lizard) Già a metà anni Settanta la Bonelli di Tex e Zagor, per smentire la (presunta) dicotomia fra fumetto “d’autore” e “popolare” aveva varato la collana “Un uomo un’avventura”, romanzi brevi a fumetti realizzati da autentici maestri del medium, come il già citato Micheluzzi. O come il creatore di Corto Maltese Hugo Pratt, autore di ben quattro volumi della collana. Tre, usciti in origine fra il 1977 e il 1980 e accomunati da una visione sui generis della religione (dal cristianesimo all’Islam ai riti brasiliani del Candomblè), sono raccolti in questo libro. Viaggi fra l’onirico e l’avventuroso dal Grande Nord canadese al Sertão brasiliano al deserto della Somalia.   Gargantua e Pantagruel di Dino Battaglia (NPE) Pure il raffinato Dino Battaglia era stato fra i collaboratori di “Un uomo un’avventura”. Nello stesso periodo, nel 1979, al culmine del suo successo, decide di misurarsi con il classico di Rabelais. Una doppia scommessa: tanto Rabelais è torrenziale, dionisiaco quanto Battaglia è evanescente, apollineo. Inoltre è per il settimanale cattolico Il Giornalino e certi episodi scurrili dell’opera dell’autore rinascimentale francese non si possono adattare. Ma, anche grazie ai colori della moglie Laura De Vescovi, è una scommessa vinta, e questo capolavoro del maestro veneziano viene riproposto con in appendice illustrazioni e testi di Rabelais tratti dalla versione francese dell’opera.   Ada e altre giungle di Altan (Coconino Press) Non solo vignette di satira e Pimpa. Francesco Tullio Altan è molto altro. Ad esempio anche autore di romanzi a fumetti ante litteram: in questo volume vengono raccolte le avventure, in origine uscite fra i Settanta e gli Ottanta, dell’affascinante Ada Frowz, assieme ad alcune storie brevi. Forse stiamo esagerando a utilizzare la parola “maestro” ma anche Altan lo è, come, fra gli altri, i succitati Pratt, Eisner, Gottfredson, Micheluzzi, Battaglia.   Le strisce quotidiane di Spider-Man di Stan Lee e John Romita (Panini Comics) Per decenni in America c’era un fumetto “di serie A” (le strisce sui quotidiani) e uno “di serie B” (i comic book, gli albi a fumetti). Quindi quando nel 1977 è iniziata la striscia a fumetti di Spider-Man, personaggio nato nei comic book nel 1962, sembrava una sorta di “promozione”. I primi quattro anni della serie (raccolti in due volumi) sono realizzati da Stan Lee (anche co-creatore del personaggio con Steve Ditko) per i testi e John Romita per i disegni, duo autore di memorabili storie del personaggio fra gli anni Sessanta e i primi Settanta. Anche in un formato diverso gli autori sanno realizzare avventure davvero godibilissime per un personaggio senza tempo.   Swea. Principessa di sole di Raffaele D’Argenzio e Nadir Quinto (Allagalla) Chiudiamo con l’apoteosi del politicamente scorretto. Si ristampano le avventure di un’indiana bionda uscite sulla rivista Corrier Boy nel 1976-1977. Gradevoli, splendidamente disegnate, ma di certo censurabili nel clima attuale: Swea è un’indiana bianca e bionda (perché discendente di vichinghi) che gira sempre in perizoma in un West di pura fantasia. Scorrettissima anche la chiusa della presentazione di Moreno Burattini, sceneggiatore e curatore di Zagor e prolifico autore di introduzioni (sua anche quella di “Ora Zero!”):  “L’intento erotico è evidente, tuttavia mai si indulge a mostrare niente di più che due cosce tornite. Il che, detto fra noi, un po’ dispiace”. “Swea” si avvia a diventare un libro proibito.   Stefano Priarone  

  • Biden contro gli illiberali polacchi
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Luglio 24, 2021 at 4:00 am

    Derek Chollet, consigliere del dipartimento di stato americano, in un’intervista all’emittente polacca Tvn24, ha detto che i futuri investimenti americani in Polonia potrebbero essere a rischio se il governo deciderà di cambiare la legge sulle licenze radiofoniche e televisive. La licenza di Tvn, un canale di informazione molto seguito, appartiene alla società americana Discovery. Il partito PiS sostiene che ci siano troppe società straniere tra i media polacchi e quindi vuole ridistribuire le licenze e ricondurle in mani polacche. Si tratta di una mossa ben studiata che ha l’obiettivo di ridurre la libertà di stampa nel paese: se le società straniere saranno costrette a vendere, allora le testate saranno acquisite da aziende  vicine al governo. Gli emendamenti alla legge sono stati presentati al Parlamento polacco mercoledì, ma non sono passati e il PiS, che lavora indefessamente dal 2015 per ridurre lo spazio per il pluralismo, ha detto che se ne ridiscuterà a settembre. Ma adesso gli americani hanno fatto sapere che se Discovery verrà messa alla porta – l’investimento su Tvn ha un valore stimato sul miliardo di dollari – allora altri investimenti potrebbero essere ridiscussi. Chollet non ha specificato quali, ma la presenza americana per la Polonia è sempre stata importante, e per il governo perdere l’amico atlantico, dopo aver perso quello europeo, sarebbe gravissimo. Quella di Chollet è una minaccia, ma che ben può svelare quanto il PiS sia disposto a perdere, a spese del paese intero, per assestare un colpo finale alla democrazia. L’idea di una legge per allontanare gli investitori stranieri sui media è arrivata dopo l’annuncio del ritorno di Donald Tusk nella politica polacca. Il PiS  vuole blindare il suo potere e accelera la lotta alla libertà di stampa. Finora ha sradicato uno dei pilastri della nazione, l’europeismo, se pur di rimanere al governo è disposto a sradicare l’atlantismo, il tanto temuto Vladimir Putin sarà lieto di apprenderlo.

  • Storia del gran ribaltone
    by Francesco Cundari (Il Foglio RSS) on Luglio 24, 2021 at 4:00 am

    L’articolo che state leggendo dovrebbe constare di circa dodicimilacinquecento caratteri, spazi inclusi. Se volessi dilungarmi, potrei arrivare a tredicimila. Lo dico per darvi un’idea approssimativa di quali siano le dimensioni della pagina che avete tra le mani.  Ebbene, se andate sul sito della Camera dei deputati, nella sezione relativa ai gruppi parlamentari, e cliccate su “modifiche intervenute”, trovate un elenco con i nomi di tutti gli eletti che dall’inizio della legislatura hanno cambiato collocazione. Esempio: “Forza Italia-Berlusconi presidente – In data 18 aprile 2018 ha aderito al gruppo il deputato Enrico Costa, proveniente dalla componente politica del gruppo Misto ‘Noi con l'Italia’. In data 4 ottobre 2018, il deputato Vittorio Sgarbi lascia il gruppo per aderire al gruppo Misto”. E così via. In poche parole: la lista ufficiale di quelli che l’abituale sciatteria della cronaca definisce “cambi di casacca”.  Nel momento in cui scrivo, tale elenco consta di quarantanovemilatrecentottantacinque caratteri, spazi inclusi. Ciò significa che se lo avessi voluto riportare qui integralmente, senza aggiungere nient’altro, il testo avrebbe occupato quattro pagine. In Senato, dove i seggi sono la metà rispetto a quelli della Camera, e dove anche lo stile dei resoconti in materia di variazioni nella composizione dei gruppi è più stringato, quasi tacitiano, i numeri sono conseguentemente più bassi. Ma ugualmente significativi: tredicimiladuecentodieci caratteri, spazi inclusi. Per quanto le proporzioni del fenomeno migratorio possano colpire l’immaginazione dell’osservatore, va detto subito che il dato più significativo di questa folle legislatura, tuttavia, non riguarda i cambi di casacca, ma i cambiamenti di idee (una relazione tra i due fenomeni indubbiamente esiste, ma l’effettiva incidenza del cambiamento di idee sul cambiamento di collocazione è ritenuta controversa). All’inizio della legislatura, cominciata nel 2018 con la vittoria contesa tra un centrodestra capitanato da Matteo Salvini e un Movimento 5 stelle guidato da Luigi Di Maio, il 75 per cento del nuovo parlamento – compresa Forza Italia, per il vincolo di coalizione che la legava alla leadership salviniana – era ufficialmente schierato su posizioni no euro e antiatlantiche (con una certa oscillazione tra posizioni filoputiniane e filocinesi). Tre anni dopo, e senza che alcuna tornata elettorale ne abbia alterato la composizione, quello stesso Parlamento è schierato al 75 per cento su posizioni diametralmente opposte, a sostegno del governo guidato da Mario Draghi, che sin dal discorso di insediamento ha voluto qualificare il suo esecutivo come europeista e atlantista.  Tre anni fa, all’indomani del voto, l’unico schieramento che avrebbe potuto identificarsi in tali posizioni era il centrosinistra, vale a dire sostanzialmente Pd e Leu (con qualche distinguo per Leu, dove non mancavano pulsioni no euro). Tre anni dopo, l’unico partito che ufficialmente non le condivida è Fratelli d’Italia (cui volendo si possono sommare le schegge dissenzienti dei Cinque stelle e di Leu, come la rediviva Sinistra italiana guidata da Nicola Fratoianni).  Insuperabile, per velocità e ampiezza della banda di oscillazione, è senza dubbio la Lega di Salvini. Formazione che, va detto, in una simile gara partiva già con diversi metri di vantaggio, essendosi trasformata in pochi anni, da forza separatista orgogliosamente anti-italiana il cui slogan principale era “prima il Nord”, in partito nazionalista il cui slogan principale è “prima gli italiani” (non mi intendo abbastanza di storia dei partiti separatisti, ma sarebbe interessante scoprire se esista un solo caso simile al mondo, che so: un partito basco fiancheggiatore dell’Eta passato d’improvviso con la destra post-franchista, o una scheggia del Sinn Féin trasformatasi di colpo in movimento unionista).  Niente però assomiglia all’irresistibile carambola compiuta da Salvini, dalle sfilate con la maglietta di Putin e la felpa no euro ai convegni sul Pnrr con la maglietta di Draghi (d’accordo, quella sulla maglietta di Draghi è una battuta, almeno che io sappia: mi rendo conto che la natura del personaggio, purtroppo, impone la precisazione). E cosa dire del Pd, che ha passato la prima parte della legislatura, durante l’esecutivo gialloverde, accusandolo di fare strame dei più elementari principi di civiltà, umanità e buona amministrazione, e persino della Costituzione, per poi, una volta subentrato al governo al posto della Lega, tenersi buona parte di quei provvedimenti, e nel caso del taglio costituzionale dei parlamentari votarli pure, persino al referendum? Il fatto è che l’abolizione del principio di non contraddizione dal discorso politico ha portato all’affermazione di una logica paradossale nel dibattito pubblico, in cui fare l’esatto contrario di quel che si è detto un minuto prima può diventare persino motivo di vanto.  L’esempio più significativo, da questo punto di vista, è l’argomentazione con cui a suo tempo Nicola Zingaretti ha difeso la sua strategia di alleanza organica con i Cinque stelle. Nel rintuzzare le critiche, infatti, l’allora segretario del Pd ha più volte esposto la tesi secondo cui non si poteva stare al governo “da nemici” (tesi discutibile e smentita dai numerosi governi di unità nazionale di cui il Pd ha fatto parte, sia prima che dopo, ma in sé logicamente coerente), rivendicando però subito dopo, a paradossale conferma dell’assunto, che infatti lui era contrario sin dall’inizio anche all’idea di governarci insieme. Ma avrebbe potuto dire lo stesso, simmetricamente, il suo compagno di coalizione Di Maio, che il 18 luglio 2019 registrava un video per mettere a verbale che “col partito che in Emilia Romagna toglieva alle famiglie i bambini con l’elettroshock per venderseli io non voglio avere nulla a che fare”, e il 5 settembre 2019 giurava come ministro degli Esteri del governo M5s-Pd. Mi rendo conto che l’elenco risulti ormai persino noioso. Il fenomeno ha raggiunto infatti un livello talmente pervasivo da costituire una sorta di immunità di gregge, che spunta le armi di qualunque tentativo di polemica politica fondata su un principio di coerenza (anche soltanto di coerenza logica).  Negli anni Novanta e ancora all’inizio del Duemila poteva apparire sensato, comunque la si pensasse nel merito, rinfacciare a un vecchio dirigente della sinistra proveniente dal Pci la contraddizione tra le sue posizioni del momento e le dichiarazioni pronunciate ai tempi dell’intervento sovietico in Ungheria, nel 1956, cioè mezzo secolo prima. Oggi un simile esercizio sarebbe materialmente impossibile: per seguire svolte e controsvolte compiute lungo un arco temporale altrettanto lungo da uno qualsiasi dei principali dirigenti politici, con rare eccezioni che al momento non mi vengono in mente ma certamente ci saranno, non basterebbe un articolo, e nemmeno un libro. Ma il problema, in verità, non è che sarebbe impossibile dar conto delle sue evoluzioni nell’arco degli ultimi cinquant’anni; il problema è che sarebbe impossibile seguirle nell’arco degli ultimi cinque. In qualche caso, persino degli ultimi cinque minuti. Vedi il caso di Salvini che nella stessa giornata, poche settimane fa, è riuscito a candidare l’ex presidente della Bce al Quirinale e a schierarsi con Viktor Orbán contro l’Europa dei tecnocrati e dei banchieri. A pensarci bene, è il più grande risultato politico che i partiti populisti potessero raggiungere. Andati al potere gridando che i politici erano tutti uguali, che destra e sinistra non significavano niente, perché era solo una questione di poltrone, in appena tre anni sono riusciti a dare una plastica dimostrazione della loro tesi. Una dimostrazione così completa da sfidare, con l’irrefutabile prova dei fatti, qualunque controargomentazione razionale, anche da parte del più irriducibile oppositore di ogni forma di qualunquismo e antipolitica.  Un risultato che è giusto ascrivere anzitutto allo strenuo impegno del Movimento 5 stelle. Partito arrivato in Parlamento su posizioni no euro e no vax, spostatosi progressivamente su posizioni ultraeuropeiste e favorevoli all’obbligatorietà dei vaccini (“Il vaccino contro il Covid-19? Quando arriverà, e speriamo presto, dovrà essere obbligatorio”, dichiarava il viceministro alla Salute grillino Pierpaolo Sileri nell’aprile 2020, e persino Barbara Lezzi si diceva d’accordo).  Per non parlare di tutto la loro retorica sulla democrazia diretta, il no ai politici di professione, il limite delle due legislature e soprattutto il vincolo di mandato, che avrebbero voluto introdurre in Costituzione, per mettere fine all’indegno spettacolo del trasformismo parlamentare.  Come è noto, ma è sempre istruttivo ricordare, il gruppo parlamentare che nel campo dei cambiamenti di schieramento ha offerto il più grande spettacolo dopo il big bang elettorale del 2018 è proprio il Movimento 5 stelle, il quale nel corso della legislatura ha perso oltre un centinaio dei propri eletti, disseminandoli in tutti, ma proprio tutti, i raggruppamenti degli altri partiti, da Forza Italia a Italia viva, escluso solo il gruppo delle minoranze linguistiche. In perfetta coerenza, del resto, con il comportamento di un partito che nel frattempo ha partecipato a tutte, ma proprio tutte, le diverse e anche opposte coalizioni di governo della legislatura, alleandosi prima con la Lega contro il Pd, poi con il Pd contro la Lega, quindi con entrambi, oltre a Forza Italia e a praticamente tutti gli altri, escluso solo Fratelli d’Italia, unico partito con cui i Cinque stelle non abbiano governato mai (per scelta di Fratelli d’Italia, ovviamente). Un dettaglio che può apparire singolare, essendo Fratelli d’Italia il partito di gran lunga più affine ai Cinque stelle dal punto di vista ideologico, e si spiega forse con un problema di eccessiva concorrenzialità.  Se pensate che quest’ultima sia una battuta, prendete manifesti, slogan, card del partito di Giorgia Meloni su euro, Europa, imprese e lavoro, e confrontateli con il materiale utilizzato fino a qualche anno fa da Di Maio, e tuttora da Alessandro Di Battista: vedrete che non solo forma e contenuti, ma persino lessico, grafica e lettering sono praticamente indistinguibili. E’ un altro dei tanti misteri di questa assurda legislatura, in cui solo chi si somiglia non si piglia. Come tutto questo si concili con la retorica di un movimento nato contro la casta dei partiti attaccata alle poltrone, ciascuno può giudicare da sé. Ma il bello è che meno di un mese fa il segretario del Pd, Enrico Letta, aveva solennemente incontrato Giuseppe Conte per concordare con lui una riforma dei regolamenti parlamentari proprio con il dichiarato obiettivo di fermare la proliferazione dei “cambiacasacche”.  Iniziativa come minimo spiazzante da parte dei leader di due partiti che solo pochi mesi prima erano assai impegnati nel fomentare la nascita di nuovi gruppi in Parlamento, composti da reduci e transfughi delle più varie provenienze, allo scopo di salvare il secondo governo Conte. Come testimonia, nell’elenco sopra citato relativo al Senato, la breve e sfortunata missione di Tatiana Rojc, che il 25 gennaio lasciava il gruppo del Pd per infiltrarsi nel raggruppamento dei “costruttori”, rientrando mestamente alla base il 30 marzo, dopo il fallimento dell’operazione. Fatto sta che è passato un mese e dell’iniziativa contro i cambi di casacca promossa da Letta e Conte non si è saputo più niente. Forse perché le recenti evoluzioni del dibattito interno ai grillini, con l’ipotesi di una nuova scissione e la nascita di un partito contiano, hanno saggiamente indotto a soprassedere, per evitare il caso più unico che raro di legge ad personam, o per meglio dire contra personam, promossa dalla stessa persona che ne sarebbe stata non già la prima beneficiaria, ma la prima vittima.    P.s. Nel momento in cui mi apprestavo inviare l’articolo sono stato costretto a riaprirlo per dare conto del seguente post – che riporto di seguito integralmente – pubblicato ieri sui suoi profili social dalla stessa persona, Luigi Di Maio, che all’inizio di questa legislatura aveva annunciato in piazza la richiesta di messa in stato di accusa di Sergio Mattarella per attentato alla Costituzione (punibile con l’ergastolo). “La gioia negli occhi del Presidente Mattarella dopo il successo agli Europei di calcio è un’immagine storica. Un’immagine che ha trasmesso fiducia, felicità e serenità a un intero Paese, milioni di italiani che oggi dedicano al Presidente i più sinceri auguri per i suoi 80 anni. Punto di riferimento per ognuno di noi, nei mesi più drammatici e dolorosi di questa pandemia è stato sempre presente, ha saputo confortare le persone più fragili e trasmettere messaggi di speranza anche a chi doveva prendere decisioni importanti per il futuro degli italiani. Ci ha incoraggiato a non mollare, a non abbatterci, a non fermarci davanti alle difficoltà. Una guida saggia e autorevole anche nelle fasi politiche più delicate. Per tutto questo le siamo immensamente grati, Presidente. Buon compleanno e viva l’Italia”. Non credo di dovere aggiungere altro.

  • La Dadone minaccia le dimissioni ma nessuno se la fila
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Luglio 24, 2021 at 4:00 am

    Fabiana Dadone, ministro grillino per le Politiche giovanili, minaccia le dimissioni contro il ddl “Giustizia” da lei stessa approvato in Consiglio dei ministri. E nel triangolo dei palazzi della politica romana, sotto la canicola di luglio, persino i gabbiani che divorano monnezza di fronte a Palazzo Chigi sembrano dire: “Embé?”. La storia è che ieri di buon mattino, il ministro Dadone, di cui forse ben pochi avevano sentito parlare prima d’ora, ha pronunciato in televisione, ad “Agorà”, le seguenti parole: “Se Draghi non modificherà la riforma della giustizia, valuteremo con Giuseppe Conte l’ipotesi dimissioni dal governo”. Boom! I colleghi dell’Ansa, rapidissimi come sempre, battono la notizia: “Ipotesi dimissioni ministri M5s da valutare”. Chissà che terremoto. Crisi di governo? Che dirà il Pd? E Di Maio? Che casino. È la spallata di Conte a Draghi. Ci siamo.   Eppure passano cinque minuti dal lancio di agenzia, e nessuno reagisce. Passano dieci minuti. Silenzio. Venti minuti. Niente. A quel punto all’Ansa forse si preoccupano: ma non è che non s’è capito? E allora ribattono, di nuovo, la notizia. Stavolta però in maiuscolo. Con le crocette. A scanso d’equivoci:  +++DADONE: IPOTESI DIMISSIONI MINISTRI M5S DA VALUTARE +++. Ancora silenzio. Niente di niente. L’annuncio di dimissioni più sordo (e surreale) della storia. Dev’essere infatti la prima volta nella vita repubblicana, e probabilmente anche in quella monarchica (non da escludersi il ventennio fascista), che un ministro lascia intendere che l’intera delegazione del partito di maggioranza relativa possa lasciare il governo, e nessuno se lo fila. Nessuno. Né per confermare né per smentire, né per dolersi o per gioire. Eppure, mentre anche i siti dei quotidiani riprendevano la notizia (finita nel giro di pochi minuti accanto al video con il gattino che miagola in cinese) ecco che qualcuno nelle chat grilline comincia a scrivere: “Ma chi ti ha autorizzato a parlare per tutti?”. E Dadone: “Guarda che non ho detto niente di strano” (poi, su Facebook in serata: non sono stata capita). Se lo dice lei...   Poiché la signora Dadone, spesso, in Cdm, raccontano sia quella che Conte usa come pesce pilota – nel senso che lei dice una cosa provocatoria o fuori tema e Conte poi aspetta l’effetto che fa su Draghi (di solito un sorriso a filo d’erba) – ecco che i grillini sospettano fortemente che anche stavolta sia tutta una manovra dell’ex Avvocato del popolo. Una specie di test. Come quando una nave russa sconfina “accidentalmente” nelle acque americane. Solo che in quei casi si sfiora il colpo di cannone, mentre qui il colpo di sonno. Draghi non solo non ha bisogno dei voti del M5s per approvare la riforma della giustizia, ma non ha bisogno dei grillini nemmeno per tenere in piedi il governo. Semmai è il Pd che si preoccupa. Il grado di surrealtà della situazione non sfugge a nessuno.   E intorno a Enrico Letta roteano infatti in questo momento due generi di domande che finiscono con il precipitargli addosso, tipo palle di stoppa. La prima: fatichiamo  a trovare candidati comuni alle amministrative, non riusciamo a tenere i grillini su una linea condivisa e sensata per la giustizia, ma esattamente in cosa consiste l’alleanza “strategica”? Seconda domanda: ma se questi si sfasciano ed escono dal governo, noi che facciamo, ci troviamo in minoranza in un governo di centrodestra con Salvini? Anni fa Letta disse che in fronte non aveva mica scritto Jo Condor. Chissà. Per sua fortuna però, nel M5s, il Dadone non è tratto. O meglio, prima s’è tratto da solo tra gli sbadigli  e poi s’è rinfoderato tra le risate. 

  • The Skimm, la newsletter al femminile per “vivere in modo più intelligente”
    by Simona Siri (Il Foglio RSS) on Luglio 24, 2021 at 4:00 am

    E pensare che quando è stata lanciata in molti l’hanno ridicolizzata. Eppure, in meno di dieci anni, The Skimm – la newsletter al femminile che si rivolge a chi con l’informazione non ha molta confidenza – è diventata una vera potenza. La prova ultima: persino Barack Obama per lanciare il suo ultimo libro si è prestato a un’intervista. In meno di tre minuti, l’ex Presidente ha riassunto un tomo di 700 pagine nello spirito del brand – skimm significa appunto leggere, studiare, esaminare in modo sbrigativo.     Fondata nel 2012 dalle poco più che ventenni Danielle Weisberg and Carly Zakin dopo aver lasciato il lavoro di producer alla NBC, The Skimm si presenta all’inizio come una newsletter giornaliera che ha come missione quella di “fornire alle donne millenial le informazioni di cui hanno bisogno per vivere le loro vite in modo più intelligente” o come la definisce il New York magazine “un Frankenstein di aggregazione di notizie chiaro e sobrio con un tono che imita il modo in cui le giovani donne presumibilmente parlano tra loro”. Bollata da alcuni come “la Ivanka Trump delle newsletter” – un’accusa neanche tanto velata di superficialità – presenta i fatti del giorno con titoli del tipo “non addormentarti” quando deve parlare del taglio alle tasse voluto da Trump nel 2017 o “si sente ancora molto su Michael Flynn. Giusto... ma chi è di nuovo?” quando deve tornare sulla questione del Russiagate e del primo impeachment. La Brexit veniva spiegata così: “L’Ue è arrabbiata con il Regno Unito. Ecco cosa è successo: nel 2016, il Regno Unito ha votato per dire ‘non sono io, è l'Ue’. Ma si scopre che le rotture sono difficili, soprattutto se si vuole rimanere amici con i benefici (di scambio)”.  Eppure funziona. Nel 2016 riceve un finanziamento di otto milioni di dollari, inizia a espandersi con la produzione di video, tenta di darsi un tono più serio, intervista tutti e dodici i maggiori candidati alla Presidenza Usa e avvia un programma di registrazione al voto che arriva a far registrare più di 100 mila persone, in maggioranza donne. Nel marzo 2018 un altro giro di finanziamenti porta nelle casse altri 12 milioni con gli iscritti che arrivano a sette milioni. L’ultima mossa – dopo il lancio dell’immancabile podcast Skimm This – è l’acquisizione della piattaforma di texting Purple che secondo Axios ha il vantaggio di permettere a The Skimm di “approfondire la sua offerta di prodotti e vantaggi per gli abbonati a pagamento e consente ai creatori di addebitarli direttamente quando accedono a notizie e contenuti tramite messaggi di testo”.  Ovviamente non mancano le critiche. Secondo Christina Cauterucci di Slate Skimm “tratta i suoi lettori come se non avessero mai letto un articolo, visto una mappa o visto per sbaglio un segmento della CNN nelle sale d’attesa dei loro dentisti. Il suo tono paternalistico presuppone che le consumatrici di notizie di sesso femminile escludano qualsiasi cosa di importazione se non viene elaborata attraverso il roteare gli occhi al cielo. L’esistenza stessa di un tale servizio, specialmente di uno specifico per le donne, è offensiva”.    Ma è anche incredibilmente vincente, tanto che il New York Magazine lo definisce “un successo folle”. A oggi gli iscritti sono 11 milioni di cui più di un milione aprono la newsletter ogni giorno della settimana (tranne il weekend: il sabato e la domenica Skimm si riposa perché “siamo persone che tengono al brunch” si legge nella mail di benvenuto). “E’ l’equivalente dell’intero stato del New Hampshire che riceve le sue notizie da una fonte che si vende con la seguente frase promozionale: “C’è un sacco di roba nel mondo. E’ caotico”.  Eppure, le sue fondatrici non considerano il business delle notizie come la loro attività principale. Come tanti di questi tempi, quello che secondo loro stanno vendendo è il fare parte di qualcosa, un’esperienza di community costruita attorno allo storytelling. Lo slogan che le due socie amano usare è che Skimm è fatto apposta per “rendere più facile vivere in modo più intelligente”.

  • È meglio parlare poco. L’ultimo libro di François Jullien non considera la lezione di Montaigne
    by Alfonso Berardinelli (Il Foglio RSS) on Luglio 24, 2021 at 4:00 am

    La passione non solo metodica, ma direi maniacale, di pensatori francesi di ogni genere per il parlare di ciò di cui è impossibile parlare, che è ai limiti e oltre i limiti di ogni discorsività e verbale formulazione, questo è proprio un fenomeno misterioso. Ma misterioso solo a prima vista, in quanto autocontraddittorio, come il parlare del silenzio. Evidentemente, meno l’oggetto del discorso è dicibile, o dichiarato tale, più nel filosofo, nel critico letterario, nell’intellettuale francese crescono l’attrazione e l’eccitazione. Sembra che per combattere la propria vocazione tradizionale, secolare e ben sperimentata all’uso totalitario della parola, la cultura francese abbia scelto, ancora una volta, la parola che non si ferma e non tace di fronte a nulla, neppure di fronte al nulla e all’indicibile.   È vero che non sempre il non detto è indicibile e che il non-udito non è inudibile. Ma continua a sorprendere che proprio la cultura europea più estroversa e mondana, più razionale e metodica, più fondata su regole e convenzioni sociali, sia anche la più innamorata dell’oltranza, dell’immediatezza, del disordine, dell’illimitato e di ciò che si sottrae al controllo della cultura, della civilizzazione, della norma, dell’essere “come si deve essere”. Il francese colto, per non dire l’intellettuale francese, sente irresistibilmente di dover essere esattamente a rovescio, all’opposto di ciò che la norma dice che bisogna essere.   In realtà in questo fenomeno non c’è mistero. La regola è: prima imporre la regola e poi negarla, trasgredirla e teatralmente infrangerla. Quello della cultura francese è una specie di imperativo del “vogliamo tutto”, sia il diritto che il rovescio. In effetti, nella loro storia culturale, i francesi hanno avuto la dismisura, il gigantismo bulimico di Rabelais e il classicismo di Racine e Boileau; la sorridente umanità e semplicità di Montaigne e Molière da un lato, e il culto della distinzione e separazione fra pensiero e materia di Cartesio; il piacere libero e inventivo di Diderot e la razionalizzazione concentrazionaria del sesso distruttivo in de Sade; hanno avuto Balzac che tenacemente progetta e realizza un’opera narrativa che è un’enciclopedia di situazioni e di tipi sociali, mentre qualche decennio dopo arrivò l’adolescente Rimbaud, che subito dopo i vent’anni sente di avere scritto tutto e tacerà per sempre uscendo dalla letteratura.   Questa vicenda durata secoli ha cominciato a ripetersi sempre più prevedibilmente e con risultati scarsi nell’ultimo secolo e fino a oggi: dall’enormità lirico-analitica della Recherche di Proust, che minuziosamente evoca e analizza le percezioni più sottili e in apparenza irrilevanti, si passa negli anni venti e trenta al surrealismo di Breton, alla teoria e prassi della “scrittura automatica”.   Ma in questi ultimi decenni metodo e teoria, trasgressione e estremismo critico si sono stabilmente insediati nelle università, dove si insegna e si impara a scrivere libri spremendo fino all’ultima goccia una sola idea per sorprendere e scandalizzare, come si deve, il presunto benpensante borghese che forse non esiste più se non in ciò che rimane della classe operaia.    Dico questo perché la cosa che più mi sorprende è la ripetizione all’infinito dello stesso schema in un libro appena tradotto da Feltrinelli e scritto da Francois Jullien, L’inaudito. All’inizio della vera vita (152 pp., 17 euro). L’autore, leggo nel risvolto di copertina, “è uno dei migliori filosofi e sinologi viventi, docente all’Université Paris-VII Denis Diderot. I suoi libri sono tradotti in tutto il mondo”. Il perché di questo, credo, è appunto nella presenza simultanea, anche in questo caso, di lirismo percettivo (un po’ come nel giovane Camus) e ruminazione razionalizzante (come in Derrida).   Si comincia con l’autore che per anni ha fatto gite solitarie in spiaggia, alla foce del Rodano, in un’ora del giorno in cui la folla se ne va e il mare si rivela, può rivelarsi come rappresentante esemplare dell’inaudito. Cito quasi a caso alcune righe esemplari, anche queste, di fatto riassuntive e conclusive dell’intero libro (pp. 127-128), che commentano una poesia in prosa di Rimbaud, “Alba”, tratta dalle Illuminazioni: “Nella transizione dell’alba si vive l’effrazione dello Stesso che si staglia e sprofonda nelle sue proprietà che lo assegnano e immobilizzano. Così al trasporto in seno alle parole, come quello operato dalla metafora, corrisponde il trasporto interno di un sé che, tramite dislocamento al di fuori di quel sé rinchiuso, in quel debordare è portato allo sviluppo-trasporto, fortunosamente esprime quei due aspetti. Nello slancio che deporta il sé, si esalta l’Altro dal suo ricoprimento”.    Poesia o filosofia? No, poesia e filosofia, filosofia come poesia, il non dicibile che diventa detto nell’udire l’inaudito, ciò a cui comunemente non diamo ascolto. Tutto qui: ma tirato avanti in continue ripetizioni e variazioni per tutto il libro, con lapalissiana aura di mistero e cieca devozione all’oltre. Jullien è un sinologo, della cui competenza professorale non dubito. Mi chiedo soltanto se a uno studioso come lui, che deve aver letto Il libro del Tao di Lao-Tse (81 aforismi), non sia stato tentato neppure per un attimo di ascoltare e seguire quel grande maestro del parlare poco; o ispirarsi per un attimo al ragazzo Rimbaud, per il quale l’inaudito fu smettere di scrivere: cercò “l’inizio della vera vita” fuori della letteratura e senza più parole. Forse si sbagliò. Ma chi lo prende come esempio (Jullien lo fa) può fare con le parole l’esatto contrario?   Questo paradosso francese non è ancora diventato noioso? I professori parigini di filosofia non si annoiano mai del loro “sé”, non sanno che cos’è la noia? Baudelaire lo sapeva: la definì un “mostro delicato”, un sognare rivoluzioni fumando la pipa. E Montaigne, a chi gli avesse detto di voler scrivere un libro sull’inaudito e sull’inizio della vera vita, avrebbe risposto: “Le vite più belle, secondo me, sono quelle che si conformano al modello umano e comune, con ordine, senza eccezionalità e stravaganze”. Ma la maggior parte dei filosofi non ha imparato quasi niente da Montaigne.

  • Il baraccone dell’antimafia retorica
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Luglio 24, 2021 at 4:00 am

    Il baraccone dell’antimafia retorica si è mobiliato contro la riforma della giustizia, ribattezzata dall’organo di propaganda “Salvamafia”. Con la riforma Cartabia al posto di quella di Bonafede, che non ha avuto il tempo di produrre i suoi danni, sarà garantita l’impunità per i mafiosi. “Il processo Trattativa con queste regole sarebbe già morto” dice al Fatto quotidiano Vittorio Teresi, ex pm  dell’inchiesta. E’ comprensibile, da un punto di vista editoriale, per chi ci campa,  che certi processi durino più a lungo possibile, così si dà modo di ricicciare intercettazioni, pezzi di deposizioni, nuove rivelazioni di pentiti... tutto materiale utile per fare giornali,  libri, film e spettacoli teatrali. Ma i processi dovrebbero arrivare a una conclusione rapidamente e quello sulla “Trattativa” si trascina da otto anni, l’appello da tre, e non è un caso che Teresi nel frattempo sia andato in pensione. Ridurre i tempi è possibile, oltre che auspicabile, e senza mandare in fumo i processi. Ma il tema mafia viene usato da chi si oppone alla riforma come una scomunica. Magistrati come Nicola Gratteri, per attaccare il ministro Marta Cartabia, si  fanno medium ed esprimono il parere di  Falcone e Borsellino:  “Si saranno girati tre volte nella tomba a sentire questa riforma – ha detto al Domani –. Non bisognava avvicinarsi nemmeno alla tomba, alla lapide di questi grandi uomini nel momento in cui si produce un sistema di norme che favorirà i faccendieri e i mafiosi”. Parole indecenti che, tra l’altro, sembrano il capo d’accusa di un’altra   “trattativa”: la Cartabia si prepari. Un altro pm antimafia come Cafiero De Raho bolla come incostituzionale la riforma scritta da un ex presidente della Corte costituzionale, la Cartabia, insieme con un altro ex presidente della Consulta come Giorgio Lattanzi. Uscite più misurate rispetto al trombettiere Travaglio che, senza senso del ridicolo, afferma che la Cartabia “non distingue un tribunale da un phon”. Un rituale che si ripresenta  uguale a se stesso, ma sempre più spompo. Il carrozzone va avanti da sé.

  • “Caro Foglio, il Pd non è sull’Aventino. Nemmeno a Voghera”
    by Enrico Borghi (Il Foglio RSS) on Luglio 24, 2021 at 4:00 am

    Analizzando sul Foglio il drammatico fatto di cronaca di Voghera, Salvatore Merlo – in un articolo tutt’altro che banale e con spunti meritevoli di approfondimento – ha rispolverato una tradizionale impostazione terzista, rievocando sostanzialmente la logica dell’ “e allora, il Pd?”. Saremmo insomma rei di “scampagnare sull’Aventino della realtà”, mentre in qualche città italiana si spara per le strade come nella Tombstone di Wyatt Earp. L’invito che l’articolista ci fa è quindi quello di un bagno nella realtà (dove le donne non si sentono libere di passeggiare e gli ubriachi -tendenzialmente immigrati- molestano i cittadini) anziché concentrarci sulla polemica sulla detenzione delle armi, e chiama in causa l’esigenza di una presenza fisica in quel contesto. Argomento che induce ad alcune riflessioni. La prima: il Pd non ha bisogno, per  comprendere le dinamiche di un grave fatto sociale, dell’atterraggio planato di qualche dirigente centrale alla ricerca di una impropria visibilità, o peggio di una strumentalizzazione politica di un fatto di cronaca. Il Pd è un organismo molto composito ed articolato, che attraverso il radicamento territoriale e la presenza di autorevoli e competenti dirigenti locali e parlamentari eletti in quel contesto è in grado di restituire -come avvenuto- in tempo reale l’esatta comprensione della realtà. Senza il bisogno di qualche show in favore di telecamera, come uso e costume di altri. La seconda. Di fronte a fenomeni di questa natura, vi sono due malattie letali che da cui dobbiamo assolutamente emendarci. La prima è quella di una sorta di sociologismo di ritorno, che tende -spesso a sinistra- a giustificare il verificarsi di fatti criminosi con il contesto sociale di riferimento. La seconda, speculare ed opposta, è il giustificazionismo di destra, che tende a derubricare la gravità di fatti di sangue dietro all’esasperazione di un contesto sociale complesso.  Dentro questo pendolo, la politica italiana delle tifoserie si perde, coi risultati noti. Giova quindi recuperare, ed è questa l’azione del Pd (altro che Aventino!), qualche concetto fondamentale.  Anzitutto, che in uno Stato liberal-democratico l’uso della forza ai fini della pubblica sicurezza appartiene solo ed esclusivamente allo Stato medesimo, che esercita tale funzione in un quadro di norme e di garanzie. Non esiste, non può esistere e non deve esistere una “giustizia fai da te”, nella quale ci si sente dei novelli Charles Bronson incaricati di assolvere alla funzione dei giustizieri della notte.  In più, in uno Stato liberal-democratico, il compito delle istituzioni locali non è quello di assolvere  alla funzione di protettori del territorio armi in mano, ma quello di governo del territorio in adempimento alle funzioni e sulla base dei principi stabiliti dalla Costituzione. Infine, sul piano più prettamente politico, sta dentro questa cornice l’azione che il Pd ha condotto e condurrà in materia. Abbiamo tutti pianto dopo Ardea. Ed è stato grazie ad un emendamento presentato dal Pd alla Camera nel decreto semplificazioni se verrà tolto il porto d’armi a chi ha avuto un trattamento sanitario obbligatorio, aumentando la sicurezza per tutti e ripristinando condizioni di garanzia. Altro che Aventino!  Però serve di più. Anche sul piano culturale e su quello delle responsabilità politiche. Abbiamo ricordato ieri i 10 anni dalla strage di Utoya, con una cerimonia sul terrazzo del Nazareno dove da oggi i 77 giovani socialisti uccisi per le loro idee sono ricordati con una targa. Quella strage ci ricorda che la cultura suprematista serpeggia ancora per l’Europa, anche nelle strade delle nostre città, e legittima e giustifica l’impiego delle armi nei confronti del diverso e dello straniero. E’ un pensiero inaccettabile, che non può essere derubricato all’insegna di un terzismo che su questo campo non può esistere. E se proprio vogliamo dire come la pensa in una battuta il Pd in materia di sicurezza, porteremo recuperare un brocardo noto ma sempre valido: “Duri col crimine, duri con le ragioni del crimine”. E sarà con questo spirito che staremo -come sempre- nelle strade e nelle piazze delle nostre città e delle nostre comunità, nella consapevolezza che la sicurezza nasce dall’azione di una società coesa e non dall’uso improprio ed esagerato della violenza.  Enrico Borghi Membro della Segreteria Nazionale del Pd con delega alle politiche per la sicurezza   Risponde Salvatore Merlo: La destra non nega il problema della sicurezza nelle città italiane, anzi se ne alimenta. E quindi non  risolve: produce assessori-giustizieri e ministri citofonanti. Il Pd, chiuso nell’Aventino della realtà, a Voghera invece vede solo una pistola. Spot contro spot. Condivido in massima parte le sue osservazioni, che tuttavia trascurano il punto cruciale dell’articolo.

  • Salvini irritato corre a vaccinarsi. Draghi: "Basta propaganda no vax"
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Luglio 23, 2021 at 6:11 pm

    Roma. Continua a non capire. Mario Draghi gli ha dato dell’irresponsabile, gli ha detto che “chi fa appelli a non vaccinarsi fa appelli a morire”. E lui? Posta sui suoi social un qr code per far intendere che si è vaccinato (lo ha fatto). Lo posta di sbieco. Fa l’ambiguo. Anziché dire “Ma scherzate? Io non sono un no vax. Basta! Vaccinatevi tutti. Adesso voltiamo pagina. Parliamo di Pnrr” scrive: “A volte nei palazzi della politica combattiamo da soli”. Su una cosa ha però ragione Matteo Salvini. Draghi non ce l’aveva con lui ma con le parole che ripete.   Quella che per il leader della Lega non è altro che una posizione politica, a suo modo legittima perché “anche in altri paesi europei si discute se vaccinare i minorenni”, per Draghi corrisponde a sabotare una campagna vaccinale, ad alimentare una propaganda guasta. Adesso è chiaro perché Draghi ha utilizzato quelle parole energiche in conferenza stampa? Innanzitutto, un avviso al Pd, che sorride divertito e nota adesso: “Avete visto che figura ha fatto?”. E’ giusto ricordare che su un argomento sicuramente incomparabile, ma ritenuto dal premier una fesseria, la tassa sull’eredità lanciata da Enrico Letta, l’effetto era stato simile. Poco meno di uno schiaffo, molto più che un rimprovero. Come si è arrivati alla severitas del premier?   Prima di sedere in conferenza stampa, i due hanno avuto una conversazione telefonica. Bisogna infatti distinguere il Salvini di scena dal Salvini al telefono. Avevano parlato di Green Pass, di tamponi a prezzi calmierati. Salvini si è mostrato  il leader di una forza leale. Il suo partito è  decisivo per quanto riguarda i dossier del Pnrr senza quelle ambiguità finora manifestate da Pd e M5s. C’è un rapporto solido. Quando Draghi lo redarguiva, dicono che fosse in viaggio. Dopo aver ascoltato quelle parole si racconta, ancora, che abbia risposto: “Non me lo merito. Non lo dimentico”.   E voleva suggerire, e non aveva neppure torto, che le insidie di governo sono finora arrivate da altri: “Sulla giustizia viene posta la questione di fiducia per superare l’ostilità del M5s. La maggioranza la sta spaccando il Pd di Letta con la sua battaglia sul ddl Zan. Lo trovo sorprendente, ingeneroso”. Qualcuno deve provare quindi a spiegargli cosa ha fatto esplodere Draghi. Si tratta dei numeri dei vaccinati. Dalla Presidenza del Consiglio si pensa che non siano ancora sufficienti. Lo sa Salvini che la variante delta è contagiosissima e in particolar modo fra i giovani? C’è poi la campagna di persuasione che da mesi viene portata avanti. Se fosse più astuto, si sentirebbe lusingato dal rimprovero di Draghi. Gli riconosce in quanto leader di un partito un ruolo e gli consegna un compito: “Chi meglio di te, può spingere gli scettici a vaccinarsi?”.   Dicono infatti che non ci fosse “tattica”, che “l’attacco non voleva esser personale” e che “questa non è politica ma solo una grande questione di salute pubblica”. Ma questo non lo dice Draghi. Lo dice chi ci parla. Cosa dicevano invece i leghisti di come è stato mal-trattato il loro leader? “Che quel colpo è arrivato a freddo”. Altri: “Forse gli servirà da lezione”. I leghisti di governo: “Ma lo volete capire che siamo tutti vaccinati?”. C’è poi un’altra schiuma di Lega. E’ quella di Claudio Borghi e di Alberto Bagnai. Hanno annunciato la partecipazione alla fiaccolata contro il Green Pass che si terrà il 28 luglio a Roma. Ha ragione (quante volte in quest’articolo la si è data) Salvini. Non basta vaccinarsi contro il Covid. Deve vaccinarsi da questi.   

  • L’ultima sull’ungherese Orbán 
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Luglio 23, 2021 at 2:53 pm

    Viktor Orbán ha annunciato che l’Ungheria si farà il suo Recovery fund dato che la Commissione europea non ha ancora dato il via libera al piano nazionale di ripresa e resilienza con cui Budapest spera di ottenere 7,2 miliardi di euro. Il primo ministro ha accusato Bruxelles di fare “una guerra ideologica” e di usare il Recovery fund come un’arma di ricatto. Orbán ha spiegato che la Commissione ha chiesto all’Ungheria di prorogare di due mesi la scadenza per dare il via libera al Pnrr. “Il tempo è importante, quindi il governo ha deciso di creare un fondo di ripresa ungherese”, ha detto: “Avvieremo i programmi che sono già stati approvati (dalla Commissione). Poi i soldi arriveranno quando arriveranno”. Secondo Orbán, oggi “la corruzione è spesso citata come problema” dalla Commissione, “ma eravamo già vicini a un accordo. All’improvviso, dopo aver approvato la legge sulla protezione dei bambini, siamo diventati molto corrotti. Questa è ovviamente una scusa”.    La verità, come spesso capita con Orbán, sta altrove. La legge anti Lgbt non c’entra niente. La Commissione contesta il Pnrr ungherese perché i meccanismi di controllo sull’uso dei fondi sono inadeguati e non ci sono sufficienti riforme sullo stato di diritto che erano state raccomandate nel 2019 (indipendenza della giustizia, lotta alla corruzione e trasparenza sugli appalti). La Commissione non vuole che 7,2 miliardi finanziati dai contribuenti europei finiscano alle clientele di Orbán, come accaduto in passato con la politica di coesione dell’Ue. Può apparire paradossale ma, con un rinvio di due mesi, la Commissione fa un favore all’Ungheria. L’alternativa sarebbe bocciare il piano, perché non rispetta gli undici criteri per ottenere i fondi del Recovery fund. La Commissione non vuole farlo per evitare un’escalation. Se Ursula von der Leyen può essere accusata di qualcosa, non è di guerra ideologica, ma di essere troppo remissiva sulla sfida di Orbán allo stato di diritto.

  • Riforma della giustizia, Dadone: "Valuteremo con Conte le dimissioni dal governo"
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Luglio 23, 2021 at 10:53 am

    Se non ci saranno miglioramenti del testo della riforma della giustizia, i ministri grillini valuteranno con Giuseppe Conte l'ipotesi di dimettersi dal governo. È quanto ha detto ospite ad Agorà la ministra delle Politiche giovanili Fabiana Dadone. "Dipende quale sarà l'apertura sulle modifiche tecniche. L'obiettivo di tutti non è certo garantire le impunità in certi casi, ma velocizzare i processi. La tematica della prescrizione così come impostata non credo raggiunga l'obiettivo. Ci aspettiamo una discussione costruttiva, vedremo le decisioni da prendere", ha aggiunto l'esponente del M5s.       Ieri il premier Draghi ha annunciato in conferenza stampa che sulla riforma verrà posta la questione di fiducia, per velocizzare l'iter di approvazione. "Nessuno vuole sacche d'impunità. Vogliamo un processo rapido e che tutti i colpevoli siano puniti. Niente dilazioni, non è questo l'intento di questo governo. Mi auguro e faremo di tutto perché il testo sia condiviso". Fatto sta che le parole della Dadone fanno capire come l'obiettivo sia quello di intervenire con delle modifiche rilevanti su alcune parti del testo che i grillini considerano insoddisfacienti. "Il Parlamento è giusto che presenti gli emendamenti, e la nostra forza, il M5S, che è sensibilissima sul tema della prescrizione ne ha preparati oltre 900. Ci aspettiamo in questa settimana una discussione costruttiva in termini di miglioramenti, poi vedremo le decisioni da prendersi", ha aggiunto ancora Dadone. 

  • M5s, che flop a Torino. Sganga candidato sindaco con 300 voti
    by Luca Roberto (Il Foglio RSS) on Luglio 23, 2021 at 10:00 am

    Praticamente nessuno nel M5s immaginava che il voto online a Torino potesse essere vissuto come una prova di forza. E però nemmeno i più scettici, quando si sono trovati di fronte alla competizione tra Valentina Sganga e Andrea Russi per scegliere l'erede di Chiara Appendino come candidato sindaco, ipotizzavano le fattezze e le dimensioni di questa débâcle. Quando l'altro giorno Vito Crimi ha annunciato la vittoria della Sganga, 54,24 per cento a 45,76, ha altresì premesso che era "stata una giornata in cui i numeri sono stati abbastanza limitati, essendo una votazione legata esclusivamente alla città di Torino". Anche se poi prontamente aveva specificato che "per noi è stata un’esperienza importante, perché abbiamo sperimentato questo strumento di voto che ci ha dato una garanzia di solidità, sia dal punto di vista della sicurezza e della riservatezza dei dati, sia della capacità e flessibilità di azione per intervenire in tutte le situazioni di assistenza al voto per i singoli votanti". In pratica mettendo le mani avanti, e dando conto solo delle percentuali, non dei voti né dei partecipanti totali. Al punto che a qualcuno era venuto il sospetto che si volesse sottacere una figuraccia storica.     Parlando con il Giornale un'esponente del M5s ha confessato che i dati sulla partecipazione non sarebbero stati resi noti perché essendo talmente risibili "all'interno del Movimento qualcuno se ne vergogna". Si ipotizzava una partecipazione tra le 1000 e le 1500 persone, ma secondo il notaio Alfonso Colucci che ha certificato il voto sulla piattaforma SkyVote, che per la prima volta ha sostituito Rousseau, hanno preso parte alla consultazione 625 persone, il 40,88 per cento dei 1529 aventi diritto al voto perché iscritti al Movimento cinque stelle. Ebbene, la capogruppo in consiglio comunale Sganga, dopo cinque anni di esposizione mediatica dovuta all'amministrazione cittadina, ha raccolto 339 voti, il suo sfidante Russi, anche lui consigliere, 286.      A metà giugno a Torino si è votato alle primarie del Pd, e la risposta del gruppo dirigente pentastellato era stata di irrisione: Stefano Lorusso venne incoronato con una partecipazione di circa 12 mila elettori. Un chiaro segnale di delegittimazione, secondo Sganga e Co. Che però adesso si candida a sfidare il centrosinistra, con cui continua a escludere accordi anche al secondo turno, avendo preso meno di un decimo delle preferenze raccolte da Lorusso poco più di un mese fa. Almeno in questo, nonostante il passaggio travagliato da un capo politico all'altro e l'abbandono della consulenza della Casaleggio Associati a favore di una nuova piattaforma, i grillini non sono cambiati. Per essere candidati e trattare gli avversari da pari a pari bastano una manciata di click. Questa volta poco più di 300. 

  • Mattarella's way. Gli 80 anni del presidente
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Luglio 23, 2021 at 7:18 am

    Per i 25 del Foglio, all'inizio dell'anno, Sergio Mattarella inviò alla redazione i suoi auguri. "Venticinque anni rappresentano una soglia di maturità che, certo, non rimuovono la carica giovanile, e tuttavia danno consapevolezza di aver accumulato esperienze importanti, di aver contribuito a conoscenze e riflessioni, fornendo pensiero critico e analisi utili alla pubblica opinione". Oggi è il Foglio che fa gli auguri al presidente della Repubblica nel giorno del suo ottantesimo compleanno. E lo fa tracciando un ritratto della sua figura politica dalla sua elezione, a febbraio del 2015, con l'allora governo Renzi, a oggi.   Da quel momento Mattarella ha conferito l'incarico a tre presidenti del Consiglio (Paolo Gentiloni, Giuseppe Conte e Mario Draghi) e guidato il paese nell'attraversare quattro crisi politiche (la fine del governo Renzi, la formazione del governo Conte I e il cambio di maggioranza con il Conte II, la costituzione del governo Draghi). Il suo modo di essere argine alle derive più sfasciste e anti europeiste che hanno più volte rischiato di sbilanciare il baricentro dell'Italia è il motivo per cui nel 2018 Mattarella è stato il nostro uomo dell'anno. E' stato difensore della ragione quando c'era da affermare lo stato di diritto, difendere la Costituzione e gli interessi nazionali; è stato sfrontato all'occorrenza, schivo ma sempre sorridente e amichevole. E' il Mattarella's way, e qui lo potete ripercorrere attraverso le sue parole e i nostri racconti.    I ritratti  Dicembre 2019. Il Mattarella del 2019 è un Mattarella più forte, e forse per alcuni versi più sfrontato, che non ha fatto nulla per ostacolare la nascita di un governo di svolta grazie al quale l’Italia, con la complicità di un formidabile trasformismo contro il quale il capo dello stato non ha mai usato mezza parola di critica, ha messo in campo un tentativo politico e parlamentare utile a contenere un leader tanto ricco di oggettivo consenso quanto ricco di evidente irresponsabilità.   Dicembre 2018. Il presidente della Repubblica, nella sua difesa dell’interesse nazionale, della Costituzione, dei conti pubblici, del risparmio, dello stato di diritto, dei vaccini, dell’equilibrio dei poteri, dell’euro, dell’Europa, del rispetto delle istituzioni – “nessuno è al di sopra della legge” – non è soltanto il difensore di un punto di vista, ma più semplicemente è il difensore della ragione.   Gennaio 2017. Mattarella dà del lei a tutti i consiglieri “tecnici”, a eccezione del generale Rolando Mosca Moschini, consigliere per gli Affari del Consiglio supremo di difesa, con il quale si conoscono da tanti anni. Del gruppo più “politico”, quello con cui usa il “tu”, fanno parte le persone di cui Mattarella si fida di più e che regolarmente consulta per le sue decisioni.    Marzo 2015.  Così il sarto del presidente della Repubblica, l’uomo che da vent’anni taglia i panni addosso a Sergio Mattarella cercando una logica alle sue misure (“è tutto ‘torto’ come quelli che stanno troppo a lungo ripiegati sui libri”) dice che “il presidente non porterà niente di concreto a Palermo. Non è uomo che porta, né è uomo che si porta qualcuno dietro. Qua manco lo votavano, perché non fa favori. Mi ricordo che a Palermo aveva una segreteria sui generis, fatta per respingere, non per accogliere. Ma una cosa importante Mattarella l’ha già fatta per la sua città. Lui, al Quirinale, fa tirare su la testa a ciò che rimane della Palermo elegante e perbene, quella città sempre maltrattata dalla Palermo ricca e permale. Malgrado, per la verità, la Palermo ricca non sia più così ricca”, dice. Poi la voce gli si abbassa d’un tono: “… ma resta permale”.   Febbraio 2015. C’è nel nuovo presidente qualcosa che non c’era in Giorgio Napolitano, qualcosa di pop, cultura che non conosce la tragedia collettiva e consente il vintage, il remake, la riesumazione dell’antico che, proprio perché ripescato, appare amichevole.   Febbaio 2015. Pio, schivo, grigio, dolente e creativo. Ritratto minimale di Sergio Mattarella.     I momenti politici più importanti  Febbraio 2021. Consultazioni dopo la sfiducia al governo Conte bis   Marzo 2020. L'Italia in lockdown   Settembre 2019. La crisi del governo Conte I   Agosto 2019. La firma del decreto sicurezza   I discorsi  Il primo discorso di Mattarella dopo essere stato nominato Presidente della Repubblica, il 3 febbraio del 2015. Il Foglio lo ha pubblicato integralmente con alcune note di commento.   Il discorso di fine anno pronunciato come da tradizione la sera del 31 dicembre 2018. Con un commento di Salvatore Merlo, il Foglio lo ha pubblicato integralmente    Sergio Soave ha invece commentato il discorso del 31 dicembre 2020.   Il discorso di Mattarella nel corso della cerimonia del Ventaglio del 2019.   L'impegno contro le derive razziste nelle parole pronunciate nel Giorno della memoria.  

  • Sull’obbligo vaccinale nelle scuole l'ago della bilancia è il M5s
    by Giovanni Rodriquez (Il Foglio RSS) on Luglio 23, 2021 at 4:17 am

    Il commissario Francesco Paolo Figliuolo, ha inoltrato mercoledì nuove disposizioni per la prosecuzione della campagna vaccinale alle regioni in vista dell’apertura del nuovo anno scolastico affinché “provvedano a porre in essere le azioni necessarie a dare priorità alle somministrazioni nei confronti degli studenti di età uguale o superiore ai 12 anni”. Ma c’è di più. Nel documento, ribadendo la necessità di conseguire “la massima copertura vaccinale del personale scolastico”, si chiede alle regioni di quantificare e comunicare le mancate adesioni entro il prossimo 20 agosto. La procedura e la tempistica sembrano avere un obiettivo ben preciso: raccogliere informazioni per valutare l’introduzione dell’obbligo vaccinale per il personale scolastico.   A sgombrare il campo da ogni dubbio è il sottosegretario alla Salute Andrea Costa: “Il ritorno a scuola in presenza è una priorità per il governo Draghi. Non possiamo più pensare di far ripartire il prossimo anno scolastico senza i nostri studenti in classe. Per fare ciò il personale docente e non docente deve essere vaccinato. Così come i nostri giovani. Davanti a noi – spiega sempre Costa – abbiamo  un mese per convincere gli scettici dell’intera comunità scolastica a vaccinarsi e ci auguriamo di poterlo fare attraverso una forte e persuasiva opera di sensibilizzazione. Qualora, però, entro il 20 agosto il problema dovesse persistere, credo opportuno valutare l’ipotesi dell'obbligo vaccinale”. La strada per il ministero della Salute è già tracciata. Ma come risponderà il Parlamento a un’eventualità di questo tipo?    Di sicuro l’obbligo vaccinale non è un problema per Forza Italia, che ha già depositato al Senato un disegno di legge a prima firma Licia Ronzulli per introdurlo. Il meccanismo previsto dalla proposta  è tra l’altro molto simile a quello richiamato dalla disposizioni di Figliuolo, si chiede quindi un “censimento” del personale non vaccinato per poi arrivare alla sospensione dal lavoro, senza retribuzione, per chi non adempirà all’obbligo.   Anche il Pd sembra propenso a seguire questa via. La responsabile Sanità Sandra Zampa ha sul punto idee molto chiare: “Il personale che lavora a contatto con gli studenti deve essere vaccinato. In caso contrario devono essere trasferiti ad altre mansioni”, dice al Foglio. Sulla stessa lunghezza d’onda la dem Beatrice Lorenzin:  l’obbligo può essere una scelta “giusta per riaprire a settembre le scuole in sicurezza”. Pochi dubbi per Italia Viva. La linea è sintetizzata da Maria Elena Boschi: “Senza vaccini, torna la Dad ma i nostri ragazzi meritano di tornare a scuola, non di continuare con la Dad”.   Con l’ormai nota contrarietà di Lega e Fratelli d’Italia, resta il solo M5s a fare da ago della bilancia. E qui la situazione si complica visto il forte scetticismo del movimento rispetto all’obbligo vaccinale. Nei giorni scorsi la sottosegretaria all’Istruzione Barbara Floridia aveva frenato dicendosi convinta che sarebbe stata sufficiente un’opera di convincimento da portare avanti in questi mesi per far recuperare il gap  esistente tra le regioni. Una linea che trova conferma tra i parlamentari delle Commissioni Affari Sociali e Sanità di Camera e Senato pronti a dire sì alla didattica in presenza ma no all’obbligo: “Per noi è fondamentale che con il nuovo anno scolastico ai nostri studenti siano garantite le lezioni in presenza nel rispetto della massima sicurezza – dicono al Foglio –. Per far sì che ciò si realizzi stiamo lavorando in sinergia con il governo e secondo le indicazioni del Cts. E’ sicuramente necessario in questi mesi estivi promuovere e intensificare il piano di vaccinazione degli insegnanti e del personale scolastico, che ha già raggiunto una percentuale molto alta di adesione. Pertanto, non riteniamo che sia necessario in questo momento un obbligo vaccinale per questa categoria, né per quella degli studenti, che è notoriamente meno a rischio. La didattica in presenza, comunque, deve essere garantita senza se e senza ma. Tra l’altro, da mesi abbiamo previsto una serie di misure e ingenti finanziamenti per aumentare ancora la sicurezza negli ambienti scolastici; ulteriori misure dovranno riguardare il trasporto locale”.   Potrebbe quindi non essere così semplice trovare i numeri per approvare una legge che introduca l’obbligo vaccinale per il personale scolastico a poche settimane dalla riapertura delle scuole. La strategia attendista rischia di rivelarsi un azzardo.

  • Xi ha paura del lupo cattivo
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Luglio 23, 2021 at 4:17 am

    Giovedì a Hong Kong cinque membri di un’associazione di logopedisti sono stati arrestati con l’accusa di sedizione. L’associazione aveva di recente pubblicato tre ebook per bambini che avevano come protagonista un villaggio di pecore che tenta di tenere lontani i lupi. Secondo la nuova unità di polizia di Sicurezza nazionale i libri vogliono spiegare ai bambini il movimento democratico di Hong Kong e fomentano odio nei confronti del governo e del sistema giudiziario, con un’allegoria in stile orwelliano: i sostenitori della democrazia rappresentati dalle pecore; il governo e le autorità dai lupi. La pubblicazione di tali libri “porta odio contro il governo e l’amministrazione della giustizia, e incita alla violenza verso gli altri”, ha detto Li Kwai-wah, sovrintendente senior della polizia sotto il dipartimento di sicurezza nazionale. Per Li i libri si rivolgono ai bambini tra i 4 e i 7 anni e cercano di “avvelenarli” con storie che “possono trasformare la loro mente e sviluppare una norma morale contro la società”.  Il reato di sedizione fa parte di una legge dell’era coloniale che prima dell’anno scorso – quando è stata introdotta la legge sulla sicurezza nazionale, la “linea rossa” – non era mai stato applicato. Oggi invece è all’ordine del giorno per reprimere la libertà di espressione e le opinioni politiche, comporta due anni di prigione e agli incriminati viene negata la cauzione. Un hongkonger ha twittato: “Cinque pecore sono state arrestate oggi”, e ha pubblicato un passaggio a pagina 13 del primo libro: “Un giorno, il grande lupo cattivo chiamò tutte le pecore in piazza. Annunciò: tra una settimana metteranno in atto ‘le regole del lupo e della pecora’. I lupi del villaggio possono mangiare tutte le pecore; le pecore disobbedienti saranno mandate in prigione”.

  • Basta smalto nero e camicie aperte: oggi tira un sacco lo sugar daddy
    by Valeria Montebello (Il Foglio RSS) on Luglio 23, 2021 at 4:00 am

    C’è molta voglia di scappare dall’attualità. Agamben lo fa dicendo che chi non ha il green pass è come se portasse una stella gialla virtuale, chi lo fa eccitandosi al pensiero di essere rapita, violentata e ingravidata dagli alieni – è uno dei trend del momento, altro che mascolinità tossica. Ma esiste anche una forma di escapismo più moderata per esempio trovarsi uno sugar daddy.      Sempre più ragazze giovani (no, se hai 30 anni non sei abbastanza giovane) vogliono scappare dai loro coetanei con lo smalto nero e le camicie sbottonate fino all’ombelico, vestiti da cosplay di Damiano dei Maneskin, che non ti offrono nemmeno una Coca Cola perché la parità dei sessi non ti permette di fare niente di “cortese” (parola satanica per i contemporanei, come “galante”). E allora vogliono uscire con uomini più grandi, provider che contribuiscono al loro benessere in vari modi: offrendo cene (serve uno sugar daddy, gli altri vogliono fare a metà), comprando borse e vestiti, offrendo vacanze, master, case, macchine, isole private. Durante la pandemia gli appuntamenti sugar in Italia sono aumentati del 92 per cento e i siti dove cercare lo sugar daddy del cuore sono triplicati.      Il progresso è una forza pulsionale come le altre, non riflettuta, che va avanti nonostante i comitati etici da centro sociale. Va avanti perché è necessario che vada avanti. Ma ci si può opporre al progresso uscendo con un maschio quarant’anni più grande. Nessuno può uscire da proprio tempo ma anche solo uscire con un daddy può farti sentire in un altro posto, in un altro momento storico. Con lui sei a cena nel ’68, negli anni di piombo, negli 80, puoi scegliere tu il mood. Lui non usa il telefono a tavola, ti fa dei complimenti normali, ti compra dei fiori, ti racconta di quando lanciava molotov e di quando esistevano gli ideali politici, per farti provare una nostalgia di cose nemmeno mai vissute.     Molte sugar baby non fanno sesso con i loro sugar daddy e a loro va bene così, va bene immaginarlo, sognarlo, aspettarlo. In caso, si deve negoziare. Esistono anche corsi con sugar coach professioniste che ti insegnano come essere assertiva e come comportarti al primo appuntamento con un daddy. Uno dei consigli? Fai vedere una cosa sola, o gambe o tette.     “Shiva Baby”, un film che è piaciuto molto a tutti, racconta proprio di una sugar baby femminista (iscritta a Gender studies) che si ritrova a un funerale con la sua famiglia e con uno dei suoi clienti. Ed ecco che una cosa che prima ti faceva pensare a vecchi papponi con la bandana su uno yacht bianco adesso ti fa pensare a un daddy molto bello con la kippah. Così, ragazze woke di sinistra che dieci anni fa avrebbero messo al rogo Ruby Rubacuori, ora vogliono fare le sugar baby per empowerarsi, rivendicare la propria indipendenza (di farsi comprare tutto quello che c’è sul sito di Gucci), ridistribuire la ricchezza. Perché essere una sugar baby oggi fa fico. I più critici dicono che fare la sugar baby ti relega ad un ruolo antico e rassicurante (quello che va da Lolita a Woody Allen). Ma ne siamo certi? Uscire con una ragazzina quando nemmeno riesci a tenere un’erezione per 3 minuti o quando la tua pancia è gigante e sei calvo non deve essere facile. Ci vuole un certo coraggio.     Per portare avanti una parte di esistenza superficiale e non diventare una femmina contemporanea a tutti gli effetti serve uno sugar daddy da inserire nella check list degli obiettivi. Potete scegliere fra tanti sugar daddy, daddy imprenditori, daddy letterati, daddy pensionati. Io sceglierei il neo novantenne Mario Tronti, uno a cui chiedere solo cose da poveri tipo una cena nel suo eremo o una borsa dell’Auchan piena dei suoi libri autografati. 

  • Gli assurdi attacchi a Confindustria sul Green pass
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Luglio 23, 2021 at 4:00 am

    La Confindustria è attaccata, praticamente da tutti i fronti, per la sua proposta di introduzione del Green pass sui luoghi di lavoro per prevenire i contagi, o comunque ridurre il rischio di infettarsi, al fine di evitare nuove restrizioni o chiusure alle attività produttive. Sono piovute critiche da parte di tutti. Il ministro del Lavoro Andrea Orlando ha risposto di voler proseguire “senza proposte unilaterali ma con il confronto costante”. Non si capisce cosa significhi: alla base del confronto ci sono proprio le proposte, che per forza di cose sono unilaterali. Ciò che al limite non deve essere unilaterale sono le soluzioni, ma quelle spettano al governo – ovvero a Orlando – e non a Confindustria. I sindacati hanno respinto la proposta: per la Cisl le aziende non possono imporre il Green pass perché sarebbe “modalità discriminatoria di controllo”; per il leader della Cgil Maurizio Landini “non sono le aziende che devono stabilire chi entra e chi esce” ma “il governo”.   Risposte surreali, perché la Confindustria ha chiesto proprio al governo di intervenire, altrimenti l’avrebbero già fatto autonomamente. Si capisce, insomma, che i sindacati sono contrari al Green pass ma non vogliono dirlo. Poi sono arrivati i politici come il presidente della Camera Roberto Fico: “Mi pare sui generis l’idea che uno per andare a lavorare deve esibire il Green pass. Non voglio forzature”. E Matteo Salvini: “Parlare di licenziamenti è incredibile. Non sono d’accordo con l’obbligo”. Nessuno ha parlato di licenziamento bensì di sospensione, ma i politici come Fico e Salvini parlano spesso di cose che non conoscono. Ciò che però è più surreale è come si siano ribaltate le accuse sulle imprese. L’anno scorso erano attaccata perché volevano lavorare a tutti i costi, anche al rischio di far aumentare i contagi. Ora sono accusate di voler ridurre il rischio di contagio imponendo un vincolo di sicurezza sui lavoratori troppo stringenti. Non si capisce però in base a quale logica il Green pass dovrebbe valere ma non per i dipendenti.

  • Il Labour è in confusione
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Luglio 23, 2021 at 4:00 am

    Con tutta probabilità, l’introduzione del passaporto vaccinale come requisito per accedere ai luoghi affollati non ci sarà. Soltanto qualche giorno fa, il premier Boris Johnson aveva detto che sì, un pass vaccinale era necessario, aveva parlato delle discoteche e della necessità di introdurlo a settembre. Aveva anche accompagnato l’annuncio con un bel commento: per rigustarci la normalità dobbiamo comprendere che occorre fare uno sforzo di responsabilità ulteriore.  Ma la proposta ha scatenato una rivolta dentro al Partito conservatore: molti accusano Johnson non soltanto di non aver garantito la “freedom” che aveva promesso ma di aver violato la promessa libertaria su cui si fonda il suo mandato, su un tema come quello dei documenti d’identità che come si sa è per gli anglosassoni una questione culturale piuttosto preminente.    Se da un certo mondo della destra la protesta era prevedibile (la vediamo ovunque), ha sorpreso però l’indecisione del Labour che è sì il partito d’opposizione ma è anche quello della responsabilità. A febbraio, quando la campagna di vaccinazione andava fortissima e la variante Delta non esisteva, il leader Keir Starmer aveva detto che era necessario considerare la possibilità di un pass vaccinale: “Probabilmente è inevitabile”.  Quando l’inevitabilità è diventata evidente anche al governo, il Labour è riuscito a non prendere una posizione chiara, schivando le domande dirette sul passaporto. Nelle ultime ore circola la frase di un portavoce del Labour che dice: “Siamo contrari all’utilizzo di un documento vaccinale per accedere ai luoghi e ai servizi della vita quotidiana. E’ costoso, non esclude le truffe ed è impraticabile. Ed essere completamente vaccinati non prova l’assenza di infezione del virus”. Non si sa se è la posizione ufficiale del partito, ma l’indecisione dice già un po’ tutto, anche sul futuro del pass vaccinale nel Regno.

  • La pistola di Voghera è il riflesso della politica sull’Aventino
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Luglio 23, 2021 at 4:00 am

    Una sinistra che va scampagnando sull’Aventino della realtà e una destra populista che invece vendemmia voti con la paura e dunque non ha certo intenzione di segare proprio quel  ramo sul quale è appollaiata. Gli uni non vedono al di là del proprio naso e gli altri vedono sin troppo bene. Dunque Enrico Letta nella storia di Voghera si concentra sulla pistola. “Un uomo è morto per colpa di una pistola”, ha twittato il segretario del Pd. “Saranno gli inquirenti a decidere, ma una cosa dobbiamo e possiamo farla: #StopArmiPrivate. In giro con le armi ci devono andare solo poliziotti e carabinieri”. Ed è come se Letta  ignorasse che Massimo Adriatici, l’assessore-sparatore, aveva tre volte diritto alla pistola: perché assessore, perché avvocato e infine perché ex poliziotto. L’Italia non è gli Stati Uniti d’America. Il porto d’armi è regolato. E questa non è una storia di armi libere, ma una specie di apologo sulla tragica fatuità del nazionalpopulismo.   Come infatti Matteo Salvini si travestiva da poliziotto ai tempi in cui era  ministro dell’Interno, così Adriatici esibiva la fondina da assessore alla Sicurezza. E come quello gestiva il Viminale citofonando agli spacciatori, vero fanigottone da social media, così quell’altro andava in giro per le strade affrontando gli ubriachi quando invece avrebbe dovuto chiamare i vigili urbani, sensibilizzare il prefetto, aumentare l’illuminazione pubblica, restaurare le panchine, esercitare il suo ruolo di amministratore. Non governo, ma rappresentazione. Non responsabilità ma effetto di scena,  presenzialismo esibito.   Eppure il Pd questo non lo vede. La pistola diventa per la sinistra un dettaglio che consente di sorvolare su tutti i guasti sui quali i populisti speculano: sui problemi di Voghera che sono i problemi di mezza Italia, sulla paura,  su quella piazza degradata in cui le donne la sera non si sentono libere di passeggiare, quel luogo centrale che nel pomeriggio è interdetto ai bimbi perché ci sono ubriachi che urinano e defecano. Eccolo, appunto, l’Aventino della realtà. Letta ieri non ha pensato di inviare a Voghera il suo delegato alle politiche di sicurezza, Enrico Borghi. Quantomeno per capire. Per ascoltare. E rivelare così l’impostura leghista. C’è un problema di integrazione? Mancano risorse per i controlli?  Le persone sono spaventate? Di cosa hanno bisogno? No. Niente. Il Pd vuole solo proporre, a quanto pare, una nuova legge sul porto d’armi: #StopArmiPrivate. Tenta di afferrare all’improvviso un’altra bandierina. A caso. Come capita. Come col ddl Zan.   Così aderisce all’idea integralmente salviniana – nel senso che l’unico ad avvantaggiarsene è proprio Salvini – di un’Italia composta da tanti piccoli Charles Bronson muniti di calibro 38. In un paese, il nostro, in cui in verità la legislazione in materia è già molto severa. Il dito e la luna.   Intanto però chi al contrario la luna la vede benissimo è la destra populista, quella dell’assessore Adriatici, il Salvini in sedicesimo. “I populisti fanno finta di ascoltare, quando invece il loro unico obiettivo è di tenere incatenata la gente alle proprie paure”, diceva Marco Minniti, uno che è stato spicciato fuori dalla sinistra mentre la invitava a non chiudere gli occhi. A scendere dall’Aventino. In pratica ad ascoltare anche il barista di Voghera che mercoledì descriveva la piazza dov’è avvenuto l’omicidio come l’orrida intersezione tra la fogna di Calcutta e Tombstone. Un posto in cui l’assessore Adriatici faceva il verso a Clint Eastwood senza risolvere niente. Il circo. Finito male.  

  • La pandemia dei non vaccinati
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Luglio 23, 2021 at 4:00 am

    A Matteo Salvini piacciono molto gli elenchi e forse un elenco è quello che ci vuole per fotografare il livello di cialtroneria contenuto in un’affermazione consegnata ieri mattina alle agenzie dal leader della Lega, poche ore prima che prendessero forma le sagge decisioni assunte dal Consiglio dei ministri sul Green pass (e poche ore prima che arrivassero gli schiaffi di Draghi). Parole di Salvini: “Non roviniamo la stagione turistica e non roviniamo la vita a milioni di italiani non vaccinati”. Sarebbe troppo complicato spiegare a Salvini che per non disturbare milioni di non vaccinati si sceglie di rovinare la vita a milioni di vaccinati (e di guariti) che anche a causa dei non vaccinati potrebbero fare nuovamente i conti con restrizioni della libertà che rischiano di essere inevitabili qualora il virus dovesse tornare a circolare in modo pericoloso (meno vaccini uguale più zone rosse oltre che più morti). Per provare però a far capire quanto possa essere politicamente grave, irresponsabile, dannosa e nociva la posizione assunta in questi giorni da Salvini e Meloni (che sulle poltrone litigano, ma sui fondamentali se la intendono alla grande) è sufficiente mettere insieme alcuni fatti che potrebbero essere sfuggiti (e che invece non sono sfuggiti ai governatori della Lega, da Zaia a Fedriga passando per Fontana). E l’elenco da proporre è fin troppo chiaro.      Non fare tutto ciò che è necessario fare per accelerare la campagna di vaccinazione, solo per lisciare il pelo agli italiani che pur potendosi vaccinare hanno scelto di non farlo, significa accettare la possibilità che possano esserci, grazie al diritto di dire di no, delle nuove restrizioni alla libertà, oltre che più morti (ieri le autorità sanitarie americane hanno comunicato che il 99 per cento dei morti di Covid negli ultimi sei mesi negli Stati Uniti non era vaccinato). Restrizioni magari come le chiusure dei ristoranti, come le chiusure dei negozi, come le chiusure delle regioni, come le chiusure delle scuole, come il blocco del turismo. L’elenco potrebbe essere ovviamente più lungo e la prospettiva che a metà agosto, come hanno calcolato in queste ore al ministero della Salute, vi sia un numero di contagiati pari a quello registrato in questi giorni in Spagna non è purtroppo incoraggiante (circa 30 mila al giorno). Ma ciò che merita di essere messo a fuoco con attenzione e  preoccupazione è il salto di qualità compiuto da Salvini e Meloni proprio nel momento è in cui purtroppo è il virus ad aver fatto un salto di qualità. E quello che sta succedendo in queste ore è che i leader della Lega e di Fratelli d’Italia, con lo stesso arsenale retorico usato un tempo per attaccare l’Europa, hanno scelto di portare avanti in modo simmetrico una battaglia più contro le regole che ci impone di adottare il virus che contro lo stesso virus. E Mario Draghi, non a caso, ieri sera ha giustamente e saggiamente ricordato, rivolgendosi a Salvini e indirettamente anche a Meloni, che “l’appello di non vaccinarsi è un appello a morire o a far morire gli altri”. Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden – denunciando sui vaccini un trend di cialtronismo politico della destra trumpiana non troppo diverso da quello manifestato in queste ora da Meloni e da Salvini (a dispetto di alcuni repubblicani come  Mitch McConnell e  Steve Scalise Donald Trump ha affermato che i cittadini dovrebbero farsi vaccinare, ma anche che lui comunque intende rispettare il loro diritto di scelta) – per fotografare il dramma degli americani non vaccinati ha introdotto  un’espressione tanto drammatica quanto efficace: “Siamo purtroppo di fronte a una pandemia dei non vaccinati”. La pandemia dei non vaccinati esiste (in Italia gli over 60 non vaccinati sono circa 2 milioni) e per quanto Biden possa promuovere una strategia porta a porta per convincere i dubbiosi la verità è che nell’ultimo miglio della campagna vaccinale il ruolo più importante lo giocano proprio quei leader politici che non disdegnando il populismo hanno educato negli anni i propri elettori a fare della diffidenza contro la casta della scienza una grande battaglia libertaria (oggi la battaglia libertaria in Italia è dire agli under 50: se non vi vaccinate, fa niente). Non serve fare un altro elenco per capire che per combattere la pandemia oggi più che mai c’è bisogno dell’aiuto anche dei Salvini e delle Meloni. Meno cialtronismo, più responsabilità, più vaccini e più Green pass. E soprattutto, più Draghi e meno Salvini, grazie

  • La severità di Draghi. Tramortisce Salvini e smaschera Conte
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Luglio 22, 2021 at 7:11 pm

    A che serve nasconderlo? È stata una giornata difficile. Si scrive a ridosso della chiusura del giornale. Mario Draghi si è presentato in sala stampa alle 19,40 dopo un Cdm importante. Il più importante. Ha presentato il decreto che estende il Green pass. Ha detto questo. È stato severo: “L’appello a non vaccinarsi è un appello a morire. Il Green pass non è un arbitrio ma la condizione per tenere aperto il paese. La variante Delta è minacciosa”. Ha anticipato che il governo chiederà la fiducia sulla  giustizia.  Ha fatto quello che aveva in testa di fare. Perché è stata una giornata difficile? Perché un partito ha intossicato il dibattito sul Green pass. Quel partito è la Lega. Solo per raccontare il metodo del suo leader. Era finita la cabina di regia, stava per iniziare il Cdm e Matteo Salvini cercava già di storpiare la verità. Voleva fare passare per successo quello che lui, fin dalla mattina, indicava come una catastrofe. Non voleva il Green pass. Il Green pass ci sarà. Chiedeva le discoteche aperte. Al momento restano chiuse. Ha detto: “Grazie a noi si circola liberi sui tram”. Nessuno al governo pensava di imporlo sui mezzi di trasporto. Si ripete tutto questo solo per ricordare (ancora) che governare è qualcosa di complesso e non il suo “cari amici, grazie a noi...”. E’ stato maltrattato da Draghi. E’ giusto che adesso rifletta. I telegiornali avevano predisposto il grande collegamento, i cronisti avevano invece messo in conto che la conferenza stampa, convocata dopo la fine del Cdm, dipendeva da troppe circostanze.   Si è atteso infatti che Lega finisse la sua “battaglia liberale” in Cdm: “Non volete aprire le discoteche e allora servono risorse vere”. Ha ottenuto i ristori. Quello che ieri si è provato a fare era politica: si è trattato. Perché non dirlo? Ci si avvicinava alle richieste delle regioni e si smussava il rigore di Roberto Speranza sul cambio di colore. Prima la cabina di regia che si allungava, poi il Cdm che bisognava chiudere in fretta. Per un’intera giornata l’unica notizia che filtrava era: “Si discute”. Giancarlo Giorgetti, che è un uomo di maniere, le sue, dicono abbia spiegato in consiglio che bisogna fare le cose per bene. E’ ormai un esperto di transizione. Di passaggi. Ha introdotto il tema dei tamponi a prezzi sociali. Ed è un tema vero. Ma non è un tema anche l’angoscia di Draghi? Quale altre parole poteva utilizzare per motivare gli italiani a vaccinarsi? Ha spazzato via con una frase tutto quella campagna di minchionerie sulla vaccinazione “che sotto i quaranta anni non serve”.   Da domani chi pronuncia queste frasi si iscrive al partito dei nichilisti, dei commercianti di bare. Vale la pena ripetere: “Chi invita a non vaccinarsi invita a morire. Non ti vaccini, contagi, muori, o fai contagiare e fai morire. Senza vaccinazione si deve chiudere tutto, di nuovo”. Quando gli hanno chiesto della scuola e dell’obbligo vaccinale per i professori ha confermato che si lavorerà, perché “l’obiettivo è quello di far tornare tutti in presenza”. Si girava intorno alla libertà, quella conquistata e che qualcuno vuole incoraggiare a perdere. Ecco perché la frase “il Green pass serve per continuare a divertirsi ma con la garanzia di trovarsi tra persone non contagiose. E’ una misura che restituisce serenità e che non la toglie”. Affiancato dalla ministra Marta Cartabia e da Roberto Speranza ha precisato che anche la richiesta di fiducia sulla giustizia non significa che il governo non sia aperto a miglioramenti. Ma è una prerogativa del governo chiederla. Cosa c’è di strano? Ed è stata una liberazione sentirgli dire che questa idea miserabile che in Italia ci sia un governo che vuole gli impuniti, rimane appunto un’idea miserabile. Era come se Draghi avesse bisogno di liberarsi di quelle “differenze incolmabili” sulla giustizia, della campagna elettorale irresponsabile di qualcuno. Era ancora un altro Draghi. Un Draghi severo.  

  • Draghi: "Salvini? L'appello a non vaccinarsi è un appello a morire"
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Luglio 22, 2021 at 6:50 pm

    "L'appello a non vaccinarsi è un appello a morire, sostanzialmente. Non ti vaccini, ti ammali e muori. Non ti vaccini e contagi". Senza alcuna esitazione, Mario Draghi ha commentato così le parole di Matteo Salvini, rispondendo a una domanda di un giornalista in conferenza stampa.   Nelle ultime settimane il leader della Lega ha ribadito in diverse occasioni che i vaccini per i più giovani non sono indispensabili. "Senza vaccinazione si deve chiudere tutto", ha invece replicato Draghi: "Grazie alla vaccinazione le conseguenze sui ricoverati in terapia intensiva e sui morti sono molto meno serie di quelle di quattro mesi fa", ha concluso. 

  • "Vaccinarsi e rispettare le regole. Il colpo di sole lo ha preso Landini". Parla Bonometti (Confindustria)
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Luglio 22, 2021 at 5:16 pm

    Gli uomini che vogliono lavorare parlano così: “Dobbiamo dire ‘grazie che ci siano i vaccini’. E dovremmo dire la verità. Dire che Confindustria licenzia chi non è vaccinato non è vero. E’ vero invece che Confindustria si augura che tutti i lavoratori abbiano il Green pass, che tutti siano immunizzati. Lo dovrebbero fare per rispetto di se stessi e per gli altri”. E’ il presidente di Confindustria Lombardia. Si chiama Marco Bonometti. E’ bresciano, è presidente delle Officine Meccaniche Rezzatesi e sarebbe bellissimo vederlo dialogare con il segretario della Cgil, Maurizio Landini. Presidente, la sua organizzazione, i suoi amici imprenditori, insomma, avete preso un “colpo di sole” come pensa il “primo sindacato italiano”? “Io so proteggermi dal sole. Colpi di sole non ne prendo. Mi sembra che a prendere troppo sole è chi fa quelle dichiarazioni. Rimando al mittente questa fantasia e preciso che la comunicazione che ha fatto tanto discutere, ovvero l’obbligo di entrare in ufficio da vaccinati, rimane una comunicazione interna di Confindustria. Non è mai stata la posizione ufficiale del presidente Carlo Bonomi. Se avessimo voluto farlo lo avremmo fatto per bene, come va fatto, e non nascondendoci. Da noi si fa così”.   Lei si è vaccinato? “Ovviamente. Ho atteso il mio turno. Mi farebbe piacere ricordare a chi oggi straparla, i mesi in cui cercavamo vaccini, firmavamo protocolli per far vaccinare i dipendenti. Ricordare quando si implorava di riaprire e bisognava recuperare le dosi”. Lei è a favore dell’obbligo vaccinale? “Io sono per le decisioni che si prendono e si fanno rispettare. Faccio l’esempio del personale sanitario. Un obbligo deve valere. Se poi basta ricorrere al Tar per aggirarlo, io dico che non va”.   Un aggiornamento su quali sono i veri problemi che ha oggi l’industria. Questi: “Ho il problema di spedire i miei tecnici della manutenzione all’estero. Ho il problema di farli andare a lavorare perché ci sono paesi che si blindano più di noi. Sono più interessato a sapere come si interviene su questi argomenti, se si prevedono convenzioni fra consolati. Ecco, di questo dovremmo parlare”. Perché rimangono ancora duecento mila professori non vaccinati e perché questo scetticismo sul Green Pass? Lei che si risposta si è dato? “Che siamo un paese liberale a modo nostro. Ci piace fare quello che vogliamo nella maniera che vogliamo, ma non è così che va il mondo. Basterebbe prendere i dati per spiegare che su dieci che contraggono il virus ben 9 sono dei non vaccinati”.   Vuole ragionare sui sindacati? “Non ho difficoltà”. Siete diventati degli avidi vaccinisti solo perché volete tutti ai torni e alla catena di montaggio? “Ecco lo sport nazionale. Un industriale deve ogni giorno lottare contro questa stupidaggine”. Se voi difendete la salute dei vostri lavoratori, i sindacati chi difendono opponendosi al Green Pass? “Difendono se stessi”. Dicono che sono cominciati i licenziamenti e che dunque avevano ragione loro a chiedere la proroga del blocco. Avevate torto voi industriali? “Faccio un esempio illuminante. Si lamenta: le multinazionali stanno andando via. D’accordo. Non si dice che noi industriali, a Brescia, in Lombardia (è il caso Timken, 106 dipendenti lasciati senza lavoro) abbiamo dato disponibilità ad assorbire la manodopera”. E non è una buona notizia? “Evidentemente no per i sindacati. Propongono lo sciopero del venerdì che è un loro classico. Preferiscono spingere i dipendenti a chiedere la cassa integrazione, la buona uscita. Noi industriali abbiamo un altro approccio. Non piace a tutti ma è quello che permette di produrre benessere. Lo si dimentica perché si preferisce stare a carico dello stato”. Siete accusati anche di essere eccessivamente vicini a Mario Draghi. E’ diventata una colpa sostenere un governo di emergenza? “Preciso. Noi di Confindustria eravamo convinti, e lo rimaniamo, che serviva un governo forte, autorevole e competente. Il governo Draghi rappresenta tutto questo. Senza questo governo saremmo alla bancarotta”.  

  • Green pass, il decreto spiegato da Draghi e Speranza
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Luglio 22, 2021 at 3:33 pm

    Il Green pass sarà necessario per entrare nei bar e ristoranti al chiuso, teatri, cinema e palestre. Cambiano anche i parametri che determinano restrizioni e variazioni di colori per le regioni, con la situazione degli ospedali che avrà maggior peso nelle decisioni del ministero della Salute. È infine confermata l'estensione dello stato di emergenza fino al prossimo 31 dicembre.   Sono queste le principali novità introdotte con il nuovo decreto Covid approvato oggi dal Consiglio dei ministri e illustrato in conferenza stampa dal premier Mario Draghi e dal ministro Roberto Speranza.    Tutti i dettagli e le regole sull'uso del certificato verde li trovate qui  

  • Condannato in appello Ruggiero, il pm giustizialista di Trani in cravatta tricolore
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Luglio 22, 2021 at 3:06 pm

    La Corte di appello di Lecce ha confermato la condanna di due pm della procura di Trani: 6 mesi di reclusione per Michele Ruggiero e 4 mesi per Alessandro Pesce. I due magistrati erano accusati di tentata violenza privata, per aver minacciato durante un interrogatorio alcuni testimoni per spingerli ad ammettere di essere al corrente del pagamento di tangenti a un imputato nell’inchiesta “Sistema Trani”. In primo grado c’era stata una condanna che i giudici di appello hanno confermato, seppure dimezzando la pena. Se le vittime, titolari di un’impresa, avessero acconsentito per timore alla minaccia testimoniando una cosa falsa a pagarne  le conseguenze sarebbe stato un innocente. E’ un comportamento particolarmente grave per un pubblico ministero che ha il dovere di cercare le prove a carico e anche a discarico degli indagati, ma non di certo deve inventarle. Ma ciò che è ancora più grave, al di là del caso singolo, è ciò che continua a emergere dalla procura di Trani che si continua a dimostrare il simbolo della malagiustizia del paese, un concentrato di tutte le disfunzioni del paese.   A oggi sono stati condannati per corruzione tre magistrati che lavoravano a Trani: i pm Antonio Savasta e Luigi Scimè e il gip Michele Nardi. E’ indagato sempre per corruzione Carlo Maria Capristo, che per tanti anni ha guidato la procura. E ora è stata confermata la condanna di Pesce e Ruggiero, che per tanti anni è stato il pm superstar della procura, quello che in cravatta tricolore ha messo alla sbarra le agenzie di rating e le istituzioni finanziarie di mezzo mondo. Ruggiero era diventato il simbolo di una certa area politico-giudiziaria: vicino a Piercamillo Davigo, nominato dal M5s consulente tecnico della Commissione di inchiesta sulle banche, autore per la casa editrice del Fatto quotidiano del libro “Sotto attacco”. A essere sotto attacco non era lui, ma i cittadini e la giustizia. A Trani dopo tanti anni di inchieste allucinanti sono stati tutti assolti, tranne i magistrati.    

  • Oggi il Cdm sul Green pass. Tensioni tra regioni, ministero della Salute (e Lega)
    by Giovanni Rodriquez (Il Foglio RSS) on Luglio 22, 2021 at 11:48 am

    Il Consiglio dei ministri che dovrà varare il decreto per contrastare la montante nuova ondata di contagi da Covid è stato convocato per oggi pomeriggio alle 17. Dopo la giornata di ieri, anche la mattinata odierna è stata caratterizzata da un clima di grande incertezza. Solo negli ultimi minuti è stata ufficializzata la conferenza stampa del premier Draghi, insieme ai ministri Speranza e Cartabia. E non sono di certo mancate tensioni tra ministero della Salute, Regioni e Lega sulle decisioni riguardanti sia l’applicazione del green pass che i nuovi parametri sul tasso di occupazione di posti letto Covid per il passaggio dalla zona bianca a quella gialla. Nel pomeriggio di ieri la Conferenza delle regioni aveva provato a giocare al rialzo, proponendo un soglia limite di occupazione del 20% delle terapie intensive e del 30% dei posti letto di area medica. Ma per ministero della Salute ed Istituto superiore di sanità quelle soglie sono troppo alte e hanno tenuto il punto sul 5% di occupazione delle terapie intensive e 10% di letti ordinari. Una possibile mediazione si riuscirà ad avere sul 10% di occupazione dei posti letto di terapia intensiva e 20% di area medica per il passaggio dalla zona bianca a quella gialla. Altro nodo da sciogliere riguarda poi l’utilizzo del green pass non solo per grandi eventi e spostamenti, ma anche per altre attività ordinarie come bar, ristoranti, palestre e trasporto locale. Su queste ipotesi si è registrata fin da subito la forte contrarietà della Lega con un braccio di ferro che è proseguito fino a tutta la mattinata di oggi. E’ difficile al momento capire quale possa essere il punto di ricaduta che riesca a soddisfare tutte le parti. Probabilmente si opterà per un utilizzo immediato del green pass in zona bianca limitato a grandi eventi, viaggi di lunga percorrenza oltre che per le discoteche in modo da permetterne la riapertura. Quanto al resto, le ipotesi sul tavolo sono quelle di un utilizzo diffuso del certificato anche per l’ingresso nei ristoranti al chiuso, ma solo per le zone arancioni e rosse. Fuori dai giochi invece l’ipotesi di applicazione per il trasporto locale. Un'ulteriore ipotesi di mediazione potrebbe riguardare un utilizzo del green pass ‘diluito’ nel tempo. Ossia un obbligo blando per l’estate limitato solo a poche attività, per poi renderlo sempre più diffuso tra settembre ed ottobre, così come proposto nei giorni scorsi da Forza Italia. Infine, quanto al possibile obbligo per il personale scolastico, al momento non si è trovata la quadra all’interno della maggioranza e l’intero discorso è stato rimandato al prossimo mese, poche settimane prima della riapertura delle scuole. Ma i lavori sono già iniziati. Nella serata di ieri il commissario Figliuolo ha infatti inviato alle Regioni nuove disposizioni per la prosecuzione della campagna vaccinale chiedendo di avere entro il prossimo 20 agosto i nominativi del personale scolastico che non si è ancora sottoposto a vaccinazione.

  • Legittima difesa vs Far West. Sul caso di Voghera la polemica politica mette in ombra i fatti. Eccoli
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Luglio 22, 2021 at 10:57 am

    Oggi la procura di Pavia ha chiesto la conferma della misura cautelare dei domiciliari nei confronti dell'assessore alla Sicurezza di Voghera. Massimo Adriatici, della Lega, è stato arrestato ieri mattina con l'accusa di avere ucciso Youns el Boussetaoui, un cittadino marocchino di 39 anni. I fatti si sono svolti martedì 20 luglio attorno alle 22.30 davanti al bar "Ligure" in piazza Meardi, nel centro del comune pavese.         Quello che sappiamo per il momento I fatti Un video pubblicato dal Fatto Quotidiano e registrato dalle telecamere di sorveglianza installate nella zona di piazza Meardi hanno ripreso in parte quanto accaduto. Il cuore dell'azione però si svolge in un punto cieco, dove la videocamera non arriva perché coperta dall'edificio che ospita il bar. Adriatici ha spiegato agli inquirenti di esser intervenuto perché Boussettaoui stava infastidendo delle persone. Un evento confermato al Tg2 da un testimone, Giuseppe, che dice di avere visto i due litigare sulla via Emilia, il corso principale della città: “Lui saliva a piedi e Adriatici chiamava al telefono”.        Secondo il racconto di Adriatici, avrebbe chiamato le forze dell’ordine e si sarebbe spostato davanti al bar “Ligure” (nel video lo si vede con il cellulare in mano) dove il senzatetto lo avrebbe raggiunto e gli avrebbe lanciato una bottiglia. Adriatici avrebbe estratto l'arma carica, nel tentativo di far desistere Boussettaoui, ma sarebbe stato spinto a terra. Dopo la caduta, dice l'assessore, gli sarebbe partito un colpo in maniera accidentale. Nel video della telecamera di sorveglianza negli atti dell'inchiesta si vede Boussettaoui avvicinarsi ad Adriatici, mentre questi parla al telefono, e colpirlo con un pugno al volto. L'assessore cade a terra, si rialza e raccoglie alcuni oggetti che gli sono caduti. Non si vede però il momento dello sparo. Quello che è certo, invece, è che il ferito è stato trasportato in ambulanza al pronto soccorso dell’ospedale di Voghera in codice rosso ma le sue condizioni si sono aggravate rapidamente. Il proprietario del bar "Ligure", di nazionalità cinese, ha negato di aver visto o sentito qualcosa. Si attende l’analisi della balistica che determinerà la tenuta della versione del politico della Lega.          La vittima Riguardo a Youns el Boussetaoui, Robino Punturiero, proprietario di un caffè vicino alla zona dell'omicidio, ha detto all'Ansa: "Non voglio parlare di una vittima ma di un aggressore. Non giustifico ciò che è successo, ma questa persona non era una vittima, le vittime siamo stati noi nel tempo. Abbiamo chiamato più volte le forze dell'ordine per risolvere il problema, ma poco dopo essere arrestato, veniva rilasciato e tornava qui a disturbare la clientela. Come lui ce ne sono degli altri. Anche ieri sera ha cercato di entrare nel locale e ho dovuto respingerlo".      Marco Verghi, un residente del quartiere, sentito sempre da Ansa, dice che conosceva Youns "perché passava spesso qui davanti al bar e ogni giorno faceva dei dispetti: buttava via lo zucchero, andava contro le persone e lanciava i posaceneri. Non stava bene di testa, poi era sempre tutto sporco. L'altro giorno ci ho parlato in arabo e mi ha chiesto scusa mentre stava facendo dispetti al bar qui vicino. In fondo è una vittima del sistema".        Fonti vicine alla famiglia di Boussettaoui hanno detto all'Agi che l'uomo era stato sottoposto a un trattamento sanitario obbligatorio tre settimane fa. I problemi psichici di cui soffriva si erano acuiti in seguito al lockdown. Boussettaoui aveva contatti frequenti coi suoi familiari, tutti cittadini italiani, che vivevano in altre città. Il padre a Vercelli, la sorella, che ieri sera è arrivata a Voghera, in Francia, un altro fratello in Svizzera. La moglie e i due figli vivono in Marocco.           Debora Piazza, l'avvocato che con Marco Romagnoli difende i familiari di Boussetaoui, denuncia "una gravissima violazione del diritto di difesa: sul corpo di Youns è stata eseguita l'autopsia senza che i familiari ne venissero informati. È stato detto che non aveva famiglia, ma non è vero. Tutti i suoi parenti sono cittadini italiani". Quindi, continua, ''nomineremo un consulente di parte, anche per un esame balistico". Intanto "continuiamo la ricerca dei testimoni. Siamo a buon punto. Cerchiamo la verità e la troveremo", promette.        L'assessore Adriatici Un presente da assessore alla Sicurezza al comune di Voghera e avvocato penalista. Un passato da ufficiale di polizia con qualifica di sovrintendente, Massimo Adriatici, 47 anni, è stato anche professore a contratto di Diritto processuale penale nel corso di laurea magistrale in Giurisprudenza all'Università del Piemonte Orientale, nella sede di Alessandria. Dal 2011 è avvocato e titolare dello studio legale Adriatici. Ha regolare porto d’armi e anche la pistola che ha sparato è regolarmente dichiarata. Era conosciuto per la sua lotta contro la movida e per l'applicazione del Daspo urbano contro mendicanti e senzatetto. Si è autosospeso dall'incarico di assessore.    C'è anche chi, davanti alle telecamere, lo critica per l'atteggiamento ultra-securitario. “Lo chiamavamo sceriffo per l’atteggiamento, che non era quello di un assessore”, ha detto il coordinatore del partito “La buona destra” di Voghera, Giampiero Santamaria. "Il primo atto che ha fatto in comune è stato il Daspo a una persona che chiedeva l’elemosina".         Le polemiche politiche Per la Lega è subito "legittima difesa" "Enrico Letta ha già deciso che Adriatici è colpevole e che ovviamente è colpa mia", dice Matteo Salvini sul caso. Ma a guardare le sue dichiarazioni di questi due giorni, anche il segretario della Lega sembra avere già deciso la linea, prima che i magistrati facciano luce sulla vicenda. Per il Carroccio, infatti, l'uccisione di Boussetaoui è stato un caso di legittima difesa.  "Capita che un assessore alla Sicurezza, professore di diritto penale, ex funzionario di polizia, avvocato con regolare porto d'armi, ieri sera sia stato aggredito da un signore clandestino, con due decreti di espulsione, pluripregiudicato, accusato di atti osceni in luogo pubblico. L'assessore alla Sicurezza aggredito ha reagito e purtroppo l'aggressore è morto. Ma non ci sto che passi da macellaio o assassino una persona che ha difeso se stesso e i suoi concittadini", dice Salvini, che dipinge lo sparatore come un difensore dell'ordine e si gioca la carta della "mostrificazione" della vittima. "Era un plurigiudicato su cui pendevano due richieste di espulsione", uno che già "aveva creato notevoli problemi di ordine pubblico in città", diceva già ieri il leader leghista al gazebo dell'Udc allestito in piazza del Popolo a Roma per la raccolta firme sul referendum sulla Giustizia. Sarà così. E però se "Chi sbaglia paga" è lo slogan scelto dalla Lega per lanciare la campagna referendaria, in questo caso Salvini sembrerebbe avere già deciso che Adriatici non ha sbagliato affatto.     Per il Pd è subito Far West Dall'altra parte c'è un Pd che ha già trovato nelle armi da fuoco il vero colpevole. "Oggi a Voghera un uomo è morto, per colpa di una pistola", ha scritto su Twitter Enrico Letta, che non ha perso tempo e ha chiesto subito lo "stop alle armi private. In giro con le armi solo poliziotti e carabinieri". Parole che ricordano quelle dei democratici d'Oltreoceano, riutilizzate qui in modo non proprio azzeccato.         A sinistra c'è anche chi descrive la provincia pavese come il Selvaggio West: "Salvini fa danni anche spargendo idee pericolose sull'uso delle armi nelle strade. Ce lo ricordiamo bene da ministro dell'Interno che si fa fotografare mentre imbraccia un mitra ma le pose da 'giustiziere' oggi ce le risparmi", afferma la senatrice dem Tatjana Rojc.

  • Alla faccia della kasta. Giachetti contro Fico che non vuole il green pass alla Camera
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Luglio 22, 2021 at 10:30 am

    "Ho letto che il presidente della Camera Roberto Fico non si sente d'accordo con chi sostiene: 'qui a Montecitorio si entra solo con il green pass'. In base a quale criterio Fico ritiene che quello che chiediamo ai cittadini di fare fuori dall'Aula, non sia dovuto anche dentro l'Aula?", ha detto il deputato di Italia viva e del Partito Radicale Transnazionale Roberto Giachetti alla Camera. Il deputato ha poi aggiunto: "Fico rappresenta la Camera e quindi ci espone tutti: i titoli sono già: 'i politici sono contro il green pass'. Ebbene, io sono a favore del green pass fuori e dentro la Camera. E vorrei sapere perché il presidente si è esposto in una dichiarazione simile".    "Il presidente Fico fa parte di un partito che ha scaricato su quest'Aula, sulla 'kasta' i peggiori improperi e che ha condizionato i cittadini parlando solo della 'kasta'", ha aggiunto Giachetti. "Vorrei sapere se Fico può venire in aula a spiegarci se prima di esprimersi ha sentito l'orientamento dei gruppi e perché ritiene che ciò che chiediamo ai cittadini di fare fuori dal Parlamento, dentro non dovrebbe valere".

  • Il green pass promette il paradiso, ma anche il lockdown agostano affascina
    by Saverio Raimondo (Il Foglio RSS) on Luglio 22, 2021 at 4:05 am

    E’ semplice: qui c’è un bivio fra green pass obbligatorio e lockdown obbligato. Per poter scegliere fra i due con coscienza e raziocinio anche se ci si chiama Matteo Salvini o Giorgia Meloni (non esattamente due campioni né in fatto di coscienza né di razionalità) bisogna avere ben chiari entrambi gli scenari. Quello del green pass è presto detto: libero accesso a bar e ristoranti anche al chiuso, teatri, cinema, discoteche, treni e aerei illimitati, viaggi anche all’estero, isole tropicali, accesso all’area lounge, all’area vip, allo spazio benessere, donne bellissime (o uomini sexy ed emotivamente maturi a seconda dei gusti), baci (anche con la lingua e non solo sulla bocca), champagne, sesso selvaggio, tutti i carboidrati che vuoi ma senza ingrassare, idromassaggio, orgasmi multipli lunghi e prolungati, bel tempo, camera con vista, cena in terrazza, tette, addominali scolpiti, caminetto accesso, un bel culo, palchetto all’Opera, pizza, foto di piedi, il lavoro dei tuoi sogni, nessun problema a trovare la tua taglia, affetti stabili, realizzazione umana e professionale, noci di cocco, una famiglia solida e allegra, figli affettuosi e intelligenti, l’incontro con Dio, e alla fine dei tuoi giorni circondato dall’affetto dei tuoi cari un trapasso sereno dove potrai dire come il poeta “Confesso che ho vissuto”. Questo lo scenario con il green pass – non lo dico io ma il Cts: Comitato teoricamente scientifico. Il problema è che non è altrettanto chiara la prospettiva opposta, quella di un lockdown, per giunta in pieno agosto. Grazie alla mia immaginazione perversa, in piena sintonia con lo spirito burocratico dei tempi, credo di poter colmare questa lacuna e chiarire a tutti cosa ci si prospetterebbe. Prima di tutto, un lockdown estivo incrocerebbe l’emergenza caldo; e allora coprifuoco nelle ore più calde (dalle 12.00 alle 17.00) con obbligo di bere molta acqua (almeno due dosi al giorno, dove per una dose s’intende un litro d’acqua) e alpini e protezione civile schierati nel distribuire bottigliette di minerale – con conseguente psicosi collettiva per l’acqua gassata che in alcuni rari casi provocherà un’eruttazione simile a delle trombosi, e allora tutti vorranno la liscia. E i No vax si trasformerebbero in No Acq: si rifiuteranno di bere (se non le loro stesse urine), e chissà che nel giro di qualche settimana la disidratazione non ci liberi da tutti questi casi umani. Mascherina obbligatoria, ma non solo su bocca e naso, anche su fronte e ascelle: il sudore fa droplet, nei luoghi al chiuso fa anche aerosol, quindi bisogna arginare la traspirazione virale. Per la stessa ragione (e per il cattivo odore) il distanziamento minimo interpersonale salirà a tre metri. Obbligo anche di autocertificazione, ma non servirà mostrarla: serve per sventolarsi e farsi aria quando l’afa non dà tregua. Quarantena di dieci giorni con temperatura superiore ai 37.5 – temperatura esterna, s’intende. Bagno al mare, o in piscina o nelle fontane, solo uno alla volta; no tuffi, no pipì in acqua, e divieto di fare il bagno prima di tre ore dopo mangiato – e qui in molti protesteranno “Ma cosa c’entra col virus?!’”; nulla ovviamente, ma con la burocrazia è così, l’arbitrarietà è fuori controllo. E a questo punto, dato che questo sarà lo scenario, mi chiedo se a correre dietro al figlio di Salvini con una siringa in mano non sarà Matteo Salvini stesso, o uno dei suoi elettori.  

  • Poche ironie sul Bezos spaziale, please
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Luglio 22, 2021 at 4:02 am

    Sui social, entità astratta ma spesso capace di far danni, si sprecano ironie e prediche sul volo sub-spaziale di Jeff Bezos, fondatore e presidente di Amazon dopo averne ceduto a Andy Jassy la guida operativa. Critiche condivise da media paludati che ricordano come l’uomo più ricco del mondo voglia sviare l’attenzione dal fatto che paga poche tasse, il che dipende dai governi, e dalle condizioni definite quasi schiaviste dei dipendenti, opinione diffusa di qua dall’Atlantico.   Bezos, proprietario anche del Washington Post, non ha bisogno di difensori d’ufficio, ma il punto è un altro: cosa c’è di male se un multimiliardario spende i suoi averi anziché in nottate in Costa Azzurra o in mega-yacht per un volo da 11 minuti “per il sogno di osservare il nostro pianeta dallo spazio”, ringraziando “dipendenti e clienti di Amazon che questo sogno l’hanno reso possibile”?   Il Financial Times dà questa lettura: Bezos ha insieme coronato un sogno e può aprire l’era, dopo l’online, del turismo suborbitale. In questo caso sarebbe una visione tipica di alcuni miliardari illuminati della storia. Andrew Carnegie fondò l’industria siderurgica degli Usa, ferrovie e cotonifici, e a 65 anni vendette tutto a J.P. Morgan e costruì 2.509 biblioteche pubbliche, musei, sale da concerti: la moderna filantropia nacque con lui. Anche Jacques Cousteau era ricco, aveva fatto la spia per gli alleati, ma investì i proventi inventando l’oceanografia contemporanea, la fotografia e la cinematografia subacquea; scienziati e naturalisti venuti dopo di lui gli sono debitori. Howard Hughes fu più controverso per la vita privata che degenerò in follia, si divertì parecchio con le attrici più belle (e brave) degli anni 30 e 40, ma anziché contare i dollari del petrolio e degli studios sognava, fondando la Twa, aerei capaci di collegamenti transcontinentali: in anticipo di un decennio. Anche in Italia ci sono stati miliardari mossi da una “visione”, un nome per tutti Adriano Olivetti. Sono stati poco capiti ai loro tempi, e magari la storia si ripete.

  • L’auto trappola di Letta sullo Zan
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Luglio 22, 2021 at 4:00 am

    La scelta di Enrico Letta di non accettare il dialogo sulla legge che reprime l’omofobia porta quasi inevitabilmente al rinvio della legge Zan a settembre. Tutti sapevano che insistere nel braccio di ferro avrebbe portato a questo esito, Letta compreso. Per questo la tattica adottata appare incomprensibile: non è neppure una questione di principio, se è vero come si dice che il Pd intente presentare in Senato un ordine del giorno “interpretativo” in cui si ammorbidiscono proprio i punti della legge più contestati. Ma anche questa mossa non potrà superare le critiche: una legge che ha bisogno di un’interpretazione “autentica”, peraltro priva di valore giuridico, ancora prima di essere approvata è una legge con evidenti elementi di ambiguità. D’altra parte a settembre le cose non miglioreranno affatto, anzi il clima parlamentare diventerà ancora più complicato, come capita sempre durante il semestre bianco, quando si è certi che le camere non possono essere sciolte e quindi vengono alla luce le convinzioni personali anche in dissenso con le scelte dei gruppi. La tattica di Letta appare tanto evidentemente suicida che cominciano a sorgere dubbi sulle vere ragioni che lo hanno suggerito. In fondo il rinvio non scontenta i vescovi e può essere presentato all’area più intransigente del pensiero gender come una prova di coerenza adamantina. L’intesa con i 5 stelle manterrà un punto di solida convergenza almeno fino alle elezioni amministrative e poi si vedrà. Se fosse questo il calcolo machiavellico di Letta, avrebbe le gambe corte: alla fine tutti giudicheranno l’eventuale testo approvato. Se non sarà approvato nulla non basterà dare la colpa a Matteo Salvini, se uscirà un testo di compromesso sembrerà assurdo l’atteggiamento tenuto ora. Può capitare di finire nelle trappole ordite da altri, ma costruirsele da sé è davvero un po’ troppo.

  • L’insensato no di Fico al Green pass
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Luglio 22, 2021 at 4:00 am

    Niente Green pass per gli onorevoli. “Non mi sento vicino alle posizioni di chi dice qui si entra solo con il Green pass”, ha dichiarato il presidente della Camera Roberto Fico. “Non è possibile chiedere chi è vaccinato e chi no, è una questione che non c’è”. Ne è passato di tempo da quando Fico si presentò, solo il primo giorno, in autobus per dimostrare che restava un “cittadino” (la parola “onorevole” era proibita). Ora gira con scorta e autoblu e difende le prerogative che lui definiva “privilegi” dei parlamentari che lui definiva “kasta”.   Questa è la parte più interessante dell’evoluzione di Fico, ma i contenuti lasciano sempre a desiderare. L’affermazione mostra superficialità e anche una certa ignoranza sul funzionamento il Green pass: non c’è alcun obbligo di vaccinarsi, perché il pass si attiva anche per chi non è ancora vaccinato o non intende farlo ma ha effettua un tampone nelle 48 ore precedenti. Non c’è quindi per gli onorevoli deputati alcun obbligo di terapia sanitaria né una violazione della privacy.   E’ vero che il parlamentare ha un ruolo costituzionale fondamentale e ogni minima limitazione della sua libertà o funzione va adottata con estrema cautela. Ma sarebbe difficile sostenere che si può imporre il Green pass a tutti i cittadini, considerando che per le professioni mediche c’è persino l’obbligo vaccinale, ma al Parlamento no. Anche perché i parlamentari si troverebbero nella situazione di non essere tenuti a esibire il pass per entrare alla Camera, ma di essere obbligati a farlo per andare allo stadio o a teatro.    Già ora se un deputato entra in contatto con un contagiato non può accedere alla Camera prima dell’esito negativo del tampone: il Green pass prevede che questo meccanismo di riduzione del rischio di contagio venga applicato ex ant anziché ex post. Non c’è alcuna limitazione della libertà  o della funzione costituzionale né si tratta di usare la logica anticasta, semplicemente di applicare norme di mitigazione del rischio in un luogo affollato. Come accade per tutte le altre attività socio-economiche.

  • Da Genova vent'anni dopo, tre insegnamenti sul mondo di oggi
    by Giacomo Papi (Il Foglio RSS) on Luglio 22, 2021 at 4:00 am

    Un giorno di qualche anno fa ho telefonato a Mario Placanica, il carabiniere che in piazza Alimonda sparò e uccise Carlo Giuliani. Mentre il telefono suonava libero speravo che non rispondesse nessuno, perché nessuno avrebbe potuto dirmi qualcosa di più di quanto non potessi capire pensando. Placanica per fortuna non rispose e io non richiamai più. Sul G8 di Genova in questi giorni è stato scritto tutto, ma è in parte mancato, mi pare, lo sforzo di una prospettiva storica. A vent’anni di distanza mi appare come l’ultimo evento del Novecento e insieme come il primo del Duemila. Le proteste ereditavano la forma dei grandi cortei degli anni Settanta, senza poterne più essere contenuti. Tramutavano quella forma e quella forza in evento. Genova fu uno spettacolo ingrandito dai media fino a trasformarsi nella guerra annunciata. Forse all’origine della violenza – oltre alla smania cilena della destra appena insediata al governo e di quella parte della polizia in attesa del via libera – ci fu anche l’incapacità generale di comprendere e governare con strumenti classici, novecenteschi – cariche, fumogeni e manganelli – qualcosa che già accadeva in un tempo nuovo. E che accadeva appunto come un rituale fondativo di massa che, in quanto tale, esigeva un pubblico, il sangue e la morte. A Genova nel luglio 2001, due mesi prima dell’11 settembre, la storia cominciò cioè ad accadere sotto forma di evento. Il secondo aspetto che mi colpisce è che quella violenza, benché preparata e perfino corteggiata da mesi, esplose con un’accelerazione a cui non eravamo abituati, ma che presto avremmo dovuto imparare. Gli scontri di Genova non erano più inquadrati in una lotta di lunga durata, non era più una guerra di posizione fatta di avanzate e ritirate. Era un conflitto che esplodeva, come poi al World Trade Center, alla stazione di Atocha di Madrid, nella metropolitana di Londra, a Utoya in Norvegia, al Bataclan e nella redazione di Charlie Hebdo o sulla Promenade des Anglais di Nizza. Genova mostrò, per la prima volta, quanto è sottile la crosta della civiltà su cui tutti noi tranquillamente abitiamo e quanto poco ci voglia a mandarla in frantumi, ma mostrò anche che quella crosta assomiglia alla membrana di un rettile, perché si lacera e si riforma all’istante per permetterci di continuare a vivere facendo finta di niente. (Ed è lo stesso meccanismo di rimozione edonistica del trauma con cui reagiamo alla pandemia). Ma Genova mostrò anche che a rompere la civiltà e la democrazia, il nostro tranquillizzante ordine occidentale, non sono soltanto i black bloc e gli islamisti, sono anche le forze che quell’ordine dovrebbero difenderlo – i carabinieri di Stefano Cucchi, i poliziotti di Federico Aldrovandi, le guardie carcerarie di Santa Maria Capua Vetere – tutti quegli agenti dell’ordine che, se si sentono autorizzati dal potere e impunibili, sono pronti a picchiare a sangue e torturare, esattamente come nei regimi totalitari. Il terzo insegnamento è che i manifestanti nella loro ingenuità avevano ragione e la politica torto. Per questo Genova non è ancora passata. I temi di oggi sono gli stessi per cui si protestava e di cui i potenti di allora, nella loro ubriacatura neolib e neocon, negavano l’esistenza: il legame tra globalizzazione e aumento delle disuguaglianze, i limiti alla grande finanza e, oggi, ai giganti digitali, il rischio ecologico che oggi comprende clima ed epidemie, l’urgenza di governare tempi di vita, lavoro e sonno con leggi diverse da quelle modellate per i modelli di produzione del Novecento. I manifestanti avevano ragione perché erano gli unici a guardare il presente e a cercare di immaginare il futuro, a esercitare uno sguardo che nelle democrazie digitali la politica non può più permettersi perché per mantenere il consenso deve schiacciare gli occhi sull’oggi, come un miope a cui abbiano rubato gli occhiali.  Jules Michelet, il più grande storico francese dell’Ottocento, diceva che “ogni epoca sogna la seguente”. Genova fu l’ultima apparizione del Novecento, ma fu anche quel sogno. In quei giorni apparvero i nuovi media e annunciarono la loro egemonia nel racconto del presente. (La centralità di Genoa social forum e Indymedia non è casuale). Quei giorni stabilirono la grammatica con cui oggi si raccontano gli eventi storici. A quei tempi lavoravo per “Diario” di Enrico Deaglio. Il modo in cui raccontammo il G8 sul sito era già – ma per la prima volta – quello del live blogging. Ma soprattutto fummo inondati di foto e testimonianze in diretta. Proposi di farne un numero speciale che vendette centinaia di migliaia di copie e fu, credo, il primo giornale della storia a essere realizzato interamente dai lettori. Vent’anni dopo mi pare sia stato un presagio dei social network. Quelle foto annunciavano il video dell’omicidio di George Floyd a Minneapolis: annunciavano un tempo in cui il sangue versato non può più essere lavato, perché la moltiplicazione delle immagini lo appiccica sui muri in eterno, come alla Diaz. 

  • Un referendum sull’Orbanexit
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Luglio 22, 2021 at 4:00 am

    Viktor Orbán ieri ha annunciato un referendum contro i diritti Lgbt, dopo che la Commissione ha avviato una procedura di infrazione sulla sua legge che assimila l’omosessualità alla pedofilia. Ma il premier ungherese sbaglia quesito. Non è sul cambiamento di genere dei minori che andrebbero interrogati nelle urne i suoi cittadini. E’ sull’appartenenza all’Unione europea. Perché ormai è chiaro che lo scontro in corso tra Bruxelles e i governi di Budapest e Varsavia non riguarda solo i valori, ma il rispetto delle regole di convivenza dell’Ue. Il rapporto sullo stato di diritto pubblicato dalla Commissione martedì lo conferma: la deriva illiberale e antidemocratica di Ungheria e Polonia prosegue, con l’erosione di tutti i contropoteri, dall’indipendenza della giustizia alla libertà di media, università o società civili. Il problema per l’Ue non è  scegliere tra “epurare o fare compromessi”, come ha scritto ieri il Figaro. Quando Budapest e Varsavia, che sono i principali beneficiari dei fondi Ue, rifiutano di fare riforme per garantire che i soldi del Recovery fund non finiscano a clientele, si danneggiano i contribuenti degli altri paesi. Quando la Polonia rifiuta la primazia del diritto comunitario e delle sentenze della Corte europea di giustizia, l’Ue non può più funzionare nemmeno nella forma minima di grande mercato unico. La legge anti Lgbt è servita da sveglia. Il premier olandese, Mark Rutte, ha posto la questione dell’appartenenza dell’Ungheria di Orbán nell’Ue. La Commissione deve essere più coraggiosa e dire chiaramente che il regime del Fidesz a Budapest e quello del PiS a Varsavia sono incompatibili con la permanenza del club. Sono i cittadini ungheresi e polacchi a dover scegliere, meglio alle elezioni legislative che in un referendum. Il quesito è semplice: dentro l’Ue rispettando le regole oppure fuori dall’Ue senza più i suoi benefici?

  • Tutto questo potrebbe essere tuo
    by Gaia Montanaro (Il Foglio RSS) on Luglio 21, 2021 at 11:57 am

    Alex correva. Correva per sfogare l’odio contro il padre, settantatré anni di disonestà e manipolazione. Per sfogare l’odio contro sé stessa, radicato già dall’infanzia grazie a un’impressionate gamma di influenze: cose che suo padre aveva detto o fatto, cose che sua madre non aveva né detto né fatto. Si disprezzava, si perdonava. Disprezzava i suoi, non li perdonava. Correva”. L’odio è uno degli effetti collaterali, forse il più diffuso, che Victor sta lasciando dietro di sé. Steso in un letto d’ospedale, incosciente dopo aver avuto un infarto e in condizioni disperate, viene visitato a turno dai membri della sua famiglia. Dietro di sé ha lasciato solo rancore e dolore, è stato un padre e marito tossico e manipolatore, coinvolto in atti criminali, violento contro gli altri, soprattutto le donne.   E dietro di sé ha lasciato anche un segreto, custodito per una vita dalla moglie Barbra, madre gelida e anaffettiva, che ha sopportato in silenzio i soprusi – perché “non puoi decidere chi amare” – e che ha portato il peso di quel segreto. Alex, loro figlia, è ossessionata dal voler scoprire la verità, certa che quel segreto sia la chiave per chiarire lati di sé nel rapporto con il padre. Capire per perdonare. Capire se perdonare. “Non ti perdono di avermi reso più pessimista sulla possibilità di bene in questo mondo” sussurra Alex al padre. Victor è e rimane un padre, un marito, una figura ingombrante con cui fare i conti ma da cui non si può sfuggire. I pensieri, la vita di tutti gravita attorno – ancora una volta e come sempre – a quell’uomo steso in un letto eppure capace di condizionare prepotentemente l’esistenza di ogni membro della famiglia.   Tutti hanno un’idea chiara di Victor, del Victor marito, padre e nonno, ma sembrano perdere in lucidità quando devono osservare loro stessi. Tutto diventa più sfumato, grigio. Hanno permesso a quell’uomo di manipolarli, di condizionare nel profondo le loro vite, di definirne in qualche modo i loro ruoli, cristallizzandoli. E quindi, ora che Victor sta morendo, di loro cosa rimane? In questa storia che dura poco più di una giornata, la penna cristallina di Jami Attenberg conduce a osservare le fenditure, piccole e grandi, che si aprono nei rapporti famigliari. Mostra come le relazioni siano molto più complesse di quello che possono sembrare, di come irrazionalmente si possa detestare e allo stesso tempo rimanere avvinti a chi ci fa del male. Perché a volte è più comodo essere infelici che felici, restare piuttosto che andare. Perché non si può smettere di esseri figli.   Tutto questo potrebbe essere tuo Jami Attenberg Einaudi, 264 pp., 19,50 euro  

  • Il quaderno dei fari
    by Francesca Pellas (Il Foglio RSS) on Luglio 21, 2021 at 11:48 am

    Quando la luce del giorno cede alla notte il piedistallo del cielo, ai confini del mare si manifestano altre luci: quelle che guidano le navi e i marinai. I fari sono il grido che dice terra pur rimanendo un’entità eterea, perché della destinazione non costituiscono l’approdo, segnalano solo il suo approssimarsi. Conforto e promessa, aiuto nella tempesta. Talmente scolpiti nella nostra coscienza che Alessandria d’Egitto sarà la città del faro per sempre, anche se il suo è andato distrutto nel 1323; costruito nel III secolo a.C. da Tolomeo I sull’isola di Faro, fu una tra le più longeve sette meraviglie del mondo antico, e diede il nome a tutti i fari che vennero dopo.   Il suo fuoco continua a bruciare nella storia come un enorme fantasma, dice la scrittrice messicana trentaquattrenne Jazmina Barrera ne Il quaderno dei fari, appena pubblicato da La Nuova Frontiera nella traduzione di Federica Niola. Un libro che è una breve e intensissima immersione nelle storie di sei fari (tre nello stato di New York, uno in Oregon, uno in Francia e uno in Spagna), e soprattutto nella mente e nella letteratura. La sensazione che lascia addosso è quella di essere un quaderno di viaggio, sì, ma di un viaggio in due dimensioni: una attraverso le coste, alla scoperta dei guardiani del mare, e l’altra attraverso quel mare che noi abitanti del mondo abbiamo dentro.   Omero, Virginia Woolf, Walter Scott, Lawrence Durrell: sono tanti gli autori che nei secoli hanno scritto di questi luoghi che non sono luoghi, di queste solitudini di frontiera. McDunn, il guardiano del faro in un racconto di Ray Bradbury, sostiene che il suono della sirena da nebbia che i fari emettono quando neanche la luce può nulla contro il vuoto sia simile a “una grossa bestia sola che piange nella notte. Seduta qui, al bordo di dieci miliardi di anni, a chiamare le Profondità”.   Nel 1791 un incendio provocò la morte del guardiano del faro dell’isola di May, che era ancora alimentato a carbone ed era l’unico della Scozia. Si decise pertanto di costruirne altri quattro, e servivano ingegneri. Alla Board of Northern Lights si unì un certo Stevenson (futuro nonno di un celebre scrittore), e qui inizia la storia che portò alla costruzione di quasi tutti i più importanti fari scozzesi, poi raccontata dal nipote Robert Louis (proprio quello dell’Isola del tesoro e di Dr Jekyll e Mr Hyde) nel meraviglioso Records of a Family of Engineers. Il saggio di Jazmina Barrera meriterebbe di essere letto anche solo per aver ripescato dagli abissi questo prezioso libricino di Stevenson che in pochi conoscono, ma la verità è che merita per tutto, perché nutre la mente e il nostro mare interiore.   Il quaderno dei fari Jazmina Barrera La Nuova Frontiera, 128 pp., 15 euro  

  • La vedova riluttante
    by Giuseppe Fantasia (Il Foglio RSS) on Luglio 21, 2021 at 11:22 am

    Deve essersi divertito molto Gioacchino Rossini quando compose “L’equivoco stravagante”, un dramma giocoso in due atti su libretto di Gaetano Gasbarri, rappresentato per la prima volta nel 1811. Lo si percepisce leggendo quella storia con un andirivieni di personaggi piacevolmente disorientanti, tra cui il contadino arricchito Gamberotto e la figlia Ernestina che non si accorge che il giovane squattrinato Ermanno è innamorato di lei. Si sarà divertita, sicuramente, anche la scrittrice inglese Georgette Heyer (1902-1974), visto che quella tematica legata agli equivoci e ai loro effetti la ritroviamo in molti dei suoi libri, ad esempio in Arabelle, uno dei suoi primi, basato proprio su quel “gioco”.   Continua a usarla anche ne “La vedova riluttante”, che la casa editrice Astoria ha ripubblicato proprio di recente. E’ un Regency particolare, perché riesce nell’impresa di unire il classico stile della scrittrice a una trama propria della letteratura d’azione. La Heyer cominciò giovanissima a raccontare storie ispirate alla Primula rossa della baronessa Orczy per intrattenere il fratello malato e fu grazie a suo padre se iniziò a mettere questi racconti in forma scritta, tanto che nel 1921 – a soli diciannove anni – pubblicò il suo primo romanzo, La falena nera. Successivamente, scrisse un bestseller dopo l’altro fino a diventare un fenomeno unico nella letteratura inglese del Ventesimo secolo, più volte assimilata a Jane Austen o a Charles Dickens per la precisione maniacale nella ricostruzione di ambienti, atmosfere e gergo del XIX secolo inglese.   Al centro di questo libro c’è la giovane Elinor Rochdale, pronta a fronteggiare una vicenda tra lo spiacevole e l’incredibile: convinta di essere assunta come governante, dopo un lungo viaggio alla fine del quale dovrebbe essere condotta nella dimora della temibile signora Macclesfield, si ritrova invece in una casa signorile ma decadente, al cospetto di un elegante gentiluomo, lord Carlyon, che le chiede di sposare il cugino Eustace. Elinor capisce che è finita nella casa sbagliata e se all’inizio si rifiuta di farlo, poi cambierà idea. Suo marito muore subito dopo e lei si ritroverà vedova senza sapere cosa fare né con chi. Nel mezzo, una singolarissima vicenda di documenti segreti, agenti inglesi al servizio di Napoleone, spie e diversi assassini. Georgette Heyer è sempre stata una grande, ma qui riesce davvero a dare il meglio di sé.   La vedova riluttante Georgette Heyer Astoria, 232 pp., 17 euro  

  • Ararat
    by Alessandro Mantovani (Il Foglio RSS) on Luglio 21, 2021 at 11:14 am

    Secondo la mitologia biblica, durante il diluvio universale, l’arca di Noè si incagliò sulla cima del monte Ararat dalle parti dell’Armenia; da allora il monte è diventato simbolo di salvezza, intesa come ultimo appiglio disperato di fronte alla rovina. E’ proprio in questa dimensione estrema che la poetessa Louise Glück vuole calare il lettore intitolando appunto Ararat la terza delle raccolte tradotte in Italia dal Saggiatore in seguito alla vittoria del Nobel da parte dell’autrice. Dopo il titolo biblico, il libro mostra immediatamente la ricchezza delle sue suggestioni antiche combinando la tradizione ebraica a quella greca, attraverso la prima poesia, intitolata Parodos, ossia l’ingresso del coro sulla scena nella tragedia greca, momento che come nell’antichità così nel libro, avvia la vicenda. “Ero nata con una vocazione | testimoniare | i grandi misteri”, scrive Glück assumendo un ruolo insieme di attrice e spettatrice – come l’antico coro greco – all’interno della propria storia familiare, tema centrale di tutta la raccolta.   Testimoniate e trasfigurate dallo sguardo della poesia infatti le vicende private della famiglia dell’autrice diventano subitaneamente paradigmi per trattare i grandi temi della tradizione lirica occidentale. La morte, il tempo, le età della vita, si innestano sull’esposizione spudorata dei sentimenti più torbidi che albergano al di sotto della multiformità dei ruoli imposti dalla messinscena della vita. Figlia, sorella, madre, cugina, Glück espone e squaderna la galleria di personaggi interpretata nell’esistenza familiare, arrivando a rilevare come l’amore, pur restando quella macchina dantesca che muove tutte le cose, sia in realtà un sentimento contraddittorio fatto di dolore e complessità (“da bambina, pensavo | che il dolore volesse dire | che non ero amata. | Voleva dire che amavo”).   Non da meno è la realtà, il palco, su cui si muovono gli attori. Il mondo di Ararat infatti è un guazzabuglio ostile dove a un materialismo nichilista (“l’anima è come tutta la materia”) si accosta una teologia che dell’antichità raccoglie solo il sapore tragico, dal dio ebreo “che non esita a strappare | un figlio alla madre”, al motivo classico dell’invidia degli dei per cui “ogni felicità | attira la collera delle Parche”. Con una lingua insieme semplice e acuminata, Glück racconta lo smarrimento di un’esistenza moderna e catastrofica in cui i vincoli familiari risultano a un tempo dannazione e salvezza, nocivi eppure indispensabili.   Ararat Louise Glück il Saggiatore, 128 pp., 14 euro  

  • Tarantino è molto più di un regista. "C’era una volta a Hollywood", il libro, ne è la prova
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Luglio 21, 2021 at 4:14 am

    Una spiacevole conseguenza dell’irruzione sulla scena di Quentin Tarantino sono i seguaci e imitatori. A logica, c’era da aspettarsi registi e sceneggiatori bravi a scrivere, abili nella costruzione dei personaggi e acrobatici nei dialoghi. Ascoltare per credere – solo ascoltare, senza il valore aggiunto del cast e della regia – la chiacchierata sulle mance che apre “Le iene”, il dibattito sul valore erotico del massaggio ai piedi di “Pulp fiction”, o il monologo di Leonardo DiCaprio sulla frenologia, con un teschio per dimostrare la differenza tra bianchi e neri, in “Django Unchained”. Invece siamo circondati da dilettanti allo sbaraglio che con qualche stallo messicano e molte carneficine pensano di aver risolto.   Che Tarantino sia un bravo scrittore, prima ancora che un bravo regista, è cosa nota ma non ancora universalmente riconosciuta (uno dei primi a capirlo e a raccontarlo in giro fu lo scrittore angloindiano Amitav Ghosh). Molto potrebbe fare – per convincere chi ancora porta rancore all’ormai ex giovanotto, reo di aver rovinato irrimediabilmente il bel cinema pensoso e indigeribile – il romanzo “C’era una volta a Hollywood” (La nave di Teseo editore).    Stesso titolo del film, con una trama leggermente diversa, anche nel finale. Molte scene aggiunte, Tarantino che appare sullo sfondo. Una bella passata di figaggine sul punto più basso una volta raggiungibile in libreria: non il giallo, non la fantascienza, non il rosa, non le biografie dei calciatori (oggi dei virologi e altri personaggi televisivi). L’impresentabile “novelization”. Un romanzo ricavato da un film – contro l’ordine naturale delle cose – dopo che il film aveva sbancato i botteghini ed era popolare. Si pensava potesse fare da esca per vendere libri a chi non ne aveva mai letti.    Non vale per Tarantino, che richiede un lettore complice. Rispetto al film, il romanzo “C’era una volta a Hollywood” è un universo espanso. Si capisce che potrebbe espandersi ancora, ma bisogna pur mettere un freno alla quantità strabiliante di erudizione e di filologia sfoggiata in queste pagine. Per la delizia di chi ama il cinema, e gode quando se ne parla allegramente. Senza l’orribile fardello dell’interpretazione che prende ogni dettaglio e la fa diventare un’altra cosa. Contraddicendo quel che James Ballard amava del mestieracccio: quando sullo schermo vediamo un cespuglio, siamo sicuri che è un cespuglio, non un simbolo né una metafora.   Controfigura autista e amico di Rick Dalton, Cliff Booth vive in una roulotte con un pitbull femmina di nome Brandy (anche questa amicizia ha la sua storia, il romanzo volentieri va indietro nel tempo). Ha la passione per il cinema, soprattutto europeo e meglio ancora se con le donne spogliate. Gli piace “Il dolce corpo di Deborah” e non disdegna “Riso amaro”. Sopporta poco “il ciarlatano Antonioni”, Fellini che “fa fare alla moglie stronzatine alla Charlot”, “i due babbei di ‘Jules e Jim’”, “I 400 colpi” di Truffaut con il ragazzino che prega Balzac.    Film con i sottotitoli, che appassionano poco l’attore in declino Rick: “Non vado al cinema per leggere”. La cinefilia tarantiniana viene fuori nel dilemma dell’ateo Polanski con “Rosemary’s Baby”: girò il film con sublime abilità – è lo spettatore a vedere Satana là dove il regista è più che reticente (aiuta un trailer abilmente montato). Poncho, vestiti lunghi e piedi sporchi, le ragazze di Charles Manson si esercitano nel “kreepy crawl”: sgattaiolare nelle case lasciando segni della propria presenza, senza portare via nulla. L’escalation – nella cronaca – sarà orribile. Fidiamoci del titolo da favola scelto da Tarantino per il film e per questo romanzo.

  • Tarantino è molto più di un regista. "C’era una volta a Hollywood", il libro, ne è la prova
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Luglio 21, 2021 at 4:14 am

    Una spiacevole conseguenza dell’irruzione sulla scena di Quentin Tarantino sono i seguaci e imitatori. A logica, c’era da aspettarsi registi e sceneggiatori bravi a scrivere, abili nella costruzione dei personaggi e acrobatici nei dialoghi. Ascoltare per credere – solo ascoltare, senza il valore aggiunto del cast e della regia – la chiacchierata sulle mance che apre “Le iene”, il dibattito sul valore erotico del massaggio ai piedi di “Pulp fiction”, o il monologo di Leonardo DiCaprio sulla frenologia, con un teschio per dimostrare la differenza tra bianchi e neri, in “Django Unchained”. Invece siamo circondati da dilettanti allo sbaraglio che con qualche stallo messicano e molte carneficine pensano di aver risolto.   Che Tarantino sia un bravo scrittore, prima ancora che un bravo regista, è cosa nota ma non ancora universalmente riconosciuta (uno dei primi a capirlo e a raccontarlo in giro fu lo scrittore angloindiano Amitav Ghosh). Molto potrebbe fare – per convincere chi ancora porta rancore all’ormai ex giovanotto, reo di aver rovinato irrimediabilmente il bel cinema pensoso e indigeribile – il romanzo “C’era una volta a Hollywood” (La nave di Teseo editore).    Stesso titolo del film, con una trama leggermente diversa, anche nel finale. Molte scene aggiunte, Tarantino che appare sullo sfondo. Una bella passata di figaggine sul punto più basso una volta raggiungibile in libreria: non il giallo, non la fantascienza, non il rosa, non le biografie dei calciatori (oggi dei virologi e altri personaggi televisivi). L’impresentabile “novelization”. Un romanzo ricavato da un film – contro l’ordine naturale delle cose – dopo che il film aveva sbancato i botteghini ed era popolare. Si pensava potesse fare da esca per vendere libri a chi non ne aveva mai letti.    Non vale per Tarantino, che richiede un lettore complice. Rispetto al film, il romanzo “C’era una volta a Hollywood” è un universo espanso. Si capisce che potrebbe espandersi ancora, ma bisogna pur mettere un freno alla quantità strabiliante di erudizione e di filologia sfoggiata in queste pagine. Per la delizia di chi ama il cinema, e gode quando se ne parla allegramente. Senza l’orribile fardello dell’interpretazione che prende ogni dettaglio e la fa diventare un’altra cosa. Contraddicendo quel che James Ballard amava del mestieracccio: quando sullo schermo vediamo un cespuglio, siamo sicuri che è un cespuglio, non un simbolo né una metafora.   Controfigura autista e amico di Rick Dalton, Cliff Booth vive in una roulotte con un pitbull femmina di nome Brandy (anche questa amicizia ha la sua storia, il romanzo volentieri va indietro nel tempo). Ha la passione per il cinema, soprattutto europeo e meglio ancora se con le donne spogliate. Gli piace “Il dolce corpo di Deborah” e non disdegna “Riso amaro”. Sopporta poco “il ciarlatano Antonioni”, Fellini che “fa fare alla moglie stronzatine alla Charlot”, “i due babbei di ‘Jules e Jim’”, “I 400 colpi” di Truffaut con il ragazzino che prega Balzac.    Film con i sottotitoli, che appassionano poco l’attore in declino Rick: “Non vado al cinema per leggere”. La cinefilia tarantiniana viene fuori nel dilemma dell’ateo Polanski con “Rosemary’s Baby”: girò il film con sublime abilità – è lo spettatore a vedere Satana là dove il regista è più che reticente (aiuta un trailer abilmente montato). Poncho, vestiti lunghi e piedi sporchi, le ragazze di Charles Manson si esercitano nel “kreepy crawl”: sgattaiolare nelle case lasciando segni della propria presenza, senza portare via nulla. L’escalation – nella cronaca – sarà orribile. Fidiamoci del titolo da favola scelto da Tarantino per il film e per questo romanzo.

  • Addio Viale Mazzini. Intervista all'ex ad Rai
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Luglio 21, 2021 at 4:00 am

    Dice di essere sollevato, ma anche dispiaciuto, forse, perché a fare l’amministratore delegato della più grande azienda editoriale d’Italia ci si abitua. Ci si prende gusto. “Anche se è una fatica che non vi dico”. C’è qualcosa che ha imparato? Una consapevolezza ultima? “Che tre anni per fare l’amministratore delegato della Rai sono pochi. Non chiudi un ciclo. Non fai in tempo a capire dove sei, che è già finita”. E Fabrizio Salini, che da qualche giorno non è più il numero uno di Viale Mazzini, si duole “per non essere riuscito a portare a compimento il piano industriale. E’ rimasto a metà”, dice. Ora toccherà al suo successore, Carlo Fuortes. Vi siete parlati? “Brevemente”. Vi vedrete? “Sì, lo devo mettere al corrente di alcune faccende”. Cosa gli consiglia? “Di proseguire sulla strada del piano industriale che non ho completato. La Rai non deve più ragionare pensando ai contenuti per ciascuna delle sue reti, ma deve ragionare in termini più moderni. E diventare una media company”.   Arrivato nel 2018 in Rai dopo diverse esperienze nel privato, Salini lascia la grande bestia di stato dopo tre anni e tre governi. Le montagne russe. Dal bislacco “cambiamento” al governo M5s-Pd, fino a Mario Draghi: le ingerenze, l’alveare di Viale Mazzini e i partiti, soprattutto. Con i loro interessi di sottobottega televisiva. Di marchetta in onda media. “Però le assicuro che non si occupano del prodotto. E questo è un vantaggio. E’ un bene. Non gli interessa”. Lei fu scelto da Luigi Di Maio? “Fui scelto per curriculum e questa è una cosa che va a merito anche di Di Maio. Feci alcuni incontri con lui, con Giuseppe Conte e con Matteo Salvini”. Ai tempi del proconsolato. Poi rapporti, dicono, molto tesi con il Pd. Ma dica la verità: quanto le hanno rotto le scatole? “Quindici anni fa, per Fox, feci ‘Boris’, la commedia che prendeva in giro i tic della Rai. Mai avrei pensato che ci sarei andato a lavorare”. E cosa ha ritrovato di ‘Boris’ nella Rai? “Tanta romanità. Nel bene e nel male”. In Boris c’era la “cagna maledetta”, l’attrice scarsa ma raccomandata dal politico. “Diciamo che le fiction sono molto migliorate. Oggi attraggono anche attori come Alessandro Gassmann”. Dunque non solo “cani maledetti”.   Eppure ne sono successe di cose comiche in questi  anni. Roba che sarebbe piaciuta a Mattia Torre, uno degli autori di “Boris”. Ce lo racconta come andò veramente la storia del finto Giovanni Tria, quando al presidente della Rai Marcello Foa arrivò una mail di un tizio che diceva di essere il ministro dell’Economia e voleva un milione di euro? E qui Salini si ferma. Strizza gli occhi. “C’è un’indagine, preferisco non parlarne”. Però l’ex capo della Rai accompagna queste parole con una risata eloquente. Foa pare si fosse scapicollato perché voleva finanziare con quel milione di euro il progetto del finto Tria.   Commedia all’italiana, appunto. Come quell’altra storia: quando è stato scoperto che un dipendente s’era rubato dei dipinti di valore a Viale Mazzini e li aveva sostituiti con delle copie. Non l’avrebbe immaginato nemmeno Alberto Sordi. “Quando l’ho scoperto ho cominciato a guardare con sospetto anche i quadri del mio studio”. Poi, fattosi serio: “Il furto è avvenuto molti anni fa, prima che arrivassi io. Noi l’abbiamo soltanto scoperto facendo tutte le denunce. E per evitare che qualcosa del genere possa mai ripetersi ho creato una direzione ‘Beni Artistici’. Però, certo, capisco che siamo nella commedia”. A proposito: com’erano i rapporti con Foa? “Freddi. Con momenti di scontro anche aperto”. E com’è stato il suo ultimo giorno in azienda? E’ vero che gli uscieri non corrono più a spalancare le porte e che il codazzo dei questuanti si dilegua, alla Fantozzi? “Diciamo che gli ultimi giorni prima della scadenza dell’incarico ti danno la possibilità di valutare la qualità umana delle persone che hanno lavorato con te”. E’ come se l’azienda, il gran corpo dotato di vita propria, dicesse: è finita, il potere non è più lui.   [Ed è quasi un lampo quando nel ristorante in cui avviene questa conversazione compare un dirigente della Rai, Pier Francesco Forleo. Si avvicina a Salini. Si salutano sorridenti. “Ti mancherò?”. E Salini, ironico: “Non credo proprio”]   Cosa non le mancherà della sua esperienza in Rai? “I riflettori puntati addosso, sono uno schivo per natura. In tre anni ho fatto solo quattro interviste, mi pare. Questa è la quinta. Quando sei lì finisci ogni giorno sui giornali. C’è una polemica su tutto. Uno scandalo su ogni cosa minima. Ma ci si abitua”. C’è stato un momento che il Pd le stava molto addosso. Davvero pare volessero cacciarla, soprattutto Gualtieri, l’ex ministro dell’Economia, e Zingaretti. Le cronache erano piene di ricostruzioni al veleno. “Una volta che ti abitui alla politica, resisti”. Però le nomine si fanno così: sentendo i partiti. Persino i programmi di informazione. “Sì e no. Alla fine sei tu che decidi”. Alla Rai lei ha incarnato anche il surreale periodo sovranista. “Mi pare senza particolari esiti negativi. Dicevano che avremmo chiamato Maria Giovanna Maglie. L’avete vista voi in Rai la Maglie?”. No. “Per me le cose che contano sono state altre”. Cioè? “Il prodotto. Per me è stato molto più interessante, e politico, vedere vincere i Maneskin a Sanremo. O essere riuscito a valorizzare Raiplay, la piattaforma on-demand della Rai. Oggi la Rai si può permettere Lundini, che recupera un pubblico che si stava perdendo. I più giovani”. Di cosa è particolarmente fiero? “Di aver coinvolto Fiorello su Raiplay, di avere fatto le prime fiction in streaming, di aver portato Stefano Bollani in prime access, di aver rinnovato il pomeriggio di Raiuno con Serena Bortone e Alberto Matano. Non sono successi solo miei. Stefano Coletta, direttore di Raiuno, è bravissimo”.   Dica la verità: ha ricevuto molte raccomandazioni in questi anni? “Ci credete se vi dico che non me ne sono arrivate?”. No. “Però è così. Certo, c’è quello che in riunione ti butta un nome anziché un altro... Ma qualsiasi direttore di testata può confermare che io non ho mai suggerito nomi a nessuno”. Ettore Bernabei sosteneva il metodo della raccomandazione scientifica. Aveva una segretaria che se ne occupava. E diceva di avere assunto così quelli davvero bravi, come Renzo Arbore. “Penso che il lavoro dell’amministratore delegato sia cambiato molto nel tempo. Oggi si fanno moltissime cose, ci si occupa del quadro generale. Non c’è nemmeno l’occasione... Però magari così mi sono perso il nuovo Arbore”.   Tra i politici chi le ha telefonato per salutarla? “Solo Di Maio. E mi ha fatto piacere. Una telefonata di commiato, che ho trovato anche formalmente corretta”. Cosa pensa di Marinella Soldi, che sarà presidente, e di Fuortes che prende il suo posto? “Sono due ottimi nomi. Scelti per competenza”. Aldo Grasso definì la commissione di Vigilanza Rai “istituto tardo sovietico”. Non è una cosa da cancellare, la Vigilanza? “Se cambiasse la governance sì. Ma se la Rai ha come editore il Mef e i partiti non può che essere così. E’ giusto. E in taluni casi la Vigilanza per me è stata persino utile. E’ stato un luogo dove confrontarsi con chiarezza con gli intessi della politica. Ed è stata guidata bene in questi anni, credo”. E’ vero che adesso lei intende rilevare, assieme a sua moglie Agata, la società di produzione televisiva The circle? Sorriso a filo d’erba: “Ma lei ci lavorerebbe mai con sua moglie?”.  

  • Il gelato al gusto dell’ipocrisia: il vecchio solito boicottaggio contro Israele
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Luglio 21, 2021 at 4:00 am

    Il dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha accusato quattro membri dell’intelligence iraniana di avere pianificato il rapimento a New York di Masih Alinejad, celebre militante contro l’obbligo del velo e fondatrice del movimento dei “Mercoledì bianchi” (giorno in cui le donne iraniane si tolgono il velo in segno di protesta). Nelle stesse ore, “Prisoners Defenders” ha documentato 112 sparizioni forzate a Cuba, un bilancio della repressione del regime castrista dopo lo scoppio di decine di proteste senza precedenti in tutto il paese. Lo ha confermato ad ABC il presidente della ong, Javier Larrondo. Cubalex ne conta 150, tra arrestati e desaparecidos, in un database che continua ad aggiornare, secondo Radio Martí. Altre organizzazioni, come Cuba Decide, parlano  anche di cinque morti. Vengono arrestate anche semplici persone che gridano “libertà”.   Tra gli scomparsi di questi giorni ci sono diversi artisti, come Luis Manuel Otero Alcántara, fondatore del Movimento San Isidro; diversi attivisti, come José Daniel Ferrer e suo figlio, di cui non si sa nulla. Né si sa dove si trovi un altro leader dissidente, Guillermo Fariñas, psicologo, giornalista e Premio Sakharov. Nelle stesse ore è arrivata la notizia che l’azienda di gelati americana Ben & Jerry’s ha posto fine alla distribuzione e vendita delle sue prelibatezze nei negozi della Giudea e Samaria. “Ben & Jerry’s porrà fine alle vendite del suo gelato nei territori palestinesi occupati. Riteniamo che sia incoerente con i nostri valori che il gelato di Ben & Jerry’s venga venduto nei territori palestinesi occupati. Ascoltiamo e riconosciamo anche le preoccupazioni condivise dai nostri fan e partner di fiducia”. Il vecchio solito boicottaggio d’Israele. Il marchio appartiene alla multinazionale britannica Unilever, altra corporation che pare si sia adeguata alle altre, impegnate in corsi di recupero contro il “privilegio bianco”, ma molto silenziose sugli abusi in Cina, per esempio, o negli altri due regimi, Iran e Cuba. Lo Xinjiang è lontano.

  • Macron fa sul serio nel Mar cinese
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Luglio 21, 2021 at 4:00 am

    Le battaglie dei pescherecci francesi non finiscono con l’Inghilterra post Brexit, litigandosi capesante. Dopo le battaglie navali iniziate nell’agosto del 2018 nelle acque della Manica, quando 35 imbarcazioni provenienti dalla Normandia hanno circondato cinque navi britanniche che pescavano capesante, ora è il turno della Cina, nel Pacifico meridionale. Nonostante il presidente francese, Emmanuel Macron, nel discorso di lunedì non abbia mai citato la potenza cinese, il riferimento è più che chiaro. “Per affrontare meglio la logica predatoria di cui siamo vittime, voglio rafforzare la nostra cooperazione marittima nel Pacifico meridionale”, ha detto il presidente in videoconferenza con i leader di Australia, Isole Marshall, Papua Nuova Guinea, Nuova Zelanda e altre nazioni del Pacifico.   L’obiettivo è quello di creare una rete di controlli sulle acque regionali per contrastare il comportamento “predatorio” cinese, mirato alla pesca illegale e allo sfruttamento eccessivo delle risorse ittiche, il cosiddetto overfishing. I pescherecci cinesi, alla ricerca di nuove zone di pesca, si sarebbero avventurati in zone contese causando litigi diplomatici; la mossa della Francia, che possiede dei territori nell’Indo-Pacifico (tra cui Réunion e Polinesia francese) è stata quella di rafforzare i legami di difesa con Australia e India per contrastare l’espansione della “superpotenza della pesca”. Macron si è riferito appunto alle tante isole del Pacifico, le Zone economiche esclusive, che sebbene siano minuscole come massa terrestre controllano vaste aree oceaniche ricche di risorse. E chissà se il nome di Macron in cinese – Makelong, il cavallo sconfigge il dragone – non finisca per concretizzarsi davvero, nel Mar cinese.

  • La gogna è contro la Costituzione
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Luglio 21, 2021 at 4:00 am

    Con una recente sentenza (n. 150), la Corte costituzionale ha stabilito che le norme vigenti che obbligano il giudice a punire con il carcere il reato di diffamazione a mezzo della stampa o della radiotelevisione, aggravata dall’attribuzione di un fatto determinato, sono incostituzionali perché contrastano con la libertà di manifestazione del pensiero, riconosciuta tanto dalla Costituzione italiana quanto dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Per i giudici costituzionali, infatti, la minaccia dell’obbligatoria applicazione del carcere “può produrre l’effetto di dissuadere i giornalisti dall’esercizio della loro cruciale funzione di controllo dell’operato dei pubblici poteri”. C’è un passaggio, però, della sentenza che è stato completamente ignorato dagli organi di informazione, sempre pronti a denunciare il rischio di “bavaglio” ogni qualvolta qualcuno tenti di porre un freno alla pratica dello sputtanamento mediatico.   È il passaggio in cui la Consulta afferma che non è di per sé incompatibile con la Costituzione che il giudice applichi la pena del carcere a chi, ad esempio, si sia reso responsabile di “campagne di disinformazione condotte attraverso la stampa, internet o i social media, caratterizzate dalla diffusione di addebiti gravemente lesivi della reputazione della vittima, e compiute nella consapevolezza da parte dei loro autori della – oggettiva e dimostrabile – falsità degli addebiti stessi”.  Il passaggio è significativo non tanto per il riferimento alla non intrinseca illegittimità della detenzione in carcere, che si spera non colpisca nessun giornalista, quanto per il richiamo dei giudici costituzionali: “Chi ponga in essere simili condotte – eserciti o meno la professione giornalistica – certo non svolge la funzione di ‘cane da guardia’ della democrazia, che si attua paradigmaticamente tramite la ricerca e la pubblicazione di verità ‘scomode’; ma, all’opposto, crea un pericolo per la democrazia”. Insomma, una cosa è la libertà di stampa, un’altra è la macchina del fango. Per quest’ultima il bavaglio sarebbe auspicabile.

  • Fuori le dosi dai frigoriferi europei
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Luglio 21, 2021 at 4:00 am

    La Francia ieri ha annunciato che tutte le dosi di AstraZeneca che riceverà nelle prossime settimane saranno donate ai paesi a basso e medio reddito per contribuire alla vaccinazione globale. L’iniziativa è più che opportuna, nel momento in cui l’Unione europea sta accumulando un ritardo colpevole nel mantenere la promessa di donare almeno 100 milioni di dosi entro la fine dell’anno. L’obiettivo era stato annunciato al Global Health Summit di Roma e confermato al Consiglio europeo di maggio. Ma, secondo un documento interno della Commissione di cui Il Foglio è entrato in possesso, gli stati membri non sembrano considerare la donazione di vaccini come priorità, malgrado la variante Delta stia provocando catastrofi sanitarie in paesi vicinissimi come la Tunisia. La contabilità al 13 di luglio sul cosiddetto “meccanismo di condivisione dei vaccini” dell’Ue è sconfortante: 25 stati membri hanno annunciato che doneranno 160 milioni di dosi, ma finora sono state effettivamente consegnate meno di 4 milioni. La Francia, il paese che ha promesso di donare di più (60 milioni), è l’unico grande ad aver iniziato a consegnare i suoi vaccini. Fino alla scorsa settimana, la Commissione non aveva registrato alcuna consegna da Germania (che ha promesso 33 milioni di dosi), Spagna (22,5 milioni) e Italia (15 milioni). Le richieste non mancano. L’Ucraina ha chiesto alla Commissione 5 milioni di dosi e ne ha ricevute 600 mila, il Nepal 37 milioni e ha ricevuto zero. Il grande beneficiario dovrebbe essere Covax, che però ha ottenuto solo 800 mila dosi dalla Francia e 700 mila dalla Svezia. E’ vero che l’Ue è il principale finanziatore di Covax e che a differenza degli Stati Uniti ha continuato a esportare la sua produzione. Ma lasciare i vaccini scadere in frigorifero significa privarsi di uno strumento per riprendere il controllo sulla pandemia a livello globale e per affermare la propria influenza geopolitica.

  • Pornhub affida alla pornostar Asa Akira un’audioguida per scoprire l’arte. Ben fatto
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Luglio 20, 2021 at 4:00 pm

    "Pornografia è la verità” disse Palazzeschi e la verità è che molta arte è pornografica, perfino quella ufficialissima contenuta nei musei. Noi non ce ne accorgiamo giacché assuefatti dal diluvio di carni internettiane ma Zuckerberg & I Suoi Algoritmi se ne accorgono eccome, Facebook mi ha appena ribloccato per tre giorni perché “questo post non rispetta i nostri standard in materia di nudo” e quello censurato era un nudo molto melanconico e pandemico di Daniele Vezzani, uno dei migliori pittori italiani viventi. Ad affrontare un simile tema doveva essere un critico d’arte se non fosse che i critici d’arte sono troppo occupati a inserire antiartistiche parole d’ordine (“inclusione”, “diversità”, “partecipazione”) nei loro testi pappagalleschi. Per colmare la lacuna ci voleva un sito pornografico, Pornhub, con un’audioguida a cui dà voce la pornostar Asa Akira. “C’è un tesoro di arte erotica in tutto il mondo, che ritrae nudi e orge, arte pre-internet custodita nei musei”, spiega l’attrice nippoamericana. “Quando le persone si recheranno al Louvre o al Met potranno aprire Classic Nudes e io sarò la loro guida. E’ ora di godersi ogni singola pennellata di questi capolavori erotici assieme a me”. Penso anch’io che sia ora, diversamente dal direttore degli Uffizi che dicono intenzionato a diffidare il sito di MindGeek, gruppo canadese-lussemburghese (canadese in quanto a uffici, lussemburghese in quanto a tasse) proprietario inoltre di YouPorn, Xtube, RedTube per un fatturato complessivo di 460 milioni di dollari.    Se è una questione di diritti d’autore farebbe pure bene. Se invece è una questione di lesa maestà artistica lo invito a ripensarci: non è stato lui ad approvare Chiara Ferragni davanti alla Venere del Botticelli? E’ meno invadente la voce di una pornostar del corpo di una blogger che fra l’altro ormai fa politica e pure senza stile, insultando chi non la pensa come lei. Che poi dei capolavori degli Uffizi si potrebbe eventualmente fare a meno, ci sono musei un attimo meno famosi e però dotati di opere più eccitanti. Penso alla “Immacolata Concezione” di Carlo Portelli conservata sempre a Firenze ma alla Galleria dell’Accademia, qualcosa di incredibile sia per il genere (una pala d’altare!) sia per la data (1566!) che fa della Eva raffigurata in basso un caso eccezionale di pornostar controriformistica. Vent’anni dopo, provando a demolirla, il critico d’arte Raffaello Borghini gli fece senza volerlo il monumento: “Una gran feminaccia ignuda, che mostra tute le parti di dietro”. Più slanciata di Asa Akira, certamente ignuda tuttavia piccoletta, e con le notevoli “parti di dietro” che mi ricordano la ballerina Carlotta Chabert, ritratta da Francesco Hayez in guisa di Venere con due colombe, al Mart di Rovereto nell’esposizione permanente (cosa aspettate a partire per il Trentino?). All’epoca un indignato ebbe a definire tanto carnosa divinità “la più schifosa donna del volgo”, oggi è il capolavoro di Hayez (altro che il melenso “Bacio”, adatto per l’appunto ai Ferragnez). Mi piacerebbe essere chiamato da MindGeek come consulente per un’audioguida dedicata al porno biblico, il porno veterotestamentario che per secoli è stato il miglior modo di spogliar donne con licenza dei superiori. Per il soggetto “Susanna e i vecchioni” escluderei Artemisia Gentileschi, pittrice che ce l’aveva coi maschi e dunque problematica, antierotica (devo ricordarlo il motto napoletano secondo cui Eros non tollera preoccupazioni, devo proprio?). Molto meglio le bianche carni tremanti, prossime alla resa, della Susanna del Tintoretto (a Vienna), e la malizia della Susanna di Alessandro Allori (a Digione), ragazza a cui i due vecchioni (suppergiù cinquantenni, fra l’altro) non sembrano spiacere affatto. Passando a “Giuseppe e la moglie di Putifarre” prediligo la versione del Lanfranco conservata alla Galleria Borghese: come poté un giovanotto resistere alle profferte di un'adultera così soda e graziosa? Mentre per “Lot e le sue figlie”, soggetto estremo, terribile, ho un debole per la commossa interpretazione di Francesco Furini (sfortunatamente al Prado), pittore fiorentino del Seicento che venne accusato di spendere troppo in modelle. Guardate il culo della figlia di sinistra e ditemi se non bisognava perdonarlo. Su un quadro simile mi verrebbe da rispolverare la questione, annosissima, della differenza fra erotico e pornografico: siccome le ragazze di Furini oltre a quello fisico suscitano amore agapico. Ma non so se Asa Akira voglia fare della filosofia.