Aggregator – il Foglio

  • Corpus in a tongue
    by Francesca Pellas (Il Foglio RSS) on Ottobre 5, 2022 at 4:31 am

    La lingua è tutto fuorché una cosa stabile: bisogna tenerlo a mente, quando ci dicono che le lingue nazionali non vanno contaminate, che i termini stranieri per le cose di ogni giorno non andrebbero usati. E’ necessario capire che non si va da nessuna parte senza creazione e movimento. E lo strumento più importante che ci è stato dato per far accadere l’una e l’altra cosa sono le parole. Una lingua è fatta per essere usata, per giocarci, sperimentare, per vedere fin dove, volendo, si può aprire il reale se lo si esplora spostando i limiti del vocabolario. Prendere un idioma, mettere in un altro. Creare parole nuove, che prima non esistevano, ma che siccome noi siamo noi e non qualcun altro, diventano reali perché le chiamiamo in esistenza.   A rendere possibile la sperimentazione, da sempre, ci pensa la poesia: un genere ibrido e fatato che non segue le regole degli umani, ma quelle più ampie del cosmo e del suono. E poeta è, senz’altro, Vera Linder, veneziana, traduttrice e lavoratrice dell’editoria (si occupa di diritti esteri per Feltrinelli e ha tradotto, tra gli altri, John Freeman per La Nave di Teseo), che debutta con la sua prima raccolta: Corpus in a tongue, pubblicata dal piccolo editore indipendente Arcipelago Itaca. Anche questa è una scelta di campo: Linder avrebbe potuto andare da una grande casa editrice, invece ha deciso di fare la sua rivoluzione personale. È nell’editoria indipendente, infatti, che si costruisce la libertà di creare. E Corpus in a tongue questo fa. Sono poesie potenti, scritte mescolando l’italiano e l’inglese, o inventando quando serve parole in più. La poesia è lingua, e la lingua è corpo. Il corpo, poi, è il dono che abbiamo per vivere il reale.   “I used to love showers until they were different, entering and feeling all of you on me, entering and opening my palm like I could make the drops fly backwards into the shower head. I used to love showers until I started stretching my hands hoping to form your face out of the stream, hoping to strangle you into nonexistence”.   La citazione la lasciamo com’è, in inglese e non tradotta, perché questa è la sfida che si e ci pone Linder, che da anni, ogni estate, studia alla Jack Kerouac School of Disembodied Poetics della Naropa University di Boulder. Un’università buddista e leggendaria in Colorado, dove negli anni 70 Allen Ginsberg e Anne Waldman (che firma la prefazione di questo libro, e di Linder è amica e mentore) fondarono la scuola di poesia. Corpus in a tongue è una raccolta da leggere per bearsi del mistero della lingua e del corpo: vi farà sentire la fortuna di essere su questo pianeta come esseri dotati di parola, e quanta potenza c’è nella lingua, e quant’è bello, con la lingua, osare.    Corpus in a tongue Vera Linder  Arcipelago Itaca, 124 pp., 17 euro

  • Scosse di assestamento
    by Federica Bassignana (Il Foglio RSS) on Ottobre 5, 2022 at 4:25 am

    Nel mondo “esordiamo come corpo” e come tali abitiamo uno spazio, una casa, un paese, un’identità. Ma abitare è una questione complessa: è possibilità, è sollievo, è privilegio. Significa sapere di essere radicati in una dimensione, ma ancora di più significa sapere di appartenere, e questo non è mai facile: esistere non è condizione sufficiente per averne la certezza. Scosse di assestamento, memoir estremamente toccante, vitale, vero, disarmante di Nadia Owusu, ne è la conferma: l’autrice è nata in Tanzania da madre armeno-americana e padre ghanese, funzionario delle Nazioni Unite, e ha vissuto tra Italia, Etiopia, Inghilterra, Ghana, Uganda e Stati Uniti. Nel suo sangue scorre un senso di sé molteplice e frammentato: “Se non appartenevo a nessuno posto e a nessuno, allora cos’ero? Chi ero? Non riuscivo a ricordare un momento in cui non fossi consapevole di avere molteplici identità o un’identità divisa”.   Owusu mette tra le nostre mani la geologia della sua esistenza segnata da terremoti emotivi, scosse improvvise e crepe che continuano a espandersi anche quando la terra smette di tremare. Nella sua mente è come se ci fosse un sismometro che traduce, calibra e avverte del pericolo e dei tremori della sua vita: a due anni viene abbandonata dalla madre, che nel tempo è tornata di rado e solo per confermare la sua assenza, a tredici anni perde il padre, suo riferimento essenziale, amato come si ama la fede più sincera, sperimenta sin da bambina la misura della nostalgia di casa impacchettando regolarmente la sua realtà in scatoloni, porta sulle spalle il peso di dover ricominciare ogni volta da capo e sa cosa vuol dire rimodulare il proprio accento per non sentirsi estranea in nessun luogo. Il tempo della narrazione segue la cronologia emotiva dei ricordi e attraversa anche la più intima delle fragilità umane, quella che spesso è invisibile nel silenzio che la circonda, ma che qui viene raccontata con una delicatezza inattesa: la depressione. L’autrice si espone senza edulcorazioni, descrive le emozioni con chiarezza cristallina e nonostante tutte le onde sismiche che la attraversano dimostra di essere un terreno solido che resiste.      Nadia Owusu è una penna straordinaria che estende intuizioni profonde e universali, che sradicano e scuotono. Possiamo guardare dentro il suo abisso attraverso i suoi occhi e la sua voce e capiamo quanto sia vero che ogni storia ha le sue zone di faglia: quella di Owusu ne è piena, ma quanta luce che arriva.    Scosse di assestamento Nadia Owusu  NR edizioni, 310 pp., 20,00 euro

  • "Giorgia ricordati degli amici". Ambizioni e veleni dei fedelissimi di Meloni che sognano un ministero
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Ottobre 5, 2022 at 4:20 am

    Molti se li vedrà davanti questa mattina in Via della Scrofa. Tutti convocati  per l’esecutivo nazionale di Fratelli d’Italia. Giorgia Meloni parlerà di elezioni, dunque della... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

  • Un arrotino, presto! È l'unico che possa risolvere la falla del Nord Stream
    by Saverio Raimondo (Il Foglio RSS) on Ottobre 5, 2022 at 4:18 am

    Figuratevi come sto io in questi giorni, ansioso come sono, mentre è in corso nel Mar Baltico la più grande fuga di gas della storia. Sto parlando, ovviamente, di Nord Stream: il gasdotto fallato, probabilmente a causa di un sabotaggio russo, che perde metano ormai da una settimana con conseguenze disastrose, e al momento ancora fuori controllo. Mi sembra di sentire la puzza di gas già da qui. Io non ci dormo la notte, e mi chiedo chi possa farlo con una simile catastrofe in atto. C’è una nuvola di gas metano, formatasi sulla Scandinavia dopo l’incidente, che ha attraversato l’Europa e ora è sopra l’Italia. Continuano a dire che non c’è pericolo, che non ci sono rischi per la nostra salute; ma se io fossi in voi non mi accenderei una sigaretta quando c’è troppo vento. E speriamo la pioggia non prenda fuoco. L’idea di una fuga di gas internazionale è davvero il grande spauracchio di noi ansiosi; e trovarsi a viverlo sulla propria pelle è terrificante, non faccio altro che pensare a questo pianeta che potrebbe saltare per aria da sotto i piedi da un momento all’altro. Il danno ambientale, del resto, è già conclamato e di proporzioni enormi: la fuoriuscita di tutto quel metano contenuto nelle tubature di Nord Stream potrebbe causare fino a quattordici milioni di tonnellate di CO2, fra le principali cause del riscaldamento globale nonché della tosse. Ma soprattutto, ora il Mar Baltico è gasato, pieno di bolle: sembra di fare il bagno nella Ferrarelle, per giunta fredda. Al netto delle responsabilità e delle conseguenze, bisogna riparare quanto prima il gasdotto; e forse la soluzione ce l’abbiamo proprio noi italiani, in casa. Sto parlando dell’arrotino. Proprio lui: l’arrotino / l’ombrellaio. Quello che arrota coltelli, forbici, forbicine, forbici da seta, coltelli da prosciutto. Ce l’avete presente, no? L’ombrellaio, donne! Ebbene, nel suo celebre discorso all’altoparlante, l’arrotino dice – testuali parole: “Ripariamo cucine a gas. Abbiamo i pezzi di ricambio per le cucine a gas. Se avete perdite di gas, noi le aggiustiamo”. Parole inequivocabili, e che mai come oggi sono di grande attualità e pubblica utilità. Cosa aspettiamo dunque? Mandiamo subito un esercito di arrotini italiani in missione nel Mar Baltico a riparare Nord Stream! Mi pare già di sentirli: “Se il vostro gasdotto fa fumo, noi togliamo il fumo dal vostro gasdotto”. Sarebbe, intanto, una grande riscossa per il settore degli ambulanti italiani; e farebbe conoscere al mondo una delle nostre eccellenze più longeve. Ma soprattutto, se sapremo riparare un simile guasto grazie ai nostri arrotini e ombrellai, ciò potrebbe aiutare l’Italia ad avere una voce più forte e autorevole nelle estenuanti trattative europee sul tetto al prezzo del gas; della serie “riparo, pretendo”. Non vedo altre soluzioni, né credo ci sia altro tempo da perdere. Il tempo, semmai, ci sarà poi per ringraziarmi di aver avuto questa ennesima pensata.

  • Il santo
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Ottobre 5, 2022 at 4:12 am

    Il santo raccoglie quattro racconti che rivelano la grande capacità di V.S. Pritchett di trasformare fatti banali in storie, sapendo ritrarre con ironia – e spesso con crudeltà – le passioni e i so... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

  • Macron contro le misure solitarie della Germania sull’energia
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Ottobre 5, 2022 at 4:01 am

    "È indispensabile agire insieme in Europa dinanzi alla crisi energetica”, ha dichiarato lunedì il ministro dell’Economia francese, Bruno Le Maire, a margine della riunione dell’Eurogruppo. Il ... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

  • Spulciare il passato di Meloni e chiedersi: è una Tsipras di destra?
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Ottobre 5, 2022 at 4:00 am

    L’amore per Bannon, la passione per Visegrád, la diffidenza per le democrazie liberali, la lontananza da Bruxelles, la scorciatoia complottista, l’adesione al sovranismo economico, l’odio contro l’... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

  • Paura e delirio a casa Tory
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Ottobre 5, 2022 at 4:00 am

    Il governo britannico di Liz Truss è andato di nuovo in tilt ieri, e non può nemmeno più accusare i mercati punitivi, volatili, sospettosi: fa tutto da solo. Il cancelliere dello Scacchiere, Kwasi Kwarteng, ha detto che presenterà il 23 novembre il piano di copertura a medio termine del disavanzo creato dalle misure introdotte dal suo mini budget, come era già stato annunciato. Solo che alcune fonti del governo e del Partito conservatore avevano fatto sapere ai media che Kwarteng avrebbe anticipato la presentazione del piano per cercare di calmare i mercati, così l’aspettativa era: entro breve sapremo come si finanzia il governo e le discussioni sull’irresponsabilità fiscale della Truss si fermeranno.   Kwarteng invece non anticipa i tempi, quindi in un colpo solo ha smentito ciò che è trapelato da persone che si dicono informate dei fatti e ha dato la sensazione di non essere ancora pronto a definire nel dettaglio come farà a ridurre il disavanzo generato dal suo budget. Un caos. Che si aggiunge al passo indietro sul taglio delle tasse ai ricchi, annunciato – sempre con questa comunicazione pasticciata – lunedì e non ancora digerito del tutto né dai Tory né dai mercati (lo sconcerto degli elettori è già piuttosto evidente).   Poiché è in corso la conferenza del Partito conservatore a Birmingham, che doveva sancire l’incoronazione della Truss, allo spettacolo avvilente dei cambi in corsa di un piano economico che avrebbe dovuto garantire visione e solidità, si aggiunge lo scontro in diretta tra i vari esponenti dei Tory. Suella Braverman, ministro dell’Interno, ha detto che è in corso un golpe contro la Truss, che l’ha obbligata a cambiare idea sul taglio delle tasse. Due ministri hanno detto di non essere mai stati a favore del mini budget e in diretta su SkyNews la stessa Truss non è riuscita a dire con chiarezza se si fida ancora di Kwarteng. Ieri il Daily Mail, quotidiano trussiano, titolava grosso: “Get a grip!”, datti una regolata, ma il consiglio dell’amico è rimasto inascoltato.

  • La più recondita memoria degli uomini
    by Andrea Frateff-Gianni (Il Foglio RSS) on Ottobre 5, 2022 at 4:00 am

    Nell’accesa corsa alle ultime elezioni presidenziali francesi, in un momento in cui il candidato di estrema destra Éric Zemmour assicurava che se fosse stato eletto avrebbe bandito, tra gli altri, ... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

  • L’Opec non salverà Putin
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Ottobre 5, 2022 at 4:00 am

    Oggi i principali paesi produttori di petrolio si riuniranno a Vienna nel primo vertice in presenza dell’Opec allargato (Opec+) dopo due anni e mezzo. Il cartello ... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

  • La morsa di Francia e Germania si stringe sulla Meloni. Le ansie di Draghi e Mattarella su gas e debito
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Ottobre 5, 2022 at 3:47 am

    In fondo, più che una svolta è un ritorno alla prassi. Tutto come prima, come sempre: il che, a volere essere cinici, potrebbe preoccupare ben poco chi sta per lasciare Palazzo Chigi. E però quella... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

  • Il papello di Salvini a Meloni: vuole almeno dieci ministeri. Sarà una trattativa lunga
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Ottobre 4, 2022 at 6:58 pm

    Ha un partito sfederato e chiama le riunioni di partito il “Federale”. Matteo Salvini ha dimezzato voti e promesse. Aveva convocato i dirigenti per indicare i   possibili... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

  • Meloni non vede Salvini e sulla lista leghista scuote la testa: c’è subito un problema di metodo
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Ottobre 4, 2022 at 6:51 pm

    Incontra Roberto Cingolani. Mantiene un filo diretto con Mario Draghi. Riceve alti graduati dell’esercito, parla di strategie energetiche. Si sente al telefono, per la seconda volta, con il preside... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

  • Colloquio Meloni-Zelensky: "Pieno sostegno all'Ucraina"
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Ottobre 4, 2022 at 4:59 pm

    La leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni e il presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky hanno avuto un colloquio telefonico questo pomeriggio. È quanto riferisce una nota di Fdi, secondo cui nel corso della conversazione Zelensky si è congratulato con Meloni per la vittoria di Fratelli d’Italia alle elezioni politiche e si è detto certo di poter contare su una proficua collaborazione con il prossimo governo italiano. Il presidente ucraino ha ringraziato, inoltre, per il sostegno dell’Italia anche in merito al nuovo decreto sull’invio delle armi appena esaminato dal Copasir e ha formulato l’auspicio che Meloni possa recarsi quanto prima a Kyiv.    Meloni, da parte sua, ha ringraziato Zelensky per le congratulazioni, ha ricordato la vicinanza che Fratelli d’Italia e i Conservatori europei hanno dimostrato nei confronti del paese invaso fin dal primo giorno della guerra, ha confermato il suo pieno sostegno alla causa della libertà del popolo ucraino, ha ribadito che la dichiarazione di annessione di quattro regioni ucraine da parte della Federazione Russa non ha alcun valore giuridico e politico e ha sottolineato il suo impegno per ogni sforzo diplomatico utile alla cessazione del conflitto.   Intanto, la controffensiva sul campo prosegue con buoni risultati. secondo quanto riporta Kyiv independent citando video pubblicati dai soldati ucraini, le truppe hanno riconquistato cinque villaggi nel nord dell'oblast di Kherson: Davydiv Brod, Starosillia, Arkhanhelske, Velyka Oleksandrivka e Myroliubivka. La 35a brigata marina ucraina ha confermato la liberazione di Davydiv Brod. Le forze ucraine hanno anche liberato i villaggi di Borivska Andriivka e Bohuslavka nell'oblast di Kharkiv, secondo quanto afferma il consiglio del villaggio di Borova della regione.   L'avanzata inizia a rompere anche il fronte della propaganda. Ieri il portavoce del ministero della Difesa russo Igor Konashenkov, citato dalla Tass, ha ammesso che l’esercito ucraino “con le sue soverchianti unità blindate” è riuscito a “penetrare le linee della nostra difesa” nell’area dei villaggi di Zolota Balka e Oleksandrivka nella regione meridionale di Kherson, appena annessa da Mosca. 

  • I 60 anni di James Bond, che non invecchia mai
    by Maurizio Stefanini (Il Foglio RSS) on Ottobre 4, 2022 at 3:45 pm

    “Il mio nome è Bond, James Bond, e faccio sessant’anni”. Così l’Agente 007 potrebbe ricordare la ricorrenza del 5 ottobre 2022. Appunto, a 60 anni di distanza dall’uscita al cinema di “Licenza d’uccidere”, che poi nell’originale inglese si intitolava semplicemente “Mr. No”.     Soggetto di Ian Fleming adattato da Richard Maibaum, Johanna Harwood e Berkeley Mather; produzione di Harry Saltzman e Albert R. Broccoli; regia di Terence Young. James Bond lo fa lo scozzese Sean Connery, che lo impersonerà di nuovo in altre cinque pellicole, e a quel ruolo dovrà la sua carriera, anche se poi ne proverà a fare di tutte pur di dimostrare che era capace di fare anche altro. Una svizzera che era passata inosservata in “Un americano a Roma” di Albero Sordi e che si chiama Ursula Andress fa la cercatrice di conchiglie Honey Ryder. Spunta dal mare a mo’ di Venere canticchiando una canzone giamaicana indossando un leggendario bikini bianco da lei stessa disegnato, un pugnale al fianco e due grandi conchiglie in mano, mentre il sole risplende sui capelli biondi. In realtà è la terza donna che appare nel film, ma sarà lei a fare il modello di quelle che saranno definite Bond Girls. Joseph Wiseman è invece Julius No, anche lui archetipo di una serie di cattivi. Inviato infatti in Giamaica per fare luce sulla misteriosa morte di un collega, Bond si imbatte nel capo della potente organizzazione criminale denominata “Spectre”. Scienziato pazzo mezzo tedesco e mezzo cinese, con protesi di acciaio al posto delle mani, Non vuole infatti sabotare le missioni spaziali degli Usa, che hanno in passato rifiutato i suoi servizi. Dopo quello verranno altri 24 film: cinque in cui Bond è Connery; uno con George Lazenby; sette con Roger Moore; due con Timothy Dalton; quattro con Pierce Brosnan; cinque con Daniel Craig. Questi ultimi nel 2006, 2008, 2012, 2015 e 2022. Ma se il James Bond cinematografico ha 60 anni, quello letterario da cui è tratto come idea ne ha addirittura 70: nel 1952 Ian Fleming, fresco sposo della contessa Anne Geraldine Rothermere Charteris, per “sconfiggere la noia della vita coniugale” si mette al lavoro del primo romanzo di una serie destinata a rivoluzionare il mondo del cinema e della letteratura. Attenzione, che durante la Seconda Guerra Mondiale Fleming era stato assistente personale dell'ammiraglio John Edumund Godfrey, direttore della Naval intelligence della Royal Navy. Aveva dunque avuto un ruolo importante in una quantità di operazioni segrete, ma non era mai stato in prima linea. Bond dunque attinge largamentre ai suoi ricordi ed esperienze personali, ma si spinge fino alla prima linea, fino ad avere la “licenza di uccidere”. Un evidente transfert psicologico, che lo porta a scrivere 13 romanzi in 13 anni fino alla morte, avvenuta nel 1964 a soli 56 anni. Più che al superlavoro, sembra che il decesso sia stato causato da eccessi di alcool e fumo, cui invece Bond poteva indulgere senza problemi. Fleming fu insomma “L’unica vera vittima di James Bond”, come dice il titolo di una vecchia traduzione per la Reader’s Digest italiana della sua biografia autorizzata di John Pearsons. Comunque, il James Bond editoriale ha 69 anni. In effetti il primo romanzo era “Casino Royale” del 1953, mentre il libro da cui è tratto il primo film è il sesto, del 1958. Ed è un’epoca in cui già Bond ha smesso di avere come avversari principali i Servizi sovietici, per dedicarsi invece soprattutto alla Spectre e ad altri battitori liberi. È il “trucco”, se vogliamo, che gli ha permesso di sopravvivere alla fine della Guerra Fredda, e al nuovo mondo “liquido” che ne è seguito. Ovviamente, anche con altri scrittori e soggettisti. Sul primo fronte, dopo la morte di Fleming sono seguiti ben 53 libri, di 15 autori diversi. Dopo la fine dell’Urss sono venuti 9 film, anche se uno appunto porta per la terza volta sullo schermo il romanzo iniziale Casino Royale. Da tutto questo materiale apprendiamo che James Bond sarebbe nato nel 1924, e che dunque al massimo dovrebbe essere andato in pensione proprio assieme all’Urss. Ma, appunto, ha invece continuato ad agire. Licenza poetica simile a quella che vede non invecchiare mai una gran quantità di altri personaggi: da Trx Willer a Tarzan passando per Topolino, Paperino o Paperone. Ma guardiamo la cronaca. Vladimir Putin che dopo aver iniziato una guerra minaccia di far scoppiare una bomba atomica al confine per non fare la figuraccia di perderla, Kim Jomg-un che lancia missili sopra il Giappone: non sono cattivi da Spectre? Il Nord Stream sabotato non si sa bene da chi: non è un plot da James Bond? Scoprire chi sta uccidendo gli oligarchi russi: non è una indagine da James Bond? Insomma, il personaggio di Fleming sopravvive perché ogni epoca ha bisogno del suo 007. Soprattutto la nostra.

  • Mattarella richiama "pace, libertà e giustizia" per aprire un dialogo con la Russia
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Ottobre 4, 2022 at 3:31 pm

    Parlando dalla Basilica di San Francesco ad Assisi, Sergio Mattarell... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

  • Mattarella richiama "pace, libertà e giustizia" per aprire un dialogo con la Russia
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Ottobre 4, 2022 at 3:31 pm

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  • Il M5s festeggia il compleanno. Ma dopo 13 anni è rimasto solo Casalino
    by Gianluca De Rosa (Il Foglio RSS) on Ottobre 4, 2022 at 2:30 pm

    Tredici anni fa, quando tutto ebbe inizio, in prima fila al teatro Smeraldo di Milano per ascoltare Beppe Grillo, insieme alla moglie Claudia Mori c’era anche lui, Adriano Celentano, “uno scemo di talento”, come lo definiva Giorgio Bocca, un’etichetta che per estensione, almeno per i più critici, si potrebbe utilizzare anche per il Movimento che stava nascendo, il M5s. Da allora in 13 anni è successo di tutto e i grillini, come furono chiamati dopo poco militanti ed eletti del M5s dalla stampa, si sono trasformati. Dei militanti delle origini non è rimasto quasi nessuno. Giovanni Favia, primo eletto di peso del M5s al consiglio regionale dell’Emilia-Romagna nel 2012, è stato espulso nel 2012, Federico Pizzarotti, primo sindaco di una città importante, Parma, è stato espluso due anni dopo la vittoria. E ancora, Virginia Raggi, che nel 2016 divenne sindaca di Roma, antipasto del successo delle politiche del 2018, è consigliera comunale a Roma, ormai ai margini della vita del Movimento, non potrà più ricandidarsi. Davide Casaleggio, figlio del cofondatore, ha abbandonato da tempo. Alessandro Di Battista, il più amato dal popolo pentastellato, ha lasciato il Movimento dopo l’adesione al governo Draghi. Luigi Di Maio, il primo capo politico, dopo la scissione con Impegno per il futuro non è stato rieletto in Parlamento e oggi si prepara a una nuova vita fuori dalla politica. Beppe Grillo? L’autoproclamato Elevato ormai interviene con ritmo sincopato. Non lo ascolta quasi più nessuno. L’unico rimasto è Rocco Casalino, l’highlander del M5s, lo spin doctor dell’ex presidente del Consiglio e ormai leader indiscusso del M5s di Giuseppe Conte. L’idea originaria di Gianroberto Casaleggio di un movimento che mettesse al centro democrazia diretta e cittadini piuttosto che l’autoconservazione del ceto politico è rimasta viva nella regola dei due mandati che in un colpo solo ha spazzato via i protagonisti di oltre 10 anni di politica a 5 stelle: da Paola Taverna ad Alfonso Bonafede, da Roberto Fico a Danilo Toninelli. In compenso non è stata in grado di conservare il partito senza una leadership. Non è un caso che secondo un recente sondaggio di Swg il 49 per cento di coloro che hanno scelto lo scorso 25 settembre il M5s lo hanno fatto convinti dalla guida dell’avvocato di Volturara Appula. Come dice Di Maio, insomma, il M5s si è ormai trasformato nel “partito di Conte”, ma chissà che più che una morte, anche questa, non sia l’ennesima trasformazione. Proviamo a ripercorrere questi 13 anni in alcuni scatti. 2009   E' il 4 ottobre. Al teatro Smeraldo di Milano nasce il Movimento 5 stelle.  Il dispiaccio dell’Ansa che fece la cronaca di quella giornata racconta che tanti degli oltre duemila presenti portavono sotto braccio una copia di un giornale, il Fatto quotidiano. Antipolitica, rigore etico, lotta alla mafia, ecologia, no agli inceneritori. Nell’one-man show del comico che si faceva politico c’era già tutto. Nessuno conosceva il signore che accompagnava Grillo, ma da lì a poco tempo mezza Italia avrebbe scoperto la creatura politica di Gianroberto Casaleggio. In sala, ad ascoltare, c’era anche un pezzo di quella che sarebbe diventata la sgangherata classe dirigente del paese.   2010 Il Movimento 5 Stelle partecipa per la prima volta alle elezioni con candidati in cinque regioni e dieci comuni. In Emilia-Romagna raggiunge il 7 per cento ed elegge due consiglieri regionali (il candidato Giovanni Favia e Andrea De Franchesci), altrettanti in Piemonte (Davide Bono e Fabrizio Biolè) facendo il 4 per cento. Prima delle elezioni Beppe Grillo aveva riempito piazza Maggiore a Bologna promettendo: “Avrete delle sorprese”. Entusiasta la folla lo fa “navigare” sopra di sè con un canotto. Nel 2011, in Molise, il successo non si replicherà.   2012   E' l'anno dei primi veri successi. Il M5s vince in quattro comuni. In particolare a Parma, il 21 di maggio il candidato grillino Federico Pizzarotti vince il ballottaggio con oltre il 60 per cento dei consensi. Due anni più tardi sarà sospeso e poi espulso dal Movimento per aver cambiato idea sulla realizzazione di un inceneritore in città. L'altro successo si chiama Sicilia. Il M5s candida Giancarlo Cancelleri. La lista prese quasi il 15 per cento (Cancelleri oltre il 18) e porta dentro l'Ars 15 deputati. Per lanciare la volata al suo candidato Grillo attraverserà a nuoto lo stretto di Messina annunciando all'arrivo: "E' il terzo sbarco in Sicilia: prima sono arrivati Garibaldi e i Savoia, poi gli Stati Uniti che hanno portato la mafia, e ora io con il Movimento 5 stelle".   2013   E' l'anno della svolta. Stravolgendo i sondaggi, alla sua prima volta alle elezioni politiche, il M5s, sull'onda dello Tsunami tour di Beppe Grillo, ottiene il 25 per cento alla Camera e il 23 al Senato determinando anche la "non vittoria" del Pd di Pierluigi Bersani. Il segretario dem nelle trattative in diretta streaming con i capigruppo grillini Roberta Lombardi e Vito Crimi non riesce ad ottenere il sostegno per un governo di minoranza. Quel 'No' porterà al governo di larghe intese (Pd, Scelta civica, Pdl) guidato da Enrico Letta. Nascono i peones grillini, il divieto di andare in televisione (presto superato) e i contributi obbligatori dei parlamentari che tanti problemi (e diverse espulsioni) genereranno negli anni.    2014 Il M5s sbanca il fortino rosso. Alle amministrative di maggio a Livorno vince il militante grillino Filippo Nogarin. Nella stessa tornata elettorale si vota anche per le elezione europee. Il Movimento raccoglie il 21,2 per cento dei consensi e sbarca a Strasburgo con 17 eurodeputati. Complicatissimo sarà capire a quale gruppo europeo aderire. Dopo diverse trattative avviate, i grillini formeranno il gruppo Europa della Libertà e della Democrazia Diretta, insieme all'Ukip di Nigel Farage, uno dei leader della futura Brexit, David Borelli ne diventerà co-presidente proprio insieme a Farage. 2016 L'anno si apre in maniera traumatica per il M5s. Il 12 aprile muore il fondatore Gianroberto Casaleggio. Pochi mesi più tardi però per i grillini arriva una vittoria clamorosa. A Roma e Torino il M5s vince i ballottaggi con Virginia Raggi e Chiara Appendino. E' solo un antipasto di quello che succederà due anni più tardi alle elezioni politiche.   2017 E' l'anno in cui le primarie del M5s incoronano Luigi Di Maio capo politico del M5s e candidato premier dei pentastellati. Proprio lui, e il gemello diverso, il descamisado Alessandro Di Battista, condivideranno con Grillo le principali tappe della campagna elettorale per le politiche del 2018.   2018   Alle elezioni politiche del 4 marzo, il M5s è il primo partito alle elezioni superando il 32 per cento dei consensi sia alla Camera, sia al Senato, eleggendo 227 deputati e 111 senatori. Non abbastanza per governare da soli. Dopo lunghissime consultazioni, l'invocazione all'impeachment per il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, M5s e Lega sottoscrivono un accordo di governo: a fine maggio, nasce il governo gialloverde. A guidarlo è l'avvocato Giuseppe Conte, uno degli "esterni" voluti da Di Maio pochi mesi prima come potenziale ministro alla Pubblica amministrazione nell'ipotetica squadra di governo a 5 stelle. Luigi Di Maio, come Matteo Salvini, ne diventa vicepremier. Nella compagine di governo i grillini contano dieci ministri. A settembre nella manovra di bilancio vengono inseriti i fondi per finanziare reddito e pensione di cittadinanza, storica battaglia del Movimento. Sul balcone di palazzo Chigi Luigi Di Maio e gli altri ministri grillini esultano a favore di fotocamere: "Abbiamo abolito la povertà!".   2019 In pieno agosto il Papeete di Salvini interrompe bruscamente l'esperienza del governo gialloverde. Grazie alla disponibilità del Pd però non si va alle urne: nasce il governo Conte II. L'effetto è la prima consiste fuoriuscita di parlamentari del M5s dal gruppo. Conte in compenso riesce finalmente a dismettere i panni del vicepresidente dei suoi vice. Poi con la pandemia, scoppiata da marzo 2020, aumenterà gli indici di gradimento popolare. Intanto dentro al Movimento comincia a serpeggiare una certa insofferenza nei confronti di Di Maio, che passato dal doppo incarico ministeriale (Lavoro e Sviluppo economico) alla Farnesina, è accusato di non curarsi sufficientemente del partito. In tanti chiedono un cambio di regole e una guida più collegiale. All'inizio del 2020 il M5s, indeciso sulle alleanze, si presenta da solo e subisce una disfatta alle elezioni regionali in Emilia Romagna e Calabria (dove rimane fuori dal consiglio regionale). S'interrompe la spinta propulsiva del M5s che durava dalla sua nascita e Di Maio si dimette. Come capo politico reggente arriva Vito Crimi. 2021 E' l'anno più buio del M5s. L'uscita dalla maggioranza di Italia viva determina la fine del governo Conte 2 e l'arrivo a palazzo Chigi di Mario Draghi. La scelta di sostenere l'esecutivo presieduto dall'ex governatore della Bce crea uno scisma nei gruppi parlamentari del M5s. In tanti lasciano, ma Conte preferisce tutelare l'accordo con il Pd che lo ha battezzato (copyright Nicola Zingaretti) "punto di riferimento dei progressisti". Fuori dal palazzo anche Alessandro Di Battista annuncia il suo addio. Conte viene incaricato da Grillo di riorganizzare il Movimento. Le scelte dell'ex premier porteranno anche alla rottura con Davide Casaleggio, il figlio del fondatore che continuava ad occuparsi della piattaforma online del partito Rousseau. Ad agosto, con una votazione online, Conte viene nominato presidente del M5s. Ma sulla nomina pende un pericoloso ricorso intentato dall'avvocato Lorenzo Borrè, ormai da anni legale di espulsi e fuoriusciti. Il ricorso farà annullare anche il nuovo statuto voluto da Conte per dare una struttura più solida al movimento. Sarà rivotato all'inizio del 2022. In diverse tornate amministrative il M5s corre in coalizione con il Pd, vincendo a Bologna e Napoli. Nella stessa tornata elettorale però a  Torino e Roma, dove si ricandida Virginia Raggi, i due schieramenti vanno divisi. Per il M5s è una disfatta.   2022 E' cronaca recente. Luigi Di Maio abbandona il M5s e si porta con sè diversi parlamentari per creare insieme a Bruno Tabacci Insieme per il futuro. Per evitare un'ulteriore spaccatura interna il M5s a inizio luglio si astiene prima in cdm e poi al Senato sul voto al decreto Aiuti che contiene una norma che permetterebbe al sindaco di Roma Roberto Gualtieri di realizzare un termovalorizzatore. E' l'innesco che fa partire la crisi di governo. Conte pone a Draghi alcuni temi che considera non rinviabili. Il 20 luglio al Senato il M5s insieme al centrodestra si astiene ancora una volta sul voto di fiducia. E' la fine del governo Draghi. Con lui, lo aveva già annunciato il segretario del Pd Enrico Letta, finisce anche l'alleanza giallorossa. Conte dismette la pochette dell'avvocato alla moda per le maniche di camicia da capo popolo. La campagna elettorale, soprattutto al Sud, paga. Il 25 settembre il M5s raccoglie il 15,6 per cento, la metà del 2018, ma una cosa è certa: dopo 13 anni non è ancora morto. In compenso, anche grazie all'intervento di Beppe Grillo, non è stata cancellata la regola dei due mandati facendo scomparire in un sol colpo un'intera classe dirigente. Luigi Di Maio è stato sconfitto proprio dal M5s al collegio uninominale di Napoli e sarà fuori dal parlamento. E' finita un'epoca. Se ne sono andatti tutti. Tutti tranne uno, Rocco Casalino.

  • La Lega vuole Viminale e Agricoltura. Giorgetti: "Molinari presidente della Camera? Se ce lo votano..."
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Ottobre 4, 2022 at 1:01 pm

    “Molinari presidente della Camera? Ah, se ce lo votano...“. E' il giudizio che Giancarlo Giorgetti, ministro dello Sviluppo economico, consegna al Foglio. L'esponente del Carroccio partecipa al Consiglio federale convocato a Roma dalla Lega per arrivare a una quadra sulla squadra dei ministri. È la seconda riunione del Carroccio in pochi giorni. Nel primo incontro dei leghisti – indetto a fine settembre in via della Mercede a Roma, subito dopo le elezioni – Giorgetti aveva detto “Io fuori dal governo? Uno magari si riposa, si cura…”. Consiglio federale terminato - La nota Il consiglio federale della Lega ha ascoltato la relazione del segretario Matteo Salvini e gli ha confermato pieno mandato per proseguire i lavori con gli alleati per dare all’Italia un governo politico e all’altezza delle aspettative. Nel corso della riunione sono state approvate all’unanimità le priorità del partito: stop al caro bollette, estensione e rafforzamento della flat tax, sicurezza da riportare nelle città, via libera ai cantieri, taglio della burocrazia, valorizzazione di settori strategici come l’agricoltura, la pesca e il turismo. Nel corso del federale sono stati ipotizzati gli scenari futuri, ribadito l’ottimo lavoro della Lega di governo, ricordata la necessità di riportare al centro “la buona politica” chiudendo così la stagione dei tecnici. Salvini ha ricordato che la Lega ha donne e uomini di valore “che possono ricoprire incarichi di grande responsabilità” e alla fine ha confermato di avere “idee chiare” sul da farsi e sulla squadra da portare al governo. Secondo quanto riporta l'Adnkronos, al termine della riunione il segretario Matteo Salvini avrebbe fatto il punto dei ministeri su cui verterà la trattiva. In testa la richiesta del Viminale, l'Agricoltura, le Infrastrutture, gli Affari regionali. "Ma non saranno solo questi i ministeri su cui andrà a trattare", assicura uno dei partecipanti.

  • Il ritorno di Gianfranco Fini, che elogia Meloni: "Ho sempre creduto in lei"
    by Antonia Ferri (Il Foglio RSS) on Ottobre 4, 2022 at 8:15 am

    Nel 2015 Gianfranco Fini, ex presidente della Camera, nonché ex presidente di Alleanza nazionale, parlava di due destre, una era quella del partito di Berlusconi, l'altra era la Lega "con l'aggiunta della costola di Giorgia Meloni, sempre più mascotte di Salvini". La definiva, allora: "una destra minoritaria che si nutre di due spettri, due paure: immigrazione e Unione europea". Oggi, che Fratelli d'Italia ha vinto le elezioni con una netta maggioranza, Fini ritorna, in punta di piedi, a dare il suo appoggio alla ex pupilla: "Ho sempre creduto in lei". L'ex presidente della Camera ha parlato alla stampa estera di tutti i temi che sono sul tavolo da mesi. L'Alleanza atlantica: "anche il Movimento sociale italiano ha votato a favore della Nato". I valori occidentali di cui, secondo il Fini del 2022, Giorgia Meloni è portatrice. E il fascismo - con un focus per sminuire la simbologia della fiamma - da cui si è allontanata, d'altra parte, come sottolinea l'allora segretario del Msi, durante la svolta di Fiuggi, "Meloni ha votato a favore".   I nuovi contatti tra la nuova leader della destra e quello passato non rinnegano la promessa dichiarata più volte per cui non ci sarebbe mai potuto essere un ricongiungimento tra la politica di Gianfranco FIni e quella "destra secondaria". Eppure, sono specchio di una Giorgia Meloni che non ha mai governato e, che come abbiamo scritto più volte su queste pagine, sta esercitando tutta l'arte della cautela che ha a disposizione: vuole mostrarsi atlantista, europeista, filoucraina. In una parola: fidata. E così la definisce tutt'oggi, srotolando davanti ai giornali stranieri il suo curriculum: "Ha vinto il congresso per qualità, diventando nel 2004 presidente di Azione giovani".    E da coordinatrice, fece un discorso, al congresso nazionale di An nell'aprile del 2002, ancora sconosciuta. Sfoderò al tempo quell'abilità di coinvolgimento del mondo giovanile della destra che lo stesso Fini le attribuisce: definì Azione giovani una comunità di ribelli, che s'impegnano per modificare la realtà che non li soddisfa. E concluse citando J.R.R. Tolkien: "Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo [...] il nostro compito è sradicare il male al fine da lasciare a quelli che verranno dopo terra sana da coltivare". Nel discorso di chiusura di 22 anni dopo a Piazza del Popolo, la leader di FdI ha citato una frase non riconosciuta dagli storici di San Francesco: "Comincia a fare quel che è necessario, quello che è possibile, e alla fine ti scoprirai a fare l'impossibile". La Giorgia Meloni vicepresidente della Camera e quella premier in pectore sono divise da due riferimenti culturali diversi e uno politico, per l'appunto Gianfranco Fini, che invece sta tornando.

  • Né flat tax né pensioni. Confindustria smonta il programma del centrodestra
    by Alberto Cantoni (Il Foglio RSS) on Ottobre 4, 2022 at 8:13 am

    "Non possiamo permetterci immaginifiche flat tax e prepensionamenti. Non vogliamo negare ai partiti di perseguire le promesse elettorali ma oggi energia e finanza pubblica sono due fronti emergenza che non possono ammettere follie per evitare l’incontrollata crescita di debito e deficit”. L'ammonizione, tanto chiara quanto inequivocabile, arriva dal presidente della Confindustria Carlo Bonomi, in occasione dell’assemblea dell’Unione degli industriali di Varese. Proprio là, nella roccaforte settentrionale degli industriali - in larga parte delusi dall'ultima Lega -. Dito puntato quindi contro il nuovo governo: quelli citati da Bonomi sono infatti due dei punti chiave del programma dell'esecutivo di centrodestra che verrà.    Ma che la Flat tax e la controriforma pensioni (revisione della legge Fornero e aumento delle minime) fossero due obiettivi fuori dalla realtà – rispetto a un contesto di frenata della crescita globale, inflazione, incremento dei tassi d’interesse e quindi del costo del debito, aumento del prezzo dell’energia e rischio razionamenti di gas – era noto già in campagna elettorale.  Con la situazione economica attuale "nessuno può fare previsioni realistiche", ha continuato Bonomi. È per questo motivo che serve da parte del nuovo esecutivo una generale "vasta convergenza sulle scelte da fare, anche con le forze di opposizione, per affrontare le due grandi emergenze che sono l'energia e la finanza pubblica". Il prossimo governo deve avere ben chiaro che si deve salvare il "sistema industriale italiano dalla crisi energetica" e questo perché migliaia di aziende "sono a rischio, insieme a centinaia di migliaia di posti di lavoro". Le repliche del mondo politico Le parole del numero uno di Confindustria hanno subito provocato le reazioni di diversi esponenti politici, tra (futura) maggioranza e opposizione. "Non fare flat tax e "tenersi la Fornero? No grazie", ha dichiarato il deputato della Lega Claudio Borghi. Prima ancora della partenza del prossimo Governo già "arrivano gli inviti a non fare quello per cui i cittadini ci hanno votato", ha aggiunto Alessandro Cattaneo di Forza Italia, che non prevede una "bocciatura definitiva" per la flat tax.  Plauso invece da parte del Pd: in campagna elettorale sono emerse tre "ipotesi diverse di flat tax, tra Salvini, Meloni e Berlusconi", hanno spiegato dal Nazareno. È evidente che era solo una "bandierina inapplicabile in questa fase di emergenza economica, e anche incostituzionale perché sovverte i principi di progressività fiscale". Non a caso è "applicata in pochi paesi, tra cui la Russia di Putin".

  • Il grillino senza vaffa che porta la musica classica in Senato. Intervista a Luca Pirondini
    by Giampiero Timossi (Il Foglio RSS) on Ottobre 4, 2022 at 8:10 am

    Alla fine ammette anche che la viola è strumento più “movimentista”, meno individualista rispetto al violino, probabilmente pure meno egoista, perché certo è che “i violinisti sono decisamente più ... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

  • Ora il Pd teme di essere cannibalizzato dal M5s
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Ottobre 4, 2022 at 8:06 am

    Avvertono il rischio di farsi cannibalizzare. Lo dicono in chiaro, davanti ai microfoni. Sanno che le prossime settimane il Pd dovrà scongiurare uno spauracchio più forte degli altri, persino più dello scioglimento, della rifondazione sotto altre vesti: la sottomissione al Movimento cinque stelle di Giuseppe Conte, uscito se non vincitore senz'altro galvanizzato dal voto del 25 settembre. Dirigenti, parlamenti ed ex in queste ore, interrogati sul destino della loro forza politica, non fanno che ammonire rispetto a questo scenario che considerano il peggiore possibile. Lo ha fatto, per dire, questa mattina in un'intervista al Corriere della Sera il senatore del Pd Enrico Borghi, componente del Copasir uscente. A proposito della relazione con i grillini l'appena eletto a Palazzo Madama ha offerta un'analisi molto lucida. "A mio avviso va chiarita a fondo la natura dei Cinque Stelle. C’è chi li ritiene il frutto delle magnifiche e progressive sorti del progressismo. Sin qui hanno tenuto un atteggiamento fortemente ostile al Pd, dentro una campagna elettorale che ha intrecciato Juan Domingo Perón con Achille Lauro. Ed ora si propongono di cannibalizzarci. Direi che serve un bel supplemento di riflessione". Un modo per dire: alt, prima diamoci un'identità e una riorganizzazione profonda. Dopo di che si potrà tornare a confrontarsi sui temi. Ma ogni passaggio preliminare sarebbe prematuro, oltre che controproducente.   Più o meno lo stesso discorso fatto ieri dall'ex senatore Luigi Zanda in un'altra intervista a Repubblica. In qualità di ex tesoriere del Pd, Zanda conosce le dinamiche interne al partito. Ne ha osservata l'evoluzione. Anche le sue parole sono molto utili a capire quanto l'idea che ci si possa appiattire sul nuovo corso grillino faccia capolino nella mente di molti dirigenti che ancora s'interrogano sul significato di questa fase. Un periodo di transizione che dovrà condurre, ancora non si sa quando, al nuovo congresso. "Lo vogliamo capire che Conte, come Renzi e Calenda, vogliono disintegrare il Pd per prenderne i voti? Lo ripetono tutti i giorni", ha detto il parlamentare di lungo corso, che ha scelto di non ricandidarsi. "Il Pd dovrebbe sciogliersi e mandare allo sbando il sistema politico italiano per l’egoismo di Conte, Renzi e Calenda? Non scherziamo! Il Pd non è una costola dei 5S, che hanno dimezzato i loro voti del 2018. Ci vuole l’astuzia acrobatica di Conte per fare passare una sconfitta per una vittoria". Ma non solo. Perché anche sulle politiche rappresentate dal M5s secondo Zanda urgerebbe una profonda pausa di riflessione: "La loro politica sociale finora è stata la politica dei ristori e sovvenzioni, un po’ alla maniera del vecchio Achille Lauro a Napoli. Può il Pd mettersi a scopiazzare politiche assistenziali in deficit di bilancio? O sarebbe meglio discutere di come creare lavoro, migliorare le scuole, mantenere alti i livelli della sanità. Per allearsi con i 5S servono lavoro politico e buonafede". Sono voci che mirano a riorientare un dibattito che, anche dal lato apicale, da subito è sembrato molto interessato a percorrere la via di un riavvicinamento al Movimento cinque stelle. Persino il candidato più accreditato per raccogliere l'eredità di Enrico Letta, il presidente dell'Emilia-Romagna Stefano Bonaccini, ha detto che intende "riaprire il dialogo con i grillini". E questo deve essere sembrato un campanello d'allarme per chi si è ricordato, tra le altre, le parole di Carlo Calenda: "Pd e M5s si alleeranno un minuto dopo le elezioni". Fatto sta che questo tentativo di integrazione, assorbimento, c'è chi non lo digerisce affatto. E ha già fatto capire che non intende restare in silenzio. 

  • L’inflazione soffoca la Turchia e le ricette di Erdogan peggiorano la situazione
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Ottobre 4, 2022 at 4:14 am

    In Turchia l’Inflazione continua a galoppare e la lira è al tracollo. Le ultime rilevazioni ufficiali sono impietose: a settembre l’indice dei prezzi è cresciuto dell’83,45 per cen... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

  • Meloni e la questione del “non essere”
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Ottobre 4, 2022 at 4:13 am

    To be, or not to be, that is the question. Per la prima volta nella storia recente della politica italiana, la fase preliminare della formazione di un governo, quello che verosimil... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

  • La paura (non) fa Meloni
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Ottobre 4, 2022 at 4:13 am

    Preoccupati di un governo Meloni? Sì, no, molto, poco? E per quali motivi? Prosegue in questa pagina il nostro girotondo cominciato ieri. Ecco altre risposte e opinioni di foglianti e amici del Foglio. Nessuna preoccupazione, solo qualche consiglio.   Preoccuparsi del governo Meloni? Ma seri siete? Dopo i governi Conte? La via maestra per reggere bene al dopo Draghi è l’ilarità. L’ilarità è la salamoia che conserva al meglio lo spirito per reagire duramente a eventuali stronzate. Che, se Giorgia Meloni ha buon senso, cercherà di evitare. Ergo: per favore niente coboldi al governo, quei folletti strani della tradizione germanica che non si sa se siano buoni o cattivi, ma di certo sono imprevedibili e non si curano delle conseguenze di ciò che dicono o fanno. Eviti ai ministeri qualche nostalgico di Hjalmar Schacht, serve qualcuno alla Alberto de’ Stefani (usate wiki se ignorate chi siano). Distribuire ai ministri un compendio di quel che pensava Thomas Jefferson sui diritti, espungendo però la parte sullo schiavismo perché il gentiluomo del Sud aveva belle idee sui limiti delle leggi e degli stati etici di qualunque colore rispetto ai sacri cittadini, ma sul colore della pelle proprio non ragionava. Appendere nella sala del Consiglio dei ministri un cartello “chi propone deficit dica con che tagli li copra”.     Due misure salva-vita: affidare a Salvini deleghe importantissime, la prima per la promozione del turismo balneare in Italia, con un fitto programma incardinato si una conferenza settimanale ad hoc in ogni diverso paese del mondo; la seconda un distacco semestrale di Salvini in Cina per studiare i metodi di rieducazione degli uiguri, così sta lontano da Putin; riconoscere poi come modello di Rsa nazionale il sistema retto dalle badanti del Cav., un modello esemplare di empatia che addita l’Italia ai vertici mondiali della longlife care che gli anziani meritano e ci mancherebbe, con tutto quello che dobbiamo loro. Che altro? Ah, dimenticavo: Pietrangelo Buttafuoco ministro della Cultura. Ma su questo sono serio: perché sarebbe uno spasso assistere allo spiazzamento delle misure che assumerebbe e di quanto trasversali e inclusive e interculturali sarebbero, rispetto a chi non conoscendolo lo bollerebbe subito come orbace di provincia… Oscar Giannino   Sopravvissuti ai gialloverdi, dunque oggi nessuna paura Nel 2018, quando si formò il governo gialloverde, ero preoccupato per le sorti dell’Italia. I rischi riguardavano principalmente la collocazione internazionale del paese e il debito pubblico. Alla fine l’Italia è sopravvissuta, anche se con qualche danno collaterale (spread a 300 e oltre per qualche tempo, quota 100 per le pensioni e un reddito di cittadinanza costoso e disfunzionale). Forse proprio per il fatto che l’Italia è sopravvissuta ai gialloverdi, oggi non ho alcun sentimento di paura nei confronti del prossimo governo a guida Giorgia Meloni. Ma non è solo questo il motivo delle mia tranquillità. La tante emergenze di questi anni (Covid, guerra, inflazione) hanno costretto molti dei protagonisti del 2018 a fare un bagno di realismo e a passare rapidamente dal populismo alla responsabilità. Questa trasformazione ha contagiato anche il partito di Fratelli d’Italia e io oggi tendo a prestare fede alle dichiarazioni degli ultimi mesi, anche se su tanti temi (Europa, euro, mercati, debito ecc.) sono in plateale contraddizione con quelle dei mesi e degli anni precedenti. E non ho alcun timore per la democrazia. Le nostre istituzioni sono solide e non mi pare che il trapassato remoto del partito di Giorgia Meloni possa rappresentare un rischio.    Ci saranno danni collaterali? Qualcuno forse sì, ma non di prima grandezza. Le nomine dei ministri probabilmente  saranno dignitose, ma scendendo per i rami fino ai tanti consigli di amministrazione delle partecipate dovranno essere sistemati i sodali di una vita. Alla Lega dovranno concedere un aumento (100 mila euro?) del limite per l’applicazione della flat tax agli autonomi: un obbrobrio, che fa ricadere tutta la progressività dell’Irpef ancor più di oggi solo su lavoratori dipendente e pensionati. Faranno la rottamazione delle cartelle: anche questo è un danno collaterale, per la credibilità del fisco, ma in fondo la stessa cosa è stata fatta dai governi a guida Pd. E come nei casi precedenti, raccoglieranno pochissime risorse, per cui saranno presto disperatamente alla ricerca di coperture per far fronte al caro bollette. Questa è la vera emergenza del momento, quella che travolge ogni altro progetto. Chiunque, nella coalizione di centrodestra, abbia ancora grilli per la testa farà bene a farseli passare presto. L’emergenza impone un governo che sappia parlare a tutti gli italiani, non solo a quelli che l’hanno votato. E mi pare che Giorgia Meloni lo capisca benissimo. Giampaolo Galli   Tre tentazioni per la politica economica della destra Con quale piglio Giorgia Meloni si affaccerà dal balcone di Palazzo Chigi? Con quello arrabbiato e rivoluzionario a cui ci ha abituati negli ultimi anni? Oppure con l’espressione moderata e rassicurante mostrata in campagna elettorale? Nel 2018, la Lega e i Cinque stelle presero il potere agitando promesse incendiarie e ne finirono bruciati. Oggi, Meloni si trova in una situazione per molti versi analoga: il mondo la guarda con sospetto, temendo una fiammata sovranista. Di questo, la leader di Fratelli d’Italia sembra pienamente consapevole, tant’è che ha dedicato la campagna elettorale proprio al tentativo di spiegare che no, non bisogna avere paura. Sono principalmente tre le tentazioni a cui la politica economica della destra dovrà rispondere e resistere. La prima è quella dell’unilateralismo: la crisi energetica richiede interventi coordinati a livello europeo. Fughe in avanti dei singoli paesi – per esempio riforme più o meno pasticciate del funzionamento dei mercati elettrico e gas – possono offrire un illusorio sollievo nell’immediato, ma inevitabilmente si portano dietro costi e danni nel lungo termine.   Un importante banco di prova, allora, sarà la capacità di dialogare coi partner europei e collaborare alla ricerca di soluzioni comuni. La seconda tentazione sta nell’interventismo economico: Meloni troverà a Palazzo Chigi un arsenale potentissimo, a partire dal golden power, che può rappresentare un forte deterrente agli investimenti nell’economia italiana. Questi strumenti nascono da una serie di interventi bipartisan, dal 2017 in poi, che non di rado hanno prodotto abusi e mostrato il volto più arbitrario e capriccioso dello stato: ci saranno cambiamenti sotto questo profilo? Meloni avrà la forza di reintrodurre almeno alcuni tra i vincoli che sono stati irresponsabilmente rimossi (per esempio limitare i poteri speciali alle operazioni che coinvolgono soggetti extraeuropei)? Infine, c’è la legge di Bilancio. Nelle ultime settimane la premier in pectore ha molto insistito sull’impossibilità di ulteriori scostamenti di bilancio, per evitare di far lievitare un debito già ingovernabile. È il momento di mantenere la promessa, anche eliminando o rimodulando alcuni dei bonus energetici del governo Draghi e, in parallelo, rivedendo la demenziale tassa sugli extraprofitti energetici (come anticipato da Maurizio Leo sul Corriere della Sera). I primi passi di Giorgia Meloni daranno l’intonazione alla sua politica economica: i mercati reagiranno di conseguenza. Carlo Stagnaro   Una vittoria che rimescola le carte nel femminismo La vittoria di Giorgia Meloni rimescola le carte nel femminismo, spiazza, produce attrazione e repulsione, e mette in crisi i più amati stereotipi. Come quello che la sinistra si affanna ad alimentare a dispetto di ogni evidenza, cioè che la destra sia patriarcale e maschilista, che voglia le donne a casa, a stirare i panni e cullare bebé non voluti. Un quadro anni Cinquanta improbabile come l’immagine dell’Italia che tanti giornali stranieri insistono a propagandare: arretrata, familista, mammona. Di mamme, dati alla mano, ce ne sono sempre meno, e i single hanno ormai superato le famiglie; quanto alla sinistra il potere politico è saldamente in mani maschili, fino all’ironia inconsapevole delle affermazioni di Enrico Letta sui maschi che fanno politiche femministe meglio delle donne. Ragazze, state pure a casa, a tutelarvi ci pensano gli uomini, che, loro sì, sanno essere femministi.   Invece le donne hanno votato Meloni, hanno voluto che  fosse una “testolina bionda”, come ha detto forse rassegnata ma certo più cauta di qualche settimana fa Natalia Aspesi, a infrangere il famoso tetto di cristallo. Ecco, è stato sfondato. E il femminismo dovrebbe forse analizzare quello che è successo con più curiosità.  Qualcuna lo sta facendo. Quello che viene definito femminismo è in realtà una galassia composita, in cui vivono – ma non convivono - correnti assai diverse. Del vecchio movimento degli anni Settanta, quello che riempiva le piazze e che ha ottenuto grandi cambiamenti legislativi non è rimasto quasi nulla. Sopravvive invece il pensiero della differenza, affermatosi in Francia e in Italia qualche anno dopo, ed è qui che il discorso su Meloni è più aperto. Su Feminist post, la pagina di Radfem Italia (femministe radicali gender critical, in rete con gruppi radicali internazionali) si può leggere un articolo di Marina Terragni intitolato “Lei è Giorgia”: “Utero in affitto, identità di genere, maternità: su molti temi le posizioni della leader che oggi guarda alla premiership coincidono con quelle del femminismo, snobbate dalla sinistra. Che fare di fronte a questa sfida? Il movimento delle donne può dialogare con la destra?”.   L’interrogativo deve sembrare una vera eresia alle militanti di Non una di meno che hanno manifestato nei giorni scorsi per cambiare la legge 194: basta con la difesa della legge, vogliamo l’abolizione dell’obiezione di coscienza e della settimana di riflessione, nonché la pillola abortiva in regime ambulatoriale: tutte cose per cui serve una sostanziosa modifica legislativa. Nel manifesto di Nudm sono state spazzate via le desinenze, meglio abbondare con asterischi e schwa, perché per essere donna basta percepirsi come tale. Che l’esclusione delle donne e la violenza contro di loro nasca proprio dallo scandalo del corpo sessuato, come dimostra la strage di libertà e di vite in Iran, non sembra creare dubbi nell’area transfemminista, amata dalla sinistra perché non crea frizioni con il mondo Lgbt e trans. Ma forse la corrente di maggior successo resta, un po’ sottotraccia, la vecchia parità, l’emancipazionismo: l’obiettivo più alto per una donna è vivere, lavorare, amare come un uomo. Su questo punto Meloni è stata chiara. “Io brava come un uomo? No, brava come una donna”. Meloni ha chiarito come il no alla legge Zan sia il rifiuto di “un nuovo modello patriarcale che fa scomparire le donne e distrugge il materno.” Sulle nuove forme assunte dal patriarcato, su come le nuove violenze si sovrappongano alle vecchie, serve una  riflessione libera e spregiudicata, sganciata dalle appartenenze partitiche. Vorrei ricordare, per chi non lo ha vissuto, che è stato questo il segreto dell’esplosione del movimento delle donne, cinquant’anni fa. Eugenia Roccella Un cauto ottimismo (grazie anche alla strada tracciata da Draghi) Da draghiano devoto sono rattristato di avere perso il presidente del Consiglio più autorevole da che ho memoria politica. Non mi era mai capitato di essere così fiero del mio paese nel mondo. Non sono però preoccupato da un potenziale governo Meloni. L’ultima legislatura ci ha permesso di sviluppare un certo coraggio nell’affrontare le spinte populiste… i governi Conte, in particolare il primo, mi avevano preoccupato sensibilmente di più… Tre sono gli elementi su cui baso il mio cauto ottimismo: Giorgia Meloni è l’unica vincitrice delle elezioni. Il suo è un risultato personale che le permette, almeno per il momento, di esercitare una leadership incontrastata e incontrastabile. È dotata di una robusta intelligenza politica che le permette di capire quanto l’elettorato italiano sia diventato volubile. L’opportunità che le sta capitando potrebbe quindi non riproporsi e la durata della sua permanenza al governo dipende dalle sue scelte. I riflettori del mondo sono puntati e non faranno sconti. La strada tracciata da Mario Draghi per il Pnrr e i fondamentali macroeconomici dell’Italia non permettono deroghe o fantasiose digressioni. Salvo qualche battaglia di bandiera credo quindi che le scelte strategiche sia di posizionamento geopolitico che di carattere economico e finanziario saranno abbastanza obbligate.   I parlamentari del Movimento 5 stelle rappresentavano la negazione e il rifiuto della politica di cui si dicevano nemici: l’obiettivo era aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno. Fratelli d’Italia invece è a tutti gli effetti un partito politico con idee magari distanti dalle mie ma con la tradizione e i principi di un partito politico che riconosce i ruoli delle istituzioni e le regole ad essi sottese. Per chi è abituato a confrontarsi attraverso i corpi intermedi non è una differenza di poco conto. A questi tre elementi aggiungo anche la particolare debolezza delle opposizioni con un Pd da reinventare a valle dell’elaborazione del lutto e un Terzo polo che deve decidere come strutturarsi dopo un risultato sicuramente interessante ma che non può che essere l’inizio di un cammino. Insomma, anche il tempo è dalla parte di Giorgia Meloni…  Filippo Delle Piane, imprenditore

  • Salvini, lo zingaro. Bossi scuote il partito, lui fa il tour per sezioni
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Ottobre 4, 2022 at 4:07 am

    E’ il viagra dei leghisti “decorati”, Matteo Salvini come il sildenafil. Lo ha fatto tornare eretto a Umberto Bossi, Bobo Maroni, Mimmo Pagliarini, Roberto Castelli… Trecentoquattro anni insieme. S... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

  • Ohibò, il "bene comune" culturale
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Ottobre 4, 2022 at 4:06 am

    Viviamo in tempi interessanti, era il claim della Biennale d’Arte di Venezia poco prima che arrivasse il Covid e i tempi si facessero interessanti per davvero, anche se meno estetizzanti. La comple... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

  • "I dirigenti del Pd dovevano spendersi di più nei collegi, ora una costituente". Parla Roberto Morassut
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Ottobre 4, 2022 at 4:04 am

    Crisi, disfatta, buio, vuoto, notte, addirittura morte: il risultato elettorale dal Pd, visto dal Pd e da alcune aree intellettuali,

  • L’indice Pmi italiano va meglio del previsto, mentre l'Europa soffre
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Ottobre 4, 2022 at 4:03 am

    L’economia degli Stati Uniti cresce oltre le previsioni, quella dell’Europa continua a rallentare con la Germania che indietreggia più della media degli altri paesi e l’Italia che,... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

  • “L’Italia crollerà a 36 milioni”. Il rapporto Onu ci suona la sveglia sulle nascite
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Ottobre 4, 2022 at 4:00 am

    “Italiani attenti: se non fate più figli la vostra civiltà si suiciderà nel giro di qualche decennio”. Sulle pagine di Le Monde già vent’anni fa ... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

  • Devoto, placato, pacato e mai ascetico. Così è Giovanni Lindo Ferretti nel suo nuovo libro
    by Stefano Pistolini (Il Foglio RSS) on Ottobre 4, 2022 at 4:00 am

    Divergenze nell’Emilia profonda. A suo tempo Vasco Rossi ci informò che la vita che vivia... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

  • Bonaccini è pronto alla discesa in campo, ma la sinistra del Pd non s’arrende e studia chi candidare
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Ottobre 4, 2022 at 4:00 am

    A piccoli passi Stefano Bonaccini si prepara alla sua discesa in campo per la segreteria del Partito democratico. Tra i dirigenti  dem c’è ancora chi è convinto (e spera) che alla fine il presidente dell’Emilia Romagna non compia l’ultimo passo. Nell’aera dem, quella che fa capo a Dario Franceschini, e in un pezzo marginale della sinistra interna più di uno pronostica che alla fine il governatore non si candiderà alla successione a Enrico Letta. Ma la verità è che sia lui che la sua squadra sono mesi che lavorano a questo obiettivo ed è assai difficile che vi rinuncino. Anche l’ipotesi di sbarrargli il passo mettendo in pista una candidatura di Dario Nardella sembra destinata a fallire. Il sindaco di Firenze ha fatto sapere allo stesso “governatore” che nel caso lui scendesse in campo non ostacolerebbe la sua candidatura mettendosi di traverso. Lo stesso ragionamento che ha fatto a Bonaccini Antonio Decaro, sindaco di Bari e presidente dell’Anci. Dunque, per la sinistra interna la partita si fa difficile, anche se oggettivamente il percorso individuato da Letta per mediare tra le diverse correnti del Partito democratico non la sfavorisce. E’ un iter che consentirebbe infatti ad Andrea Orlando e compagni di allungare i tempi. Anche se ciò facendo si violerebbe lo statuto, secondo il quale l’Assemblea nazionale (non ancora convocata, perché spetterà alla Direzione di giovedì farlo) avrebbe dovuto tenersi il 17 settembre. Ma con le elezioni è saltata. Adesso, però, calpestare le altre regole previste dalla carta che regola la vita interna dei dem sarebbe più problematico, anche se non impossibile.   A queste obiezioni di carattere statutario si affianca quella più di sostanza che è stata avanzata da Matteo Orfini e da Base riformista, insolitamente in sintonia (i miracoli di Bonaccini). E cioè che pensare ad affidare all’Assemblea nazionale il lungo processo di transizione, rifondazione e apertura ai non iscritti sarebbe quanto meno curioso, dal momento che, come spiega Orfini, si tratta di “un organismo dirigente eletto tre ère geografiche fa, figlio di un congresso in cui i candidati erano Martina, Giachetti e Zingaretti”. Il primo, chiosa l’ex presidente dem, “ha abbandonato la politica, il secondo ha cambiato partito e il terzo si è dimesso da segretario dicendo più o meno che questo partito gli faceva schifo”.  Se quindi  il congresso si tenesse entro marzo (o al massimo ad aprile), che cosa potrebbe fare la sinistra che è senza un volto nuovo da candidare? Affidarsi a Elly Schlein è escluso, benché questa sia una candidatura che piace molto ai media. L’ipotesi che si sta facendo largo è quella di mettere in pista comunque un candidato e tentare la sorte, magari facendo affidamento sull’apporto di Articolo 1. Il più gettonato e autorevole in questo senso è il ministro del Lavoro Andrea Orlando, che secondo la sinistra potrebbe riuscire a riconquistare i voti dei lavoratori che il Pd ha perso ormai da tempo.   Una parte del Pd ritiene possibile andare a un accordo con i 5 Stelle nel Lazio. Raccontano che Francesco Boccia abbia già avuto degli abboccamenti. Ma c’è poco da gioire. Come fanno notare autorevoli fonti del Movimento, “Conte ha un unico modo per tenere tutti uniti nel Lazio ed evitare che Virginia Raggi gli rompa le uova nel paniere. Ed è candidare un esponente di area, certo non un rappresentante del Pd”.

  • Prima il gas, poi il governo. Meloni preferisce mandare Draghi a trattare a Bruxelles
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Ottobre 4, 2022 at 4:00 am

    Due telefoni, una calcolatrice e un calendario. E’ la cassetta degli attrezzi di Giorgia Meloni, ritornata nella sua torre d’avorio al sesto piano della Camera

  • Cingolani pressa i tedeschi. Guerini mette in guardia sui russi. L'eredità di Draghi sul gas si decide in due giorni
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Ottobre 4, 2022 at 4:00 am

    Non fosse che si è alla fine, questa ansia di volere indicare alla strada all’Europa apparirebbe forse meno titanica. E invece, per una serie di accidenti non previsti, proprio mentre si accinge al... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

  • Gli editori già si fregano le mani per il libro in arrivo di Tom Hanks
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Ottobre 4, 2022 at 3:58 am

    Non è sfacciato come L’opera struggente di un formidabile genio, il titolo scelto da Dave Eggers per la sua opera prima – va detto di passaggio che era tutto vero: lo scrittore ave... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

  • Macron tesse l’elogio dell'occidente: “Chiedete agli ucraini se preferiscono il modello russo”
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Ottobre 4, 2022 at 3:58 am

    "L’occidente è uno spazio di civiltà, forte nella sua storia, che ha costruito democrazie liberali, stato di diritto, libertà fondamentali individuali e collettive, molteplici arti e culture, una c... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

  • Annullata la multa da 100 milioni a Apple e Amazon. Le giuste sberle del Tar all’Antitrust
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Ottobre 3, 2022 at 6:18 pm

    Ancora una volta il Tar corregge un intervento maldestro dell’Antitrust. Il tribunale amministrativo del Lazio ha annullato una multa da 100 m... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

  • Il circolo Gallimard. L’ultima grande stagione culturale francese nelle memorie di Pierre Nora
    by Marina Valensise (Il Foglio RSS) on Ottobre 3, 2022 at 2:58 pm

    Gaston Gallimard era già un vegliardo nel 1966. Da mezzo secolo regnava come un sovrano assoluto sull’editoria francese, circondato da scrittori prestigiosi, assistito da amanti di lungo corso &nbs... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

  • This England, la serie che racconta BoJo e la sua corte
    by Gaia Montanaro (Il Foglio RSS) on Ottobre 3, 2022 at 1:57 pm

    Character Driven. Non c’è dubbio che la nuova miniserie in sei episodi This England, in onda su Sky Atlantic (due puntate rilasciate ogni venerdì), si regga tutta sul suo protagonista. Sia quello reale che l’attore che lo interpreta. Kenneth Branagh veste i panni, scomodi e pesanti, di Boris Johnson, Primo Ministro inglese fino a pochi mesi fa, la cui figura viene raccontata sia nel suo ruolo pubblico sia in uno spaccato privato. Johnson all’inizio del suo mandato finisce in una tempesta perfetta: da una parte finalizza il processo che porterà alla Brexit, dall’altra deve fronteggiare l’epidemia di Coronavirus che lo colpirà anche direttamente. BoJo è un personaggio controverso, istrionico, esagerato e anticonformista. Inizialmente sottovaluta la minaccia sanitaria che sta investendo il Mondo – impegnato a gestire beghe interne al governo inglese e a occuparsi di non far trapelare lo scandalo legato alla gravidanza della sua giovane compagna Carrie Symonds - poi la pandemia investe tutto e Johnson è preso in contropiede. Cerca di limitare i danni – non sempre con oculatezza – spesso attorniato da cattivi consiglieri fino a rimanere direttamente convolto nella malattia. La serie infatti, pur avendo come focus costante il Primo Ministro inglese, riesce a raccontare con credibilità anche la corte che gli sta accanto, a partire dal capo della comunicazione Lee Cain, Isaac Levido – maggior artefice dell’elezione di Johnson – e soprattutto Dominic Cummings, capo dei consiglieri e personaggio chiave nella sua capacità di manipolare e gestire il potere (gli presta il volto il bravissimo Simon Paisley Day).   Merito del produttore Richard Brown (già in passato al lavoro su True Detective) e del regista Michael Winterbottom è quello di aver scelto un linguaggio ibrido per raccontare la parabola di Johnson: ci sono infatti molti inserti documentari che danno ritmo e veridicità al racconto, permettendo di immergersi con realismo nei fatti raccontati. Il contro, se di contro si può parlare, è che questa scelta linguista rende il racconto freddo e distaccato, limitando il coinvolgimento emozionale. La scelta è comprensibile, trattandosi di una narrazione legata alla strettissima contemporaneità, e tipico di una certa postura audiovisiva inglese che approccia ai racconti della personalità politica odierna con rigore ed estrema precisione documentaria. Insomma: una serie non facile ma indubbiamente sfidante per lo spettatore.   Cosa ha che fare Shakespeare con This England? A partire dal titolo, tratto da una scena del Riccardo III, moltissime sono le citazioni che Boris Johnson fa dell’opera shakespeariana e, più in generale, della letteratura classica. L’ex Primo Ministro inglese è infatti un cultore della materia, vorace lettore e appassionato classicista e costanti sono i rimandi e le citazioni a diverse opere di Shakespeare, tra cui Re Lear, L’Amleto e Macbeth. Il citazionismo si allarga anche a John Donne, Omero e l’imperatore Augusto. Un pantheon personale che costituisce per BoJo un paradigma in particolare per quanto riguarda il suo rapporto con il potere, dalla cui gestione il Primo Ministro pare particolarmente attratto.    Quali sono i punti di forza e di debolezza di This England? La miniserie ha un punto di particolare valore nella capacità, tutta britannica, di raccontare con dovizia di particolari e assoluta credibilità un personaggio pieno di sfaccettature. Questo aspetto è magnificato anche dalla scelta di unire la fiction al documentario (presente in modo abbastanza corposo), permettendo al racconto di avere ritmo e dinamismo. Altro punto decisamente a favore della serie è l’altissima qualità attoriale. È indubbio il lavoro di mimesi, ottenuta anche grazie al grande lavoro del reparto trucco e parrucco, per quanto riguarda il personaggio di Johnson ma a Kenneth Branagh va l’ulteriore merito di essersi calato perfettamente nella gestualità, nel parlato, nelle movenze così caratteristiche di BoJo tali che in alcuni momenti pare esserci quasi una sovrapposizione assoluta tra i due. Punto invece più controverso (ma sempre accade con questa tipologia di racconti) è il rischio enorme che si corre raccontando eventi legati ad un passato recentissimo e quindi non ancora storicizzati. La scelta di un linguaggio ibrido mette distanza tra lo spettatore e il racconto e, nel caso specifico, potrebbe rappresentare una chiave vincente.   Qual è il tono di This England in tre battute? Che Brexit sia Lavatevi le mani Il potere è afrodisiaco e, se è assoluto, è assolutamente afrodisiaco  

  • La trappola del '23. Così liberali e sinistra regalarono il governo a Mussolini
    by Siegmund Ginzberg (Il Foglio RSS) on Ottobre 3, 2022 at 1:19 pm

    "Siamo stati noi a dare la vittoria al fascismo": così scrive il leader socialista Filippo Turati alla sua compagna Anna Kuliscioff nel commentare l’esito delle discussioni e delle... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

  • Wanna Marchi, specchio di un’Italia abbagliata dalla peggio tv
    by Michele Masneri e Andrea Minuz (Il Foglio RSS) on Ottobre 3, 2022 at 1:13 pm

    La prima cosa che colpiva era la voce. Le urla, le grida, gli acuti così striduli di Wanna Marchi. Anche altri televenditori erano grandi urlatori, ma lo strillo improvviso di Wanna Marchi aveva qualcosa di ipnotico. In quelle sfuriate contro il grasso, la ciccia, il lardo, i punti neri, la forfora, che fecero la fortuna della Wanna Marchi anni Ottanta, prima della svolta esoterica, c’era una grande anticipazione dei tempi: l’iracondia di Sgarbi, gli ululati di Mario Giordano, le urla di Beppe Grillo al V-Day o i comizi strillatissimi di Giorgia Meloni, autoproclamatasi “cintura nera di urla”, sono tutti un po’ in debito con lei. Il suo celebre claim, “d’accordooo??”, tormentone televisivo che riuscì a trasformare anche in un tremendo “rap”  alla fine degli anni Ottanta, certo non avrebbe sfigurato tra gli slogan di questa campagna elettorale: Scegli! Credo! Pronti! D’accordo?? E se le cose fossero andate diversamente, chissà, forse oggi ci sarebbe stato posto anche per lei in qualche lista, listone o accozzaglia elettorale.    Il suo celebre claim, “d’accordooo??”, certo non avrebbe sfigurato tra gli slogan di questa campagna elettorale    “Wanna”, la docuserie sulla sfolgorante vicenda di Wanna Marchi e sua figlia, Stefania Nobile, è un altro capitolo della controstoria d’Italia che sta scrivendo Netflix. Come già in “Sanpa”, o “L’Isola delle rose”, vicende più o meno recenti, personaggi più o meno rimossi che tornano a tormentarci, ancora una volta con l’Emilia Romagna come epicentro. E qui bisogna forse interrogarsi. Un allevatore di cani col trip per il paranormale che s’inventa capo e padrone di una comunità di reietti; un ingegnere mezzo matto che costruisce un’isola a largo di Rimini e la proclama nazione; un’estetista di Castel Guelfo di Bologna che diventa imperatrice delle televendite, poi personaggio trash della tv, quindi strega da bruciare al rogo. Sullo sfondo, il solito paesaggio e repertorio italiano: un paese arcaico, un mondo contadino che non muore, un’Italia superstiziosa, misteriosa, profonda, di provincia, in bilico tra smanie di modernità e pensiero magico.    Sono tutte contraddizioni e cifre e caratteristiche che in Emilia Romagna si fanno più forti. Una regione “laboratorio”, dove “si sono sperimentati in momenti diversi modelli potenzialmente validi per l’Italia”, come scrive Roberto Balzani nel suo “La Romagna”, edizioni il Mulino, studio sull’identità della regione (“la Romagna è davvero un bel caso di studio: fonde mitografie locali e mitologie nazionali, usa media moderni, appare di volta in volta come un’isola, un concentrato di italianità, una spremuta di regionalismo, un’autobiografia della nazione rurale e casereccia”, definizione che calza a pennello per la vicenda Wanna Marchi e quel pezzo d’Italia che sfreccia dentro gli anni Ottanta). L’Emilia Romagna dunque come centro della nuova Italia delle piattaforme – non petrolifere o del gas, ma post-televisive. C’è anche “Sotto il sole di Riccione” e poi in preparazione una fiction sul liscio e i Casadei di cui molti parlano. Non è la solita Italia del cinema, né quella di RaiFiction o Mediaset. Meno Milano/Roma o la Napoli di “Gomorra”.    “La Romagna è un caso di studio: fonde mitografie locali e mitologie nazionali, un’autobiografia della nazione rurale e casereccia”     Un arsenale di plot più vari rispetto a coppie in crisi, mafia e antimafia, polizia, carabinieri e guardia di finanza. L’Emilia Romagna sta a Netflix Italia come il sud degli Stati Uniti alle serie crime Hbo, tipo “True Detective” o “Sharp Objects”. Anche lì sempre vicende misteriose, posti desolati, negli altopiani al confine tra Kansas, Arkansas, Missouri, con questi piccoli centri abitati tutti uguali, e comunità rurali che si autogovernano, nascondono segreti, intrighi, sacche di magia, riti voodoo.  Se con “Sanpa” eravamo dalle parti del gotico padano di Pupi Avati, con “Wanna” vengono in mente anche molti film hollywoodiani. C’è “Joy”, ispirato alla vita di Joy Mangano, con Jennifer Lawrence casalinga disperata e inventrice del mocio per pulire i pavimenti che fa il botto grazie alle televendite. C’è un omaggio a “The Wolf of Wall Street”, proprio in apertura della docuserie. Il lupo di Wall Street diventa qui la tigre di Ozzano, Wanna Marchi, che prova a vendere una penna al cameraman, come DiCaprio nel film di Scorsese. Ma tutta la vicenda Marchi è nel suo piccolo una perfetta allegoria del capitalismo avanzato, nel passaggio dal manufatto alla smaterializzazione dei beni. Così dalle alghe bretoni, dalle argille, dalle creme degli anni Ottanta, Wanna Marchi arriva a vendere pezzi di fortuna, numeri del lotto, il “nulla” insomma.     L’oggetto non c’è più. C’è solo “l’esperienza”, come nella cucina molecolare. E quando ce lo spiega a modo suo nella docuserie, siamo dalle parti di “The Big Short”, il film di Adam McKay sulla crisi finanziaria del 2008: Margot Robbie a mollo in una vasca da bagno con lo champagne, che ci illustra il funzionamento della fuffa e della truffa dei mutui subprime non dice in fondo cose molto diverse. C’è, in “Wanna”, anche il mito del garage, come nelle grandi saghe della Silicon Valley: lei che alla fine degli anni Settanta, dopo aver fatto per un po’ la colf a Milano, da Vergottini, il leggendario coiffeur, si mette in proprio e affitta per diciottomila lire al mese un garage a Ozzano. Ma poi, a ricordarci che è pur sempre una storia italiana, ecco una hybris punita nel più feroce dei modi, con una giustizia a forma di inchiesta di “Striscia la notizia”. La televisione l’aveva creata, la televisione la distrugge. Da “Gran Bazar” alla vendetta del Gabibbo. Un’epica nel segno del trash.   C’è, in “Wanna”, anche il mito del garage, come nella Silicon Valley: lo affitta per diciottomila lire al mese a Ozzano alla fine degli anni 70    Naturalmente, “Wanna” è anche l’occasione per rivivere nell’èra di Instagram e TikTok la stagione epica delle prime televendite. Senza le idee, gli esperimenti, i trucchi, la cialtronaggine, l’improvvisazione, i colpi di genio della truppa dei teleimbonitori che invasero le prime “tv libere”, come si diceva negli anni Settanta, forse il berlusconismo, nel suo complesso di fenomeno televisivo-culturale-politico, non avrebbe avuto la stessa spinta, lo stesso impatto sulla società italiana. I televenditori prepararono il terreno. Entrarono in sintonia coi “territori”, come si dice ai congressi del Pd. Si immersero nelle emittenti locali, nelle regioni, nelle tante “piccole Italie” della nostra sconfinata e variegata provincia. “All’inizio degli anni Ottanta”, scrive Aldo Grasso ne “La tv del sommerso”, “le tv locali si impongono all’attenzione del pubblico non con l’invenzione di programmi particolarmente significativi, ma con le televendite affidate ad alcuni fantastici imbonitori”. Guido Angeli, Wanna Marchi, Walter Carboni, Roberto da Crema detto “il baffo”, sono i testimonial di “un’Italia sconosciuta ai più, un’Italia che si credeva finita per sempre”. Un’Italia che andava in gita a Biella, in pullman, partendo magari dalla Sicilia, con i viaggi organizzati dal mobilificio Aiazzone, e tornava a casa raggiante, carica di mensoline, cucine rustiche, camerette per bambini, “pagamento in 36 mesi, senza cambiali, consegna gratis in tutta Italia, isole comprese”. La televisione amplificava le imprese, ingigantiva le aziende, unificava il gusto e i desideri. I soldi giravano a palate. Se Aiazzone immaginava la sua immensa “città del Mobile”, Wanna Marchi si intestava un programma, il “Wanna Marchi Show”. Come Letterman o Costanzo. Perché lei non si limitava a vendere. Lei metteva in piedi un racconto quotidiano, una confessione pubblica, una specie di reality prima dei reality, con telefonate finte e una drammaturgia studiatissima.   Lo sfrenato dileggio del cliente diventò la sua cifra. Un imbarazzante “body shaming” contro “i ciccioni che fanno schifo”     Nel libro  “Wanna Marchi. Ascesa e caduta di un mito” di Stefano Zurlo (Baldini + Castoldi), da cui pesca a piene mani anche la docuserie (con Zurlo che diventa un po’ il narratore della vicenda) si dà voce a uno dei primi autori della Marchi, Antonio Crapanzano, incaricato di dare forma al personaggio nel laboratorio di ReteA, dove dalla mattina alla sera si vendeva di tutto. Crapanzano e Renato Caldarola trovano l’idea: “In quell’estate del 1983, Enzo Tortora era stato arrestato, ‘Portobello’ era orfano di padre, noi pensammo di occupare quello spazio. Calibrammo la Wanna televisiva all’incrocio di due icone: la base era Anna Magnani, la popolana, anzi la superpopolana, dagli scatti strepitosi; sopra ci spalmammo un po’ di Enzo Tortora, così rassicurante, familiare”. Ma certo Tortora non si sarebbe mai lanciato in quello sfrenato dileggio del cliente che diventò la cifra di Wanna Marchi. Un imbarazzante “body shaming”, come avremmo chiamato oggi quelle furibonde tirate contro i grassi, gli obesi, “i ciccioni che fanno schifo”. Qui la serie apre anche uno squarcio su un sessismo devastante, all’epoca non percepito, naturalmente. E’ tutto un inno al marito che ha sposato una donna “normale” e che poi si ritrova dopo qualche anno “una balena da novanta chili”. Oggi ovviamente e giustamente pare preistoria, ma questo percorso ci parla anche di quello che è cambiato nella società. Al tempo delle Marchi essere belli (soprattutto per le donne) era obbligatorio e se necessario si poteva essere insultate se serviva a raggiungere il risultato. Oggi con le nuove sensibilità l’imbonitrice che vuole vendervi il prodotto non vi insulterà più. Vi dirà che siete comunque bellissime/i, che andate bene così, che se siete “non conformi” è il vostro bello. A posto così? No, a questo punto però dovrete comprare comunque le fasce, lo scioglipancia, la spuma drenante e così via. Che sembra un po’ una contraddizione. Ma il teleimbonitore che nel frattempo si è trasferito su Instagram ha fatto un passo avanti. Non vi propone più un prodotto, è molto più sofisticato. Vi vende l’accesso al suo mondo, il partecipare alla sua vita oppure (argh) al suo stile di vita, il famigerato lifestyle. E noi lo vogliamo comprare. Tant’è vero che nessuno di noi avrebbe mai comprato alcunché di Wanna Marchi, non lo scioglipancia né i sali, eppure l’accesso al suo mondo (la serie) la paghiamo tutti, e ne vorremmo ancora.     Se guardiamo al vecchio mondo delle televendite ci pare un sistema tra il tragico e il fantozziano, con quei fondali cheap e le masserizie esposte, le pentole da cucina e i cambi Shimano e lo sfarfallio della bassa definizione. Le urla di Wanna e Stefania ci paiono far west. Ma forse un giorno vedremo anche questa galassia di venditori instagrammatici di oggi come lo stesso far west. Da quelli che espongono i figli – con tanto di amniocentesi ed ecografie prenatali – alle terapie di coppia, gli animaletti, i parenti, le crisi, i pianti, i domestici, in un palinsesto sgangherato senza fasce protette e senza regole per dirottarci verso prodotti #giftedby o #suppliedby. Scanalando oggi su Instagram, cos’è oggi tutto questo se non una generale e infinita televendita?    Ai tempi di Wanna Marchi i teleimbonitori non avevano accesso alle Biennali, non erano percepiti, magari a torto, come intellettuali   Un’altra differenza è che ai tempi di Wanna Marchi i teleimbonitori non avevano accesso alle Biennali, non erano percepiti, magari a torto, come intellettuali. Al povero esperto d’arte Francesco Boni che vendeva tappeti e statue e quadri sulla leggendaria bresciana Telemarket, poi trasfigurato nel dottor Armà, “Prrrotagonista del Novecento”, da Corrado Guzzanti, gli Uffizi non avrebbero proposto un ingaggio per invogliare turisti a mettersi in treno per Firenze. Oggi invece i nuovi teleimbonitori sono ingaggiati spesso da istituzioni culturali, anche se magari si occupano di spume per capelli (e noi per primi, chi produce quei manufatti radioattivi chiamati giornali o libri, è tutto uno sperare che i nuovi teleimbonitori ne parlino, facciano una story, e qualche malcapitato decida poi di acquistarli tra le merci del Gran Bazar).     Nei teleimbonitori di oggi è come se quel palinsesto di televendite e soap opera scalcagnate sudamericane e telequiz “vorrei ma non posso” che erano le tv private si fosse fuso. Il moderno teleimbonitore ti vende la crema, poi ti offre un angolo della posta, poi si mette il vestito buono e ti porta alla Scala e ti fa sognare in un abito che tu non ti potrai mai permettere. Poi nel caso ti dà anche consigli politici, insomma copre tutto il palinsesto che una ReteA di trent’anni fa spalmava su dieci programmi. La televendita ha inglobato tutto.    I nuovi teleimbonitori possono essere inspirational come l’Estetista cinica, ex estetista oggi imprenditrice di enormi fatturati con la sua linea Veralab, che espone il suo corpo non perfetto fasciato e spalmato delle sue creme e  bende rassodanti, e il messaggio che passa è: non devi essere perfetta  (tra l’altro impressiona il packaging simile a quello dello scioglipancia by Wanna Marchi). Talvolta invece il modello è irraggiungibile, devastantemente aspirational come le lacche e gli shampoo di Chiara Ferragni, o il vasto mondo di prodotti di Gwyneth Paltrow, che genialmente riciclatasi ha messo su Goop, impero di accessori per il corpo, la casa, il benessere, di cui alcuni non avrebbero sfigurato nel catalogo Wanna Marchi (vibratori di ogni specie, c’è un Viva La Vulva a 98 dollari, mazzi di carte per stimolare la conversazione tra coniugi – 25 dollari – e gli integratori “Mother Load” a 90).     Chissà che madre ha avuto Gwyneth Paltrow, perché nella serie sulle Marchi forse il vero tema è questo matriarcato fortissimo, il rapporto tra le due, la simbiosi (“non sarò mai altro che la figlia di Wanna Marchi”, dice Stefania, il farsi forza a vicenda: tutto crolla solo quando le separano in cella, tipo fratelli Bianchi). Le Marchi ce l’hanno fatta senza nessuno, soprattutto senza inutili uomini attorno, che sono solo peso e ostacolo. Rispetto ad altri matriarcati gli uomini non li hanno tenuti neanche solo per decorazione; come nella saga dei Ferragnez dove si vede il loro ruolo appunto decorativo, del padre Ferragni e del suocero Lucia, mentre tutto è in mano alle pazzesche donne di famiglia, la scrittrice mamma di Chiara, la mamma manager di Fedez (oltre alla fenomenale nonna cartomante di Fedez; e lì, nel lato più esoterico, potrebbe esserci una somiglianza e un collegamento con la storia che stiamo trattando). Man mano che il “fuoco” si allarga, da Marchi e da Stefania Nobile, entrano anche in scena nella serie una serie di personaggi secondari notevoli: Milva Magliano, Capra de Carrè, il mago Do Nascimento.   Con loro c’è il mago Do Nascimento, già maggiordomo che serviva a tavola dal fantomatico marchese “Capra de Carrè”     Milva Magliano, consigliera occulta, amica e poi forse nemica, sempre minacciosa, è un personaggio che sembra aver sbagliato serie, sembra uscita da Gomorra, “pluripregiudicata per truffa (le più recenti riguardavano il commercio di opere d’arte), reati finanziari e altro ancora (nel curriculum ha anche una condanna, negli anni 80, per appartenenza alla Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo)” (Corriere della Sera). Il mago Do Nascimento, già maggiordomo che serviva a tavola scalzo a casa del fantomatico marchese “Capra de Carré”, per poi diventare non mago ma “maestro di vita”, in quanto nipote di una sacerdotessa o sciamana (vabbè) in Brasile. Dispensatore di numeri del lotto e attivatore del sale miracoloso (“il rito se non è attivato dal maestro di vita mica funziona”, dicono le telefoniste). Ma eccoci al personaggio più gustoso di questa gang di sfessati, il marchese o conte Attilio Capra de Carrè. Siamo alle grandi spy story italiane; altrove hanno John Le Carré, noi Capra de Carrè. Un vecchio articolo di Repubblica lo dà non marchese ma conte. Anche secondo l’Annuario della nobiltà italiana i Capra de Carrè è “antica famiglia nobiliare vicentina”, sono “conti palatini”. Wanna Marchi lo conosce in quanto vicino di casa a Porto Cervo. “Un sedicente conte milanese. Un uomo non più giovane, fisico basso e tozzo, che anni fa portava, nonostante la moda di Little Tony fosse finita da un pezzo, un davvero mitico ciuffo a banana. Mai stato nobile. Era uno ‘zanza’, un truffatore, un vero esperto di sparizioni di denaro altrui a proprio favore. Siamo nel ’96 quando lo ‘zanza’, che adesso è molto malato, si prende in casa Mario dal fisico da ballerino, appena sbarcato dal Brasile. Mario diventa anche il cuoco di casa, viene presentato come il maggiordomo. Insomma, deve molto al ‘conte’, ma non esita quando il suo mentore e Wanna smettono di avere affari in comune (allora vendevano creme dimagranti): lo molla e diventa il maggiordomo della signora delle aste tv. Dalla dispensa allo studio tv il passo è breve” (Repubblica). Infatti Wanna e la figlia Stefania a un certo punto tradiscono il marchese o conte e si mettono in proprio, e da lì secondo loro arriverebbero tutte le sventure. Il marchese o conte è dato come intimo di Marcello dell’Utri, allora gran capo di Publitalia, e la successiva caduta delle Marchi è data anche – tesi affascinante – come conseguenza della volontà del mondo berlusconiano di far fuori il variegato mondo delle tv private minori. Intanto il conte o marchese ci prova anche con la politica, tentando di farsi eleggere con la Lega (ci sono degli spezzoni di lui che tenta di parlare in dialetto milanese senza gran successo). Oggi è scomparso, non ha lasciato tracce, peccato perché nel 26 per cento dell’Italia meloniana forse a ‘sto giro ce l’avrebbe fatta pure lui. Scomparso anche il mago Do Nascimento, forse tornato in  Brasile, comunque completamente libero, ha beneficiato dell’indulto nel 2006.         Wanna Marchi voleva fortemente essere estetista. Era quanto ci fosse di più vicino al suo sogno, fare il medico, ma siccome non può studiare, quello da estetista è l’unico camice bianco che può indossare. Intuisce la centralità della figura dell’estetista come confessore, complice, calamita di ansie, emozioni, aspirazioni. L’estetista anche come operatore della contemporaneità: che ti vende creme e massaggi pur nella consapevolezza che non serviranno probabilmente a niente. E certo la comunicazione è cambiata totalmente in trent’anni, e però qualcosa in comune c’è. Per esempio il vittimismo, che sembra assente del tutto nella morfologia della fiaba di Wanna Marchi, col rimarcare che la figlia viene arrestata anche se malata, ma “queste cose ce le teniamo per noi”; come a dire, never explain never complain. C’è una notazione molto interessante quando Wanna Marchi stessa dice qualcosa contro il mondo di oggi, un mondo in cui “tutti si sentono defraudati dalla vita”. Ognuno coi suoi traumi, un mondo che non può essere il suo, lei che nasce in una casa in cui non c’era da mangiare, lei che a un certo punto si mette a truccare i morti come lavoro, per tirare avanti, lei sì che ne avrebbe di traumi da tirar fuori, ma l’unico motivo per cui è sopravvissuta è che ha deciso di non ricordarseli.     Il suo segreto è non avere l’inconscio. Dopo il crac finanziario a fine 80 il marchese Capra de Carré inventa la seconda vita della venditrice     Il suo segreto è non avere l’inconscio. Dopo il crack finanziario che chiude gli scintillanti anni Ottanta di Wanna Marchi & figlia, con un impero di prodotti ormai svanito, il marchese Capra de Carrè inventa la seconda vita della venditrice più brava di tutti. La tv c’è sempre. Lo stile, la tempra, le urla, i siparietti son sempre quelli, ma la platea cambia. Si allarga. Entrano i disperati, colpiti magari da disgrazie tremende, in cerca di un appiglio qualsiasi che lenisca il dolore. Wanna Marchi non è più una simpatica imbrogliona che promette di perdere peso. “La Wanna Marchi degli anni Novanta è diversa da quella del decennio precedente”, scrive Zurlo, “alghe, creme e lozioni, ma poi numeri magici, la fortuna e la malattia, ora le Marchi non si limitano a gridare, ‘D’accordooo?’. Ora il malocchio e la negatività sono il pretesto per colloqui agghiaccianti e il mago, il ‘maestro di vita’, è il testimonial di questa industria della creatività”. I centralinisti evocano sciagure. Siamo in una zona oscura tra il plagio e il ricatto, la truffa, il raggiro più bieco. Lei però, Wanna Marchi, non vede alcun reato. Non l’ha mai visto. Pensava di muoversi tra la posta del cuore e l’oroscopo, magari con qualche scorrettezza, ma quale venditore non ricorre a trucchi e inganni per acchiappare il cliente? Lo ribadisce nel documentario, dunque a distanza di anni, sostenendo che “i coglioni vanno sempre inculati”, con piglio mussolinesco (un altro contributo dell’Emilia Romagna), voce ferma, implacabile, una sentenza, un comandamento. E qui si gioca tutto. Di chi è la colpa? Di Wanna Marchi? Della televisione? Dei creduloni che abboccano invece di riattaccare il telefono? Il processo, le prove, le sentenze sono nette. I reati anche. Però siamo in fondo nella stessa zona oscura di “Sanpa”, con la mano tesa da Muccioli ai tossicodipendenti che sconfinava in prigionia, sequestro di persona. Si esce così un po’ frastornati anche da “Wanna”, inorriditi e affascinati, con la sensazione di aver assistito a uno spettacolo lontanissimo e vicinissimo a noi allo stesso tempo.    Marchi sembra lontana anni luce dall’impero del vittimismo odierno, dal vittimismo performativo che fa vendere i prodotti sui social. Eppure c’è anche lì. Lei ricorda il momento esatto in cui comincia ad avere successo, e avviene non per la bontà dei suoi prodotti, ma per una specie di mozione degli affetti. Dopo aver comprato un po’ di spazi pubblicitari su una tv locale, in cui fa le sue prime apparizioni, nessuno telefona. Nessuno se la fila. In quella che pensa sarà la sua ultima apparizione dice ai telespettatori, in lacrime, che non si può permettere di andare avanti, che non ha più soldi, e dunque addio. Lì, solo lì, i centralini cominciano a squillare, e non smetteranno più. Siamo di fronte insomma all’eterno chiagni e fotti performativo, da lì nasce tutto, evidentemente molto prima di Instagram, ma anche della “Cultura del piagnisteo”, il libro di Robert Hughes che è del 1993. Intanto cambia il medium e forse anche il messaggio, i teleimbonitori si adeguano ma rimane il format “Gran bazar”. Non vendono più solo mercanzia ma diventano esperti d’arte, divulgatori per le Biennali  (la Wanna forse l’avrebbe solo sognato, forse non si sarebbe spinta a tanto, forse ne avrebbe riso) e oggi alternano creme, alghe, fasciature, a scrittura di  romanzi, saggi, statement politici.    Mixando abilmente l’esibizione dei risultati del meritato successo con i drammi personali (Estetista cinica esibisce per esempio la Mercedes fiammante, proprio come Wanna Marchi: “ho preso la Mercedes e non ne sono più scesa”), e però subito dopo attacca: io che non ho potuto studiare, io figlia di operai, ecc. E qui naturalmente si faranno dei distinguo dal wannamarchismo, non c’è truffa e non c’è inganno nella Cinica,  imprenditrice che si è fatta da sé, così come in tanti altri instavenditori di oggi che ci provano, ce la mettono tutta, in un settore oltretutto sempre più affollato e specializzato.    Il sabba degli influencer appena fiuta il sangue prevede l’epurazione, se non dei pori, degli avversari, o di chiunque capiti a tiro    Ma si è comunque già pronti alla shitstorm estetistica, figuriamoci, ci si è già passati; del resto il palinsesto instagrammatico odierno campa di indignazione, che è l’equivalente del cash degli anni Ottanta. E’ nervoso,  il mondo influenceristico, perché non sa quanto durerà (come le televendite degli anni Ottanta,  è un mondo che potrebbe essere spazzato via senza preavviso). Il mondo di Instagram oggi è  come se fosse una grande Rete A in cui ogni televenditore, invece che andare in onda felice per l’opportunità di fare quello strambo lavoro, non vede l’ora che qualcuno sbagli per massacrarlo. Certo senza bodyshaming, ma una bella rissa premia ora come allora. Lo dimostra, ultimo, il caso Giulia Torelli di questi giorni, l’influencer milanese attaccata dal branco per alcune poco accorte battute pronunciate sui “vecchi”. Tutto il mondo influenceristico si è subito accanito contro di lei. Il sabba degli influencer appena fiuta il sangue prevede infatti l’ epurazione, se non dei pori, degli avversari, o di chiunque capiti a tiro, tutti insieme contro il soggetto debole, mentre gli altri guadagnano l’indignazione che porta like. Anche questo è un rito purificatorio, che utilizza il sale magico di oggi, l’algoritmo.    La dinamica di oggi dei moderni televenditori, che oscilla tra autocompatimento e feroce caccia al malcapitato da crocifiggere, ricorda, questa sì, la sulfurea danza stregonesca di Wanna Marchi, del mago Do Nascimento e di Stefania Nobile, in un clima di eccitazione perenne, e la minaccia dell’epurazione, della pubblica gogna, ricorda la jettatoria evocazione di sciagure, fatture, malocchi, incidenti terribili. Solo che una volta bisognava accendere la tv, alzare il telefono e chiamare, per aver accesso a quest’antro. Adesso l’influencer ci vive dentro, il tuo telefono. Lì dentro c’è sempre il Gran Bazar, pronto a saltar fuori, quando meno te l’aspetti.

  • Wanna Marchi, specchio di un’Italia abbagliata dalla peggio tv
    by Michele Masneri e Andrea Minuz (Il Foglio RSS) on Ottobre 3, 2022 at 1:13 pm

    La prima cosa che colpiva era la voce. Le urla, le grida, gli acuti così striduli di Wanna Marchi. Anche altri televenditori erano grandi urlatori, ma lo strillo improvviso di Wanna Marchi aveva qualcosa di ipnotico. In quelle sfuriate contro il grasso, la ciccia, il lardo, i punti neri, la forfora, che fecero la fortuna della Wanna Marchi anni Ottanta, prima della svolta esoterica, c’era una grande anticipazione dei tempi: l’iracondia di Sgarbi, gli ululati di Mario Giordano, le urla di Beppe Grillo al V-Day o i comizi strillatissimi di Giorgia Meloni, autoproclamatasi “cintura nera di urla”, sono tutti un po’ in debito con lei. Il suo celebre claim, “d’accordooo??”, tormentone televisivo che riuscì a trasformare anche in un tremendo “rap”  alla fine degli anni Ottanta, certo non avrebbe sfigurato tra gli slogan di questa campagna elettorale: Scegli! Credo! Pronti! D’accordo?? E se le cose fossero andate diversamente, chissà, forse oggi ci sarebbe stato posto anche per lei in qualche lista, listone o accozzaglia elettorale.    Il suo celebre claim, “d’accordooo??”, certo non avrebbe sfigurato tra gli slogan di questa campagna elettorale    “Wanna”, la docuserie sulla sfolgorante vicenda di Wanna Marchi e sua figlia, Stefania Nobile, è un altro capitolo della controstoria d’Italia che sta scrivendo Netflix. Come già in “Sanpa”, o “L’Isola delle rose”, vicende più o meno recenti, personaggi più o meno rimossi che tornano a tormentarci, ancora una volta con l’Emilia Romagna come epicentro. E qui bisogna forse interrogarsi. Un allevatore di cani col trip per il paranormale che s’inventa capo e padrone di una comunità di reietti; un ingegnere mezzo matto che costruisce un’isola a largo di Rimini e la proclama nazione; un’estetista di Castel Guelfo di Bologna che diventa imperatrice delle televendite, poi personaggio trash della tv, quindi strega da bruciare al rogo. Sullo sfondo, il solito paesaggio e repertorio italiano: un paese arcaico, un mondo contadino che non muore, un’Italia superstiziosa, misteriosa, profonda, di provincia, in bilico tra smanie di modernità e pensiero magico.    Sono tutte contraddizioni e cifre e caratteristiche che in Emilia Romagna si fanno più forti. Una regione “laboratorio”, dove “si sono sperimentati in momenti diversi modelli potenzialmente validi per l’Italia”, come scrive Roberto Balzani nel suo “La Romagna”, edizioni il Mulino, studio sull’identità della regione (“la Romagna è davvero un bel caso di studio: fonde mitografie locali e mitologie nazionali, usa media moderni, appare di volta in volta come un’isola, un concentrato di italianità, una spremuta di regionalismo, un’autobiografia della nazione rurale e casereccia”, definizione che calza a pennello per la vicenda Wanna Marchi e quel pezzo d’Italia che sfreccia dentro gli anni Ottanta). L’Emilia Romagna dunque come centro della nuova Italia delle piattaforme – non petrolifere o del gas, ma post-televisive. C’è anche “Sotto il sole di Riccione” e poi in preparazione una fiction sul liscio e i Casadei di cui molti parlano. Non è la solita Italia del cinema, né quella di RaiFiction o Mediaset. Meno Milano/Roma o la Napoli di “Gomorra”.    “La Romagna è un caso di studio: fonde mitografie locali e mitologie nazionali, un’autobiografia della nazione rurale e casereccia”     Un arsenale di plot più vari rispetto a coppie in crisi, mafia e antimafia, polizia, carabinieri e guardia di finanza. L’Emilia Romagna sta a Netflix Italia come il sud degli Stati Uniti alle serie crime Hbo, tipo “True Detective” o “Sharp Objects”. Anche lì sempre vicende misteriose, posti desolati, negli altopiani al confine tra Kansas, Arkansas, Missouri, con questi piccoli centri abitati tutti uguali, e comunità rurali che si autogovernano, nascondono segreti, intrighi, sacche di magia, riti voodoo.  Se con “Sanpa” eravamo dalle parti del gotico padano di Pupi Avati, con “Wanna” vengono in mente anche molti film hollywoodiani. C’è “Joy”, ispirato alla vita di Joy Mangano, con Jennifer Lawrence casalinga disperata e inventrice del mocio per pulire i pavimenti che fa il botto grazie alle televendite. C’è un omaggio a “The Wolf of Wall Street”, proprio in apertura della docuserie. Il lupo di Wall Street diventa qui la tigre di Ozzano, Wanna Marchi, che prova a vendere una penna al cameraman, come DiCaprio nel film di Scorsese. Ma tutta la vicenda Marchi è nel suo piccolo una perfetta allegoria del capitalismo avanzato, nel passaggio dal manufatto alla smaterializzazione dei beni. Così dalle alghe bretoni, dalle argille, dalle creme degli anni Ottanta, Wanna Marchi arriva a vendere pezzi di fortuna, numeri del lotto, il “nulla” insomma.     L’oggetto non c’è più. C’è solo “l’esperienza”, come nella cucina molecolare. E quando ce lo spiega a modo suo nella docuserie, siamo dalle parti di “The Big Short”, il film di Adam McKay sulla crisi finanziaria del 2008: Margot Robbie a mollo in una vasca da bagno con lo champagne, che ci illustra il funzionamento della fuffa e della truffa dei mutui subprime non dice in fondo cose molto diverse. C’è, in “Wanna”, anche il mito del garage, come nelle grandi saghe della Silicon Valley: lei che alla fine degli anni Settanta, dopo aver fatto per un po’ la colf a Milano, da Vergottini, il leggendario coiffeur, si mette in proprio e affitta per diciottomila lire al mese un garage a Ozzano. Ma poi, a ricordarci che è pur sempre una storia italiana, ecco una hybris punita nel più feroce dei modi, con una giustizia a forma di inchiesta di “Striscia la notizia”. La televisione l’aveva creata, la televisione la distrugge. Da “Gran Bazar” alla vendetta del Gabibbo. Un’epica nel segno del trash.   C’è, in “Wanna”, anche il mito del garage, come nella Silicon Valley: lo affitta per diciottomila lire al mese a Ozzano alla fine degli anni 70    Naturalmente, “Wanna” è anche l’occasione per rivivere nell’èra di Instagram e TikTok la stagione epica delle prime televendite. Senza le idee, gli esperimenti, i trucchi, la cialtronaggine, l’improvvisazione, i colpi di genio della truppa dei teleimbonitori che invasero le prime “tv libere”, come si diceva negli anni Settanta, forse il berlusconismo, nel suo complesso di fenomeno televisivo-culturale-politico, non avrebbe avuto la stessa spinta, lo stesso impatto sulla società italiana. I televenditori prepararono il terreno. Entrarono in sintonia coi “territori”, come si dice ai congressi del Pd. Si immersero nelle emittenti locali, nelle regioni, nelle tante “piccole Italie” della nostra sconfinata e variegata provincia. “All’inizio degli anni Ottanta”, scrive Aldo Grasso ne “La tv del sommerso”, “le tv locali si impongono all’attenzione del pubblico non con l’invenzione di programmi particolarmente significativi, ma con le televendite affidate ad alcuni fantastici imbonitori”. Guido Angeli, Wanna Marchi, Walter Carboni, Roberto da Crema detto “il baffo”, sono i testimonial di “un’Italia sconosciuta ai più, un’Italia che si credeva finita per sempre”. Un’Italia che andava in gita a Biella, in pullman, partendo magari dalla Sicilia, con i viaggi organizzati dal mobilificio Aiazzone, e tornava a casa raggiante, carica di mensoline, cucine rustiche, camerette per bambini, “pagamento in 36 mesi, senza cambiali, consegna gratis in tutta Italia, isole comprese”. La televisione amplificava le imprese, ingigantiva le aziende, unificava il gusto e i desideri. I soldi giravano a palate. Se Aiazzone immaginava la sua immensa “città del Mobile”, Wanna Marchi si intestava un programma, il “Wanna Marchi Show”. Come Letterman o Costanzo. Perché lei non si limitava a vendere. Lei metteva in piedi un racconto quotidiano, una confessione pubblica, una specie di reality prima dei reality, con telefonate finte e una drammaturgia studiatissima.   Lo sfrenato dileggio del cliente diventò la sua cifra. Un imbarazzante “body shaming” contro “i ciccioni che fanno schifo”     Nel libro  “Wanna Marchi. Ascesa e caduta di un mito” di Stefano Zurlo (Baldini + Castoldi), da cui pesca a piene mani anche la docuserie (con Zurlo che diventa un po’ il narratore della vicenda) si dà voce a uno dei primi autori della Marchi, Antonio Crapanzano, incaricato di dare forma al personaggio nel laboratorio di ReteA, dove dalla mattina alla sera si vendeva di tutto. Crapanzano e Renato Caldarola trovano l’idea: “In quell’estate del 1983, Enzo Tortora era stato arrestato, ‘Portobello’ era orfano di padre, noi pensammo di occupare quello spazio. Calibrammo la Wanna televisiva all’incrocio di due icone: la base era Anna Magnani, la popolana, anzi la superpopolana, dagli scatti strepitosi; sopra ci spalmammo un po’ di Enzo Tortora, così rassicurante, familiare”. Ma certo Tortora non si sarebbe mai lanciato in quello sfrenato dileggio del cliente che diventò la cifra di Wanna Marchi. Un imbarazzante “body shaming”, come avremmo chiamato oggi quelle furibonde tirate contro i grassi, gli obesi, “i ciccioni che fanno schifo”. Qui la serie apre anche uno squarcio su un sessismo devastante, all’epoca non percepito, naturalmente. E’ tutto un inno al marito che ha sposato una donna “normale” e che poi si ritrova dopo qualche anno “una balena da novanta chili”. Oggi ovviamente e giustamente pare preistoria, ma questo percorso ci parla anche di quello che è cambiato nella società. Al tempo delle Marchi essere belli (soprattutto per le donne) era obbligatorio e se necessario si poteva essere insultate se serviva a raggiungere il risultato. Oggi con le nuove sensibilità l’imbonitrice che vuole vendervi il prodotto non vi insulterà più. Vi dirà che siete comunque bellissime/i, che andate bene così, che se siete “non conformi” è il vostro bello. A posto così? No, a questo punto però dovrete comprare comunque le fasce, lo scioglipancia, la spuma drenante e così via. Che sembra un po’ una contraddizione. Ma il teleimbonitore che nel frattempo si è trasferito su Instagram ha fatto un passo avanti. Non vi propone più un prodotto, è molto più sofisticato. Vi vende l’accesso al suo mondo, il partecipare alla sua vita oppure (argh) al suo stile di vita, il famigerato lifestyle. E noi lo vogliamo comprare. Tant’è vero che nessuno di noi avrebbe mai comprato alcunché di Wanna Marchi, non lo scioglipancia né i sali, eppure l’accesso al suo mondo (la serie) la paghiamo tutti, e ne vorremmo ancora.     Se guardiamo al vecchio mondo delle televendite ci pare un sistema tra il tragico e il fantozziano, con quei fondali cheap e le masserizie esposte, le pentole da cucina e i cambi Shimano e lo sfarfallio della bassa definizione. Le urla di Wanna e Stefania ci paiono far west. Ma forse un giorno vedremo anche questa galassia di venditori instagrammatici di oggi come lo stesso far west. Da quelli che espongono i figli – con tanto di amniocentesi ed ecografie prenatali – alle terapie di coppia, gli animaletti, i parenti, le crisi, i pianti, i domestici, in un palinsesto sgangherato senza fasce protette e senza regole per dirottarci verso prodotti #giftedby o #suppliedby. Scanalando oggi su Instagram, cos’è oggi tutto questo se non una generale e infinita televendita?    Ai tempi di Wanna Marchi i teleimbonitori non avevano accesso alle Biennali, non erano percepiti, magari a torto, come intellettuali   Un’altra differenza è che ai tempi di Wanna Marchi i teleimbonitori non avevano accesso alle Biennali, non erano percepiti, magari a torto, come intellettuali. Al povero esperto d’arte Francesco Boni che vendeva tappeti e statue e quadri sulla leggendaria bresciana Telemarket, poi trasfigurato nel dottor Armà, “Prrrotagonista del Novecento”, da Corrado Guzzanti, gli Uffizi non avrebbero proposto un ingaggio per invogliare turisti a mettersi in treno per Firenze. Oggi invece i nuovi teleimbonitori sono ingaggiati spesso da istituzioni culturali, anche se magari si occupano di spume per capelli (e noi per primi, chi produce quei manufatti radioattivi chiamati giornali o libri, è tutto uno sperare che i nuovi teleimbonitori ne parlino, facciano una story, e qualche malcapitato decida poi di acquistarli tra le merci del Gran Bazar).     Nei teleimbonitori di oggi è come se quel palinsesto di televendite e soap opera scalcagnate sudamericane e telequiz “vorrei ma non posso” che erano le tv private si fosse fuso. Il moderno teleimbonitore ti vende la crema, poi ti offre un angolo della posta, poi si mette il vestito buono e ti porta alla Scala e ti fa sognare in un abito che tu non ti potrai mai permettere. Poi nel caso ti dà anche consigli politici, insomma copre tutto il palinsesto che una ReteA di trent’anni fa spalmava su dieci programmi. La televendita ha inglobato tutto.    I nuovi teleimbonitori possono essere inspirational come l’Estetista cinica, ex estetista oggi imprenditrice di enormi fatturati con la sua linea Veralab, che espone il suo corpo non perfetto fasciato e spalmato delle sue creme e  bende rassodanti, e il messaggio che passa è: non devi essere perfetta  (tra l’altro impressiona il packaging simile a quello dello scioglipancia by Wanna Marchi). Talvolta invece il modello è irraggiungibile, devastantemente aspirational come le lacche e gli shampoo di Chiara Ferragni, o il vasto mondo di prodotti di Gwyneth Paltrow, che genialmente riciclatasi ha messo su Goop, impero di accessori per il corpo, la casa, il benessere, di cui alcuni non avrebbero sfigurato nel catalogo Wanna Marchi (vibratori di ogni specie, c’è un Viva La Vulva a 98 dollari, mazzi di carte per stimolare la conversazione tra coniugi – 25 dollari – e gli integratori “Mother Load” a 90).     Chissà che madre ha avuto Gwyneth Paltrow, perché nella serie sulle Marchi forse il vero tema è questo matriarcato fortissimo, il rapporto tra le due, la simbiosi (“non sarò mai altro che la figlia di Wanna Marchi”, dice Stefania, il farsi forza a vicenda: tutto crolla solo quando le separano in cella, tipo fratelli Bianchi). Le Marchi ce l’hanno fatta senza nessuno, soprattutto senza inutili uomini attorno, che sono solo peso e ostacolo. Rispetto ad altri matriarcati gli uomini non li hanno tenuti neanche solo per decorazione; come nella saga dei Ferragnez dove si vede il loro ruolo appunto decorativo, del padre Ferragni e del suocero Lucia, mentre tutto è in mano alle pazzesche donne di famiglia, la scrittrice mamma di Chiara, la mamma manager di Fedez (oltre alla fenomenale nonna cartomante di Fedez; e lì, nel lato più esoterico, potrebbe esserci una somiglianza e un collegamento con la storia che stiamo trattando). Man mano che il “fuoco” si allarga, da Marchi e da Stefania Nobile, entrano anche in scena nella serie una serie di personaggi secondari notevoli: Milva Magliano, Capra de Carrè, il mago Do Nascimento.   Con loro c’è il mago Do Nascimento, già maggiordomo che serviva a tavola dal fantomatico marchese “Capra de Carrè”     Milva Magliano, consigliera occulta, amica e poi forse nemica, sempre minacciosa, è un personaggio che sembra aver sbagliato serie, sembra uscita da Gomorra, “pluripregiudicata per truffa (le più recenti riguardavano il commercio di opere d’arte), reati finanziari e altro ancora (nel curriculum ha anche una condanna, negli anni 80, per appartenenza alla Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo)” (Corriere della Sera). Il mago Do Nascimento, già maggiordomo che serviva a tavola scalzo a casa del fantomatico marchese “Capra de Carré”, per poi diventare non mago ma “maestro di vita”, in quanto nipote di una sacerdotessa o sciamana (vabbè) in Brasile. Dispensatore di numeri del lotto e attivatore del sale miracoloso (“il rito se non è attivato dal maestro di vita mica funziona”, dicono le telefoniste). Ma eccoci al personaggio più gustoso di questa gang di sfessati, il marchese o conte Attilio Capra de Carrè. Siamo alle grandi spy story italiane; altrove hanno John Le Carré, noi Capra de Carrè. Un vecchio articolo di Repubblica lo dà non marchese ma conte. Anche secondo l’Annuario della nobiltà italiana i Capra de Carrè è “antica famiglia nobiliare vicentina”, sono “conti palatini”. Wanna Marchi lo conosce in quanto vicino di casa a Porto Cervo. “Un sedicente conte milanese. Un uomo non più giovane, fisico basso e tozzo, che anni fa portava, nonostante la moda di Little Tony fosse finita da un pezzo, un davvero mitico ciuffo a banana. Mai stato nobile. Era uno ‘zanza’, un truffatore, un vero esperto di sparizioni di denaro altrui a proprio favore. Siamo nel ’96 quando lo ‘zanza’, che adesso è molto malato, si prende in casa Mario dal fisico da ballerino, appena sbarcato dal Brasile. Mario diventa anche il cuoco di casa, viene presentato come il maggiordomo. Insomma, deve molto al ‘conte’, ma non esita quando il suo mentore e Wanna smettono di avere affari in comune (allora vendevano creme dimagranti): lo molla e diventa il maggiordomo della signora delle aste tv. Dalla dispensa allo studio tv il passo è breve” (Repubblica). Infatti Wanna e la figlia Stefania a un certo punto tradiscono il marchese o conte e si mettono in proprio, e da lì secondo loro arriverebbero tutte le sventure. Il marchese o conte è dato come intimo di Marcello dell’Utri, allora gran capo di Publitalia, e la successiva caduta delle Marchi è data anche – tesi affascinante – come conseguenza della volontà del mondo berlusconiano di far fuori il variegato mondo delle tv private minori. Intanto il conte o marchese ci prova anche con la politica, tentando di farsi eleggere con la Lega (ci sono degli spezzoni di lui che tenta di parlare in dialetto milanese senza gran successo). Oggi è scomparso, non ha lasciato tracce, peccato perché nel 26 per cento dell’Italia meloniana forse a ‘sto giro ce l’avrebbe fatta pure lui. Scomparso anche il mago Do Nascimento, forse tornato in  Brasile, comunque completamente libero, ha beneficiato dell’indulto nel 2006.         Wanna Marchi voleva fortemente essere estetista. Era quanto ci fosse di più vicino al suo sogno, fare il medico, ma siccome non può studiare, quello da estetista è l’unico camice bianco che può indossare. Intuisce la centralità della figura dell’estetista come confessore, complice, calamita di ansie, emozioni, aspirazioni. L’estetista anche come operatore della contemporaneità: che ti vende creme e massaggi pur nella consapevolezza che non serviranno probabilmente a niente. E certo la comunicazione è cambiata totalmente in trent’anni, e però qualcosa in comune c’è. Per esempio il vittimismo, che sembra assente del tutto nella morfologia della fiaba di Wanna Marchi, col rimarcare che la figlia viene arrestata anche se malata, ma “queste cose ce le teniamo per noi”; come a dire, never explain never complain. C’è una notazione molto interessante quando Wanna Marchi stessa dice qualcosa contro il mondo di oggi, un mondo in cui “tutti si sentono defraudati dalla vita”. Ognuno coi suoi traumi, un mondo che non può essere il suo, lei che nasce in una casa in cui non c’era da mangiare, lei che a un certo punto si mette a truccare i morti come lavoro, per tirare avanti, lei sì che ne avrebbe di traumi da tirar fuori, ma l’unico motivo per cui è sopravvissuta è che ha deciso di non ricordarseli.     Il suo segreto è non avere l’inconscio. Dopo il crac finanziario a fine 80 il marchese Capra de Carré inventa la seconda vita della venditrice     Il suo segreto è non avere l’inconscio. Dopo il crack finanziario che chiude gli scintillanti anni Ottanta di Wanna Marchi & figlia, con un impero di prodotti ormai svanito, il marchese Capra de Carrè inventa la seconda vita della venditrice più brava di tutti. La tv c’è sempre. Lo stile, la tempra, le urla, i siparietti son sempre quelli, ma la platea cambia. Si allarga. Entrano i disperati, colpiti magari da disgrazie tremende, in cerca di un appiglio qualsiasi che lenisca il dolore. Wanna Marchi non è più una simpatica imbrogliona che promette di perdere peso. “La Wanna Marchi degli anni Novanta è diversa da quella del decennio precedente”, scrive Zurlo, “alghe, creme e lozioni, ma poi numeri magici, la fortuna e la malattia, ora le Marchi non si limitano a gridare, ‘D’accordooo?’. Ora il malocchio e la negatività sono il pretesto per colloqui agghiaccianti e il mago, il ‘maestro di vita’, è il testimonial di questa industria della creatività”. I centralinisti evocano sciagure. Siamo in una zona oscura tra il plagio e il ricatto, la truffa, il raggiro più bieco. Lei però, Wanna Marchi, non vede alcun reato. Non l’ha mai visto. Pensava di muoversi tra la posta del cuore e l’oroscopo, magari con qualche scorrettezza, ma quale venditore non ricorre a trucchi e inganni per acchiappare il cliente? Lo ribadisce nel documentario, dunque a distanza di anni, sostenendo che “i coglioni vanno sempre inculati”, con piglio mussolinesco (un altro contributo dell’Emilia Romagna), voce ferma, implacabile, una sentenza, un comandamento. E qui si gioca tutto. Di chi è la colpa? Di Wanna Marchi? Della televisione? Dei creduloni che abboccano invece di riattaccare il telefono? Il processo, le prove, le sentenze sono nette. I reati anche. Però siamo in fondo nella stessa zona oscura di “Sanpa”, con la mano tesa da Muccioli ai tossicodipendenti che sconfinava in prigionia, sequestro di persona. Si esce così un po’ frastornati anche da “Wanna”, inorriditi e affascinati, con la sensazione di aver assistito a uno spettacolo lontanissimo e vicinissimo a noi allo stesso tempo.    Marchi sembra lontana anni luce dall’impero del vittimismo odierno, dal vittimismo performativo che fa vendere i prodotti sui social. Eppure c’è anche lì. Lei ricorda il momento esatto in cui comincia ad avere successo, e avviene non per la bontà dei suoi prodotti, ma per una specie di mozione degli affetti. Dopo aver comprato un po’ di spazi pubblicitari su una tv locale, in cui fa le sue prime apparizioni, nessuno telefona. Nessuno se la fila. In quella che pensa sarà la sua ultima apparizione dice ai telespettatori, in lacrime, che non si può permettere di andare avanti, che non ha più soldi, e dunque addio. Lì, solo lì, i centralini cominciano a squillare, e non smetteranno più. Siamo di fronte insomma all’eterno chiagni e fotti performativo, da lì nasce tutto, evidentemente molto prima di Instagram, ma anche della “Cultura del piagnisteo”, il libro di Robert Hughes che è del 1993. Intanto cambia il medium e forse anche il messaggio, i teleimbonitori si adeguano ma rimane il format “Gran bazar”. Non vendono più solo mercanzia ma diventano esperti d’arte, divulgatori per le Biennali  (la Wanna forse l’avrebbe solo sognato, forse non si sarebbe spinta a tanto, forse ne avrebbe riso) e oggi alternano creme, alghe, fasciature, a scrittura di  romanzi, saggi, statement politici.    Mixando abilmente l’esibizione dei risultati del meritato successo con i drammi personali (Estetista cinica esibisce per esempio la Mercedes fiammante, proprio come Wanna Marchi: “ho preso la Mercedes e non ne sono più scesa”), e però subito dopo attacca: io che non ho potuto studiare, io figlia di operai, ecc. E qui naturalmente si faranno dei distinguo dal wannamarchismo, non c’è truffa e non c’è inganno nella Cinica,  imprenditrice che si è fatta da sé, così come in tanti altri instavenditori di oggi che ci provano, ce la mettono tutta, in un settore oltretutto sempre più affollato e specializzato.    Il sabba degli influencer appena fiuta il sangue prevede l’epurazione, se non dei pori, degli avversari, o di chiunque capiti a tiro    Ma si è comunque già pronti alla shitstorm estetistica, figuriamoci, ci si è già passati; del resto il palinsesto instagrammatico odierno campa di indignazione, che è l’equivalente del cash degli anni Ottanta. E’ nervoso,  il mondo influenceristico, perché non sa quanto durerà (come le televendite degli anni Ottanta,  è un mondo che potrebbe essere spazzato via senza preavviso). Il mondo di Instagram oggi è  come se fosse una grande Rete A in cui ogni televenditore, invece che andare in onda felice per l’opportunità di fare quello strambo lavoro, non vede l’ora che qualcuno sbagli per massacrarlo. Certo senza bodyshaming, ma una bella rissa premia ora come allora. Lo dimostra, ultimo, il caso Giulia Torelli di questi giorni, l’influencer milanese attaccata dal branco per alcune poco accorte battute pronunciate sui “vecchi”. Tutto il mondo influenceristico si è subito accanito contro di lei. Il sabba degli influencer appena fiuta il sangue prevede infatti l’ epurazione, se non dei pori, degli avversari, o di chiunque capiti a tiro, tutti insieme contro il soggetto debole, mentre gli altri guadagnano l’indignazione che porta like. Anche questo è un rito purificatorio, che utilizza il sale magico di oggi, l’algoritmo.    La dinamica di oggi dei moderni televenditori, che oscilla tra autocompatimento e feroce caccia al malcapitato da crocifiggere, ricorda, questa sì, la sulfurea danza stregonesca di Wanna Marchi, del mago Do Nascimento e di Stefania Nobile, in un clima di eccitazione perenne, e la minaccia dell’epurazione, della pubblica gogna, ricorda la jettatoria evocazione di sciagure, fatture, malocchi, incidenti terribili. Solo che una volta bisognava accendere la tv, alzare il telefono e chiamare, per aver accesso a quest’antro. Adesso l’influencer ci vive dentro, il tuo telefono. Lì dentro c’è sempre il Gran Bazar, pronto a saltar fuori, quando meno te l’aspetti.

  • Stefano Calabrese: “Le narrazioni magiche migliorano la vita”
    by Francesco Palmieri (Il Foglio RSS) on Ottobre 2, 2022 at 4:05 am

    Una notizia buona e forse anche cattiva: la vita è come ce la raccontiamo ma il romanzo non è inesorabile. La trama cambia con la scelta delle relazioni, delle letture, di cose e luoghi visti, di ricordi recuperati. L’entusiasmo dell’ultimo Elémire Zolla per le “esperienze di mondi plurali” offerte dalla realtà virtuale presentiva l’eco futura di Giordano Bruno e la sbocciante narratologia dell’èra digitale. Stefano Calabrese, bolognese, ordinario di Semiotica del testo all’Università di Modena e di Reggio Emilia, è un prolifico autore che risulta ancora dispari per certo milieu intellettuale. Uomini del Novecento e post-illuministi non andrebbero a sentirlo al prossimo CartaCarbone Festival di Treviso, dove terrà il 14 ottobre un laboratorio di Mind reading.   Noi siamo le nostre storie? Le neuroscienze individuano nell’ippocampo il grande archivio, la biblioteca di Alessandria del cervello dove è immagazzinato tutto ciò che viviamo in prima persona, che abbiamo letto, ascoltato, veduto. I contenuti di questo magazzino determinano la programmazione del nostro futuro.   Somiglia all’inconscio degli psicoanalisti. La psicoanalisi, in particolare freudiana, è stata una grande e affascinante costruzione romanzesca.   Come gestire l’archivio della mente? Con la consapevolezza che non esiste il libero arbitrio cui ci piace pensare. Le nostre storie sono condizionanti nel bene e nel male come i processi di alfabetizzazione. I bambini hanno maggiore fantasia perché hanno un archivio molto leggero, quindi viaggiano su più autostrade sinaptiche. Crescendo è necessario il confronto con elementi di destabilizzazione narrativa ed è necessaria l’immersione in storie e relazioni per mantenere la flessibilità dei nostri destini. È esemplare il caso degli anziani cui è mancata una intensa vita relazionale o culturale: viaggiano su una sola autostrada sinaptica, sono quei nonni che raccontano sempre le stesse storie e vedono tutto nero, un cervello senza narrazioni che indebolisce anche il corpo.   Una mercuriale o luciferina trama connette le storie? In generale la riscoperta del pensiero magico, il Magical thinking cui ha dedicato studi Eugene Subbotsky, è fondamentale perché insegna a connettere con più elasticità e a scardinare la fissità causale. Come lo specchio di Harry Potter non produce solo la riflessione dell’immagine ma di quel che non c’è: la nostalgia di non avere conosciuto i genitori. Con un effetto contrario a quello della mera realtà fisica. Sono connessioni che servono a renderci più prensili dal punto di vista neurocognitivo. In breve, più intelligenti rispetto al meno fertile approccio determinista.   È il web un altro specchio di Potter? Un topos sbagliato della contemporaneità è che il digitale stia inquinando i processi formativi. È chiaro che a un adolescente fa male passare troppe ore sullo smartphone, ma gli aspetti positivi sono preponderanti. La possibilità di assistere a uno spettacolo lontano, le connessioni dei saperi, il ritmo transnazionale e l’accessibilità delle conoscenze sono stati una rivoluzione che ha cambiato le modellizzazioni del cervello chiudendo come da calendario, nel ’99, un secolo non breve ma raggelante.   Raggelante? Da fine Ottocento, l’Occidente aveva investito energie nel pensiero astratto, cominciando a cancellare le emozioni dai processi di formazione istituzionali, degradandole a elemento popolare e cercando di stabilizzare tutte le scienze. Il Novecento è stato un secolo terrificante se pensiamo che ci sono stati scrittori che hanno fatto dell’assenza di emozioni la cifra, quasi un brand aristocratico. Come Calvino. Chieda a chi ha letto a scuola ‘Il barone rampante’ quanto si è annoiato. Le neuroscienze invece vedono nelle emozioni il portale della realtà, nei meccanismi neurofisiologici gli interruttori per accedere ai ricordi, la madeleine proustiana.   Al posto di Calvino? Leggere Pasolini.   La narrazione politica s’è aggiornata? Cosa pensa della scorsa campagna elettorale? Enrico Letta dal punto di vista narratologico è premoderno, è ricorso a categorie manichee di ‘angeli e demoni’ che non esistono più. Il suo mondo narrativo personale qual era? Che ha insegnato a Parigi? Invece Giorgia Meloni aveva una storia: la genealogia del fascismo e il relativo distacco, una mamma che ha scritto più di cento romanzi rosa, l’abbandono paterno in tenera età. Si è raccontata al presente e in prima persona: ‘Io sono Giorgia’. Come i personaggi di ‘Hunger Games’. Il Pd sembrava la Scolastica medievale.   Come sta cambiando la narrativa? Con il drastico spostamento della focalizzazione sul soggetto che racconta “in prima” mentre sperimenta, favorendo la perfusione tra testo e lettore. C’è una forte tendenza all’immersività, perciò le serie tv prevalgono sul cinema: lo spettatore non desidera la fine della storia, preferisce la serializzazione.   Cosa sono i ricordi? Utensili neurocognitivi fondamentali per la progettazione del futuro, rettificati continuamente nel cervello da storie successive.   A cosa serve la Teoria della mente? Il Mind Reading è la capacità di “leggere” gli altri dalle parole, dalle espressioni. Per migliorare questa comprensione abbiamo bisogno di dislocarci in ambienti reali o finzionali diversi. Se per una sera sono stato Amleto, quando incontrerò un Amleto capirò com’è fatto.    

  • Perché mi rifugio nel troppo lavoro? Per sottrarmi al contratto sociale
    by Costantino della Gherardesca (Il Foglio RSS) on Ottobre 1, 2022 at 7:57 am

    Anche sul fondo degli abissi più cupi si può trovare una scintilla di illuminazione, ragion per cui dovremmo imparare a distinguere l’opera dall’artista. Prendiamo, per esempio, Balthus, pi... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

  • Buzzati e Mondadori. Il rapporto misterioso tra scrittore ed editore
    by Giulia Ciarapica (Il Foglio RSS) on Ottobre 1, 2022 at 7:04 am

    “Non è adatta per scrivere libri”, dissero a Rowling dopo che dieci editori rifiutarono “Harry Potter”; “Non siamo interessati alla fantascienza distopica, non vende”, dissero allo Stephen King di “Carrie”; “Pregevole e commercialmente valido” ma comunque una “volgarizzazione di Proust”, fu detto de “Il Gattopardo” di Tomasi Di Lampedusa (che vide la luce presso Feltrinelli soltanto dopo la morte dell’autore). Di questi grandi rifiuti si è spesso parlato, li ricordiamo con ironia e un sottile divertimento, guardandoci indietro e immaginando come sarebbero andate le cose se non fossero stati pubblicati. Ma quanto sappiamo di ciò che si nasconde nel rapporto che lega uno scrittore al suo editore? Quanto sappiamo delle illusioni e soprattutto di quelle che Angelo Colombo definisce “delusioni d’autore” nel volume “Il romanzo, ‘la stessa mia vita’. Carteggio editoriale Buzzati-Mondadori (1940-1972)” (Fondazione Mondadori), da lui stesso curato? Non so perché, ma quando ho iniziato a sfogliarlo mi aspettavo di trovare un Dino Buzzati più timido, forse più mite, o magari che, al netto della natura schiva, si rivelasse in certe occasioni un po’ meno polemico. Con piacere, invece, mi accorgo che non è stato sempre così. La “verve d’autore” venne fuori a più riprese e con una certa capricciosità di modi – assai gustosa. Una delle vicende editoriali che ha più messo alla prova il rapporto tra Buzzati e Mondadori è quella intorno a “Il grande ritratto”, stampato nel 1960 dopo che era comparso a puntate in rivista. Di qualche tempo prima era la questione de “L’uomo che andrà in America”, la commedia su cui il bellunese nutriva una certa fiducia ma che pure andò subito incontro a lungaggini contrattuali, perplessità (in seguito anche da parte di Buzzati stesso) e disacaticordi. Crovi e Vittorini ne diedero fin da subito un giudizio negativo: “I suoi pregi sono unicamente nella secchezza del dialogo poiché i personaggi non hanno vita e la trama è frammista di espedienti tecnici piuttosto risaputi”. Torniamo al Grande Ritratto. Quando fece la sua comparsa e l’autore ne vide le prime copie, la reazione fu entusiasta, ma nei mesi successivi qualcosa andò storto. La critica fece intendere che quell’opera, cui Buzzati guardava come qualcosa d’interessante, era solo in parte riuscita, e perciò nel febbraio del 1961 Buzzati vestì i panni dell’autore insoddisfatto e scrisse una lettera “di mugugno” al caro Alberto Mondadori, divisa per punti: “ritardo nella ristampa del ‘Grande ritratto’; “scarso lancio del libro” (“Non che io ritenga il ‘Grande Ritratto’ un grande capolavoro, ma se non altro perché è un libro di lettura divertente contrariamente alla quasi totalità dei libri di narrativa italiana, poteva, mi sembra, essere lanciato da voi con maggiore impegno”); “disinteresse dell’editore verso di me” (“Un editore non deve limitarsi a stampare, a vendere libri, ma deve ‘curare’ i suoi autori, tener loro dietro, pungolarli, incoraggiarli”); “assurdità del contratto”. Le lamentele buzzatiane, a ben vedere, tanto somigliano a quelle che oggi la maggior parte degli autori appioppa a qualunque editore con cui abbia a che fare, e non sono altro che la dimostrazione che i tempi non cambiano mai. Possono peggiorare, forse, ma soprattutto nell’editoria niente è mai così distante da sé stesso e dal luogo d’origine, dove tutto somiglia a tutto e il tempo è solo una congettura.

  • “La scheggia”, opera breve e terribile di Vladimir Zazubrin
    by Marco Archetti (Il Foglio RSS) on Ottobre 1, 2022 at 7:00 am

    "Mosca non crede alle lacrime” era il titolo di un film di Vladimir Menshov uscito nel 1979, Oscar per il miglior film straniero nel 1981. Reagan lo recensì così: “Non ci ho capito niente”.... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

  • L'Assunta com'era. Riecco la più grande pala di Tiziano dopo il lungo restauro sostenuto da Save Venice
    by Fabiana Giacomotti (Il Foglio RSS) on Ottobre 1, 2022 at 7:00 am

    La città di Venezia dove il Mose si alza solo in casi di marea eccezionale, se no piedi a mollo as usual e come in questi giorni, è la stessa città dove poco meno di trenta associazioni internazion... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

  • Lo sguardo di Agostino è un buon antidoto alla superbia del secolarismo
    by Sergio Belardinelli (Il Foglio RSS) on Ottobre 1, 2022 at 7:00 am

    Chiunque abbia interesse al ruolo e alla funzione della fede in un mondo secolarizzato farebbe bene a leggersi questo libro di Marcello Pera in uscita da Morcelliana: Lo sguardo della caduta. Agostino e la superbia del secolarismo. I limiti della ragione, la giustificazione delle norme morali, il rapporto della religione con la politica, l’uso della forza in materia religiosa, la natura e la pratica della conoscenza scientifica: tutto viene vagliato in questa “conversazione” con Agostino, un gigante del pensiero occidentale trovatosi a vivere a pensare in un’epoca simile alla nostra quanto a presunzione di poter raggiungere il bene e la felicità, nonché uno stato ottimo, grazie alla sola umana ragione.   La superbia è non a caso il tratto che secondo Pera  accomuna il paganesimo del tempo di Agostino al secolarismo anticristiano del nostro. Può l’uomo liberarsi dai suoi mali? Per i classici, in particolare Platone e Aristotele, sì, per Agostino no. Dopo il peccato originale un senso di caducità insormontabile con le sole forze umane grava secondo il santo d’Ippona sulla nostra natura; impossibile sollevarci verso il bene e la giustizia senza l’aiuto di Dio, senza la sua Grazia. Un pensiero spinto a volte fino al limite del pessimismo più estremo e dell’eresia, che però secondo Pera potrebbe esserci estremamente utile per comprendere e forse anche per uscire dal pantano in cui la cultura occidentale si è cacciata nel momento in cui ha incominciato a perseguire la verità, il bene, la giustizia in aperta ostilità a Dio e alla fede cristiana.  Detto in estrema sintesi, l’agostiniano “sguardo della caduta”, come lo chiama Pera, potrebbe alimentare ancora oggi la consapevolezza necessaria a non pretendere dalla ragione più di quanto essa possa dare, a non farsi irretire dalla “scienza che gonfia”, a non superare certi limiti, a non farsi sviare dall’ottimismo implicito nella ricerca di una assai improbabile comunità politica perfetta. Come diceva Wittgenstein, quand’anche tutte le nostre domande scientifiche ricevessero risposta, i problemi della nostra vita non sarebbero ancora minimamente sfiorati.   La realtà non è riducibile alla ragione, esiste spesso una frattura insanabile tra reale e razionale, la virtù, almeno in questo mondo, non sempre coincide con la felicità, lo stato è semplicemente un “male necessario” per quel poco o tanto che riesce a garantire di ordine sociale, insomma la città di Dio non è la città degli uomini. Questa, come Pera mostra assai bene, la teologia politica di Agostino, tanto complicata nelle sue possibili articolazioni quanto semplice nei principi che la sorreggono: l’uomo è responsabile del peccato originale, tale peccato è inestirpabile con soli sforzi umani e contamina ogni umana attività, l’uomo ha bisogno della grazia di Dio.  Alle conseguenze politiche di questo “sguardo” agostiniano vengono dedicati i capitoli secondo e terzo del libro, intitolati rispettivamente “Lo sguardo della caduta e il liberalismo” e “Stato, Religione e Coercizione”. Con una mole impressionante di riferimenti ai testi agostiniani e un’acribia fuori del comune, il lettore viene continuamente sollecitato a vedere le analogie tra la visione agostiniana e quella di certo liberalismo contemporaneo, ma anche e più ancora le irriducibilità, nonché la necessità di riprendere lo sguardo agostiniano se vogliamo ancora salvare il meglio della tradizione politica del nostro Occidente. Lo stesso discorso, più o meno, viene sviluppato nel capitolo quarto in riferimento alla ragione e alla scienza. Ma qui vorrei limitarmi al confronto di Agostino con il liberalismo.  “I due sguardi, dice Pera, partono dalla medesima antropologia negativa –più pesante e rigida in Agostino, più ottimista e malleabile nei liberali – e ne traggono conclusioni tra loro assimilabili riguardo alla società, alla politica e allo stato”. Entrambi condividono l’uomo come un animale affetto da “socievole insocievolezza”; entrambi considerano lo stato un semplice male necessario; entrambi diffidano di qualsiasi concezione salvifica della politica; entrambi affermano il primato dell’individuo sullo stato; entrambi escludono lo stato etico, totalitario, paternalista, e altro ancora. Sennonché i liberali si sono poco a poco “distaccati” dal cristianesimo e da Agostino, pretendendo che il liberalismo potesse stare in piedi in modo “autosufficiente” e finendo così, magari senza volerlo, col portare acqua al “dispotismo dei governanti”.  L’idea di autonomia individuale, il cosiddetto “stato minimo”, la preminenza del giusto sul bene, l’ideologia dei diritti dell’uomo, una certa idea di laicità, diciamo pure gran parte dei presupposti che animano le tradizioni liberali oggi più in voga, da Nozick a Rawls, da Habermas a Rorty, tanto per fare i nomi ai quali si riferisce lo stesso Pera, dal momento che escludono o marginalizzano Dio e il cristianesimo, finiscono per essere a suo avviso tante manifestazioni della stessa superbia di cui si diceva all’inizio. Una superbia che non vede ciò che inevitabilmente caratterizza anche il liberalismo ateo nel quale essa si esprime.   Per dirla con le parole di Pera, “il teologo e filosofo Agostino vide un problema che noi oggi preferiamo non vedere, sol perché non sappiamo come risolvere. Il problema è che, necessariamente, una fede, un sistema di valori, è alla base dello stato secolare e che non ogni sistema di valori è equivalente a qualunque altro. Serve a poco dire che noi non consideriamo più il nostro sistema come unico e vero. ‘Nostro’ significa però che ne abbiamo fede, e se ne abbiamo fede siamo tenuti a difenderlo contro i sostenitori di altri sistemi”. E’ un punto molto controverso, questo, sul quale non posso dilungarmi. Pera forse esagera a pensare che tutta la tradizione liberale dell’occidente condivida la stessa indifferenza o ostilità al cristianesimo degli autori che egli cita. Sta di fatto che, dal punto di vista filosofico, il suo ragionamento è impeccabile: una qualche “fede” fa da sfondo a qualsiasi posizione politica. Guerra di religione inevitabile dunque? Per fortuna no, proprio perché alcune fedi, la cristiana ad esempio, tendono a escluderla più di altre, specialmente quando si tratta di guerra di sopraffazione. Ma bisogna esserne consapevoli. E soprattutto bisogna essere consapevoli che nemmeno il cristianesimo la esclude in linea di principio, vedi quando si tratta di difendersi.   Ecco, per quanto mi riguarda, ho letto questo libro come un invito a una maggiore consapevolezza. L’invito che Pera ci rivolge a riprendere lo sguardo di Agostino, lo sguardo della caduta, non è soltanto un omaggio a una concezione realistica e quasi tragica del mondo; in senso proprio non è nemmeno un’esortazione a rimettere il cristianesimo al centro della nostra vita; è piuttosto un monito rispetto “ai nuovi déi pagani a cui tributiamo i nostri sacrifici, culti, riti individuali e di massa”: secolarismo, scientismo, liberalismo, ecologismo, neo-umanesimo, transumanismo, diritti individuali senza doveri,  tolleranza senza limiti e tanti altri ancora. Proprio scorrendo questo lungo elenco di nuovi “dèi pagani”, ai quali Pera si riferisce, mi viene da fare un’ultima, forse un po’ deprimente considerazione: la superbia pagana contro la quale combatteva filosoficamente Agostino era quella di Platone, Aristotele e dello stoicismo, giganti anch’essi del pensiero umano; la superbia pagana dei nostri giorni è un po’ diversa. Non soltanto perché tra i filosofi contemporanei non si vedono all’opera giganti di quella portata, ma soprattutto perché da almeno una cinquantina d’anni la superbia è diventata fenomeno di massa e, in quanto tale, un esplosivo che rischia di far saltare per aria la struttura stessa della cultura occidentale.

  • Hermans racconta la guerra, libero da negazionismo e antisemitismo 
    by Guido De Franceschi (Il Foglio RSS) on Ottobre 1, 2022 at 7:00 am

    In tempi di guerra – quella in Ucraina, in questo caso – è sempre salutare avere sotto mano qualche nuovo libro per provare a risintonizzare su una maggiore lucidità i propri pensieri al riguardo. Ed è quindi una fortuna che sia appena uscito “La camera oscura di Damocle” di Willem Frederik Hermans (1921-1995). La comparsa nel catalogo di Iperborea di questo romanzo del 1958 dà un contributo importante alla fruibilità in italiano di un grande scrittore olandese, di cui nella nostra lingua erano stati pubblicati finora, alla chetichella, soltanto “Alla fine del sonno” (Adelphi) e l’indimenticabile long-short story “La casa vuota” (Bur), anch’essa ambientata, come “La camera oscura di Damocle”, durante la Seconda guerra mondiale.   “La camera oscura di Damocle” racconta le vicende di Osewoudt, un “partigiano per caso” olandese durante l’occupazione nazista dei Paesi Bassi. Osewoudt, che ha le idee confuse, obbedisce agli ordini di tale Dorbeck che conosce appena: si è fatto arruolare da lui nella Resistenza antinazista per il solo fatto che i due, Osewoudt e Dorbeck, sono fisicamente identici salvo che per quei tratti (i capelli troppo biondi, la mancanza assoluta di barba) di cui il primo si è sempre vergognato. Poi, alla fine della guerra, dopo un intreccio incalzante di vicende, la figura di Osewoudt, forgiata in un quinquennio da eroe della Resistenza, rivela d’improvviso un aspetto diverso, quando una nuova luce illumina, annerendola, la pellicola della sua vita.   Ma perché un libro “bellico” di Hermans è salutare in tempo di guerra? E perché esso ha un valore aggiunto in tempi in cui si cavilla per mesi sulla moralità dei componenti del Battaglione Azov e poi, se questa moralità non appare (perché non lo è) nivea e immacolata, questo sembra sufficiente a tracciare equivalenze tra invasori e invasi? Un libro di Hermans è salutare perché – mentre ci si rotola nel suo racconto dei disastri della guerra tracciati in un bianco e nero goyesco, mentre si assiste allo sbriciolamento di ogni romanticismo della Resistenza e ci si vaccina contro ogni idillio dei “buoni”, mentre si osserva la bruttura di sordide anime senza qualità descritte con cupa sveltezza simenoniana, mentre ci si convince che alla fine gli esseri umani siano una porcheria da entrambi i lati della barricata e che la guerra non faccia altro che far emergere questa verità con abbacinante evidenza – non si sente però mai, come per miracolo, il tanfo del negazionismo: non si vedono trasudare dei collosi “sono tutti uguali” e non si avverte mai l’infiltrazione di umori tossici come l’antisemitismo di un altro pacifista feroce, Louis-Ferdinand Céline.   Si sente piuttosto, applicata a uno stile di scrittura del tutto diverso e calata nel periodo della Seconda guerra mondiale, l’implacabilità antiretorica e antipatriottica di un Thomas Bernhard che, quando accusava di nazismo i tre quarti abbondanti dell’Austria democratica del Dopoguerra, non si sognava certo con questo di diluire con un assolutorio “il più pulito c’ha la rogna” le responsabilità e gli orrori dei nazisti, quelli veri, che marciavano attraverso Vienna nel 1938.   E dell’austriaco Bernhard (che era nato anche lui in Olanda, ma soltanto per puro caso) Hermans aveva anche la stoffa di polemista fiammeggiante e di brutto-carattere professionale. Già all’indomani della guerra lo scrittore olandese squarciò con scandalo la grancassa retorica della Resistenza del suo paese, ma contemporaneamente colpì l’ipocrisia colonialista dei Paesi Bassi, mettendola a nudo in un romanzo dal titolo sobrio: “Io ho sempre ragione”. Lasciò poi l’Università di Groningen dove (di mala voglia) insegnava Geografia dopo che si era discusso, perfino in Parlamento, del suo dedicarsi più alla scrittura che alla docenza. Abbandonò quindi l’Olanda (paese “troppo piccolo per significare qualcosa”) per Parigi. E da lì infilzò gli ex colleghi con il velenoso libro “Onder professoren” (“Tra professori”). Lui, antirazzista manifesto e marito di una surinamese nera, sfidò anche il divieto per gli scrittori di andare a parlare nel Sudafrica dell’apartheid: fu “bandito” per questo da Amsterdam (ma alla fine sarà il sindaco della città a scusarsi con lui, e non viceversa). Infine, si oppose all’uscita di due suoi libri in Francia perché la traduzione era stata completata in ritardo rispetto alla data convenuta. Forse è proprio sulla guerra – che per lui fu un trauma particolarissimo, dal momento che nel 1940 la sorella ventunenne Corry si era suicidata insieme con il suo cugino-amante proprio nel giorno esatto dell’invasione dell’Olanda da parte dei nazisti e proprio per il terrore del futuro – che Hermans ha scritto le pagine più impressionanti e più illuminanti da leggere in tempi di conflitto. Ma in ogni caso vorremmo poter finalmente leggere anche altri suoi libri in italiano.