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  • A Montecitorio la marea monta e si ritrae. Eccoli, sono loro: i giornalisti
    by Antonio Pascale (Il Foglio RSS) on Gennaio 28, 2022 at 5:20 am

    Per ragioni di sicurezza, in questi giorni di scrutini, piazza Montecitorio è chiusa ai cittadini mentre è aperta a giornalisti, grandi elettori e compagnia. I blindati della Polizia bloccano le entrate principali e dunque la piazza, soprattutto verso il tramonto, vuota com’è di corpi e piena di telecamere e cavalletti, assomiglia a un quadro surrealista. Comunque, sono qui ai margini della piazza surrealista o del rendering, per capire se la vox populi mi può spifferare in anteprima il nome del futuro presidente/presidentessa. Sarebbe bello, no? Magari facendo una media degli spifferi arriva il nome. Ho cominciato a seguire le persone che potevano dare l’impressione di far parte dell’entourage dei grandi elettori. All’inizio mi è andata male, perché una coppia si è girata verso di me all’unisono, cioè i due mi hanno guardato male, perché lui, molto muscoloso tra l’altro, pensava stessi guardando la sua fidanzata (non stavo dietro di loro ma cercavo di raggiungere tre uomini che secondo me la sapevano lunga), ma a parte questo c’era un’aria mesta, quasi rassegnata.   Non mi sembrava di stare nel bel mezzo delle elezioni presidenziali con nomi freneticamente sciorinati e commenti acuti. Niente tensione elettorale spasmodica. Al contrario, la solita Roma al tramonto, gente seduta ai tavolini sotto i funghi, e commenti sparsi sul senso della vita politica e sulla Roma di Mou. Ho girovagato, ho visto qualche politico, molti giornalisti, qualcuno affranto e stanco, all’improvviso è anche apparso il noto No vax Tutino che, dicono, sta facendo lo sciopero della fame e stava proprio davanti a Palazzo Chigi, ai margini del cordone di sicurezza e c’era qualcuno che lo filmava con il cellulare e un altro ha detto: “Furbo questo, sta a dimagri’ così poi non gli fanno er vaccino, perché sta sciupato povero fijo”. Camminando ancora un poco, sono finito davanti al bar Giolitti e lì la situazione è cambiata. Centinaia di persone accalcate in attesa che uscisse qualcuno. Ho assistito alla formazione dell’onda. Ho pensato: che sia questa la metafora? Cioè, dapprima c’è pace e silenzio, vociare sì diffuso ma non disturbante. Poi qualcuno esce e i giornalisti si mettono in moto, si forma l’onda, una sorta di ola, telecamere accese, riflettori pure, dal buio alla luce, un piccolo big bang, sale la tensione, poi ci si accorge che il tipo che è uscito non porta nessuna novità, quindi l’onda si placa e nella risacca cominciano i commenti, sempre gli stessi.   “Salvini sta proponendo nomi di candidati che uniscono”, dicono. Si stila un elenco, ma niente di nuovo, e però i nomi proposti invece di unire la platea fanno saltare i nervi un po’ a tutti. Un nome non va bene ai 5 stelle, perché il partito è diviso e Conte pensa che i canditati finora scelti andrebbero incontro a un dissenso interno. Un altro non è abbastanza autorevole, un altro è molto autorevole ma diciamoci la verità, ha una veneranda età. Dunque, potrebbe non essere più autorevole nel giro di qualche anno, causa decesso. Quindi? Quindi resta Mattarella? No – dicono – ha già fatto le scatole. Allora Draghi. Però se mettono Draghi chi fa il premier? Approfittando della risacca si fanno altri nomi, non quelli del presidente della Repubblica, ma del presidente del Consiglio che sostituirebbe Draghi. A un certo punto una ha detto: “Brunetta!”. E c’è stato un coro, tipo ma li mortacci, e vari ed eventuali, insomma Brunetta non andava bene. Torniamo al presidente della Repubblica. Donne? Sì, però sia i maschi sia le donne non avevano ben chiaro chi mai potesse spuntarla tra le donne. Una cosa sembrava sicura. No a Maria Elisabetta Alberti Casellati.  Non suscita molte simpatie perché – dicevano – è una che tratta male i collaboratori, e questo mi sembra una buona obiezione, in fondo uno degli obiettivi che dovremmo proporci per rendere il mondo un posto migliore – e pure l’Italia – è scegliere persone capaci di esercitare il potere senza tormentare il prossimo.   Fine della risacca, di nuovo pace, nessuno parla più dell’elezione, fin quando ecco che esce un altro. Stessa figura, tutto acceso, luci e telecamere, ecco l’onda che si forma, chiacchiericcio spinte e spintoni. Ma nemmeno questo sa niente, del resto conta come il due di picche. Risacca: altri nomi, snocciolati, a mo’ di rosario. Alla quinta onda, qualcuno ha detto: andiamo, tanto per stasera non se ne fa niente, e poi i nomi che escono ora si bruciano tutti. Sarà uno a sorpresa, e qui sono partiti altri nomi, finché è arrivato uno che non stava bene con la testa, e ha cominciato a insultare tutti: “Venduti, perdigiorno, criminali”. Ce l’aveva con i giornalisti. Vabbè, prima l’hanno ignorato, poi qualcuno ha risposto ed è partita un’altra onda, i giornalisti si sono chiesti se quest’uomo fosse un prodotto del peggiore giornalismo. Quale sarebbe? Ed è partito un lungo elenco che andava da “Striscia la notizia” ai vari talk e quando me ne sono andato la piazza era chiusa, al buio, surreale.  

  • L’unico modo per uscire dallo stallo alla messicana è Draghi
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Gennaio 28, 2022 at 5:10 am

    Che se ne rendano conto o no, alcuni capi elettorali in Parlamento stanno incorrendo nel paradosso dei paradossi. Questo. Finché reggeva la strana pretesa di candidare un nome del centrodestra, avanzando l’argomento della “prima volta da anni” e di una “maggioranza relativa con onori e oneri di candidatura”, vabbè. Sono argomenti fallaci e prepolitici, forieri di quello che Minuz ha chiamato con formula perfetta lo “stallo alla messicana”, ma a loro modo lineari. Dal momento in cui si passa, come è avvenuto, al metodo della scelta paritaria, di conclave come si è detto, di un nome super partes, ecco che emerge un potenziale veto all’elezione di Draghi, da nessuno (e non a caso) rivendicato per tale. Qui l’argomento fallace è semmai che Draghi deve continuare a guidare l’esecutivo, è troppo importante per fare il capo dello stato. Bah. Paradosso dei paradossi, appunto, è credere che uno possa subire un veto, essendo il campione della maggioranza di unità che sceglie il successore di Mattarella, e poi restarsene lì, a Palazzo Chigi, impallinato senza alcuna plausibile ragione politica.          Casini è un bravo tipo ma trasversalismo e quarant’anni di mestiere non bastano: bisogna aver dato qualcosa di molto serio alla politica e mostrare al di là del trasversalismo parlamentare una visione. Due cose che Draghi ha acquisito, Casini no. Cassese, Amato e Belloni hanno dato qualcosa di serio alla cultura e alle istituzioni, nel terzo caso anche all’alta amministrazione pubblica, ma come candidati oggi sono espressione di un veto felpato, draghi-compatibile entro limiti molto stretti, ma pur sempre di un veto. Come si vede chiaramente, siamo ancora a giochi e giochini, legittimi, prodotto di insofferenze del non detto, perfino comprensibili, rispettabili opzioni alternative, come sempre quando si tratti di scelte difficili, ma pur sempre a sfondo ludico-politico, e più ludico che politico. Rientrano dunque, i nomi circolanti, nel “gioco della surroga”: chiunque, anche un tipo ideale che si avvicina al modello Draghi, epperò non Draghi. Un veto dissimulato, non benissimo.          L’elezione di Draghi coincide dunque con la rimozione di un veto complicato da giustificare, in particolare se motivato con la stringente necessità di avere comunque Draghi al vertice del potere, “per divorarti meglio figlio mio” come reca la favola di Cappuccetto Rosso. Non sembra che l’attuale capo del governo, che non è affatto una scelta di sistema, piuttosto una scelta di visione e di garanzia, sia un tipo alla Cappuccetto Rosso, voglioso di andare in bocca al lupo travestito da nonna. Dallo stallo alla messicana non si esce decentemente con la logica del “troviamone un’altra”. Se ne esce prendendo atto, senza vincitori né vinti, e con vantaggio comune e del paese, che il ciclo inaugurato con il governo Draghi, preparato nei fatti dalla formula imperfetta e azzardata ma produttiva del Bisconte, può ragionevolmente continuare, con una graduale e significativa ripresa in mano della politica da parte dei partiti senza maggioranza spendibile in queste Camere, verso le prossime politiche, con una formula di garanzia che non è una “trovata” e non prevede veti. Il resto è goliardia sfascista.       

  • Effetto “uscita dallo schermo” per l’esausta TeleQuirinale
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Gennaio 28, 2022 at 5:00 am

    Al quarto giorno di copertura intensiva ed estensiva di quello che pare “il gioco dell’oca”, con ritorno incerto alla casella Mario Draghi (così dicono tra lo speranzoso e lo spazientito un paio di conduttori), il cosiddetto circo mediatico mostra segni di sindrome da “Rosa purpurea del Cairo”, il film di Woody Allen in cui il personaggio dello schermo a un certo punto esce per fare un giro nella vita reale (indizio: alcuni cronisti di carta stampata avvistano la conduttrice de “L’Aria che tira” Myrta Merlino in Transatlantico, mentre altri si interrogano sulla battuta di Bruno Vespa non a “Porta a Porta” ma in carne e ossa davanti a Montecitorio, dopo la comparsa del suo nome su qualche scheda: mi aspettavo più voti, che sofferenza).   Tuttavia nulla può il wishful thinking del “dai che domani forse finisce” contro l’insofferenza da quarto scrutinio, prima e dopo il quale si tenta di decrittare il magma del “che cosa fa davvero Matteo Salvini”, ché il leader della Lega pare aver incontrato addirittura il diplomatico Giampiero Massolo, già capo dei Servizi Segreti, e su La7  c’è di che trasalire: anche Massolo, dopo Elisabetta Belloni? Ed è come se un’ombra 007 si allungasse sul Colle, e però poi dalla Lega arriva l’ennesimo comunicato della giornata, letto a schermi unificati: no, Salvini sta incontrando avvocati e professori.   Narrazione parallela: la telefonata del giorno non è, come il giorno precedente, quella di Beppe Grillo a Giuseppe Conte, bensì quella del premier Mario Draghi a Silvio Berlusconi, ufficialmente per informarsi sullo stato di salute dell’ex premier ma il sottotesto mediatico è: nome di Draghi in risalita. Per non dire di quando, poche ore dopo, su la7 viene letta la notizia data su Twitter dal direttore di questo giornale:  incontro “del disgelo” tra Mario Draghi e il coordinatore di Forza Italia Antonio Tajani (e però poi arriva la nota: per Tajani Draghi deve restare a Palazzo Chigi). Questo “mette la zeppa”, dice Enrico Mentana dalla sua quarta maratona in quattro giorni, vista anche la posizione congela-premier di Giuseppe Conte e di una parte dei Cinque Stelle.   E si riparte non dal via ma quasi, su schermi simultanei Rai-Sky-Mediaset-La7, e cioè dal tema: se non Draghi, chi? “E se fosse Franco Frattini?”, dice un’agenzia letta dai conduttori, seguita da un altro lancio per cui Salvini avrebbe incontrato nel pomeriggio proprio Frattini, pare d’intesa con i Cinque Stelle. Roba da mal di testa, tantopiù che ci si è anche dovuti chiedere perché il centrosinistra non ha tirato fuori nomi a raffica come il centrodestra (corollario: Enrico Letta sta giocando bene la partita o no?). Non solo. Su Rete 4 la stanchezza per il rebus irrisolto porta sul proscenio l’altro argomento sotteso: non sarà ora di andare verso il presidenzialismo?    Ma tutto ciò non prima di aver scandagliato i significati reconditi dell’intervista a Rainews 24 del possibile candidato giurista e giudice emerito della Consulta Sabino Cassese, comparso con volto sorridente a commentare la questione “incontro Cassese-Salvini” del giorno prima, al pacato grido di “le cariche pubbliche non si sollecitano e non si rifiutano”.     C’è bisogno di aruspici, nell’attesa che il vertice serale del centrodestra dia qualche certezza, e tra gli indovini-decrittatori spuntano le sagome dei testimoni dell’epoca in cui cinque votazioni per un presidente parevano poche, ed ecco infatti che alle dieci del mattino su Rainews compare Paolo Cirino Pomicino e nel pomeriggio su La7 c’è invece un Clemente Mastella che tifa per l’amico Perferdinando Casini e racconta di ricevere molte chiamate costernate da concittadini beneventani che non capiscono perché mai non sia stato ancora eletto il nuovo presidente.    Tempo un’ora, e da Nicola Porro, a “Quarta Repubblica”, su Rete 4, spunta addirittura Claudio Martelli, non proprio un habitué delle maratone tv. Siamo nel reality in cui si sceglie il presidente, dice Mentana. Intanto è calata la notte, e i gazebo fuori da Montecitorio si preparano per i talk all’aperto della sera (con effetto fuga dallo schermo, di nuovo in stile “Rosa Purpurea”). E ancora non si sa se il buio porterà consiglio a “loro”, pronome che designa coloro che tengono in ostaggio da giorni chi deve raccontarli.

  • L’Ue porta la Cina davanti alla Wto
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Gennaio 28, 2022 at 5:00 am

    La Commissione europea ha deciso di portare la Cina davanti all’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) per rispondere alla rappresaglia economica lanciata da Pechino contro la Lituania. La colpa del piccolo paese baltico è di aver permesso l’apertura di una rappresentanza di Taiwan. Dopo aver chiesto di “correggere l’errore”, alla fine del 2021 la Cina ha cancellato la Lituania dal suo sistema doganale, imponendo il blocco di importazioni ed esportazioni.   Pechino ha iniziato anche a fare pressioni sulle imprese di altri paesi europei chiedendo loro di andarsene dalla Lituania. L’Unione europea all’inizio si è limitata a esprimere la sua solidarietà cercando di trovare un compromesso con la Cina attraverso il dialogo.   Per il momento l’Ue non ha molti mezzi legali per reagire: una proposta per introdurre un regime di sanzioni contro le coercizioni economiche deve ancora essere approvata dal Parlamento e dai governi. Alla fine, dopo aver raccolto una serie di prove, ieri la Commissione ha deciso di passare all’azione, accusando Pechino di violare le regole della Wto. Se non sarà trovata una soluzione entro 60 giorni, si aprirà una disputa formale, che potrebbe permettere all’Ue di adottare contromisure nella forma di dazi.       L’attacco della Cina contro la Lituania è senza precedenti. In gioco non c’è soltanto il destino economico di un piccolo stato membro. Come ha detto la Bdi (la Confindustria tedesca), quello della Cina è un attacco anche al mercato interno dell’Ue: diverse imprese tedesche non sono più riuscite a esportare, perché le loro merci contengono componenti fabbricate in Lituania. Eppure la Germania ha fatto pressioni sulla Commissione per evitare uno scontro con Pechino. Come nel caso della crisi con la Russia sull’Ucraina, serve un “reset” della politica cinese a Berlino per permettere all’Ue di usare tutto il suo peso nel mondo e affermare i propri interessi.

  • Perché Salvini vince solo con Draghi
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Gennaio 28, 2022 at 5:00 am

    Il capolavoro tattico di Matteo Salvini, se così si può dire, è quello di essere arrivato all’appuntamento forse più importante della sua carriera politica – la sua prima volta cioè da kingmaker nell’elezione di un capo dello stato, un capo dello stato che salvo sorprese attraverserà tre legislature – nella condizione di chi sa bene che, quale che sia l’esito della quinta e forse decisiva votazione, ci potrà essere un solo risultato capace di consegnare una vittoria piena all’attuale federatore del centrodestra: il sì a Mario Draghi. Le trattative intavolate negli ultimi giorni dal leader della Lega, trattative che ieri prima hanno puntato a sabotare la candidatura di Pier Ferdinando Casini e che poi hanno puntato a cercare disperatamente una candidatura tecnica diversa da quella di Draghi, hanno mostrato con la severità di uno stress test una dinamica ormai strutturale della leadership salviniana: l’incapacità, da parte di Salvini, di trovare un modo per non essere costantemente vittima delle sue stesse contraddizioni.     Per Salvini, la contraddizione numero uno, neanche a dirlo, è quella di aver trasformato per molti giorni la competizione quirinalizia in un’occasione non per dare un seguito alla svolta impressa alla Lega partecipando al governo Draghi, cosa che sarebbe avvenuta intestandosi da subito la candidatura dell’attuale premier come da giorni chiedono i governatori della Lega, ma in un’occasione utile per provare a emanciparsi dalla parentesi europeista e riformista aperta poco meno di un anno fa con la fiducia all’ex governatore della Bce. E’ una contraddizione non da poco che ha permesso a Salvini di trasformare quella che sarebbe stata una mossa vincente, intestarsi Draghi piuttosto che subirlo, in una mossa che improvvisamente rischia di apparire come perdente: arrivare magari su Draghi solo per disperazione. Salvini, oggi, rischia di perdere qualsiasi cosa succederà sul Quirinale. E il leader della Lega deve essersene accorto con chiarezza ieri pomeriggio quando ha iniziato a sfogliare per l’ultima volta i petali della sua rosa (petali sistematicamente bruciati, con minuziosa attenzione, da Giorgia Meloni, che nel centrodestra, insieme con Giovanni Toti e Luigi Brugnaro, ha lavorato a lungo per tentare di tenere in piedi la candidatura del premier). E di fronte ai petali Salvini non può non aver notato il numero di problemi da lui stesso creato.   Problema numero uno: come può permettersi Salvini di eleggere come capo dello stato un parlamentare del Pd, come Pier Ferdinando Casini, dopo aver passato mesi a dire che il centrodestra “ha le carte giuste per la scelta di un presidente della Repubblica senza tessera del Pd”? Ovviamente no.   Problema numero due: come può permettersi Salvini di eleggere come capo dello stato un uomo delle istituzioni come Giuliano Amato (“Quando Berlusconi ipotizza Giuliano Amato presidente a me vengono i capelli dritti sulla testa”, disse proprio Salvini alcuni anni fa) che la Lega ha per molti anni contribuito a trasformare in un simbolo della casta?   Problema numero tre: come può permettersi Salvini di eleggere come capo dello stato un tecnico (con tutto il rispetto per il magnifico Sabino Cassese e la magnifica Elisabetta Belloni) che non avrebbe altra caratteristica se non quella di essere la tessera numero uno del partito del tutto tranne Draghi?   Problema numero quattro: come può permettersi Salvini di incartarsi al punto da aver reso non impossibile ieri pomeriggio un ritorno al nome di Mattarella, carta che dimostrerebbe l’incapacità del centrodestra di giocare un ruolo da kingmaker anche quando i numeri glielo consentirebbero?   Problema numero cinque: come può permettersi Salvini di lavorare a una candidatura simile a quella di Franco Frattini che avrebbe come unico obiettivo quello di far rivere la vecchia stagione gialloverde (Giuseppe Conte mon amour) dividendo l’attuale maggioranza al punto da dar vita a un draghicidio completo, che a quel punto varrebbe non solo per il Quirinale ma anche per Palazzo Chigi?   Salvini è ostaggio delle sue incertezze, delle sue indecisioni, delle sue contraddizioni, della sua incapacità nell’allevare una classe dirigente spendibile, affidabile e trasversale. E il risultato di fronte al quale si trova oggi la Lega è quello di aver trasformato una candidatura naturale come quella di Draghi – che era chiaro fin dal primo minuto che sarebbe stata l’unica che avrebbe per far fare al centrodestra un passo nel futuro e non un salto nel passato –  in una candidatura frutto più del lavorio degli avversari di Salvini che di Salvini stesso. Il leader della Lega avrebbe potuto vincere facilmente scommettendo subito su Draghi – l’unico tra i candidati possibili in grado di tenere insieme sia la maggioranza di governo sia la coalizione di centrodestra, capricci di Giuseppe Conte a parte – ma alla fine Salvini ha scelto di giocare una carta più sofisticata: giocare con il draghicidio, rispolverare per alcune ore i colori gialloverdi e perdere con chiunque arriverà al Quirinale pur avendo in mano le carte vincenti. E’ anche da questi particolari, direbbe forse oggi Francesco De Gregori, che si giudica un giocatore.  

  • Draghi apre un canale con Berlusconi, Tajani a Chigi. Il Cav. dissimula ma sorride
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Gennaio 28, 2022 at 5:00 am

    E’ la telefonata “di salute”, quella tra Mario Draghi e Silvio Berlusconi, ma è anche la chiamata del “finalmente”, la conversazione che (ancora) non risolve ma che sicuramente scioglie (gli animi). E non solo, perché dopo poche ore dal quel “ciao, come stai?”, Antonio Tajani, come anticipato dal Foglio, veniva ricevuto a Palazzo Chigi, ma perché un equivoco si riparava. E infatti, il “Pronto, sono Mario”, non veniva definito “cordiale”, ma di più: era “affettuoso”. Era insomma la telefonata tra vecchi amici, quella tra uomini di gomito che commentano gli inciampi del tempo. Vittorio Sgarbi, che ha evidentemente una passione per questo strumento, come quella che in pittura aveva Roy Lichtenstein, la definiva, alla Camera, “la telefonata epifania”. Il nome di Draghi, confermava Lorenzo Fontana, che è vicesegretario della Lega, rimane nell’aria, è la materia immateriale, perché “è lo spirito”. Si è trasformata quindi nel “fatto”, nella “chiamata outsider”, che non è vero, spiegavano a Palazzo Chigi, si rimandava perché non si desiderava fare. In Forza Italia, di mattina, dopo la notizia, esclamavano dunque “evviva, anche se non cambia nulla. Draghi deve restare a Palazzo Chigi, anche se con Berlusconi non si può mai dire”. Di sera produceva infatti, come effetto, questo speciale “incontro” tra Tajani e il premier che da Chigi “era più che positivo”. Il solito, e indomabile, Sgarbi, anticipava che adesso la prossima mossa di Berlusconi sarà “istruire i ragazzi e spingerli su Draghi”.   E per “ragazzi” intendeva, e lo faceva da artista “scapigliato”, Salvini e Meloni. Alla fine, in Forza Italia, si speculava perfino su chi avesse consigliato al premier questa “mossa”. Veniva fuori il solito nome di Gianni Letta, mentre altri suggerivano che l’ostacolo fosse proprio Letta. Ma anche questo fa parte della confusione. Raccontano che, sul serio, Draghi abbia provato a cercare Berlusconi già negli scorsi giorni e che però il collegamento non fosse facile e che arrivare a lui, in queste ore di terapie e medicamenti, era impedito. Hanno parlato di salute, la salute del Cavaliere, che non è mai solo la salute di Berlusconi. Il funzionamento delle sue arterie equivale al funzionamento del centrodestra e la sua pressione misura invece lo stato di unità della coalizione. Maurizio Gasparri, che è un uomo di parola, spiegava che “Draghi ci piace, ma ci piace di più se rimane dove sta”.   E a Palazzo Chigi, garantivano, anche per sgomberare l’idea che si è gonfiata, quella di un premier che “se non eletto ribalterebbe il tavolo”, che mai e poi mai lo farebbe e che accettando l’incarico di premier, lo abbia accettato con questa inclinazione: “Farò quello che il paese mi chiede di fare”. Giancarlo Giorgetti, prima di andare a votare, si muoveva per Draghi perché Draghi, faceva sapere, “oggi si muove” ma riteneva la carta Sabino Cassese non del tutto una fantasia, il che non significa che la auspicasse. In Transatlantico, anche i parlamentari del M5s, dicevano che se solo Draghi accettasse “di trattare sul nuovo governo, se solamente Draghi ci rassicurasse, tutto sarebbe più semplice”.   Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia, che è stato maltrattato dalla stampa, e con una furia che non si dovrebbe mai assecondare, ragionava, come fanno al nord, sul lungo termine e si chiedeva infine: “Se non eleggiamo Draghi ora, quanto è alto il rischio di perderlo dopo? Io mi faccio queste domande”. Insieme a Luca Zaia, che ha un consenso straordinario e non solo in Veneto, un consenso che gli permetterebbe di occupare qualsiasi altra carica pubblica e quindi di non temere il futuro, spiegava “politicamente” che non “bisognerebbe mai avere paura delle elezioni”. C’è un nord, un pezzo d’Italia che questi governatori rappresentano pienamente, che quando pensa a Draghi pensa al buon cemento, alla solidità, alle autostrade a scorrimento veloce, ai mercati che non ballano. E’ tutta gente che adora l’esempio della Merkel e che ritiene Draghi  una polizza rischi. Giovanni Toti, un altro che ha tifato, e tifa, per Draghi, allargava le braccia come a dire “noi governatori quello che potevamo fare lo abbiamo fatto”. Non c’è dubbio che siano diversi da questo parlamento che nessuno ama più ma che tutti, senatori e deputati, vogliono congelare. Ancora dalla Camera: “Draghi deve fare i conti con noi”. Sono arrivati alla quinta votazione e rimangono ancora convinti che “alla fine può essere lui”. Se solo lui fosse un po’ come loro.  

  • Effetto “uscita dallo schermo” per l’esausta TeleQuirinale
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Gennaio 28, 2022 at 5:00 am

    Al quarto giorno di copertura intensiva ed estensiva di quello che pare “il gioco dell’oca”, con ritorno incerto alla casella Mario Draghi (così dicono tra lo speranzoso e lo spazientito un paio di conduttori), il cosiddetto circo mediatico mostra segni di sindrome da “Rosa purpurea del Cairo”, il film di Woody Allen in cui il personaggio dello schermo a un certo punto esce per fare un giro nella vita reale (indizio: alcuni cronisti di carta stampata avvistano la conduttrice de “L’Aria che tira” Myrta Merlino in Transatlantico, mentre altri si interrogano sulla battuta di Bruno Vespa non a “Porta a Porta” ma in carne e ossa davanti a Montecitorio, dopo la comparsa del suo nome su qualche scheda: mi aspettavo più voti, che sofferenza).   Tuttavia nulla può il wishful thinking del “dai che domani forse finisce” contro l’insofferenza da quarto scrutinio, prima e dopo il quale si tenta di decrittare il magma del “che cosa fa davvero Matteo Salvini”, ché il leader della Lega pare aver incontrato addirittura il diplomatico Giampiero Massolo, già capo dei Servizi Segreti, e su La7  c’è di che trasalire: anche Massolo, dopo Elisabetta Belloni? Ed è come se un’ombra 007 si allungasse sul Colle, e però poi dalla Lega arriva l’ennesimo comunicato della giornata, letto a schermi unificati: no, Salvini sta incontrando avvocati e professori.   Narrazione parallela: la telefonata del giorno non è, come il giorno precedente, quella di Beppe Grillo a Giuseppe Conte, bensì quella del premier Mario Draghi a Silvio Berlusconi, ufficialmente per informarsi sullo stato di salute dell’ex premier ma il sottotesto mediatico è: nome di Draghi in risalita. Per non dire di quando, poche ore dopo, su la7 viene letta la notizia data su Twitter dal direttore di questo giornale:  incontro “del disgelo” tra Mario Draghi e il coordinatore di Forza Italia Antonio Tajani (e però poi arriva la nota: per Tajani Draghi deve restare a Palazzo Chigi). Questo “mette la zeppa”, dice Enrico Mentana dalla sua quarta maratona in quattro giorni, vista anche la posizione congela-premier di Giuseppe Conte e di una parte dei Cinque Stelle.   E si riparte non dal via ma quasi, su schermi simultanei Rai-Sky-Mediaset-La7, e cioè dal tema: se non Draghi, chi? “E se fosse Franco Frattini?”, dice un’agenzia letta dai conduttori, seguita da un altro lancio per cui Salvini avrebbe incontrato nel pomeriggio proprio Frattini, pare d’intesa con i Cinque Stelle. Roba da mal di testa, tantopiù che ci si è anche dovuti chiedere perché il centrosinistra non ha tirato fuori nomi a raffica come il centrodestra (corollario: Enrico Letta sta giocando bene la partita o no?). Non solo. Su Rete 4 la stanchezza per il rebus irrisolto porta sul proscenio l’altro argomento sotteso: non sarà ora di andare verso il presidenzialismo?    Ma tutto ciò non prima di aver scandagliato i significati reconditi dell’intervista a Rainews 24 del possibile candidato giurista e giudice emerito della Consulta Sabino Cassese, comparso con volto sorridente a commentare la questione “incontro Cassese-Salvini” del giorno prima, al pacato grido di “le cariche pubbliche non si sollecitano e non si rifiutano”.     C’è bisogno di aruspici, nell’attesa che il vertice serale del centrodestra dia qualche certezza, e tra gli indovini-decrittatori spuntano le sagome dei testimoni dell’epoca in cui cinque votazioni per un presidente parevano poche, ed ecco infatti che alle dieci del mattino su Rainews compare Paolo Cirino Pomicino e nel pomeriggio su La7 c’è invece un Clemente Mastella che tifa per l’amico Perferdinando Casini e racconta di ricevere molte chiamate costernate da concittadini beneventani che non capiscono perché mai non sia stato ancora eletto il nuovo presidente.    Tempo un’ora, e da Nicola Porro, a “Quarta Repubblica”, su Rete 4, spunta addirittura Claudio Martelli, non proprio un habitué delle maratone tv. Siamo nel reality in cui si sceglie il presidente, dice Mentana. Intanto è calata la notte, e i gazebo fuori da Montecitorio si preparano per i talk all’aperto della sera (con effetto fuga dallo schermo, di nuovo in stile “Rosa Purpurea”). E ancora non si sa se il buio porterà consiglio a “loro”, pronome che designa coloro che tengono in ostaggio da giorni chi deve raccontarli.

  • La guerra M5s coinvolge Mattarella e la Belloni. Conte sfida Di Maio: "Non gli conviene un congresso"
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Gennaio 27, 2022 at 9:17 pm

    “In questo momento esatto Draghi prenderebbe solo due voti dal Pd: uno da Nicola Zingaretti e l’altro da Enrico Letta. Stop”. Il deputato di area Dem se la ride, ma l’iperbole rende bene. E’ l’inizio della quarta votazione, quella che scatena la corsa del sacco fra Luigi Di Maio e Giuseppe Conte per intestarsi i 166 voti di Mattarella. I rossogialli dovrebbero votare scheda bianca. Ma l’indicazione la rispetta solo il Pd con tanto di organizzazione militare. I deputati-vedette Fiano, De Luca, Lorenzin e Morassut hanno ordine di “cronometrare” i secondi trascorsi nel tunnel dai Grandi elettori dem. Se passano più di 10 secondi qualcuno ha scritto Mattarella.  Lo spirito del capo dello stato aleggia sull’Aula, ma viene messo a riparo da chi, per pudore e affetto, ne diventa l’esegeta: i suoi principi si basano sul rispetto della dottrina costituzionale. Dunque è no, fortissimamente no. Per ora. Qui si campa alla giornata. Il Transatlantico è il falò delle vanità. E anche, soprattutto, dei candidati da abbrustolire. Caso di scuola: Elisabetta Belloni, capo del Dis, nostra signora degli 007. Rientra nella terna ipotetica di Letta (molto dopo Draghi e molto prima di Casini). Giorgia Meloni dice che non le dispiace come profilo. Ma poi c’è subito il dibattito, aperto dai partiti, sull’opportunità di due tecnici ai vertici delle istituzioni, con uno di questi che ricopre un ruolo così unico. I peones portano i cellulari alla bocca: “Ci starà ascoltando?”. Sì, il clima fra le truppe è questo: ubriacatura e sbracatura. Luigi Di Maio, che ha lavorato con Belloni al ministero degli Esteri, racconta ai deputati che lo rincorrono per sapere che tempo fa: “Elisabetta? Se va lei al Colle per noi è perfetto. Alto profilo, un’amica”. Conte all’inizio aveva detto di no, poi ora dice di sì, forse ni. I maligni appassionati di musica  spiegano che il suo sguardo  gli ricorda il crollo di una diga. Quando la diplomatica è diventata capo del Dis con il governo Draghi è saltato un altro pezzo di potere contiano (ha preso il posto di Gennaro Vecchione). Ma dov’è Conte? Eccolo. Finalmente si è palesato. Va fatta questa domanda all’ex premier: ma non è che Luigi Di Maio sta  facendo  un vero proprio congresso nel M5s sul nome di Draghi? Conte al Foglio risponde: “Non credo gli convenga”.   In Sala Siani, al secondo piano, si odono dei ragionamenti abbastanza concitati di Paola Taverna sui 166 voti finiti a Mattarella. Urla bestiali. Altro che rossogialli: Pd e M5s sono due pianeti che non si toccano. Se non attraverso spezzoni. Di Maio sta con Letta su Draghi e questo si sa. Ma ha trequarti di partito che oggi – ripetiamo: oggi – non voterebbe.  Al segretario del Pd viene rinfacciata eccessiva “sicumera”. E mancanza di un soffice piano B. Lo accusano pure di non gestire bene i rapporti con Matteo Salvini. L’impressione è che giochi di rimessa e interdizione davanti a un confuso centrodestra che  fa del movimento (o dello schema 5-5-5) uno stile di vita. La telefonata fra Silvio Berlusconi e Mario Draghi, seguita dall’arrivo di Antonio Tajani a Palazzo Chigi è la notizia a cui si appende Enrico Letta, e per la quale c’è da scommetterci ringrazia di avere un zio di nome Gianni. Il segretario del Pd a tarda sera sul nome dell’ex premier dice di aver riallacciato un filo con Lorenzo Guerini nel nome dell’atlantismo e continua a tenere rapporti solidi con Di Maio. Il problema è l’iniziativa di Salvini.  Capace di tutto. Davanti al nome di Sabino Cassese, agitato come una clava dal leader della Lega, il Nazareno va in crisi. Allarme rosso. “Come faremmo a dirgli di no, al di là dei metodi poco urbani?”.  Ancora una volta in una notte che si preannuncia, come da romanzo, buia e tempestosa si crea l’asse fra Renzi e Letta. I due dicono e fanno dire dai rispettivi colonnelli: “Questo non è un casting, nemmeno il Grande fratello o X factor”. Renzi è convinto che prima o poi “ci sarà un king”, l’uomo in grado di cambiare verso alla partita. Adesso però ci sono ancora sospetti incrociati. Il centrodestra si vede, magari litiga e si azzanna. Gli altri, i demogrillini, no. Non si fidano di Giuseppe Conte, dalle parti di Letta. Che viene messo in difficoltà anche dall’ipotesi  Giampiero Massolo (che da lui, quando era premier, venne nominato al capo del Dis). In serata, ma è un ballon d’essai forse, rispunta il nome di Franco Frattini. Ma nessuno crede in una sponda contiana. La notte è lunga e potrebbe non portare consiglio. Un amico di Salvini alla fine di questo articolo spiffera al Foglio questa chiave: “Le stanno provando tutte, consapevoli che andranno su Draghi”. Ma chissà.  

  • Salvini tenta lo strappo. Tutto tranne Draghi
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Gennaio 27, 2022 at 9:13 pm

    Dove voglia andare, nessuno lo capisce. “Neppure noi, non gli stiamo più dietro e non sappiamo dove voglia portarci”, confessa Gian Marco Centinaio, che pure sarebbe un suo fedelissimo. Pure gli alleati alzano le mani. Giovedì mattina, al vertice di centrodestra, Matteo Salvini si è presentato dicendo che “il nome in testa ce l’ho, ma non ve lo dico perché devo fare verifiche”. E siccome già la sera prima li aveva mandati in bianco (“Dovevo sentirmi con Letta, ma non mi ha risposto: aggiorniamoci  domani”), Giorgia Meloni è sbottata: “Ma allora che ci stiamo a fare?”. Perfino Matteo Renzi, che pure finora se lo è coccolato, coi suoi sbotta: “E’ incomprensibile”.  Lui si agita, fa cose, vede gente. “Ma la sensazione è quella della mosca nel bicchiere”, sbuffa sconsolato il forzista Andrea Cangini. “Un mese fa a Salvini avevo suggerito un profilo alla Cassese”, ha raccontato Renzi ai suoi parlamentari. “E lui mi ha chiesto chi fosse, Cassese. Al che gli ho suggerito alcuni libri del professore, gli ho inviato i discorsi che ha fatto alla Leopolda e ad Atreju”. Ed ecco che due giorni fa, poco dopo pranzo, Salvini prende e va dal giurista. Due ore  di colloquio, il cui scopo, il giudice della Consulta, lo ha capito forse solo giovedì, quando è andata prendendo consistenza l’indiscrezione per cui il suo nome fosse uno di quelli inseriti nella nuova terna da offrire al vaglio degli alleati. Ma se Cassese significherebbe mettere due dita negli occhi a Giuseppe Conte ammiccando a Renzi, l’altro profilo indicato è quel Franco Frattini che invece è una provocazione verso il leader di Iv – che già lunedì lo aveva incenerito, in accordo con Letta – e un rinnovare l’asse col capo grillino. “Quel canale è ancora attivissimo”, mugugna il dem Antonio Misiani.   “E del resto anche Elisabetta Belloni è una candidatura che nasce lungo la direttrice Conte-Salvini”, ragiona, preoccupato, il ministro Andrea Orlando. E infatti a metà mattina tra i dem si ritrovano con un’agenzia che esprime apprezzamento per l’attuale capo del Dis a nome di “fonti Pd”. Solo che a dettarla non è stato il Nazareno, ma, si scoprirà poi, Rocco Casalino. Alla fine non sarebbe la Belloni, il nome inserito nella rosa salviniana, ma quel Giampiero Massolo che a capo dei servizi c’è stato nel 2012, e ora presiede Fincantieri, il colosso il cui ad, Giuseppe Bono, è assai ascoltato dal leader leghista. O forse c’è Marcello Pera? Alle nove e mezza di sera, nessuno può dirlo con certezza. Vuole andarsi a contare, pare evidente. Ma a modo suo. Ignazio La Russa, che per conto della Meloni lavora ai fianchi la tenuta di Salvini, voleva spingerlo a misurarsi su Elisabetta Casellati. L’ha incoraggiata fino all’ultimo: “Hai visto che con  Crosetto abbiamo raccolto 51 voti extra? Lo stesso avverrebbe con te”. Ma il calcolo della presidente del Senato era fallato dalla sua eccessiva confidenza nella tenuta del centrodestra: “Metto nel conto un 10 per cento di franchi tiratori”, diceva. Al che i centristi hanno spiegato a Salvini che il rischio era assai maggiore, e lui ha preferito attendere un giorno. “Se avessimo avuto i nomi per eleggere uno di centrodestra, lo avremmo fatto oggi”, ragiona il saggio forzista Renato Schifani. “Se non lo abbiamo fatto, è perché non abbiamo i numeri. Matteo deve capire che quando non puoi forzare, devi negoziare. Allora perché bruciarsi i ponti verso Casini?”. E’ in questa confusione che lo scrutinio – a cui il centrodestra decide di non partecipare – vede  crescere dei consensi su  Mattarella.  Ma per Salvini quelle 166 schede per l’attuale capo dello stato sono un segnale allarmante. Sa che anche Maria Stella Gelmini, anche Mara Carfagna, spiegano ai propri parlamentari che, piuttosto che assecondare le indecifrabili mosse del leghista, conviene convergere su Mattarella. “Ma chi l’ha detto che dobbiamo dare a Salvini la delega in bianco per mandarci a sbattere?”.    Anche per questo Salvini decide che è il momento  dell’all-in.  Giorgetti spera che in fondo tutto questo trafficare serva a giustificare l’unica via d’uscita possibile: “Andare su Draghi”. Ma Centinaio, ai colleghi di Iv, dice che non è così: “Giorni fa ci ha riunito e ci ha chiesto cosa ne pensassimo di mandare il premier al Colle. Noi gli abbiamo detto di no, e lui si è irrigidito”. Infatti Edoardo Rixi e Andrea Crippa,  colonnelli fidati, vanno in giro tra i grillini a fare terrorismo psicologico: “Con Draghi al Colle  si va a votare”. Massimiliano Romeo il tatticismo esasperato del capo, davanti ai capigruppo degli altri partiti, lo giustifica dicendo che “Matteo ha paura della Meloni, bisogna dargli tempo”. E questo tempo potrebbe riempirlo provando a misurarsi su uno dei nomi vagliati in queste ore. O su altri. E’ l’azzardo estremo: se l’urna gli darà ragione, dimostrerà di averci visto più lungo di tutti. Sennò, meglio non pensarci. 

  • Disegnare vita e movimento. Gli alberi e le biciclette di Toni Demuro
    by Marco Pastonesi (Il Foglio RSS) on Gennaio 27, 2022 at 9:07 pm

    Ha cominciato arrampicandosi sugli alberi: “Erano il parco-giochi della mia infanzia: li scalavo, li abitavo, lassù inventavo storie, da lassù guardavo il mondo secondo un’altra prospettiva”. Se n’è ricordato quando ha cominciato a lavorare come illustratore: “Da piccolo disegnavo come fanno, inconsapevolmente, tutti i bambini. Familiari e insegnanti mi dicevano che ero bravo, tant’è che poi ho frequentato l’Accademia delle Belle Arti di Sassari e mi sono diplomato in pittura, ma ho atteso il 2011 prima di dedicarmi esclusivamente alle illustrazioni. E l’ho fatto proprio con gli alberi. Così, per farmi conoscere ho aperto un blog, e quasi ogni giorno disegnavo un albero, il primo anno ne ho creati 275. E che il 2011 fosse l’anno dedicato alle foreste è stato soltanto un caso. Gli alberi sono radici e fiori, sono vento e stagioni, sono Cosimo il barone rampante di Italo Calvino e Elzéard il pastore piantatore di Jean Giono, sono un simbolo universale con la stessa forza, e anche con gli stessi poteri, delle biciclette”. Che è una delle sue altre passioni. Toni Demuro, sardo, laureato all’Accademia delle Belle Arti di Sassari, è l’autore dell’immagine-simbolo di “ANDante”, che da domani fino al 6 febbraio affronterà il Cammino dei vulcani, a piedi dai Monti Sabatini fino al Mar Tirreno, e che qui su ilfoglio.it terrà il suo diario di viaggio. Demuro illustra libri didattici e libri per bambini e ragazzi, collabora con quotidiani e riviste, passa dal “Piccolo Principe” a “Time Out”, si occupa di calendari e bollettini, firma per “The Boston Globe” e “Vanity Fair”: “Mi piace lavorare nel caos, dovunque ci sia vita e movimento, a casa ma nel soggiorno, in biblioteca ma con l’iPad, in auto da nomade”. Più richieste dall’estero che dall’Italia: “Da noi l’editoria vive un periodo complicato, altrove ci sono più possibilità e opportunità, dunque più coraggio”.   Quanto alla bicicletta, “il mio primo amore è stato una Graziella. Ma più della Graziella, mi sono innamorato di quello che la Graziella rappresentava: l’aria, la terra, la libertà”. E il grande amore è arrivato su una bicicletta: “Pedalava dalla campagna alla città. C’era qualcosa di speciale, di visibile, di unico. In lei più che nella sua bici. Si chiamava Annalisa. Ci siamo sposati”. Da allora forse ogni bicicletta è diventata un atto di amore o una dichiarazione di amore: “Per la sua leggerezza, la sua sensibilità, la sua umanità. Per i suoi silenzi e per la sua pulizia. Per la sua semplicità”.

  • La Memoria viva dell’Europa
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Gennaio 27, 2022 at 6:29 pm

    Di cosa parliamo quando parliamo di antisemitismo in Europa? Prendiamo la Svezia. Gli episodi antisemiti hanno rappresentato il 27 per cento di tutti i crimini di odio religioso nel 2020 in Svezia, dove gli ebrei costituiscono lo 0,1 per cento della popolazione. Il Consiglio nazionale svedese per la prevenzione della criminalità pubblica ogni due anni un rapporto sui crimini ispirati dall’odio. Questi sono i nuovi risultati. Possono essere proiettati ovunque in tutta Europa. Parliamo di una minuscola comunità che, tuttavia, è oggetto di gran parte dei crimini di natura religiosa e ideologica.   Giovedì si è celebrato il Giorno della memoria ma bisognerebbe evitare che diventi retorica di pubblica e vuota pietà, una memoria universale politicizzabile a fini antiebraici di cui sempre più consistenti gruppi militanti di minoranza si appropriano a fini politici, per farne una storia senza più peso morale. Piuttosto si deve fare di questa giornata  un momento di azione e riflessione sulle minacce agli ebrei d’Europa. Da una parte, la mai sopita recrudescenza antisemita di destra, dall’altra, il militantismo di estrema sinistra. Sullo sfondo, sempre più ampio, il fondamentalismo islamico.     Ieri, nel 77esimo anniversario della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, “per ricordare i milioni di donne, uomini e bambini ebrei e tutte le altre vittime uccise dal regime nazista”, la Commissione Ue, per la prima volta, ha illuminato il suo quartier generale, Palazzo Berlaymont, con #WeRemember, aderendo a un progetto globale del World Jewish Congress in memoria delle vittime della Shoah.   Ursula von der Leyen ha dichiarato: “L’Olocausto è stato un disastro europeo. L’antisemitismo ha portato a questo disastro. Il cuore della nostra azione è garantire che gli ebrei in tutta Europa possano vivere la loro vita in conformità con le loro tradizioni religiose e culturali. Perché l’Europa può prosperare solo quando prosperano anche le sue comunità ebraiche. Perché la vita ebraica è parte integrante della storia dell’Europa e del futuro dell’Europa”. Parole sacrosante, perché la realtà indica un pericolo reale. Joël Rubinfeld, presidente della Ligue belge contre l’antisémitisme, è allarmato e dice a Paris Match che “ci sono buone possibilità, entro 20 anni, di finire con un Belgio judenrein”. Dalla Seine-Saint-Denis, l’80 per cento degli ebrei se ne è andato. E vittima principale di questa operazione è stato proprio lo stato d’Israele. Mai quanto oggi la memoria è disseminata, eppure mai quanto oggi l’Olocausto viene usato contro l’eredità vivente dei sei milioni, il piccolo stato ebraico sotto assedio. Sotto l’assedio della delegittimazione ideologica e morale da parte di gruppi minoritari  forti in ambito accademico e culturale, e sotto l’assedio pre nucleare della Repubblica islamica dell’Iran.     Siamo dunque al bivio già indicato da Jonathan Sacks, ex rabbino capo del Regno Unito e uno dei grandi maestri dell’ebraismo. Il primo scenario, il più cupo, vede gli ebrei in fuga dall’Europa perché è diventato così pericoloso indossare segni di ebraicità o esprimere sostegno a Israele in pubblico che gli ebrei hanno deciso di andarsene. In questo scenario, a cento anni dall’Olocausto, l’Europa è judenrein. In Israele, una popolazione assediata si aggrappa alla vita. L’Iran, avendo vinto il suo confronto con l’occidente, ha accerchiato Israele con gruppi terroristici armati fino ai denti e il suo arsenale nucleare è una minaccia serissima. Molti israeliani se ne sono andati sapendo di poter trovare arance e sole anche in Florida e in California. Non puoi allevare i bambini all’ombra della paura.  Poi, invece, c’è l’altro scenario tratteggiato da Sacks, quello ottimistico. Gli ebrei in Europa stanno prosperando. Gli europei si sono finalmente resi conto che l’antisemitismo non minaccia soltanto gli ebrei, ma la loro stessa libertà. Hanno agito e ora gli ebrei si sentono al sicuro. Israele, nel frattempo, avendo stretto alleanze strategiche con tutti i paesi arabi, ha isolato l’Iran e l’islamismo apocalittico, trovando in medio oriente la propria accettazione de facto, se non la legittimità de iure.     Eccolo, il grande bivio esistenziale cui si trova di fronte non soltanto l’ebraismo, ma anche l’Europa. 

  • Dopo la telefonata tra Berlusconi e il premier, Tajani incontra Draghi. FI conferma
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Gennaio 27, 2022 at 6:09 pm

    È la giornata del disgelo. Dopo la telefonata tra Mario Draghi e Silvio Berlusconi, è Antonio Tajani a recarsi a Palazzo Chigi. Un colloquio, quello tra il coordinatore nazionale di Forza Italia e il premier, che avviene poco prima del vertice di centrodestra, convocato da Matteo Salvini dopo le 21. Con una nota diffusa poco dopo la notizia del Foglio, Forza Italia ha confermato l'incontro, che secondo quanto si apprende è stato "cordiale". Non cambia la posizione di FI per cui Draghi deve proseguire il suo lavoro alla guida del governo, riporta l'Ansa.    TUTTI GLI AGGIORNAMENTI 

  • Guida preventiva a una polemica sbagliata sul Recovery fund
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Gennaio 27, 2022 at 5:52 pm

    La Commissione europea entro la fine di giugno rivedrà l’ammontare dei sussidi concessi agli stati membri attraverso il Recovery fund. Per l’Italia potrebbe significare la perdita di una manciata di miliardi. La prevedibile polemica dei prossimi giorni, accompagnata dal piagnisteo sull’Europa che ci toglie soldi, è però ingiustificata. La ragione per cui l’Italia avrà meno risorse è positiva: nel 2020 il paese ha subìto una recessione meno pesante di quella prevista in quella primavera e nel 2021 il rimbalzo è stato decisamente più forte. “E’ una buona notizia quando un paese cresce più di quanto previsto: non va dimenticato che l’obiettivo della nostra politica è che l’attività economica riprenda”, ha ricordato ieri la Commissione.   La revisione dell’ammontare concesso agli stati membri è prevista dal regolamento che ha istituito la Recovery and Resilience Facility. Il Recovery fund era stato costruito su misura per l’Italia con la sua bassa crescita e il suo altissimo debito. La Commissione aveva proposto parametri particolarmente vantaggiosi per il nostro paese: il pil pro capite e il tasso di disoccupazione del 2019, cioè prima del Covid-19. Alcuni stati membri avevano protestato, sottolineando che gli aiuti dovevano andare a chi aveva effettivamente perso pil a causa della pandemia. Nella trattativa dell’estate 2020, Giuseppe Conte non ci aveva prestato troppa attenzione. Così l’accordo finale sul Recovery fund prevede un correttivo: il 30 per cento dei sussidi è attribuito anche sulla base della variazione del pil reale nel biennio 2020-2021. Al di là dei tecnicismi, il risultato è questo: i paesi come l’Italia che sono cresciuti di più perderanno un po’ di soldi, quelli come la Spagna che faticano a riprendersi ne otterranno di più. Non è un dramma, dato che la revisione riguarda soltanto i sussidi e non i prestiti. Inoltre, i cosiddetti burocrati cattivi dell’Ue hanno previsto un paracadute: l’Italia potrà spostare le risorse di altri fondi dell’Ue, come quelli di coesione, per realizzare il suo piano di Recovery.

  • Iovino (M5s): "I 166 voti per Mattarella? Cerchiamo un profilo alla sua altezza"
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Gennaio 27, 2022 at 5:23 pm

    “Oggi i parlamentari, insieme ai delegati regionali hanno espresso una volontà: quella di chiedere che per il proprio paese ci sia un presidente della Repubblica dello stesso livello di Sergio Mattarella, che è un profilo istituzionale molto apprezzato dagli italiani” dice al Foglio Luigi Iovino, deputato del M5s, che non si sbilancia sulla possibile data di elezione del prossimo capo dello stato. Pur ammetendo che molto probabilmente alcuni dei 166 voti dati a Mattarella durante questa quarta votazione provengono proprio dalle fila del Movimento che è alla ricerca " di un profilo alla sua altezza".

  • 166 voti per Mattarella. "È un segnale. Letta e Conte facciano un nome", dice Battelli (M5s)
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Gennaio 27, 2022 at 2:39 pm

    Dice Sergio Battelli, deputato grillino, intercettato fuori dall'Aula della Camera poco dopo la fine della quarta votazione, che "il nome di Sergio Mattarella sulle schede è un segnale anche per il presidente: il Parlamento lo sta ancora chiamando". Oggi più forte di ieri: sono 41 i voti in più che oggi il presidente uscente ha ricevuto a Montecitorio, arrivando così a 166 schede con il suo nome impresso. Ieri erano 125. A farlo sussultare, lui che ha più volte ribadito la volontà di ritirarsi dagli impegni istituzionali, sono deputati e senatori di Pd e M5s, che nonostante l'indicazione di votare scheda bianca inviano segnali di fumo. E lo conferma anche Battelli. I voti di oggi "sono segnali da parte dei parlamentari del centrosinistra che non possono non essere ascoltati dai leader dei partiti". Cosa si chiede? "Di fare un nome, di fare in fretta. I numeri in favore di Mattarella sono aumentati rispetto a ieri e questo segnale deve essere preso in considerazione".   

  • Lo sgarro a Draghi e il danno al paese
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Gennaio 27, 2022 at 2:06 pm

    Se, come si dice, è sventurata quella terra che ha bisogno di eroi, sarebbe una prospettiva terribile se l’Italia dovesse fare affidamento su una sola persona. Vorrebbe dire che comunque non c’è speranza. Pertanto l’elezione al Quirinale di Mario Draghi non può né deve essere considerata una necessità inesorabile. I grandi elettori voteranno il Presidente della Repubblica che ritengono più adatto ed è legittimo che in questa scelta si lascino guidare dalle più disparate considerazioni partitiche o personali. Quindi ci sta che i parlamentari, perché temono un ritorno alle urne o perché si sentono marginalizzati da questo governo, vogliano dare un calcio negli stinchi a Draghi: rivendicare la loro autonomia attraverso un gesto politico che consista, come ha scritto Salvatore Merlo, “nell’osservare il gigante che ruzzola giù per le scale”. Non è questo il problema.   Ciò che preoccupa è se la classe politica che ha la tentazione di spingere Draghi giù per le scale sia anche capace di costruire un’alternativa valida. E, alla base di tutto questo, se è consapevole della situazione del paese e delle sfide che ha di fronte. Perché invece la sensazione è che per gran parte della classe dirigente la disgrazia del Covid sia stata vissuta come l’ingresso in un mondo senza più vincoli: centinaia di miliardi di deficit, altre centinaia di miliardi di trasferimenti e prestiti agevolati che piovono da Bruxelles, un’inondazione di liquidità dai rubinetti aperti a Francoforte, Patto di stabilità sospeso e debito pubblico che cresce senza che nessuno, in patria e sui mercati, si allarmi più di tanto. E’ la fine dell’austerità e l’inizio di un’epoca senza più vincoli, né esterni né interni: l’economia del paese di Bengodi.   Emblematica, in questo senso, è la vicenda del Superbonus 110%, una misura costosissima e priva di qualsiasi razionalità economica, che provoca distorsioni enormi e incentiva comportamenti collusivi ai danni del bilancio pubblico. Mario Draghi, insieme al ministro dell’Economia Daniele Franco, aveva provato a smussarne gli eccessi e gli aspetti più distorsivi ma la maggioranza, e in realtà anche l’opposizione, gli hanno fatto rimangiare le modifiche. La vicenda del Superbonus, come di altri bonus e spese fiscali su cui Draghi ha dovuto cedere, dimostra che le forze politiche non hanno pienamente contezza della situazione critica in cui si trova l’Italia. L’emergenza Covid ha senz’altro fornito all’Italia la grande opportunità, grazie all’accordo europeo sul Next Generation Eu, di fare investimenti e politiche espansive ma allo stesso tempo può aver peggiorato definitivamente le condizioni di un’economia malata ormai da tre decenni.   Questo bivio che abbiamo di fronte è ben illustrato dal saggio di Paolo Sestito, dirigente della Banca d’Italia, dal titolo significativo: “Ora o mai più” (Luiss university Press). Sestito si concentra su come l’Italia è entrata in questa crisi: veniva da una fase di 25 anni di stagnazione economica, figlia dei tanti nodi irrisolti, delle sfide perdute (dalla globalizzazione alla digitalizzazione) e delle occasioni mancate (lo sperpero del dividendo dell’euro). E’ in queste condizioni di fragilità economica e di incertezza politica che è arrivato il coronavirus. “L’aspetto più critico, soprattutto in prospettiva – scrive Sestito – è però il ritardo con cui si è iniziato a tener conto del fatto che il Covid non è un’alta marea che lascerà immutato il mondo dopo che si è ritirato”. Le ondate epidemiche hanno prodotto tante macerie su un paese fragile. Per l’Italia questa è “l’ultima occasione”, perché per la prima volta l’Europa ci consente di fare riforme non solo allentando i vincoli di bilancio ma addirittura fornendoci generosi sussidi. Se però non saremo all’altezza della sfida, questo macigno di debiti tirerà il paese ancora più a fondo.   E’ questa consapevolezza che pare mancare. Nei prossimi anni ci sarà da attuare il Pnrr, da fare riforme profonde, da rivedere il Patto di stabilità secondo le linee tracciate da Draghi e Macron... e servirà un paese credibile. L’elezione di Draghi al Quirinale rappresenterebbe, agli occhi dei cittadini e dei partner europei, la garanzia che per i prossimi sette anni l’Italia intenderà muoversi lungo questi binari. Naturalmente non è detto che Draghi al Quirinale sia necessario e neppure che sia sufficiente. Il Parlamento ha il pieno diritto di scegliere altrimenti, anche per dare una lezione a quello che ritiene un “arrogante”, ma deve essere consapevole della situazione e capace di costruire un’alternativa all'altezza. Altrimenti fa come quel marito che s’inflisse danni irreparabili solo per fare un dispetto alla consorte.  

  • "Chiunque, ma non Draghi”. Il totonomi sui profili social della Lega
    by Gianluca De Rosa (Il Foglio RSS) on Gennaio 27, 2022 at 1:42 pm

    È chiaro son faccende social. Sondaggi per follower mitomani o esaltati, eppure a leggere le risposte su Twitter a diversi colonnelli leghisti, ma anche, o forse meglio, direttamente sotto i profili di Matteo Salvini, si capisce la ritrosia del segretario, sempre attento agli umori che provengono dal web, a convergere per il Colle sul candidato più naturale, Mario Draghi.             Tra tutti i commenti, infatti, il più ripetuto, in centinaia di sfumature differenti, ma con un unico senso, è questo: “Scegliete chiunque, ma non Draghi”. Ma se per il presidente del Consiglio la rumorosa orda social leghista ha una vera e propria idiosincrasia (seppur a volte con conseguenze logiche paradossali: “Bene mandarlo al Quirinale almeno leviamo il rettile da palazzo Chigi”), anche per gli altri nomi di convergenza, vedi Pier Ferdinando Casini, non c’è alcun entusiasmo. “Ma Casini… vi siete bevuti il cervello?”. I commenti a volte arrivano sotto i post in cui si annuncia il voto di giornata, ma in alcuni casi, sono direttamente i parlamentari leghisti a lanciare il sondaggio. Lo hanno fatto ad esempio il deputato ed ex sottosegretario all’Economia Massimo Bitonci e il suo collega Edoardo. “Si vota voi chi vorreste?”, scrivono entrambi sui loro profili social.           E in queste improvvisate Quirinarie twittarole della Lega trionfano soprattutto due nomi: Francesco Barra Caracciolo, magistrato ed ex sottosegretario con delega agli affari europei del governo gialloverde, celebre per le sue posizioni euroscettiche (pubblicò una foto della bandiera europea sovrapposta a quella della Germania nazista, “Sarebbe il top”, commentano i follower) e l’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Più indietro ma comunque più volte citato dai follower leghisti: Paolo Savona, Antonio Martino, Marcello Pera e la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati.         Ma c’è anche chi si lancia nell’inedito: “Votate Maddalena”, inteso Paolo, ex giudice della Corte costituzionale, scelto dagli ex grillini di “L’alternativa c’è” come candidato di bandiera d sostenuto, ma solo per qualche momento, anche da Matteo Mantero, ex 5 stelle che ha permesso a Potere al popolo di mettere in piedi a palazzo Madama (la scelta è stata rivista dopo la scoperta delle posizioni antiabortiste dell’ex magistrato).       Non dispiace neanche il filosofo Giorgio Agamben, che con le sue posizioni contro il green pass ha fatto recentemente breccia nei cuori leghisti più vicini alla galassia No vax.         In generale, non vanno male neanche i nomi più cari agli alleati avversari di FdI. L’ex procuratore Carlo Nodio, finito nella terna dei nomi del centrodestra dopo la proposta di Meloni, si piazza nelle prime posizioni per preferenze dei follower leghisti. E a tanti non dispiace neanche l'ex deputato e cofondatore di Fratelli d’Italia Guido Crosetto. “Sarebbe un ottimo presidente”. E chissà che qualche deputato e senatore del Carroccio non abbia ascoltato gli umori social. Si spiegherebbe forse da dove arrivano i voti di ieri che hanno portato a 114 preferenze il Gigante meloniano, quasi il doppio dei 63 grandi elettori di FdI, e condotto forse oggi all’inedita scelta dell’astensione.      

  • Chi scommette su Cassese? Anche Meloni dice sì. E lui sta al gioco
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Gennaio 27, 2022 at 11:22 am

    Cominciamo dal dire che che lo facciamo dire a lui. Professore Sabino Cassese, la notizia del Foglio dell’incontro tra lei e Matteo Salvini è ovviamente vera? “Se lo dice il Foglio che è un giornale serio diventa vera”. Si racconta che abbia offerto a Matteo Salvini un consommé che allunga la vita: “Lo sa quanti giudici della Corte hanno gustato i miei piatti?”. A Giorgia Meloni non dispiace. L’ha perfino detto: “Se c’è Cassese ci va bene”. Di fatto il nome di Cassese è entrato tra le opzioni Quirinale. La sinistra? “Magari. Tanto di cappello”. Lo dice un deputato del Pd. Alla Camera le quotazioni salgono. Mario Draghi lo conosce da mezzo secolo. In ogni angolo di Roma c’è almeno un suo ex allievo. Obiezione? L’età. Ha 86 anni. Ma anche Giorgio Napolitano alla sua prima elezioni non era poi così tanto lontano. La Lega comincia seriamente a ragionarci. Roberto Calderoli: “Avanti i giovani?”. Ma lo sapete che Cassese è il nonno nerd? Apple Watch, iPhone di ultima generazione. “Aspetti che le mando un pdf del mio ultimo testo…”. Si comincia così. Cassese: “Speriamo finisca presto questo agone”. Dimenticavamo. Ha partecipato all’ultima Leopolda con un intervento (sulla non giustizia) che ancora Matteo Renzi inoltra. Forza Italia: “Il Giornale l’ha intervistato ieri. Un caso?”. Allegro, scanzonato, ieri per due ore ha fatto lezione agli studenti di Sondrio: “Diciamo che allargo i miei grandi elettori”. È lui la burla che si fa verità.  

  • Quirinale, anche oggi M5s e Pd pronti a votare Mattarella: "Saremo più dei 125 di ieri"
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Gennaio 27, 2022 at 11:20 am

    Ancora segnali. E questa volta univoci verso Sergio Mattarella. Nel giorno della quarta votazione per eleggere il presidente della Repubblica manca l'accordo fra i partiti. Il centrodestra si asterrà (per evitare scherzi visto il clima fra Matteo Salvini e Giorgia Meloni). Ma il fronte rossogiallo che teoricamente dovrebbe puntare sulla scheda bianca è pronto a scrivere Mattarella. Ieri il capo dello stato ha preso 125 voti. Un messaggio chiaro. Pronto a ripetersi oggi da parte del M5s e del Pd. E magari con numeri maggiori. La soluzione del bis è stata sempre allontanata dal diretto interessato che continua a dire "no grazie" con parole e immagini. Ma molti nel Pd e nel M5s ancora sperano nel miracolo. In un ripensamento che congelerebbe lo status quo. Ma la posizione non è lineare e tra i grillini ci sarebbe anche un altro tipo di sensibilità. Per evitare di seguire il Pd e l'ala di Di Maio fino a ieri serac'era anche chi pensava di indicare nel segreto dell'urna Liliana Segre, una specie di tributo alla senatrice a vita nel giorno della Memoria. Ma questa ipotesi al momento non è confermata dai contiani: "Non possiamo strumentalizzarla", sono le voci contrarie di un M5s più spaccato che mai. L'ultima parola allo scrutinio di questa votazione, pronto a diventare doppia da domani.   Quirinale. Potete seguire qui la diretta della giornata, con tutti gli aggiornamenti, le dichiarazioni, le curiosità e i retroscena in tempo reale: 

  • Sabino Cassese, un ritratto attraverso i suoi scritti
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Gennaio 27, 2022 at 11:16 am

    Sabino Cassese, noto giurista e accademico italiano, come riportato dal Foglio, nella giornata di ieri ha incontrato Matteo Salvini. Entrambi smentiscono, ma in una fase delicata come questa, nel corso della quarta giornata di votazione per eleggere il presidente della Repubblica, i silenzi e i non detti fanno parte dal gioco.    Ma chi è Sabino Cassese?  E’ l’italiano che crede nella parola e che non sopporta chi non si fa capire, come scriviamo qui: non ama chi lo loda ma preferisce chi lo legge. Non scrive per vanità ma perché rimane un insegnante. Cassese è abituato a non sprecare le parole, le soppesa in maniera cartesiana, ha scritto spesso per il Foglio, e ha trattato, sempre con attento spirito critico, i più svariati argomenti. Ha parlato della crisi economica scaturita dalla pandemia, analizzando la reazione del sistema pubblico italiano all'emergenza.  Nel giugno del 2020 osserva che: "C’è stata una forte concentrazione di Stato e regioni sulla pandemia, trascurando tutto il resto. Lo Stato, per il resto, è 'andato in vacanza'. Il Parlamento ha funzionato a un decimo del suo ritmo. Il governo ha trascurato tutti gli altri problemi. La giustizia si è fermata. L’amministrazione ha rinviato le decisioni. I dipendenti pubblici sono rimasti a casa, con quel che comportava il fatto che il telelavoro non era stato programmato; la digitalizzazione amministrativa carente; obiettivi, risultati e catene di lavoro nelle pubbliche amministrazioni poco definiti". Ha notato poi "l’incerta collocazione della competenza a provvedere, tra Stato e regione" che tanto sta facendo discutere anche oggi: "Questo argomento andrebbe esaminato, una volta usciti dalla fase dell’emergenza". Ha anche parlato dell'importanza dell'Unione europea, protagonista indiscussa della lotta alla pandemia che "ha acquisito un ruolo centrale. E ha dimostrato capacità di reazione notevoli, specialmente nel dotarsi di ciò che le mancava, il potere di spesa, sia pure ricorrendo alla raccolta sul mercato piuttosto che alla imposizione fiscale".     In uno dei suoi articoli, ha riflettuto sui movimenti populisti che si sono affermati nel paese, e sull'uso strumentale che la politica ha fatto del popolo.     Ci ha raccontato dell'importanza della Costituzione e della lingua con cui è stata scritta.     Ha analizzato il dibattito sullo snellimento burocratico, osservando come "la lotta alla burocrazia dovrebbe cominciare con una lotta del corpo politico contro se stesso e le sue decisioni".   Sabino Cassese è un pensatore che sa bene quali compiti deve svolgere un intellettuale, come argomenta nel suo libro (di cui il Foglio ha parlato qui): l’uso pubblico della ragione, l’attività di continuo risveglio del dibattito pubblico e della cultura corrente, la capacità di suscitare proposte su temi politici e sociali, il cosmopolitismo, il ruolo di definitori di concetti e parole, la funzione di collegamento con il passato e con il pensiero del passato. Tutto senza atteggiamenti da vati o da visionari, ma dando invece un peso speciale alla fatica dello studio e della scrittura, cui può seguire (ma non necessariamente) l’assunzione di un ruolo pubblico.       

  • "Maus" di Art Spiegelman cancellato in una scuola del Tennessee
    by Nicola Contarini (Il Foglio RSS) on Gennaio 27, 2022 at 11:13 am

    Il 10 gennaio il consiglio scolastico di un istituto della contea di McMinn, Tennessee, ha votato all'unanimità per l'eliminazione della graphic novel "Maus" dai curricola di terza media. Lo provano i verbali della riunione, in cui il direttore Lee Parkison esordisce dicendo: "I valori della nostra contea sono riconosciuti da tutti. C'è un linguaggio rude e discutibile in questo libro, ed essendosene resi conto, due o tre di voi sono venuti nel mio ufficio per parlarne". Dunque la decisione passata dieci voti a zero per eliminare il fumetto è stata giustificata dall'uso di parolacce e "bestemmie" ("God damn") e da una rappresentazione di nudo femminile.      Nudo femminile, ma attenzione alla specie: i personaggi del fumetto sono appunto topi. "Maus: A Survivor's Tale" è una graphic novel di Art Spiegelman la cui pubblicazione è iniziata nel 1986, e racconta l'Olocausto a partire dai ricordi del padre dell'autore, ebreo polacco sopravvissuto ai campi di concentramento di Majdanek e di Auschwitz. È la storia della famiglia di Spiegelman, gli ebrei sono disegnati come topi e i nazisti come gatti. Nel 1992 diventa il primo (e a oggi l'unico) fumetto vincitore del premio Pulitzer.       "Sono un po' sconcertato da questa notizia", ha detto Spiegelman, 73 anni, all'emittente televisivo CNBC in un'intervista. "Mi lascia a bocca aperta, 'like, what?'", così l'autore, che ha saputo del divieto solo dopo che è stato oggetto di un tweet mercoledì - un giorno prima della Giornata della Memoria. Ha definito il consiglio scolastico "orwelliano" per la sua decisione. Ha aggiunto anche di sospettare che dietro la giustificazione per le parolacce e la rappresentazione di nudo ci sia l'argomento del libro: il tempo trascorso dai suoi genitori nei campi di concentramento nazisti, l'omicidio di massa degli ebrei, il suicidio di sua madre quando lui aveva solo 20 anni, e il suo rapporto con il padre. "Conosco un sacco di ragazzi che mi hanno detto di aver imparato molto da 'Maus'. In Tennessee devono essere impazziti, sta succedendo qualcosa di molto strano laggiù".     Il Tennessee è stato vinto da ogni candidato presidenziale repubblicano dal 2000. L'allora presidente Donald Trump nel 2020 ha vinto la contea di McMinn con quasi l'80 per cento dei voti. L'episodio di "Maus" mostra che il vento della censura soffia non solo dalla sinistra woke: la scuola, l'istruzione e i libri di testo sono le nuove frontiere lungo le quali combattere battaglie culturali e identitarie. Anche da destra. E sempre più spesso usando come pretesto la necessità di preservare i giovani da immagini disturbanti, offensive, violente.    Neil Gaiman, l'autore della serie di fumetti "The Sandman", del romanzo "American Gods" e di altre opere pluripremiate, ha criticato l'azione del consiglio scolastico, scrivendo su Twitter: "C'è solo un tipo di persone che voterebbero per vietare Maus, qualunque sia il loro nome in questi giorni".

  • Ragioni geopolitiche per spingere Salvini a sostenere Draghi
    by Sergio Soave (Il Foglio RSS) on Gennaio 27, 2022 at 10:43 am

    Matteo Salvini in questi giorni ha oscillato molto, il che sembra indicare che si senta obbligato a scegliere tra due diverse prospettive politiche. Una, tutta interna al recinto nazionale, consiste nella competizione con Giorgia Meloni per il primato nel centrodestra. Però, se si fa a gara a chi strilla di più, è evidente il vantaggio di cui gode chi sta all’opposizione rispetto a chi alla fine deve accettare le mediazioni all’interno della maggioranza di governo. L’altra prospettiva, invece, potrebbe nascere da una riconsiderazione della collocazione internazionale, soprattutto europea, della Lega. In questo campo si è di fronte a una novità di cui ancora non si apprezzano le effettive dimensioni: lo spostamento a destra della Cdu e quindi del Partito popolare europeo. La tattica suggerita già da un anno da Giancarlo Giorgetti, quella di far aderire la Lega al Ppe, rischiava di fallire per un veto tedesco, che ora è assai improbabile. Scegliere questa strada, sia direttamente sia attraverso quella federazione con Forza Italia di cui si era parlato nei mesi scorsi, permetterebbe a Salvini di chiudere l’intesa per la salita di Mario Draghi al Quirinale, senza temere che dopo le elezioni si creino ostacoli, dall’interno e dall’estero, alla sua candidatura a premier a causa di dubbi sulla sua affidabilità europeista. Da un altro punto di vista, la collocazione internazionale della Lega, che cercava un avallo americano ai tempi di Donald Trump, ora ha bisogno di nuovi ancoraggi. Del resto la borghesia produttiva del nord, che resta il punto di riferimento sociale fondamentale della Lega, può essere spinta verso atteggiamenti euroscettici su specifiche questioni, ma nel complesso si sente ancora integrata nel sistema economico e di scambi governato dalle istituzioni europee. E proprio Mario Draghi ha mostrato come si può essere profondamente europeisti e proprio per questo rivendicare cambiamenti rilevanti nella politica concretamente praticata dall’Unione. Toccherà al governo in carica nella prossima legislatura il compito non facile di migliorare il patto di stabilità e crescita, e naturalmente avrà più possibilità di incidere un esecutivo non sospettato di un atteggiamento euroscettico pregiudiziale. I dubbi di Salvini, sul rischio che questa scelta venga interpretata come un cedimento e una rinuncia alle posizioni precedenti, sono comprensibili e anche da questo probabilmente originano le sue recenti oscillazioni. Tuttavia i cambiamenti che si sono verificati in Germania e in America richiedono un riposizionamento anche per ragioni oggettive e ogni politico di un qualche valore sa che ogni scelta deve confrontarsi con la realtà in mutamento, altrimenti la coerenza si trasforma in vacua testardaggine.  

  • Elezioni del presidente della Repubblica, lo spoglio in diretta
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Gennaio 27, 2022 at 8:53 am

    Qui trovate tutti gli aggiornamenti sulla giornata politica        Chi sono i grandi elettori  Come abbiamo ricostruito qui, il M5s rimane la principale truppa parlamentare con un totale di 235 grandi elettori, segue la Lega con 212. Terzo c’è il Partito democratico, che potrà contare su 154 uomini tra deputati, senatori e delegati regionali. Forza Italia si attesta a 139, seguono Fratelli d’Italia con 63 votanti, Italia Viva con 44 e Coraggio Italia con 23. In totale il centrodestra (Lega, Fd’I, Fi, Coraggio Italia, Idea-Cambiamo) si presenta con 452 elettori. Mentre il centrosinistra (considerando insieme Pd, Iv, Leu e soprattutto l’imprevedibile M5s di Conte) si attesta quasi sullo stesso numero, 451. In questo computo alcuni sottogruppi del Misto di Camera e Senato – come Leu, Noi con l’Italia e Idea – sono stati già calcolati.   Come funziona il quorum per l'elezione del presidente della Repubblica Con l'insediamento di Maria Rosa Sessa, che occupa il seggio del deputato deceduto domenica, Vincenzo Fasano, i grandi elettori sono di nuovo 1009. Il quorum, che fino a ieri era fissato a 673: i due terzi degli aventi diritto al voto, oggi scende a 505 voti, cioè la metà più uno degli elettori.   

  • Quirinale: Cassese, Frattini e Massolo i tre nomi al vertice del centrodestra
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Gennaio 27, 2022 at 8:37 am

    La giornata in diretta     Siamo arrivati alla quarta votazione. Oggi, per la prima volta, il quorum per eleggere il capo dello stato scende a 505 grandi elettori. Dopo i tre tentativi a vuoto degli scorsi giorni, anche quest'oggi gli indizi fanno propendere per un'altra giornata interlocutoria. I partiti, infatti, non hanno ancora trovato un accordo per eleggere il successore di Sergio Mattarella. Le riunioni finora non hanno sbrogliato la situazione. E ancora oggi ci sono stati molti confronti. Domani si va alla quinta chiama.     

  • "Il solitario" di Draghi. Sorpreso dall'ostilità dei partiti: "Adesso facciano presto"
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Gennaio 27, 2022 at 5:10 am

    Scacchi e solitario. E’ cosi che inganna la sua  attesa. Nell’ufficio di Palazzo Chigi, per respirare e ragionare, Mario Draghi apre l’ipad e si sfida al “solitario” che è la sua palestra della mente insieme alla scacchiera. E al contrario del re, il pezzo dall’infinito valore, dicono che ancora si rammaricasse per essere stato definito “sire” e “monarca” “perché non lo sono. Quella che chiamano antipatia e freddezza è l’unico modo che mi resta per difendere il privato” Fino a quando si scrive, perfino dalla Lega, ancora, si diceva: “Cadranno altri pezzi e Draghi rimanere tutto d’un pezzo”. Luca Zaia che è il presidente del Veneto, uno che da ministro dell’Agricoltura si infangava in campagna per “capire meglio la materia”, alla Camera, assicurava che non è finito nulla e che il vero guaio è che non è ancora iniziato. Alla napoletana, prendeva in prestito il verso di “Napoli Milionaria”, quello di Eduardo, e lui che un po’ un medico e che conosce malattie e rimedi, sentenziava che “adda passà ‘a nuttata”. E’ vero che, fino a tarda sera, Salvini continuava a ripetere, ai giornali, alle televisioni, che “Draghi deve rimanere a Palazzo Chigi” ma è anche vero che faceva dire ai suoi, sempre sottovoce, che “Draghi è la carta che non va mai esclusa”. E certo fa sorridere questo continuo uso di metafore, “la carta coperta”, “presto scopriremo le carte” fatto per sabotare un uomo che appunto ha la passione del “solitario”. Un ministro confermava che anche ieri, Draghi, non stesse “negoziando”, almeno non lui, ma che al posto suo, e lo raccontavano i leghisti, lo stesse facendo di sicuro Renato Brunetta e poi Luigi Di Maio. In un’occasione, al ministro degli Esteri, gli avrebbero sentito dire: “Con Draghi sto imparando molto. Di Conte non voglio aggiungere nulla”. Ed era tutto.   Andrea Orlando, che è il frangente del Pd, il compasso nautico del socialismo, misurava la distanza, quella che c’è tra il Quirinale e Palazzo Chigi, quella che al momento impedisce di sbloccare quest’elezione in favore di Draghi: “E’ Salvini che deve passargli il pallone”. Lo confermava pure Stefano Fassina che tutto è tranne un fedelissimo del premier. E chissà cosa pensa, anzi, si sa, Sergio Mattarella che come Draghi è preoccupato ma “per la crisi Ucraina, la pandemia, la crisi energetica”. Sempre ieri hanno scritto il suo nome sulla scheda 125 volte ma solo per intorbidare le acque. Gli hanno chiesto ancora, dalle parti del Pd, di ri-pensarci, e ancora, il presidente avrebbe risposto di no. Al Quirinale, che è la “casa Italia”, l’appartamento che nessuno ha saputo arredare meglio di Mattarella, sono tutti angosciati. Ed è l’angoscia di chi vede un patrimonio, quel governo Draghi, che si è costruito con tanta cura, in ogni caso minacciato. E’ per tutte queste ragioni che, al Colle, si ragionava sul nome di Giuliano Amato e non tanto perché è gradito a Draghi, ma perché potrebbe ancora salvaguardare un governo con Draghi  premier.   E’ stato scritto che Draghi abbia intenzione di lasciare la guida dell’esecutivo nel caso i cui non si verificassero queste due ipotesi: la riconferma di Mattarella o l’elezione di Amato. E però, da Palazzo Chigi, ci tenevano a precisare che “solo chi non lo conosce può credere che sia pronto a lasciare il governo. Non lo si conosce ancora”. E forse è vero. Non è riuscito a comunicare che è stato tutto un grande errore: la riservatezza è stata scambiata per arroganza, il sapere per boria, il “lei” al posto del “tu”, come alto tradimento all’italianità. A prescindere da come andrà quest’elezione, subito dopo, bisognerà aprire una grande discussione culturale sul perché, e se è vero, che l’italiano continui a preferire la “pacca” al posto del “salve” e sul perché non voler fare sapere nulla della propria vita privata sia l’anticamera dell’antipatia. Quando Draghi ha sentito dire ai leader “stiamo lavorando a una soluzione”, avrebbe replicato: “Che lavorino è un bene, se fanno presto è ancora meglio”. Ed è quasi certo che anche questa frase possa essere scambiata come una freddura, l’ennesima prova che non vuole perdere tempo e che se invece “lo avesse perso a parlare con i parlamentari”. Un deputato: “Ma lo avete visto? E’ un solitario…”.  

  • La scelta di Biden per la Corte
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Gennaio 27, 2022 at 5:00 am

    Il giudice della Corte suprema americana Stephen Breyer, ha deciso di ritirarsi, assecondando le richieste di gran parte dei commentatori liberal che da un po’ di tempo chiedevano che si dimettesse, almeno da quando la morte improvvisa di Ruth Bader Ginsburg aveva consentito a Donald Trump di nominare una sostituta nell’ottobre 2020, a ridosso delle elezioni presidenziali. Joe Biden ha quindi la possibilità di lasciare una sua impronta sulla Corte suprema, ambizione di tutti i presidenti. Breyer, ottantatré anni, nominato da Bill Clinton nel  1994, fa parte della ridotta ala liberal, che oggi comprende tre giudici: la sua sostituzione non cambierà gli equilibri interni di una Corte molto sbilanciata a destra. La senatrice Patty Murray ha chiesto di nominare al posto di Breyer una donna afroamericana ma questa scelta potrebbe rivelarsi complessa. Non per le paranoie di alcuni editorialisti progressisti, che pensano che il senatore moderato democratico Joe Manchin si potrebbe mettere di traverso anche in questo ambito (lo fa già sui dossier economici)  fornendo così al repubblicano Mitch McConnell il sospirato cinquantunesimo voto per bloccare la nomina: la presidenza della Commissione giudiziaria rimarrà almeno fino al gennaio 2023 saldamente nelle mani del senatore Dick Durbin. I 50 voti democratici però non consentono margini d’errore dentro al mondo liberal che sappiamo essere molto diviso. Finora Biden ha nominato otto donne afroamericane nelle corti d’appello, più di Barack Obama, l’ultima lo scorso 19 gennaio 2022. Circola molto il nome di una star della giurisprudenza liberal, Ketanji Brown Jackson, giudice della Corte d’appello nel circuito di Washington D. C. ed ex collaboratrice dello stesso Breyer alla Corte suprema: ma è in grado di raccogliere tutti i voti democratici?  A Biden toccherà un’altra conta interna, ancor più delicata visto che a novembre ci sono le elezioni di metà mandato. 

  • Nell’Ue cala la disoccupazione, ma anche l’offerta di lavoro. Come uscirne
    by redazione (Il Foglio RSS) on Gennaio 27, 2022 at 5:00 am

    L’uscita dalla pandemia è segnata, tra le altre cose, da un fenomeno che l’economia europea non ha mai conosciuto nelle proporzioni previste dagli esperti: l’offerta di lavoro, e non solo nei settori ad alta specializzazione dove scarseggia da sempre. In Germania per esempio la compagnia assicurativa Dfv (Deutsche Familienversicherung), offre 500 euro a chi semplicemente si presenta a un primo colloquio di lavoro, mille a chi ha i requisiti per un secondo, 5 mila per chi è assunto dopo sei mesi di prova. “Dobbiamo competere con giganti come Allianz, non ci interessa gente in India ma qui a Francoforte”, dicono i manager.    Nel paese motore d’Europa il 43 per cento fra 9 mila imprese sentite dall’istituto di statistica Ifo lamenta la carenza di dipendenti, mentre nell’intera Ue siamo al 25 per cento nei servizi e poco meno nella manifattura. Nel Regno Unito la disoccupazione è scesa, a novembre scorso, al 4,1 per cento, il che sta facendo salire del 3,8 per cento i salari medi. Ma anche in un paese ingessato sindacalmente come la Francia l’indice si è portato intorno al 6 per cento, risultato del rimbalzo economico e delle riforme introdotte da Emmanuel Macron (riduzione delle tasse alle imprese, incentivi per l’assunzione di giovani, contratti di inserimento a tempo determinato), già contestate dalla sinistra e dall’estrema destra. Il “balzo dell’occupazione maggiore di sempre” profetizzato dagli analisti potrebbe diventare il miglior viatico alla ripresa, ben oltre i piani di salvataggio di Bruxelles.    Ma l’Italia come si prepara a tutto questo? Le ultime riforme pro lavoro restano quelle di Matteo Renzi: in parte cancellate dalle misure grilline nel periodo di governo con la Lega (che poi ha sparso su di esse lacrime di coccodrillo): non solo il Reddito di cittadinanza, ma anche il cosiddetto decreto “Dignità”, per dirne solo due. L’ultima rilevazione Istat indica anche da noi la disoccupazione in riduzione al 9,2 per cento. Non basta, visto che pure qui non si trovano lavoratori. Dunque meno sussidi e più riforme, prima di perdere questo treno.

  • Il colmo dello yacht di Briatore
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Gennaio 27, 2022 at 5:00 am

    Dopo dodici anni di indagini e processi, sei sentenze e confische milionarie, Flavio Briatore è stato assolto dall’accusa di frode fiscale nella vicenda relativa allo yacht Force Blue. La Corte d’appello di Genova (chiamata a esprimersi per la terza volta sul caso) lo ha assolto insieme ad altre tre persone “perché il fatto non costituisce reato” dalle accuse di evasione fiscale sull’Iva per oltre 3 milioni di euro e false fatturazioni. La vicenda iniziò il 20 maggio 2010, quando il maxi yacht (tra i primi cento al mondo per dimensioni) venne sequestrato al largo della Spezia, mentre il manager era a bordo con Elisabetta Gregoraci e il figlio. Secondo l’accusa originaria dei pm, Briatore e gli altri indagati avevano simulato un’attività commerciale di noleggio che aveva consentito di utilizzare l’imbarcazione, iscritta in un paese extracomunitario, per uso diportistico in acque territoriali italiane senza versare la dovuta Iva all’importazione per circa 3,6 milioni di euro.   Gli indagati erano stati quindi accusati di avere indebitamente goduto di agevolazioni fiscali, compreso l’aver indicato l’uso di carburante come esente dalle accise e di aver emesso fatture per operazioni inesistenti. Paradossalmente, l’elemento più assurdo di tutta la vicenda non è tanto il fatto che la giustizia italiana abbia impiegato dodici anni e messo in piedi sei processi per arrivare all’assoluzione degli imputati (Briatore era stato condannato in primo grado e per due volte in Appello, ma entrambe le sentenze erano state annullate dalla Cassazione, che aveva disposto un Appello-tris). Il colmo è che il mega yacht, fatto confiscare dai magistrati, nel frattempo è già stato venduto dallo stato per 7 milioni e mezzo di dollari (contro un valore stimato in una ventina di milioni). “Nel maggio 2010 la Guardia di Finanza mi ha sequestrato la barca e sui media di tutto il mondo usciva la notizia che ero un evasore fiscale. Oggi, dopo 12 anni e 6 processi, si è finalmente accertata la mia innocenza. Un vero calvario che si è fortunatamente concluso”, ha commentato Briatore.

  • Modello East End. Perché non fare delle periferie luoghi attrattivi
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Gennaio 27, 2022 at 5:00 am

    Il 29 aprile 2021 Eataly ha aperto lo store di Londra, il più grande d’Europa, a Liverpool Street, Broadgate, maggiore isola pedonale della capitale. Una sfida allora, visto che dei 2 mila metri quadri su due piani, con 5 mila prodotti ed enoteca da 2 mila vini, si potevano utilizzare solo gli spazi aperti. Ma la posizione si è rivelata azzeccata: Broadgate è dietro alla City e a Shoreditch, il quartiere più modaiolo per tutte le età e le classi. Sempre a Shoreditch ha tra l’altro aperto il quartier generale Amazon, comprese le aree di ricerca, sviluppo e ricreazione.   Si tratta della rivincita dell’East End, un tempo la zona più discutibile della metropoli. C’erano i dock e la stessa City non era indice di modernità ma di imbarazzo per aristocratici e borghesi. Gli introiti erano bene accetti, ma non segnalavano cambiamenti. Così come i giornali di Fleet Street o il distretto giudiziario. Tutti ambivano al West End, da Westminster in là, edifici vittoriani, musei, parchi, la Bbc. Il lancio dell’East End fu voluto dal governo Blair e dai sindaci laburisti, anche tra speculazioni, e ha permesso uno spettacolare rinnovamento dello skyline, nella moda, nel valore delle case e nella qualità di vita.   A Roma si discute molto di “ricucire le periferie con il centro della città”, o di “città dei 15 minuti”, slogan che Roberto Gualtieri ha adottato nella sua campagna, mutuandolo da Parigi. Che però ha una metropolitana che in effetti in un quarto d’ora ti porta quasi dove vuoi. L’idea di trasportare la periferia a Trinità dei Monti e al Colosseo è tipico della concezione un po’ marxista che da decenni muove la sinistra romana. Ma la riqualificazione, cui mise mano Luigi Petroselli e poi finì lì, è ben altro. Perché non guardare all’East End londinese, o alla Parigi di Belleville e Batignolles, alla New York di Hell’s Kitchen, facendo delle periferie luoghi attrattivi, anche fiscalmente, per le imprese e per la moda? Qualcosa è nato tra Ostiense e Pigneto, però tra incerta archeologia industriale, sopraelevate da abbattere, zero grattacieli.

  • Un'altra assurda campagna per cancellare il Nobel
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Gennaio 27, 2022 at 5:00 am

    Mentre l’Europa finiva nella morsa del nazismo, il leader irlandese Éamon de Valera convinse il grande fisico austriaco Erwin Schrödinger a trasferirsi a Dublino in un istituto di ricerca che doveva ancora essere inaugurato. Schrödinger aveva poche opzioni. Stava per essere licenziato dall’Università di Graz in Austria per “inaffidabilità politica”. Così il padre della Fisica quantistica e vincitore del Nobel scappò a Roma con tre valigie e dieci marchi in tasca. E da lì arrivò a Dublino, con al seguito la moglie, la figlia e l’amante. Perché sì, Schrödinger era un donnaiolo, ma come ebbe a scrivere Albert Einstein, “l’idea del tuo lavoro scaturisce dal vero genio”. E così l’Irlanda lo accolse a braccia aperte. Vi trascorrerà diciassette anni, Schrödinger. Alla fine, sebbene il fisico descrisse Dublino come “l’unico posto al mondo in cui una persona come me sarebbe in grado di vivere comodamente e senza obblighi diretti, libera di seguire tutte le sue fantasie”, alla fine tornò nella sua amata Austria nel 1956.  Adesso la scuola di Fisica del Trinity College di Dublino annuncia che cancellerà il nome di Schrödinger da un’aula a lui dedicata. Un articolo sull’Irish Times il mese scorso ha denunciato Schrödinger come uno che accarezzava ragazze di appena 12 anni. L’aula magna “Schrödinger” cambierà nome,  così come la conferenza annuale dedicata al fisico. Nelle stesse ore, anche l’iconico romanzo di George Orwell “1984”, scritto nel 1949 sugli orrori della censura e della minaccia totalitaria, veniva censurato dalle università inglesi. L’Università di Northampton ha emesso un avviso sul libro: il romanzo contiene “materiale esplicito” e gli studenti potrebbero trovare 1984 “offensivo e inquietante”. Anche “Endgame” di Samuel Beckett è sotto censura, mentre  in silenzio la Bbc, dove Orwell ha lavorato a lungo, in queste ore sta cancellando puntate di celebri programmi del passato considerati “razzisti, misogini, sessisti, omofobi”.  Ma allora non c’è tempo da perdere. C’è una schiera di pionieri della Fisica che vanno abbattuti, da Werner Karl Heisenberg, l’altro Nobel padre della Fisica quantistica che lavorò con i nazisti, ad Albert Einstein, che non adescava ragazzine ma trattava molto male la moglie e i cui diari di viaggio privati recentemente pubblicati hanno rivelato opinioni razziste e xenofobe, dai cinesi “sporchi e ottusi” agli egiziani “levantini come vomitati dall’inferno”.  Isaac Newton di Fisica se ne intendeva, ma non passerebbe il nuovo concorso di bellezza morale, così ora è descritto come un beneficiario di “attività dell’èra coloniale” nel nuovo curriculum “decolonizzato” della Sheffield University. Gli studenti delle tre leggi della Fisica saranno esposti alle “origini globali e al contesto storico” delle teorie di Newton. Si vogliono superare gli approcci “eurocentrici”. Si afferma anche che altri grandi nomi come il matematico Pierre Simon Laplace e lo scienziato-filosofo Gottfried Wilhelm Leibniz “potrebbero essere considerati beneficiari dell’attività dell’èra coloniale”. Visto che l’Università di Edimburgo ha eliminato il nome di David Hume, il padre dell’Illuminismo scozzese, dalla sua torre più famosa, andrebbero cancellati subito anche Immanuel Kant, per il quale “l’umanità è al suo grado maggiore di perfezione nella razza dei bianchi”, e Aristotele, per il quale “il maschio è per natura superiore e la femmina inferiore”. Non ce n’è abbastanza per eliminarli dai curricula, questi bigotti?

  • Al terzo giorno di voto per il Quirinale, in tv ci si aggrappa al solito teatrino
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Gennaio 27, 2022 at 5:00 am

    Siamo nel teatro del teatro del teatro, con telefonata di Beppe Grillo a Enrico Mentana nel corso della terza maratona La7 in tre giorni, e con sms successivo tra i due. Ed è la telefonata che si prende la scena, quando il garante del M5s specifica di aver parlato con Giuseppe Conte non di Mario Draghi al Quirinale ma di Mario Draghi al Colle, e di averci parlato in “piena sintonia”. E ci sono i fermo immagine di Mentana con il cellulare all’orecchio con Grillo all’altro capo, e improvvisamente sparisce la voce a intermittenza di Conte (in presa diretta o come remake della sera prima) che da ore viene riproposta in video. Siamo nel giorno in cui si assiste prima alla moltiplicazione mediatica delle arrampicate sul nulla profondo della mattina (con i poveri conduttori dei talk-show di orario 8-10, da Rai 3 a La7 a Rainews a Sky, costretti a interpellare ospiti e passanti, compresi alcuni grandi elettori che cadono dalle nuvole: “Soluzione vicina? Non ne so nulla”, è la risposta tipo), e poi alla moltiplicazione dei tentativi di gestione del magma del primo pomeriggio, quando attorno al nome di Maria Elisabetta Alberti Casellati ci si deve applicare a schermi unificati sul tweet antipatizzante del segretario Pd Enrico Letta (“proporre la candidatura della seconda carica dello Stato, insieme all’opposizione, contro i propri alleati di governo, sarebbe un’operazione mai vista nella storia del Quirinale. Assurda e incomprensibile. Rappresenterebbe, in sintesi, il modo più diretto per far saltare tutto”). E insomma meno male che a metà giornata lo spoglio della terza votazione regala quantomeno momenti di distrazione dall’indefinito che avanza (con discussione sul possibile “sfascio” se non si trova l’accordo, e con corollario sul “chi si intesterà lo sfascio”), grazie alla materializzazione davanti alle telecamere di Rai 3 e de La 7 del non solo fisicamente riempitivo Guido Crosetto, votato da Fratelli d’Italia nel mare di schede bianche, intervallate dai consensi per il presidente Sergio Mattarella. Dulcis in fundo, nell’intermezzo, c’è anche la comparsa, sugli schermi di Rete 4, di un Luigi Brugnaro rassicurante sul fatto che “Casellati lavori molto”. Poi tutto si ribalta, complice l’emersione dal sito di questo giornale della notizia di un incontro Sabino Cassese-Matteo Salvini, smentito davanti ai cronisti nelle sue componenti toponomastiche (Salvini dice di non essersi recato ai Parioli), ma non nella sostanza del nome papabile. E però sugli schermi per un attimo ci si sente vicini alla pre-soluzione del caso Quirinale: Salvini avrà davvero un “coniglio nel cilindro”? C’è davvero la possibile corsa a due tra Sabino Cassese e Pierferdinando Casini? Draghi sarà ancora nel perimetro dei candidati? si domandano e domandano i commentatori, dotati non più soltanto di smartphone ma anche di laptop. E sulla lunga notte che si apre, alle sette della sera, i cronisti congelati sono di nuovo costretti all’inseguimento di Giuseppe Conte (“non so nulla”, dice dapprima l’ex premier, come fosse un passante davanti ai bar nei pressi di Montecitorio, per poi trasformare quella che dovrebbe essere “solo una battuta” in una disquisizione sull’esprit d’unità nazionale a cui aspira il M5s). Gli sguardi dei commentatori non sono attoniti, anzi, né quelli degli inviati ormai vestiti da sci dopo il terzo giorno di stazionamento coatto tra via della Missione e il pur gelido Transatlantico (con finestre aperte causa Covid), tutti tesi a capire se il “conclave” che aleggia sarà risolutivo. E mentre cala la suddetta lunga notte, “il teatrino di ambiguità” davanti agli occhi fa spazientire gli analisti. Decrittare indizi nel buio, questa la missione mentre si stagliano sugli schermi i titoli di telegiornali. 

  • La storia di Maïti, quarant’anni nell’attesa di perdonare il suo aguzzino
    by Emmanuele Michela (Il Foglio RSS) on Gennaio 27, 2022 at 5:00 am

    Primavera 1984, squilla il telefono di Maïti Girtanner. “Sono a Parigi, vorrei incontrarla”. La donna ha un sussulto: sono passati quarant’anni dalla Seconda guerra mondiale, ma quella voce è per lei inconfondibile. E’ quella di Léo, il medico tedesco che per mesi era stato suo aguzzino, in una villa requisita dai nazisti dove era stata reclusa per il suo ruolo nella resistenza francese. Ventunenne, aveva patito in quelle settimane dure persecuzioni, in continui esperimenti per valutare nuovi trattamenti per far confessare i prigionieri della Gestapo. Ne era uscita in fin di vita, portando per sempre sul corpo i segni di quella sofferenza, che l’avrebbero forzata anche a due terribili rinunce, suonare il piano e avere figli. A guidare i macabri test era stato proprio quel medico, che all’improvviso sarebbe tornato nella vita di Maïti quattro decenni dopo.      Lei, però, gli diede appuntamento, i due si incontrarono, e oggi possiamo leggere nel suo libro – Maïti, resistenza e perdono (edito da Itaca) – cosa mosse e cosa sprigionò quell’inatteso gesto di grazia, vissuto da una donna che ha affrontato le prove che il Novecento le ha messo davanti nella certezza e nella verifica della sua fede cristiana. Léo la cercava perché era malato, e il timore di morire senza poter rivedere quella donna lo aveva buttato in macchina dalla Germania alla Francia per fare i conti con il suo passato: “Non ho mai dimenticato ciò che lei disse ai miei altri prigionieri riguardo la morte. Sono sempre rimasto stupito per il clima di speranza che lei aveva instaurato, anche se le vostre prospettive non erano per niente incoraggianti. Adesso ho paura della morte. Desidero capire meglio”.     Maïti lo incalzò: “Si rende conto di ciò che ha fatto?”, lui si difendeva con ragioni storiche, ma il suo pentimento era sincero. “Lei parla del paradiso promesso da Dio. Sono di origine cristiana. Crede ci sia un posto per persone come me in paradiso?”, chiese lui. La risposta di lei, oltre che nelle parole, sta nel bacio sulla fronte che gli diede per perdonarlo, liberandolo dal peso di una vita – tanto da raccontare alla famiglia, al ritorno a casa, quel male terribile che mai aveva voluto rivelargli.       Nel libro, tutta la vita di Maïti prende colore nel suo rapporto con Dio e con ciò che la vita le chiedeva. Specie durante la guerra: viveva a Bonnes dove correva il confine tra i territori sottomessi ai tedeschi e la Francia libera. Alle prime attività di sostegno ai suoi compaesani, ben presto si sommarono vere azioni di resistenza. Aiutava nella fuga famiglie, ebrei, soldati francesi scampati alla cattura, attraversando, anche a nuoto, il fiume Vienne: “Dall’infanzia avevo capito che una vita si costruisce rispondendo alle chiamate ricevute – scrive nel ricordare il momento dell’arresto, avvenuto a Parigi dove ad un certo punto si trasferì –; ciò che conta non è prevedere ciò che arriverà, quanto essere all’altezza delle circostanze che si presentano in ogni istante”.      In Italia arriva così una storia che in Francia è nota da tempo, almeno da quando, negli anni Novanta, Maïti finì in tv: “Se ho accettato dopo tanti anni di raccontare ciò che ho vissuto, non è per ricevere un qualche brevetto di resistenza o qualche attestato di bravura, ma unicamente per aiutare coloro che attraversavano il tunnel del dubbio a percepire la fiamma della speranza, per mostrare a coloro che hanno conosciuto l’umiliazione che il perdono è possibile”.

  • Gli edifici dove si consumò la Shoah sono un palinsesto della memoria. Un libro
    by Manuel Orazi (Il Foglio RSS) on Gennaio 27, 2022 at 5:00 am

    Niente alimenta più conflittualità della memoria. Il libro di Chiara Becattini, La memoria dei campi (Giuntina, 18 euro), vincitrice del premio della Fondation Auschwitz di Bruxelles, ha il merito di rileggere le ideologie contrapposte e i fatti storici a loro sottesi analizzando non solo i documenti, ma soprattutto il territorio inteso come palinsesto, vale a dire l’accumulo incessante di tracce che possono essere “spazzolate contropelo” dalla ricerca storica. Non è un caso che questa figura, il palinsesto, sia stata proposta da uno storico dell’architettura e dell’urbanistica, lo svizzero André Corboz – introdotto in Italia da Paola Viganò e Bernardo Secchi –, perché è precisamente in questi ambiti disciplinari che il saggio si colloca. I segni fisici di quattro campi di detenzione e sterminio, come sono stati utilizzati, conservati e istituzionalizzati permettono di analizzare in modo estremamente tangibile la Shoah così come si studia un edificio, in un modo più consapevole e olistico. Per molto tempo infatti la storia dell’architettura si è limitata a dare conto del progettista e del committente, fermandosi all’inaugurazione dell’opera, niente veniva detto su ciò che avveniva dopo, cioè sulla vita vera e propria degli edifici, il loro uso, abuso o disuso.     Becattini invece ha studiato quattro ex campi, due in Italia e due in Francia, fornendo un’analisi stratificata nel tempo e nello spazio, trovando molte corrispondenze imputabili soprattutto alla fase collaborazionistica di Vichy e Salò, come il mito del “bravo italiano” e del “cattivo tedesco” ma non solo. I memoriali pubblici, le giornate nazionali di commemorazione e i calendari condivisi, lavorano tutti per creare luoghi comuni attorno ai quali si forgia l’identità nazionale, scrive James E. Young, ma questo è vero anche per l’architettura. Se compariamo infatti il Monumento in ricordo dei caduti nei campi di concentramento in Germania nel cimitero monumentale di Milano (1946) del gruppo Bbpr con il Mausoleo alle Fosse ardeatine (1951) del gruppo di Giuseppe Perugini troviamo infatti due linee di ricerca alternative: quella dell’architettura milanese (astratta, razionale) e quella romana (organica, espressionista) così come il Mémorial des Martyrs de la Déportation (1961) sull’Île de la Cité di Georges-Henri Pingusson rappresenta quella francese d’impronta lecorbusieriana.    Peraltro il contributo ebraico alla ricostruzione dell’architettura italiana fu considerevole perché erano ebrei alcuni fra i più influenti teorici, storici, critici e docenti del dopoguerra (Ernesto Rogers, Mario Fiorentino, Eugenio Gentili Tedeschi, Daniele Calabi, Manfredo Tafuri), pertanto colpisce nel libro soprattutto l’assenza di Bruno Zevi, autore di Ebraismo e architettura: “Siamo e ci sentiamo fortuiti sopravvissuti, e questo ci induce a vivere nel disperato, quasi colpevole, tentativo di sostituire, col nostro impegno, qualcuna di quelle vite perdute”. Tuttavia il fuoco dei quattro paesaggi memoriali presi in esame consta nella contesa identitaria, oggetto di ripensamenti e aggiustamenti continui: Il campo di Fossoli, vicino Carpi, Natzweiler-Struthof in Alsazia, Drancy poco fuori Parigi e, soprattutto, la Risiera di San Sabba a Trieste, città travolta più di altre dalla Seconda guerra mondiale perché contesa fra i due blocchi vincitori come forse solo Berlino. Rovine, baracche, monumenti, memoriali, musei, spazi del trauma, l’evoluzione di questi ex campi è avvenuta per strappi spesso in parallelo con i processi agli ex collaborazionisti o anche agli stessi ex nazisti riacciuffati nel corso degli anni 70 e 90, non di rado a poca distanza dalle ex vittime. La memoria luttuosa dei campi che era alla base dell’antifascismo internazionale di sinistra confliggeva non solo con quella della “zona grigia”, ma anche con la sensibilità dei profughi giuliano-istriano-dalmati, ecco perché San Sabba, unico campo di sterminio su suolo italiano, è un caso estremamente ricco di sfumature storiografiche ed ideologiche.     È anche un capolavoro architettonico sebbene l’autore, Romano Boico, avesse vinto il concorso del 1966 in maniera non del tutto limpida (era anche presidente dell’ordine degli architetti di Trieste), superando fra l’altro i rimarchevoli progetti di Costantino Dardi e Gianugo Polesello. San Sabba è capolavoro di minimalismo e silenzio, quindi senza scritte né opere d’arte, seguito per questo anche nei memoriali di Daniel Libeskind e Peter Eisenman a Berlino o in quello per l’11 settembre a Manhattan. Nel 1975, a progetto completato, Zevi sull’Espresso rimarcava: “Il riassetto era indispensabile non per conferire alla Risiera un vettore estetico, ma, all’inverso, per impedire che acquistasse la capacità di emettere messaggi pop – irruenti ed oratori”. Far parlare questi luoghi è infatti compito degli storici e delle nuove generazioni, vale a dire una memoria al futuro.

  • Su Amazon arriva Monterossi: noir milanese, credibile e moderno
    by Gaia Montanaro (Il Foglio RSS) on Gennaio 26, 2022 at 6:01 pm

    Dal 17 gennaio è disponibile su Amazon Prime Video la prima stagione di Monterossi, crime drama nato dall’adattamento dei romanzi di Alessandro Robecchi – “Questa non è una canzone d’amore” e “Di rabbia e di vento”, editi da Sellerio – con protagonista Carlo Monterossi, autore tv cinico, annoiato e all’apice del successo che si trova implicato, suo malgrado, in un tentativo di omicidio.   In una Milano livida e moderna, Monterossi, interpretato da un Fabrizio Bentivoglio in grande spolvero, vive in un appartamento di design, è single, super interista, benestante e in procinto di lasciare la sua ultima creatura televisiva. Crazy Love, questo il nome del programma trash condotto da una convincente Carla Signoris, è ciò che di più lontano ci sia dai gusti e del sentire di Monterossi che, ormai disilluso, vorrebbe allontanarsi da un mondo televisivo sempre più cinico e votato alla superficialità. Tutto cambia quando, una sera come tante, si trova fuori dalla porta di casa qualcuno che tenta di ucciderlo. Comincerà così a indagare, con i mezzi che gli sono propri, per capire chi lo voglia morto scoprendosi detective improvvisato ma rinvigorito da propositi di ricerca finalmente alla sua altezza e spronato da un innato senso di giustizia. La ricerca di Monterossi si intreccia con quella di un pool di poliziotti eterogenei, un gruppo di malavitosi e diverse storie criminali che hanno come sfondo dalla Milano più glam ai campi rom di periferia.    La serie, primo esempio di racconto molto ampio e abbastanza generalista per la divisione italiana di Amazon Studios, è prodotto da Palomar e vede alla regia Roan Johnson che co-scrive anche la serie insieme a Davide Lantieri e Alessandro Robecchi. Oltre a un convincente Bentivoglio, nei panni Monterossi, troviamo tra gli altri Donatella Finocchiaro, Diego Ribon, Tommaso Ragno, Maria Paiato, Carla Signoris e Martina Sammarco.       Come inizia Monterossi? Milano, notte. Un’ambulanza percorre di corsa le vie del centro approdando a Niguarda. Vediamo poi un killer incappucciato sparare a bruciapelo ad un uomo seduto ad una scrivania, recuperare un numero di telefono e leggere alcune informazioni su un foglio preso da un cassetto. Finito il teaser e i titoli di testa, troviamo Monterossi a pranzo con la sua agente che lo redarguisce – più o meno bonariamente – per aver rifiutato un prolungamento del suo contratto da autore sul programma Crazy Love. Bassa qualità e ottimi ascolti. Una pazzia averci rinunciato. Conosciamo quindi fin da subito un Monterossi malinconico, annoiato da una vita che non lo rappresenta più e che ha come ancora di salvezza un po’ di sana autoironia. Tutto questo montato sulla faccia perfetta di Bentivoglio.   Com’è la serie di libri con protagonista Monterossi? La serie di libri con protagonista Carlo Monterossi – tutti editi da Sellerio – raccoglie un buon numero di romanzi che ruotano attorno alla figura dell’autore tv/detective per caso. In questa prima stagione i tre episodi iniziali sono l’adattamento di “Questa non è una canzone d’amore “(2014) e i restanti tre di “Di rabbia e di vento” (2016). Gli altri romanzi che compongo la serie letteraria, e che auspicabilmente andranno a costituire i capitoli delle stagioni successive sono, tra gli altri, “Dove sei stanotte”, “Torto marcio”, “Follia maggiore”, “I tempi nuovi” e “I cerchi nell’acqua” e “Flora”. Robecchi è un giallista molto apprezzato, capace di costruire personaggi ben cesellati e calarli in atmosfere convincenti e, nella loro essenza, milanesissime.    Che ruolo ha la musica in Monterossi? Di grande qualità, e ipotizziamo anche costo non esiguo, sono i brani che fanno da colonna sonora alla serie. Infatti il personaggio di Monterossi è da sempre un estimatore di Bob Dylan, le cui canzoni fanno da contrappunto, più emotivo che reale, agli accadimenti messi in scena. Solo per citarne alcune, fanno capolino “Knockin’ on Heaven’s Door” e “Girl from the North Country”. Musicalmente parlando, una serie inappuntabile.   Qual è l’estetica di Monterossi? Ricercata e di buona qualità visiva è l’estetica della serie. Grazie anche alla regia di Roan Johnson, - da sempre attento agli aspetti formali del racconto – la serie di Monterossi appare fin da subito caratterizzata da una fotografia livida, pulita e scelte di messa in scena che privilegiano uno stile sobrio, elegante e ben equilibrato nelle sue parti. Di tutto rispetto anche la casa dove Monterossi vive, con una parete a vetrata che guarda dall’alto le luci di Milano, e all’interno design lineare e qualche tocco di colore per scaldare l’atmosfera. In tutto e per tutto una casa da scapolo.    Qual è il tono di Monterossi in due battute? “Tu sei uno bravo e la grande tv è cinica. È un’equazione che produce soldi”. “L’autore tv è pur sempre un gradino sotto il serial killer. Magari di poco”.

  • Le parole che viaggiano tra i vulcani
    by Marco Pastonesi (Il Foglio RSS) on Gennaio 26, 2022 at 1:51 pm

    È una prima assoluta. Perdipiù invernale. Né verticale né orizzontale, ma su e giù, a saliscendi o – nel gergo ciclistico – mangiaebevi. Non vuole stabilire record, non vuole entrare nel libro Guinness dei primati, ma tenere un diario di bordo, quotidiano, con i lettori del Foglio. Per scoprire o riscoprire (ogni volta si scopre o si riscopre, basta vederlo con occhi nuovi) quello che, data l’antichissima origine, abbiamo battezzato “Il cammino dei vulcani”: i vulcani del Sabatino, a nord di Roma, dove oggi si aprono la valle del Baccano, i laghi di Martignano e Bracciano, 200 chilometri circa di sentieri a piedi e forse anche in bici, da venerdì 28 gennaio a domenica 6 febbraio, dalla faggeta di Oriolo Romano fino alla necropoli di Cerveteri, due dei nostri tesori planetari. Questo viaggio ha almeno tre comandamenti. Il primo: lo si fa con un gruppo di esperti, specialisti, addetti, cioè naturalisti, fotografi, illustratori, e ciascuno di loro lo racconterà alla sua maniera, chi scientifica chi artistica. Il secondo: tutti questi esperti appartengono al territorio, chi vi è nato, chi vi abita, chi vi lavora. Il terzo: è un’iniziativa che parte dalla base, dalle associazioni, dai volontari, da chi studia e difende e tutela straordinarie risorse naturali quotidianamente minacciate o offese da incuria, ignoranza e vandalismi.     L’opportunità è data da un progetto che l’associazione Ti con Zero ha ricevuto dal Sistema bibliotecario Ceretano Sabatino, finanziato dalla Regione Lazio per biblioteche, musei e archivi. L’obiettivo è creare un percorso ricavandolo da vie religiose e sentieri turistici già tracciati, collegandolo con partenza e arrivo raggiungibili con mezzi pubbici, documentandolo con audio, video, foto, disegni e – appunto – un diario di viaggio. Prima di cominciare, siamo andati a trovare Giulia Caminito. Il suo libro (qui la recensione di Mariarosa Mancuso) “L’acqua del lago non è mai dolce” (Bompiani) è ambientato proprio in questa zona, soprattutto ad Anguillara, ma anche a Oriolo, Bracciano, Martignano, Vicarello. A Giulia abbiamo chiesto di accompagnarci, con la forza delle parole, anche quelle della sua opera, finalista allo Strega e vincitrice del Campiello 2021. Il suo primo intervento (saranno sei) è su come ogni libro sia o diventi un viaggio. Un viaggio nella fantasia, nell’immaginazione, nella memoria, nella vita, nella realtà, in tutti i nostri ieri oggi e domani.

  • L'incontro dell'imprenditoria italiana con Putin è un brutto segnale
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Gennaio 26, 2022 at 5:00 am

    Probabilmente l’incontro era fissato da tempo, in un altro contesto, ma date le intenzioni quasi esplicite di invasione dell’Ucraina da parte della Russia assume un significato preoccupante per i partner occidentali. Come scritto da Repubblica, oggi Vladimir Putin parlerà in un video incontro con i vertici delle principali aziende pubbliche e private italiane: Eni, Enel, Snam, Pirelli, Unicredit, Barilla, Intesa Sanpaolo, Generali... L’incontro, organizzato dalla Camera di commercio italo-russa (che in passato è stata anche uno strumento della diplomazia imprenditoriale putiniana, ad esempio nel caso del vaccino Sputnik V), ha l’obiettivo di rafforzare e stringere ulteriormente i legami commerciali tra i due paesi ma arriva, appunto, all’acme della crisi ucraina, mentre la Nato rafforza il proprio contingente nell’est Europa mobilitando jet e navi, mentre i paesi dell’Alleanza annunciano l’invio di uomini e mezzi e il dislocamento di truppe nel Baltico, mentre gli Stati Uniti e l’Unione europea hanno messo in guardia il presidente russo minacciando di imporre sanzioni dure in caso di invasione.   Accade subito dopo  il vertice organizzato da Joe Biden, in cui è stata sottolineata “l’esigenza di una risposta comune” e dopo che l’Italia ha parlato di una “unanimità totale” con i leader europei sul da farsi. Ieri la Casa Bianca ha detto che l’invasione russa è “imminente”. L’incontro dell’imprenditoria italiana con Putin con l’obiettivo di rafforzare la cooperazione “in materia di energia, industria, finanza e tecnologia verde” va in direzione opposta alle prese di posizione del fronte occidentale e, vista la rappresentanza ai massimi livelli dell’industria pubblica e privata, assumere anche un significato politico. Non è un bel segnale per l’Italia, che si aggiunge all’incertezza della partita del Quirinale e alla possibilità di una bocciatura di Mario Draghi. Il segnale al mondo occidentale è quello di un paese che rischia il disfacimento e di scivolare, di nuovo, su posizioni anti europee e anti atlantiste.

  • Cita la Bibbia per opporsi alle nozze gay. E l’ex ministro finisce a processo in Finlandia
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Gennaio 26, 2022 at 5:00 am

    Päivi Räsänen, medico e ministro dell’Interno finlandese tra il 2011 e il 2014, oltre che leader della Democrazia cristiana dal 2004 al 2015, è stata accusata di “crimini d’odio” e da ieri è in aula per affrontare un processo. Ha invitato alla morte di una minoranza etnica? Ha chiesto la lapidazione dei gay? No. Räsänen aveva criticato la partecipazione della Chiesa luterana (di cui è membro) ai festival lgbt e aveva citato san Paolo e la Bibbia (Genesi, “maschio e femmina li creò”) nei social.       “Non mi considero colpevole di minacciare, calunniare o insultare alcun gruppo di persone”, ha detto l’ex ministro. Ma se ritenuta colpevole rischia due anni di carcere. Räsänen aveva detto di sostenere dignità e diritti di tutti gli omosessuali, perché “la visione cristiana degli esseri umani si basa sulla dignità intrinseca e uguale di tutte le persone”. Ma che non è favorevole alle nozze gay. Ha sottolineato l’importanza che i cittadini dei paesi democratici utilizzino il diritto fondamentale di esprimere le proprie opinioni: “Più tacete su temi controversi, più si restringerà lo spazio per la libertà di parola”.      In sua difesa l’Alliance Defense International, il cui direttore Paul Coleman, autore di Censored: How European Hate Speech Laws are Threatening Freedom of Speech, ha detto: “In una società libera a tutti dovrebbe essere consentito di condividere le proprie idee senza timore di censura. La criminalizzazione attraverso le  ‘leggi sull’incitamento all’odio’ rappresenta una grave minaccia per le democrazie. Il caso Räsänen mostra quanto velocemente lo stato può rivolgere le sue leggi contro i propri cittadini”. Anche il vescovo finlandese Juhana Pohjola andrà a processo con la stessa accusa. Accademici americani hanno scritto alla commissione  per la Libertà religiosa sollevando il caso finlandese. Studiosi ebrei, come Peter Berkowitz di Stanford e Sergiu Klainerman di Princeton, e cattolici, come Robert George di Princeton e Mary Ann Glendon di Harvard.      In un articolo per l’Helsinki Times, l’ex ministro dell’Interno Räsänen ha rivendicato il diritto alla libertà di parola: “In una società democratica, dobbiamo essere in grado di non essere d’accordo e far fronte a discorsi che insultano i nostri sentimenti. Altrimenti lo sviluppo è verso un sistema totalitario con una sola visione corretta. La libertà di parola è la pietra angolare della vita democratica. Il diritto alla libertà di espressione non è certo meno importante del diritto a vivere in pace. Questo è un tesoro da non perdere”.      Dal verdetto che uscirà dall’Aula vedremo quanto quel tesoro vale davvero. Ma già che abbiano trascinato un ex ministro in tribunale per aver citato la Bibbia, più che d’oro questo tesoro sembra d’ottone.

  • Pulizie di Capodanno sull'internet cinese
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Gennaio 26, 2022 at 5:00 am

    Un mese di “ripulita” per rendere internet un posto “purificato”. L’Amministrazione dello spazio cibernetico della Cina, l’istituzione che si occupa di regolamentare internet, ha annunciato  una campagna di “pulizia” che durerà per tutto il mese della Festa di Primavera, che coincide con il Capodanno lunare. Si chiama “Clean and Bright 2022” e servirà a creare “un’atmosfera civile, sana, festosa e pacifica per l’opinione pubblica online”. Si annuncia quindi una repressione di tutti quei profili e blog, sui social network come Weibo, che violano le regole della leadership di Xi Jinping sulla vita online. Mostri il tuo stile di vita troppo ricco? Censurato, perché sei contro la “prosperità comune”, la dottrina di Xi contro le diseguaglianze. Sei andato a visitare il santuario Yasukuni a Tokyo oppure hai visto un film di propaganda, non ti è piaciuto e ti sei permesso di scriverlo? Censurato, non sei abbastanza patriottico. Sei maschio e sei effeminato? Censurato, perché non promuovi “i corretti standard di bellezza”. L’idea originaria dei social network e della rete, dove ognuno è libero di fare e dire ciò che vuole, è tema di dibattito anche in occidente. Ma la rete è stata anche uno straordinario strumento di formazione dell’opinione pubblica. La riflessione seria deve tener conto anche di questo. Come mostrano i documenti pubblici e le recenti regolamentazioni su qualunque aspetto della vita dei cittadini, l’obiettivo di Pechino, però, non è creare un ambiente online più sereno, ma limitare ancora di più la libertà degli utenti: il presidente Xi vuole essere il traino per una riforma dei valori del paese, e creare una nuova generazione di cinesi lontani dalla contaminazione con gli ideali occidentali e dal “materialismo” che non li fa essere abbastanza nazionalisti. E’ in quest’ottica, per esempio, che va vista la stretta sui videogiochi, quella sulle scuole private, ma anche l’ultima “ripulita di internet”. Pechino può chiamarla come vuole, ma si tratta sempre di censura.

  • Deutsche Bank non crede alla Bce sulla stretta monetaria
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Gennaio 26, 2022 at 5:00 am

    La Bce potrebbe essere portata a rivedere la politica monetaria in senso restrittivo prima del previsto. L’ipotesi sta prendendo sempre più consistenza sui mercati e qualche banca d’affari ha già posto l’Istituto di Francoforte sulla scia della Federal Reserve con la quale, invece, la presidente Christine Lagarde cerca in tutti i modi di rimarcare le differenze. Secondo Deutsche Bank, il primo rialzo dei tassi nell’Eurozona – pari a un quarto di punto (0,25 punti base) – potrebbe essere deciso già a dicembre di quest’anno, contrariamente alla previsione di lasciare il costo del denaro invariato fino al 2023 per non pregiudicare la ripresa economica.    Quest’ultimo concetto è stato ribadito pochi giorni fa dalla stessa Lagarde in un’intervista alla stampa francese, in cui ha detto che alzare i tassi nel breve-medio periodo farebbe più male che bene all’economia europea perché l’inflazione scenderà gradualmente quest’anno. Il messaggio “dovish” della presidente della Bce ha trovato conferma nelle parole del suo capo economista Philip Lane, il quale, in un’altra intervista, ha detto che il Consiglio certamente agirebbe se l’inflazione rimanesse sopra le attese, ma uno scenario del genere per ora sembra poco probabile.    A dicembre 2021 l’inflazione ha fatto registrare un incremento del 5 per cento, il massimo mai riscontrato nell’area euro; tuttavia la Bce la vede scendere sotto l’obiettivo del 2 per cento entro il quarto trimestre. Peccato che questa proiezione sia vista come eccessivamente ottimista da alcuni componenti del board dell’Eurotower, per i quali bisognerebbe prendere atto che i prezzi dell’energia continueranno a salire e che i colli di bottiglia permarranno ancora a lungo.   Non è un caso che sia una banca d’affari tedesca come Deutsche Bank la prima a sbilanciarsi anzitempo su una stretta monetaria, ritenendo che le condizioni che la potrebbero determinare si verificheranno già alla fine di quest’anno. Il che, però, fa registrare almeno un disallineamento tra le attese degli investitori e le prospettive della Bce.   

  • Dad e quarantene, rendiamo la vita facile alle scuole. Le proposte delle regioni
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Gennaio 25, 2022 at 4:29 pm

    Semplificare la vita dei vaccinati. Anche a scuola. Le regioni hanno elaborato un documento che   propone di aggiornare quell’insieme di nuove regole sempre più somigliante a una sorta di percorso a ostacoli. In queste prime settimane infatti le distinzioni per stato vaccinale e le variabili legate all’età dello studente, tipologia della scuola frequentata e numeri di soggetti positivi presenti in classe hanno messo a dura prova il sistema nervoso di migliaia di genitori oltre ad aver mandato al manicomio dirigenti scolastici e di Asl.   Il punto chiave sul quale i presidenti delle regioni insistono con il governo è lo stesso che suggerivano da tempo su queste pagine: ai fini della didattica a distanza, distinguere tra alunni vaccinati e non, procedendo alla sospensione della didattica in presenza solo per i soggetti sintomatici. E, soprattutto, non introdurre arbitrarie distinzioni per gli under 12. In questo modo, così come avviene per le scuole medie e superiori, anche alle elementari in caso di due alunni positivi non dovrà tornare a casa l’intera classe ma potrà essere garantita ai bambini vaccinati la continuità della didattica in presenza. Questo, tra l’altro, sarebbe anche un segnale importante per premiare l’ottimo andamento della campagna vaccinale per la fascia 5-11 anni che a circa un mese dal suo avvio è già arrivata a sfiorare quota 30 per cento di vaccinati.   Altro elemento sul quale si potrebbe lavorare è quello sulla durata della quarantena, se non altro per coordinare i tempi della scuola a quelli di tutte le altre attività rendendo così più coerente l’insieme delle regole. Se un vaccinato è soggetto a isolamento di 7 giorni in caso di positività e autosorveglianza di 5 giorni in caso di contatto stretto con positivo, non si vede perché uno studente vaccinato debba essere allontanato per 10 giorni dalla classe in caso di positività o contatto con un positivo. Ma ora l’importante è sbrigarsi, per evitare di far perdere ulteriore tempo ai ragazzi tenendoli inutilmente lontani da scuola.  

  • Lo studio, la scrittura, l’impegno e il vento che tira. Il saggio di Sabino Cassese
    by Giuseppe De Filippi (Il Foglio RSS) on Gennaio 25, 2022 at 5:13 am

    Sabino Cassese è abituato a usare le parole con precisione e a non sprecarle. Una capacità e un’avvedutezza molto opportune visto il formato, da mini saggio tascabile, della collana “Parole controtempo” della casa editrice Il Mulino, che ha chiamato l’ex giudice costituzionale, ben conosciuto dai lettori di questo giornale, a cimentarsi con la definizione degli intellettuali, del loro ruolo, del loro rapporto con la società. Cassese riesce a tenersi nella brevità richiesta ma nelle prime pagine deve, davvero per forza, inquadrare il momento storico e accennare a temi giganteschi, come la crisi delle competenze o la fase di grande espansione del populismo. Cita nelle prime righe, come pericolo nefando per gli intellettuali, quell’“uno vale uno” poi, fortunatamente, non applicato dai suoi stessi promotori (perché semplicemente non era applicabile e questa è la ragione per cui si scrive, avendo qualcosa da dire, degli intellettuali), cui potremmo aggiungere il dileggio salviniano dei “professoroni”, giusto per completare il quadro di ciò che la schiatta degli intellettuali ha rischiato durante il cupo primo governo di Giuseppe Conte, peraltro, professore universitario e di materie legali. Lo notiamo perché Cassese sembra escludere gli scrittori o gli autori teatrali o, perché no, televisivi, nella sua necessaria riduzione dell’insieme, della categoria, di cui si sta occupando, circoscrivendola ai professori universitari e, sembra di capire, con qualche interesse per il diritto. Una scelta che gli permette di mantenere il suo abituale e molto efficace stile cartesiano, in una materia in cui, invece, la tentazione di voli fantasiosi o di affermazioni fondate solo su impressioni o su auspici è continua e seduttrice.   Cassese propone una serie di compiti e caratteristiche perché l’intellettuale svolga il proprio compito. Citandole rapidamente riguardano l’uso pubblico della ragione, l’attività di continuo risveglio del dibattito pubblico e della cultura corrente, la capacità di suscitare proposte su temi politici e sociali, il cosmopolitismo, il ruolo di definitori di concetti e parole, la funzione di collegamento con il passato e con il pensiero del passato, che Cassese indica come la capacità di trasformare i morti in antenati, quindi rami e frutti di una specie di albero genealogico dell’analisi e della conoscenza. Tutto senza atteggiamenti da vati o da visionari, ma dando invece un peso speciale alla fatica dello studio e della scrittura, cui può seguire (ma non necessariamente) l’assunzione di un ruolo pubblico. Stando sempre attenti a non debordare. Perché accostandosi alla definizione dell’intellettuale da parte di un grande giurista italiano non può non emergere quella sana diffidenza verso i ruoli da trascinatori o da rivoluzionari del pensiero che non sono mai piaciuti ai nostri migliori studiosi, col corollario dell’ammirazione, sempre però temperata, per momenti storici come l’illuminismo, nei quali poteva sembrare che il ruolo degli intellettuali fosse quello di cambiare e determinare la storia, ripartendo da zero.    Una delle citazioni, tutte scelte con criterio economico e quindi mai ridondanti, è da Pasquale Villari, quando, di fonte a chi sosteneva che “bisogna aver fede nella libertà, il secolo, il progresso, i lumi” consigliò “spegnete i lumi e andate a letto”. E’ lo stesso approccio crociano all’illuminismo e ci rimanda a quel ruolo di trasmettitori del pensiero del passato, alla citata trasformazione dei morti in antenati, perché nessuna epoca cancella tutto e nessun lume può accecarci fino a cancellare le luci precedenti. O ancora, altra citazione presa dal saggio di Cassese, c’è finalmente un poeta, ma non proprio un campione dell’intellettualismo engagé, come Jacques Prevert, con una poesia che esordisce “Non bisogna lasciar giocare gli intellettuali con i fiammiferi” e chiude con “Se lo si lascia solo / Il mondo mentale / Mente / Monumentalmente”.    Cassese è cartesiano nel modo di procedere, ma non è estremista del culto della ragione. Le due cose si possono tenere insieme, ci vuole un po’ di fatica ma è una fatica produttiva e grazie alla quale si produce forse l’unico approccio possibile alla definizione, oggi e in Italia, della figura pubblica dell’intellettuale. L’impegno non è spacconaggine, presenza (magari televisiva) un po’ piaciona. L’intellettuale fedele a quel tipo di impegno, scrive Cassese, era quello che si “buttava in politica e per forza era ideologicamente schierato”. Ma quella strada, o scorciatoia, non è suggerita in questo saggio, per indicare, invece, ciò che fin dal titolo ironico raccomandava l’autore inglese Stephen Spender, in Engaged in Writing. Perché l’impegno, dice Cassese, è “non abbandonare il proprio mestiere di studiosi, ma allargarlo, farvi partecipare un pubblico più vasto”.

  • Stop the War sta con Putin
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Gennaio 25, 2022 at 5:00 am

    "I politici britannici stanno giocando con il fuoco alimentando la tensione intorno all’Ucraina”, scrive Stop the War,  il gruppo inglese nato dopo l’11 settembre contro la guerra e le guerre, “Tory e Labour si stanno superando a vicenda in un’inutile bellicosità”. Fin dalla sua creazione, Stop the War ha introdotto una visione pacifista a senso unico: contro le guerre sì, ma soltanto quelle portate avanti dagli occidentali. Nel tempo ha trovato un’alleanza solida con Momentum, il gruppo che portò all’elezione a capo del Labour di Jeremy Corbyn, a sua volta grande sostenitore di Stop the War. Questo approccio risultò chiaro nella gestione della crisi siriana: Stop the War era contro qualsiasi intervento occidentale a sostegno della popolazione siriana, ma non condannava né il regime di Damasco né i russi intervenuti a sostegno dello stesso regime. Durante gli attacchi chimici del governo di Assad, Stop the War si limitò a dire: “Questo attacco deve essere condannato assieme a tutte le altre atrocità”.   Non stupisce quindi che oggi di fronte alla belligeranza russa, questo gruppo pacifista condanni gli inglesi e l’occidente e non la Russia. “La Gran Bretagna dovrebbe avanzare proposte diplomatiche serie per disinnescare la tensione e cercare una soluzione alla crisi piuttosto che aumentarla. Ciò implica prendere sul serio sia l’integrità dell’Ucraina sia le preoccupazioni per la sicurezza russa”. Tali preoccupazioni sono un copincolla di Vladimir Putin: “Fermare la guerra richiede la fine dell’inarrestabile espansione della Nato – scrive Stop the War – che ha solamente accresciuto la tensione internazionale, con il suo ruolo più aggressivo nei Balcani, in medio oriente e nell’Asia meridionale. Ci opponiamo al dispiegamento delle forze britanniche ai confini della Russia che è una provocazione inutile”. E in conclusione: “Chiediamo che il governo britannico e il Labour prendano le distanze dalle politiche e dalle priorità degli Stati Uniti e sviluppino una politica estera indipendente”. Non stupisce, certo, ma ferisce, questo sì.

  • Il caso Fausta Bonino: da “infermiera killer” a nulla
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Gennaio 25, 2022 at 5:00 am

    Dall’ergastolo all’assoluzione. La Corte d’appello di Firenze ha assolto Fausta Bonino, l’infermiera di 58 anni accusata di omicidio plurimo volontario per i decessi anomali di dieci pazienti avvenuti nell’ospedale di Piombino (Livorno) tra il 2014 e il 2015. In primo grado, con rito abbreviato, la donna era stata condannata all’ergastolo dal tribunale di Livorno con l’accusa di aver determinato la morte di quattro dei dieci pazienti, attraverso la somministrazione di iniezioni letali di eparina, un potente anticoagulante. I giudici d’Appello hanno invece condannato Bonino a un anno e mezzo per ricettazione (pena sospesa con la condizionale), dato che le erano stati trovati in casa alcuni medicinali. Il verdetto d’Appello ribalta dunque completamente il giudizio di primo grado dopo oltre sei anni di vicenda giudiziaria. L’infermiera venne arrestata il 30 marzo 2016 perché sospettata di aver ucciso una serie di pazienti durante la loro degenza nel reparto di anestesia e rianimazione dell’ospedale di Piombino. L’ordinanza di custodia cautelare venne annullata dal tribunale del Riesame, che rimise in libertà la donna dopo ventuno giorni di detenzione. Il 19 aprile 2019 il tribunale di Livorno la condannò all’ergastolo, riconoscendone la colpevolezza solo per quattro delle dieci morti sospette. Nei giorni scorsi, nel processo di secondo grado, il procuratore generale Fabio Origlio aveva chiesto invece la condanna all’ergastolo per nove dei dieci casi di decessi anomali. Richiesta del tutto rigettata dalla Corte d’appello, che ha assolto Bonino “per non aver commesso il fatto”. Alla lettura del dispositivo la donna è scoppiata in lacrime. “Ancora non ci credo”, ha detto uscendo dal Palazzo di giustizia di Firenze: “Non potevano condannarmi per delle menzogne dette da qualcuno, non c’era altro”. La vicenda ricorda quella di Daniela Poggiali, ex infermiera accusata di omicidio per la morte di due pazienti all’ospedale di Lugo (Ravenna), assolta lo scorso ottobre dopo dieci mesi di carcere. Un’altra “infermiera killer” che non lo era.

  • Lufthansa e Msc vogliono Ita (bene!)
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Gennaio 24, 2022 at 7:31 pm

    Come anticipato dal Foglio sabato scorso, Lufthansa vuole entrare nel capitale della ex Alitalia. Il gruppo Msc, leader nel mercato delle crociere, ha annunciato una manifestazione di interesse ad acquisire insieme alla compagnia aerea tedesca una quota di maggioranza in Ita Airways. La compagnia di navigazione svizzera, fondata dall’italiano Gianluigi Aponte, “si pone l’obiettivo di realizzare una partnership con il governo italiano e la compagnia Lufthansa come partner industriale del progetto. Lufthansa ha già manifestato il suo interesse a prendere parte all’iniziativa”, dice la nota.     Msc e Lufthansa “richiedono un periodo di esclusiva di 90 giorni lavorativi e soggetto ad approvazioni regolatorie e due diligence”. Poco prima dell’annuncio della manifestazione d’interesse e a seguito della notizia lanciata dal Foglio, rispondendo a una domanda sull’eventuale acquisizione di una quota di Ita, la Commissione europea aveva confermato che Lufthansa è libera di comprare partecipazioni azionarie di altre compagnie dato che ha restituito oltre il 75 per cento degli aiuti di stato ricevuti per la crisi legata al Covid. I termini della partecipazione di Msc e Lufthansa verranno definiti durante la due diligence, ma entrambe le società vogliono che lo stato italiano resti come partner di minoranza. E’ evidente che il management di Ita abbia soddisfatto le richieste che da tempo provenivano da Lufthansa (una società più snella, con meno aerei e dipendenti) e che erano sempre state respinte da Alitalia, impedendo l’operazione. Se il matrimonio si farà sarà  merito del governo Draghi, che ha cambiato rotta. Non più il grande progetto del governo Conte di un vettore statale, dall’improbabile integrazione di Alitalia nelle Ferrovie al costoso piano da 3 miliardi previsto nel decreto “Rilancio”, ma una strategia a più basso impatto economico (1,35 miliardi di capitale da iniettare in tre anni) con l’obiettivo di  trovare un partner internazionale per togliere la cloche dalle mani dello stato e le perdite dal groppone dei contribuenti.

  • Le imprese che falliscono sono di meno, nonostante la pandemia
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Gennaio 24, 2022 at 5:40 pm

    Nel 2020, primo anno di Covid, ci sono stati meno fallimenti e meno uscite dal mercato delle imprese: sono finite in liquidazione poco meno di 7.400 imprese, a fronte di quasi 11 mila nel 2019. Lo indica una nota della Banca d’Italia, citando “le misure di sostegno adottate dal governo”. Senza intervento pubblico, secondo l’elaborazione di alcuni scenari di evoluzione dei fallimenti a breve termine, il numero avrebbe potuto superare le 12 mila unità, quasi 4.800 in più rispetto ai fallimenti effettivamente osservati. Si tratta comunque di un numero non molto superiore, un migliaio, rispetto alle chiusure d’impresa dell’ultimo anno pre pandemia. Estendendo poi al 2021 l’analisi dell’evoluzione di questo fenomeno, le nuove iscrizioni d’impresa alle camere di commercio sono state 332.596, il 14 per cento in più dell’anno precedente preso in considerazione da Bankitalia.   Sono dati questi di Movimprese, che ha utilizzato statistiche di Unioncamere e Infocamere: alla ripresa delle iscrizioni non ha fatto riscontro il ritorno a un fisiologico flusso di cancellazioni dai registri, determinando un “effetto surplace” nelle chiusure di aziende. Le 246 mila cessazioni di attività tra gennaio e dicembre scorsi costituiscono anzi il valore più basso da 15 anni a questa parte e il saldo annuale è positivo per 86.587 unità, benché sia ancora influenzato dagli effetti della congiuntura sanitaria. Il Mezzogiorno è l’area che registra nel 2021 il maggior numero di nuove imprese: quasi 109 mila lo scorso anno, a fronte di 72 mila cessazioni. Il risultato è un saldo positivo di poco meno di 37 mila unità, per un terzo in Campania. Ciò che in particolare sta tenendo sono le imprese familiari e dell’agricoltura, a sua volta in piena evoluzione, come dimostra l’aumento delle vendite di trattori e macchine agricole di ultima generazione. Anche qui incombono il caro energia e l’inflazione. Ma fra nuove tecnologie, aumento di occupazione giovanile (con picchi del 5 per cento) e i 7 miliardi di investimenti europei, il surplace potrebbe trasformarsi in una volata.

  • Un romanzo civile di Sicilia
    by Nadia Terranova (Il Foglio RSS) on Gennaio 24, 2022 at 4:01 pm

    Ma come scrive una donna? A lassa e pigghia, lascia e piglia, lascia e piglia, interrotta venti volte, suona il telefono, si perde il filo, si ricomincia, suona il citofono, tutto daccapo, ora suonano alla porta, ma figurati vieni, non facevo proprio nulla, riprendo, aspetta, la pentola a pressione fischia, ora scrivo questo, un momento, suona di nuovo il telefono, accidenti, lo metto di là, ma intanto arrivano i giornali, un’occhiata, e la lavatrice ha finito, stacco la spina, riaccendo il bagno, stendo? No, non stendo, domani ci pensa Grazietta alla biancheria, rileggiamo, ben concentrata. Nonna, posso venire? Sì amore, anche subito. Tanto per oggi non si combina più niente. L’indomani: che dici, ce ne andiamo in campagna? Pronti, andiamo. Un altro giorno c’è una qualche spesetta, anche se riduco poi sempre le liste più lunghe a pane formaggio e sigarette, quando c’è questo siamo a posto. Suvvia da brava, rileggi e scrivi, e ricomincia il citofono, la porta, il telefono, un giorno ho contato dodici interruzioni in un’ora e diciamolo pure io ci stavo, mi lasciavo usare, perché in fondo tutte le scuse sono state buone, finiamola con gli alibi e il vittimismo, si fa di tutto pur di non scrivere di cose che dolgono”. E’ un brano che ho letto centinaia di volte. Torno a questa pagina di Romanzo civile di Giuliana Saladino ogni volta che sbuffo, che sono esasperata, che voglio picchiare il computer, ogni volta che quello che ho scritto mi fa schifo ed è tutta colpa del citofono, del telefono, della biancheria, del corriere con i suoi pacchi e la portineria chiusa, ogni volta che è colpa degli altri perché, santa pazienza, fare il proprio lavoro sulla propria poltrona sarà anche il mestiere più bello ma anche il più disturbato – in tutti i sensi. Ogni volta che ho parlato con una donna che di mestiere scrive ed è venuto fuori quant’è comodo scrivere a casa, con il gatto sulle ginocchia, con il silenzio della solitudine, con le tisane e il bicchiere di franciacorta a portata di mano, ogni volta che ci siamo dette quant’eravamo privilegiate, poi una delle due si è fatta silenziosa e a quel punto, per rompere l’imbarazzo, io ho chiesto: hai presente quella pagina di Giuliana Saladino? Allora l’ho declamata a memoria e poi sono tornata a casa a cercarla, l’ho fotografata e gliel’ho inviata, e tutte le volte la mia interlocutrice non ci poteva credere che qualcuna avesse scritto parole tanto perfette. Oggi “Romanzo civile”, questo libro per me così importante, è tornato in libreria. Lo ha ripubblicato Sellerio con una prefazione di Dacia Maraini Oggi Romanzo civile, questo libro per me così importante, è tornato in libreria. Lo ha ripubblicato Sellerio con una prefazione di Dacia Maraini che forse servirà a chi non la conosce a scoprire qualcosa in più di una giornalista d’inchiesta rigorosa e temprata che ha fatto la storia della cultura siciliana. C’era infatti a Palermo, dal Dopoguerra in poi, una generazione di intellettuali i cui legami erano luogo ideale di produzione di conflitti, idee e battaglie. L’amicizia c’era, non secondaria ma ancillare: quando Saladino titola “civile” il suo romanzo, è perché il nutrimento sotterraneo di quei rapporti era l’universalità, l’aspirazione a dire non qualcosa di intimo ma di collettivo. Il libro prende le mosse da un rapporto privato e strettissimo con Calogero Roxas, Rocchi per gli amici, dalla sua malattia scoperta all’improvviso e dal suo decorso fulmineo, ma di quel rapporto sono evidenziati i fili aperti e le direzioni comunitarie, il legame politico innanzitutto. Roxas, nisseno, si era iscritto al Pci a vent’anni, Saladino a diciotto – stiamo parlando di una generazione per la quale la tessera era manifestazione esplicita di un’identità totale, la militanza una forma di esistenza assoluta, la politica non riguardava solo le riunioni e le logiche di partito o il momento del voto ma investiva ogni ambito dell’esistenza, compresi i legami familiari, l’amore, la passione, i matrimoni e le amicizie. Rocchi muore in pochi mesi e Giuliana Saladino si mette a scrivere, a lassa e pigghia, dopo tre anni: un libro che restituisce giustizia a un’amicizia piena di calore, dedizione, scontri e tenerezza. Romanzo civile è il ritratto di un uomo elegante, spericolato e scanzonato, che appena riceve la diagnosi della malattia che sarà la sua condanna di morte si accinge al commiato con ironia garbata, stoicismo e pudore. Un rapporto privato e strettissimo con Calogero Roxas, Rocchi per gli amici, la sua malattia e il suo decorso fulmineo Saladino non voleva che fosse pubblicato, non aveva scritto un libro da consegnare al mondo ma un ricordo che avrebbero dovuto circolare tra amici, le stesse persone che insieme a lei avevano vissuto la perdita di Rocchi intuendo che con quella perdita per loro stessi iniziava un tramonto, una disgregazione. Eppure, in quel ricordo c’era così tanta letteratura che non poteva trattarsi solo di un memoriale o di un diario personale che pure diventava collettivo: Romanzo civile fu pubblicato postumo, dopo la morte di Giuliana Saladino nel 1999, per volontà delle figlie, diventando così non solo l’epigrafe di Rocchi ma anche quella dell’amica che ne aveva tenuto in vita la memoria, e di tutto un nucleo di intellettuali che per un certo periodo era stato il centro e il fuoco di Palermo. Scrive Dacia Maraini che l’autrice è, a tratti, troppo poco autoindulgente. Rimprovera a sé stessa e agli amici di non aver riconosciuto per tempo gli orrori del socialismo sovietico e di aver sottovalutato le criticità della riforma agraria, di non aver capito davvero le ragioni dei contadini e di non aver dato abbastanza spazio all’immigrazione. Secondo Maraini c’è, in queste parole, “acerba severità” a fronte di un impegno costante contro la mafia, gli abusi edilizi e il danneggiamento continuo del paesaggio, e questa severità è forse inestirpabile da quella generazione in rivolta. Si intitola “Terra di rapina” un altro libro di Saladino pubblicato come reportage nel 1977 ma oggi leggibile come qualcosa di più Terra di rapina si intitola un altro libro di Saladino pubblicato come reportage nel 1977 ma oggi leggibile come qualcosa di più, come un’altra prova della grande capacità di narrazione di una scrittrice che per costruire storie non aveva bisogno di inventarle, poteva generarle grazie all’osservazione della propria terra e all’emersione quasi spontanea delle sue criticità. Quel libro diceva che chi rapina è figlio di una terra rapinatrice e rapinata di cui i banditi sono escrescenze e frutti e che gli intellettuali hanno il dovere di raccontare, mettere in fila i fatti e a nudo la verità. Caustica, Giuliana Saladino ha sempre messo la Sicilia e Palermo al centro di ogni sua interrogazione e nel farne scrittura non li ha ammorbiditi né trasfigurati. Il sud nelle sue pagine è aspro ma non senza speranza, è giudicato ma non condannato: è una scrittrice che vede in profondità, attraversando con lo sguardo le singole solitudini e il deserto in cui si muovono. Anche il suo giornalismo è senza maniera, diretto, preciso, e della sua esperienza in quel giornale che fu un episodio unico e mitico nella storia siciliana, scrive così: “Nel 1957, io mi inventavo e riciclavo giornalista. Cadevo nelle grinfie di un nevrotico abbarbicato al suo tavolo anche per sedici ore di fila, concentrato, incazzoso, scattante, balbettante per timidezza o per furore, dispensava rabbuffi gelidi o appallottolava e tirava in faccia le due cartelle, mi intimidiva da morire, sempre con un bicchiere di latte sul tavolo, fumando milioni di sigarette, finto distratto, finto arruffone, in realtà attentissimo vigile appassionato, Vittorio Nisticò, che dirigeva L’Ora destreggiandosi tra gli scogli e le secche del merdaio palermitano, che aggrediva la città, frugava nelle sue pieghe, denunciava o blandiva dando voce al lettore inerme e indifeso contro i potenti, coagulando attorno a sé tensioni e buona volontà…”. Anche il suo giornalismo è senza maniera, diretto, preciso. La sua esperienza all’Ora, che fu un episodio unico e mitico nella storia siciliana Oltre agli amici, alla scrittura, all’autrice stessa e a Rocchi cui è dedicato, c’è un’altra protagonista di Romanzo civile: la città. Il centro storico di Palermo inurbato e complesso, soggetto a troppe mutazioni e insieme a troppa staticità, idolatrato e calpestato, amato e non capito, è l’ossessione di una scrittrice che sogna inconfessabilmente di essere marchigiana o milanese per abbandonare l’isola senza rimpianti, senza zavorre: digressione paradossale di chi sa di non poter andarsene mai. Giuliana Saladino è inchiodata alla Sicilia dalla vita e dai legami, a Palermo è nata, a Palermo morirà – lì ha amato, ha sofferto, ha militato. Alla Sicilia ha dato la sua intelligenza vivida, il suo cervello instancabile e severo, la sua prosa efficace e singolare, il racconto dei suoi affetti. A un’isola che dà poco e chiede tutto lei ha riservato ogni parola, mischiando il proprio privato con i suoi problemi strutturali e connaturati. Quando Rocchi muore, la Sicilia però non è ingrata. Lo ricorda come uomo, come velista, come politico, come editore. E’ allora che Giuliana si tira indietro, l’amico non ha più bisogno di lei, lei però ha ancora bisogno di lui, e invece è sola. Comincia un altro capitolo, di cui in questo libro vediamo appena il principio, che coincide con una fine: “A seguito della morte dell’amico ora dovevo cavarmela da me, era venuto a mancare, bruscamente levato via, quello specchio luminoso, quello che anziché rughe e capelli in disordine e occhi gonfi mi rimandava guizzi e bagliori del meglio di me, lo scherzo l’intelligenza la riflessione, scavalcarsi a vicenda nel corrodere e dissacrare, confrontarsi su un’analisi e su un’ipotesi, ritrovarsi dopo quindici giorni io con la sua posizione lui con la mia, mi hai convinto, no, mi hai convinto tu, il gusto della battuta feroce, della polemica su uomini e fatti, su eventi vecchi e nuovi, ingegneria politica e fantapolitica, dietrologia scatenata, darsi del pazzo a vicenda, speculazione attenta, una massa di elaborazione destinata all’autoconsumo, molto dire e pochissimo fare, stupore dello straniero di passaggio di fronte a tanto zampillare che si perdeva nelle sabbie, e anche questo spreco, diciamolo, è molto siciliano”.

  • Da Grace O'Malley fino a Carola Rackete: quando il timone è donna
    by Maurizio Stefanini (Il Foglio RSS) on Gennaio 24, 2022 at 11:34 am

    Questi marinai sono dei professionisti incredibili che sono stati addestrati duramente per assicurare che siano pronti a tutti gli obblighi che emergeranno durante il loro incarico. Non ho dubbi che rappresenteranno con orgoglio il nostro paese e ne difenderanno gli interessi”. “Su, uomini del mare! All’abbordaggio!”. “A dire il vero, io non dovrei nemmeno essere qui…Ho capito che sarebbe stato difficile trovare un sostituto così in fretta. E il responsabile della missione mi ha comunicato al telefono che non c’era davvero nessun altro che potesse assumere il comando della nave. Se non lo avessi fatto io, la nave non sarebbe potuta partire, nonostante l’equipaggio fosse già pronto. Ho capito che era mio dovere accettare e ho fatto i bagagli. E così eccomi qui ora su una nave all’ancora nel torrido caldo dell’Europa meridionale. Oltre al fragore delle onde, sento solo frammenti di conversazione; per il resto tutto tace”. “Sire, nelle battaglie navali dell’Eubea io non ho mostrato la minima viltà, ed allora rifulse il mio valore. Posso quindi esprimere la mia vera opinione, il mio consiglio più saggio in difesa della tua potenza. Ed ecco che cosa ti dico: risparmia la flotta, non dare battaglia. Per mare i nemici sono di tanto più forti delle tue truppe di quanto gli uomini lo sono delle donne. Che cosa ti costringe a correre il rischio di battaglie navali? Non è in tua mano Atene, per la quale hai intrapreso questa spedizione? Non è in tua mano il resto dell’Ellade? Nessuno ti sbarra la strada. Quelli che ti si sono opposti hanno avuto la sorte che meritavano”. Due delle donne che hanno pronunciato queste frasi sono vive, una è morta due millenni e mezzo fa, una è vissuta solo nella fantasia. Due di queste quattro erano dalla parte della legge; due contro, anche se il concetto andrebbe forse sfumato. Due hanno navigato nel Mediterraneo, una nei Caraibi, una nel Pacifico. Una è statunitense, ma con il cognome di chiara origine tedesca; una è proprio tedesca; una era italiana, ma di madre fiamminga; una era mezza greca e mezza anatolica, ma al servizio della Persia contro altri greci. Tutte quante sono, e sono state, donne al timone. Capitane coraggiose, o comunque professionali. In una professione che fino a tempi recenti è stata tipicamente maschile, ma di cui però più di una clamorosa eccezione è stata tramandata da storia e letteratura: a essere più precisi, da una storia che aveva ambizioni di letteratura, e da una letteratura che voleva ispirarsi alla storia. In teoria, va detto, le donne hanno iniziato a comandare navi importanti da pochissimo. La prima fu nel 2007, la svedese Karin Stahre-Janson, cui la Royal Caribbean International diede il comando della Monarch of the Seas: 2.400 passeggeri e circa 850 membri dell’equipaggio. La prima italiana è stata nel marzo del 2016, Serena Melani, con la nave da crociera Seven Seas Mariner: 210 metri appartenenti alla flotta Regent Seven Seas. E la notizia che arriva adesso è quella di Amy Bauernschmidt: cognome originario della Baviera che indica un avo contadino e fabbro allo sesso tempo, pilota di elicotteri di formazione, con ben tremila ore di volo sulle spalle, ma poi diventata la prima donna capitana di una portaerei nucleare americana. Quella Uss Abraham Lincoln che ha base nella californiana San Diego, e di cui ha ora preso il comando dopo nove mesi di esercitazioni a terra e in viaggio verso l’area indo-pacifica, proprio mentre le tensioni fra Cina e Taiwan salgono. Amy Bauernschmidt è da qualche mese la prima donna capitana di una portaerei nucleare americana, la Uss Abraham Lincoln Per questo una volta nominata ha sentito subito il bisogno di salutare i suoi sottoposti. Ma “è un giorno fantastico”, ha pure detto sorridente. Nata a Milwaukee, nel Wisconsin, Baurschmidt terminò la Navy Academy proprio in quel 1994 in cui fu consentito alle donne di servire sulle navi e sugli aerei da combattimento degli Stati Uniti. “Quella legge ha cambiato la mia vita”, ha ammesso in una intervista. “Sapevo e mi sentivo onorata, insieme alle mie compagne di classe, di aver il privilegio di poter servire con gli altri camerati in combattimento”. “Servire il proprio paese vuol dire contribuire a qualcosa di grande. Mi auguro di poter essere una mentore per gli uomini e le donne in servizio”, aveva aggiunto. Pilota dal 1996, era stata inviata a bordo del cacciatorpediniere Uss John Young nel Golfo Persico, e prende ora il posto di Walt Slaughter.         Una donna al comando di una nave superpotente di una superpotenza, e dunque con un profilo in teoria opposto a quello della tedesca Carola Rackete. La comandante della Sea-Watch 3, che si fece invece immagine di pirata e corsara quando nel giugno del 2019, 31 anni appena compiuti, forzò la chiusura del porto di Lampedusa per sbarcavi 42 migranti soccorsi in mare, e fu arrestata con l’accusa di resistenza a una nave da guerra e tentato naufragio. Figlia di un tenente colonnello della Bundeswher esperto di spionaggio elettronico e sminamenti, operata con il laser per guarire da una miopia che le avrebbe impedito di conseguire una laurea in scienze navali e trasporti marittimi nel 2011, dopo essere stata primo ufficiale di coperta per spedizioni polari, responsabile della sicurezza in navi da crociera e secondo ufficiale per Greenpeace, forse stressata aveva deciso di dedicarsi alle farfalle. “Quando è arrivata la email che mi avvisava che il capitano in servizio non era disponibile, stavo lavorando come praticante in un programma di protezione ambientale in Scozia”, ha raccontato nel suo libro Il mondo che vogliamo. “Raccoglievamo dati sulle farfalle, rimettevamo in sesto sentieri e, infine, da tre giorni stavamo invasando piantine di pino silvestre in una serra, sotto la pioggia battente. Era tutto molto bello: i ripidi pendii della montagna, le creste ricoperte di cappe di muschio scuro. L’odore dei prati e della pioggia, che si mescola al profumo dei fiori delicati e della resina delle conifere. La sera, i richiami lunghi e dilatati delle strolaghe sopra il lago nebbioso. L’aria era così fresca e profumata che avrei voluto stare tutto il giorno all’aperto”. Ma, appunto, arrivò la chiamata, si ritrovò sulla “nave all’ancora nel torrido caldo dell’Europa meridionale” da cui siamo partiti, e passò sia alla storia, sia alla cronaca giudiziaria. In Germania Carola Rackete è stata difesa, oggi la arrestano per aver protestato contro l’abbattimento di un bosco per completare un’autostrada Salvini, si ricorderà, da ministro dell’Interno rifiutò di consentire l’attracco della nave fino a quando altre nazioni europee non avessero accettato di prendere i migranti, e accusò la capitana di aver tentato di affondare una motovedetta italiana che stava cercando di fermarla. “Un atto di guerra” disse, definendola anche “sbruffoncella”.  Si spaccarono opinione pubblica e mondo politico in Italia e in Europa, la filosofa Donatella Di Cesare la paragonò alla Antigone di Sofocle, ma alla fine Gip e Cassazione la scagionarono. Presidente federale tedesco, presidente del Bundestag e governo tedesco furono tra coloro che la difesero, salvo che poi il 12 novembre 2020 è stata arrestata dalla polizia regionale dell’Assia nella foresta di Dannenrod, mentre da una capanna su un albero, vestita con un costume da pinguino, protestava contro l’abbattimento di 27 ettari di bosco per il completamento dell’autostrada A 49. Come dire: scherza coi fanti, ma lascia stare i santi! Eroina, se certe cose le fai in Italia; delinquente, se ci provi in Germania. Il confine tra lecito e illecito è labile, soprattutto in mare e per un capitano donna. La storia di Dolores del Castillo, eroina di Salgari Ma che il confine tra lecito e illecito possa essere labile, specie in mare e specie per un capitano donna, lo dimostra in fondo anche la storia di Dolores del Castillo. “Nella torretta di poppa stava la capitana, con ambe le mani ferme sulla ruota del timone e gli occhi fissi sulla bussola il cui quadrante era illuminato per di sotto. Quella donna che comandava la manovra come il più intrepido lupo di mare, e che guidava di suo pugno la propria nave, avventandola con una sicurezza meravigliosa (…) era davvero ammirabile”. “Aveva deposte le vesti femminili, niente affatto adatte in mare ed indossava un elegante costume che faceva risaltare doppiamente il taglio perfetto della sua persona alta e slanciata e pieghevole come un giunco. Ma che splendida creatura era quella donna che sfidava così intrepidamente la morte”. “Poteva avere venticinque anni e fors’anche meno. Come si disse, era alta, dal portamento elegante, da grande dama: ma ad un tempo risoluto, fiero, che tradiva una energia indomabile”. Come Carola, anche lei aveva “una bella testa, adorna d’una capigliatura abbondante, d’un nero assai cupo e ondulata”. Anche lei sfidava un blocco marittimo in nome dei suoi ideali. Anche lei dava ordine di affondare una nave che le si parava davanti.  E anche lei finiva imprigionata. Questa donna “dai muscoli di ferro e il cuore di leonessa” non sbarcava però migranti ma armi e munizioni per i soldati di re Alfonso XIII in lotta a Cuba contro statunitensi e ribelli indipendentisti durante la guerra del 1898. Insomma, tecnicamente stava dalla parte del governo legittimo, ancorché destinato a totale e rovinosa sconfitta. Non è comunque un personaggio storico, anche se storico è il contesto. E’ invece un’eroina inventata da Emilio Salgari: la protagonista del romanzo La capitana del Yucatan, uscito nel 1899. Giusto un anno dopo la guerra in cui è ambientata. Un’opera minore, e letta oggi anche abbastanza politically incorrect, per vari giudizi sprezzanti non solo verso negri e indipendentisti cubani, ma anche verso gli statunitensi. In qualche modo prefigura però quella “Jolanda figlia del Corsaro Nero” che in un libro di sei anni dopo si veste come il padre per incitare all’abbordaggio. “Tutti si erano voltati, dimenticando per un istante che gli spagnoli stavano sopra di loro e che li fucilavano. Jolanda di Ventimiglia, tutta vestita di nero, come usava suo padre, con una lunga piuma pure nera infissa nei capelli ed una spada nella destra, era comparsa sul ponte della Folgore, fra il fumo delle artiglierie, e additava ai corsari la fregata. ‘Su, uomini del mare!…’ ripeté, con quell’accento che sapeva ritrovare suo padre nei momenti più terribili. ‘All’abbordaggio! La figlia del Corsaro Nero vi guarda!...’”. Stavolta, gli spagnoli erano i cattivi. Anne Bonney e Mary Read, le corsare che Borges racconta nella “Storia universale dell’Infamia”: “Compagne d’armi e di forca” Anche lei, un personaggio di fantasia. Però non sono mancate altre capitane coraggiose che pure hanno impressionato scrittori famosi, e che sono esistite davvero. Jorge Luis Borges nel 1935 dedicò un intero capitolo della sua Storia universale dell’Infamia alle corsare. “Donne esperte nelle manovre marinare, nel comando di ciurme bestiali e nell’inseguimento e saccheggio di navi d’alto bordo”, spiegava. “Una di queste fu Mary Read, la quale dichiarò una volta che la professione di pirata non era alla portata di tutti, e che per esercitarla con dignità bisognava essere un uomo valoroso, come lei”. “Un’altra piratessa di quei mari fu Anne Bonney, una sfolgorante irlandese dai seni sodi e dalla chioma di fuoco, che più di una volta rischiò il suo corpo nell’arrembaggio delle navi. Fu compagna d’armi di Mary Read, e da ultimo di forca”. In realtà Borges spesso confondeva volutamente realtà e fantasia, e non è storicamente accertato che le due siano state davvero impiccate nel 1720. A loro è comunque chiaramente ispirata sia la Jolanda salgariana, sia la Morgan Adams interpretata nel 1995 da Geena Davis nel film “Corsari”. Il capitolo della Storia universale dell’Infamia è però intitolato alla “Vedova Ching, piratessa”, che in Cina aveva ricevuto in eredità una flotta pirata dal defunto marito. “Era una donna nodosa, dagli occhi assonnati e dal sorriso cariato. I capelli nerissimi e unti splendevano più degli occhi”, scrive Borges. “Ai suoi pacati ordini, le navi si lanciarono verso il pericolo e l’alto mare”. “Seguirono tredici anni di metodica avventura. La flotta era formata da sei squadriglie, che battevano bandiere di diverso colore: la rossa, la gialla, la verde, la nera, la viola e quella col serpente della nave ammiraglia. I capi si chiamavano Uccello e Pietra, Castigo dell’Acqua del Mattino, Gioiello dell’Equipaggio, Onda con Molti Pesci e Sole Alto”. Alla testa di 600 giunche e 40.000 pirati sparse il terrore e tentò l’attacco allo stesso trono imperiale, ma alla fine si arrese, fu perdonata e, annota sempre Borges, “dedicò la sua lunga vecchiaia al contrabbando dell’oppio”. Personaggio da cinema anche Artemisia: la regina di Caria che nel film del 2014 “300 - L’alba di un impero” è interpretata da Eva Green. Era lei che abbiamo visto all’inizio consigliare invano di non rischiare una battaglia navale. Comandante di un contingente di cinque triremi nella flotta di Serse a Salamina, è ricordata da Polieno nel suo libro sugli stratagemmi militari come maestra di dissimulazione. Ad esempio, era diabolica nel cambiare all’improvviso le sue insegne da greche a persiane e viceversa. Fece il trucco anche a Salamina quando si vide i greci addosso, e anzi per ingannare meglio il nemico ordinò al suo equipaggio di attaccare la nave persiana che si trovava a lei vicina: una trireme comandata dal re di Calinda Damasitimo. In teoria suo suddito e alleato, ma con cui forse aveva un conto in sospeso, insinua Erodoto. Anche Serse osservando dal suo trono in terraferma fu ingannato, pensando che avesse affondato una nave greca. “I miei uomini sono diventati donne e le mie donne sono diventate uomini”, avrebbe commentato. Ci fu poi la vichinga Awilda, eroina anche di un manga. Era diventata piratessa per sottrarsi alla corte non gradita del figlio del re di Danimarca, e razziava le coste del Baltico con un equipaggio composto di sole donne. Nel 1530 era nata invece Grace O’Malley: una irlandese che, rimasta vedova a vent’anni, a sua volta aveva ereditato il comando di una flotta pirata, e che è tuttora celebrata come eroina della lotta anti-inglese.

  • La Bovary del Volga: il capolavoro di Leos Janecek a Roma
    by Marina Valensise (Il Foglio RSS) on Gennaio 24, 2022 at 11:00 am

    Nel 1918 Leoš Janácek era già ultrasessantenne, ma aveva l’anima di un giovane avanguardista ribelle quando compose uno dei suoi ultimi cinque capolavori, Kát’a Kabanová, l’opera in tre atti sulla Bovary del Volga che sfugge alle grette angherie di una suocera orribile, la Kabanicha, donna saccente, dispotica, perversa, e all’insipienza di un marito debole e inetto, gettandosi prima fra le braccia di un buono a nulla che però poi l’abbandona, quindi cercando evitare il disonore con la fuga, e infine buttandosi nelle gelide acque del fiume per suggellare col suicidio l’invivibile sua solitudine.   Tratta dal dramma del 1859 di Aleksandr Ostrovskij, Groza, (che in russo significa “uragano”, ma anche “terrore”) tradotto in ceco da Vincenc Cervinka e ridotto a libretto dallo stesso Janácek, grazie a una serie di tagli funzionali e a una più efficace sintesi drammaturgica, è un gioiello della musica del Novecento. E’ cesellato da un compositore nato trenta e quarant’anni prima di Stravinsky, Bartok, Hindemith, e però in grado di superare da solo, e in controtendenza, usando certi suoi mezzi espressivi, la musica tardo romantica  come specchio dell’anima, confessione e  espressione dell’io. Non tanto per seppellirla, ma per darle un altro corso, per  rompere con la musica fatta solo di musica e inventare una musica nuova, sperimentale, espressionista, “una musica del concreto”, come scrive Milan Kundera, una musica che capta i rumori della natura, il canto degli uccelli, l’eco del vento e dell’acqua, e  ruba  i frammenti delle parole  sentite per strada, fra la gente, al mercato, per studiare le melodie, il ritmo, le intonazioni del linguaggio parlato, e restituire i sentimenti umani nella loro nuda e pura verità, anziché i cliché,  i gesti, le pose finte e magniloquenti.   E’ in scena a Roma, al Teatro Costanzi, fino al 27 gennaio, sotto la direzione di David Robertson e con la regia di Richard Jones   Che il moravo Janácek, lavorando su una lingua incomprensibile ai più, parlata solo a Praga e Brno, sia riuscito nel suo intento lo dimostra la prima romana di Kát’a Kabanová al Teatro Costanzi, con cui si inaugura la gestione di Francesco Giambrone (altre tre repliche in programma domani pomeriggio, e la sera di martedì 25 e giovedì 27) nel nuovo allestimento in coproduzione con la Royal Opera House Covent Garden di Londra, sotto la direzione di David Robertson e con la regia di Richard Jones, che ha vinto nel 2019 l’Olivier Award.     Così, più il tempo passa e più Janácek rifulge di una sua sfolgorante contemporaneità, tributaria di un’arte senza tempo, di una sensibilità rivoluzionaria, di un’attenzione ai legami misteriosi tra  musica e psicologia, e soprattutto effetto di un percorso alla rovescia, dove la vecchiaia vive l’ardore giovanile e la giovinezza è in balia del passato. In effetti, quando si mise in testa di scrivere un’opera sulla solitudine di una donna innamorata del marito, ma costretta suo malgrado a tradirlo, e a espiare colla morte la vergogna di essersi fatta sedurre e abbandonare, Janácek non era  propriamente nel cuore degli anni. Le foto del tempo restituiscono un vegliardo brevilineo e tondeggiante, sommerso da una selva di ricci canuti, con due occhietti penetranti che lampeggiano sotto la fronte svettante, e un paio di baffi su un sorriso da ebete, o forse solo svagato. Eppure, nonostante le apparenze, era un musicista famoso. Soprattutto in Cecoslovacchia, la sua patria, una delle piccole nazioni d’Europa nate dalla dissoluzione dell’impero asburgico e del Reich tedesco all’indomani della Grande Guerra, e destinata a diventare la culla delle più profonde rivoluzioni nella cultura del Novecento. Pensiamo a Freud, suo conterraneo, a Kafka, a Max Brod, a dispetto della lingua impossibile come ricorda sempre Kundera,  originario di Brno, il quale venera Janácek come un padre elettivo, tanto da tenerne la  foto nel suo studio di Montparnasse appesa accanto a quella del padre pianista, Ludvik Kundera, che del compositore moravo  fu allievo e sostenitore sin dalla prima ora.   Tardivamente famoso, in realtà Janácek era riuscito solo pochi anni prima ad accreditarsi come un innovatore, grazie a un’altra opera meravigliosa, Jenufa, composta nel 1904 e messa in scena nel 1916, dopo ben 12 anni di attesa. In più, con l’indipendenza della Cecoslovacchia, l’intellettuale da sempre filorusso e antitedesco era diventato un nazionalista militante della neonata Repubblica. Si era lasciato alle spalle anni d’incerta fortuna, segnati da ostacoli e incomprensioni. La vecchiaia gli arrideva più dell’infanzia e della giovinezza, trascorse fra stenti e frustrazioni anche se vissute in mezzo alla natura, nelle foreste dei monti Beskydes, quando era libero di rotolarsi sulla neve, di percorrere chilometri a piedi per procurarsi i timpani con cui suonare alla messa della domenica, di sognare a occhi aperti e arrampicarsi sulle rovine del castello medievale di Hukvaldy, il villaggio della Slesia moraviana  dove era nato poverissimo nel 1854, nono dei quattordici figli di un maestro di scuola che insegnava in una stanza sola e dal quale ricevette i primi rudimenti musicali. Rimasto orfano a 11 anni, partì per Brno, la capitale storica del regno di Boemia, città di lingua tedesca detta la Manchester austriaca, per studiare al Convento degli Agostiniani sotto l’ala protettiva di un ex allievo del padre, Pavel Krizkovksy, maestro cantore e autore di musiche sacre, che fece di lui un organista provetto e un compositore in erba. Diplomato maestro di scuola, andò a Praga per perfezionarsi alla Scuola di organo e lì, spaesato, povero in canna,  costretto a esercitarsi su una tastiera di cartone, non potendo noleggiare un armonium, superati gli esami del biennio in un anno solo, alla fine decise di abbandonare  il contrappunto e l’arte della fuga per mettersi a studiare musiche e canti popolari. Nacque così la sua passione per la semantica musicale, e la ricerca delle melodie del linguaggio parlato, che registrava riportando sul taccuino i vari accenti, le intonazioni, le modulazioni della voce, le variazioni della pronuncia di una stessa parola che suonava “a volte morbida come una fiamma, a volte rude e dura come una punta”, e trascrivendo ogni notazione in un suono, in nota musicale, quasi a raccogliere l’inventario completo dei moti dell’anima  e delle loro infinite declinazioni popolari.  “La melodia della parola mi rivela l’enigma nell’anima”, scriverà più tardi nel  diario. E intanto dava vita ai personaggi e alle eroine dei suoi drammi, con la loro varietà di caratteri, temperamenti, traumi, stati di coscienza.    A ispirare il personaggio fu Kamila Stösslová, un’ebrea ucraina di 28 anni, moglie di un soldato al fronte e madre di due bambini   Il personaggio di Kát’a Kabanová è quello della moglie innamorata e delusa, la sognatrice piena di illusioni che aspira a volare e rimpiange l’idillio dell’infanzia immersa nella natura, la ragazza genuina e spontanea, angariata da una suocera malefica e ipocrita e tradita dal marito inetto, prima di tradirlo a sua volta con un bellimbusto parassita. A ispirare il suo personaggio fu una giovane in carne e ossa, conosciuta d’estate negli anni di guerra, e divenuta subito l’amica, la  confidente e la musa del compositore. Kamila Stösslová era un’ebrea ucraina di 28 anni, moglie di un antiquario polacco con i capelli rossi, soldato al fronte, e madre di due bambini. “Sai, quando ti ho conosciuto a Luhačovice durante la guerra e ho visto per la prima volta come una donna può amare suo marito – ricordo le tue lacrime – quello  fu il motivo per cui  presi Kát’a Kabanová e la composi”, le scriverà Janácek  il 29 ottobre 1921, invitandola della prima dell’opera a Brno. E bisogna leggere le 700 lettere scritte dal musicista degli ultimi dieci anni (pubblicate da John Tyrrell, Princeton Legacy Library)   per entrare nel romanzo vero all’origine del dramma musicale.   A detta della moglie di Janácek, Zdenka Schulzová, figlia del suo preside a Brno, impalmata a sedici anni come un trofeo e ben presto rivelatasi una consorte impossibile, che pativa i tradimenti del marito  e tentò pure il suicidio all’epoca della di lui  tresca con la cantante Gabriela Horvatová, la Stösslová sembrava una zingara. Bruna, media statura, occhi sporgenti, era un tipo allegro, sempre di buon umore, non particolarmente intelligente però, e ignorantissima di musica e di letteratura, oltreché incapace di scrivere senza errori. “Ma di sicuro”, ricorderà la Janáčková nelle sue memorie, “portò movimento e allegria nella nostra triste quiete”, accrescendo ogni giorno di più il suo ascendente sul marito, che intanto orchestrava un’intensa relazione, anche se puramente platonica, pare (anche se in casa Kundera se ne dubitava altamente).  “Se solo potessi buttarmi in qualche composizione e dimenticare me stesso”,  le scriveva Janácek il 10 novembre 1919. All’epoca aveva già fatto dei sondaggi preliminari sul testo che gli sarebbe servito da libretto per Kát’a Kabanová. Ma il vero catalizzatore dell’opera fu Madame Butterfly di Puccini, anzi Batrflay, come egli traslitterava a orecchio. “Rientro adesso dal teatro. Davano Batrflay, una delle opere più belle e più tristi. Ti avevo costantemente davanti agli occhi. Anche Batrflay  è piccolina, ha i capelli neri. Non potrai essere mai infelice come lei. Sono così colpito dall’opera. Quando è uscita, andai a vederla a Praga. Anche adesso molti passi mi commuovono profondamente”, scriveva a Kamila il 5 dicembre 1919. Un mese dopo Janácek cominciò a scrivere la  nuova opera, ispirandosi alla sua giovane amica: “Il personaggio principale è una donna, gentile di natura. Si ritrae al solo pensiero (di ferire, di fare del male); un soffio di vento la porterebbe vita – per non parlare della tempesta che si addensa su di lei”.  Passa un altro mese e il 23 febbraio 1920 sempre da Brno Janácek le scrive: “Sto lavorando felicemente  e laboriosamente alla mia nuova opera. Continuo a dirmi che il personaggio principale, una giovane donna, è di natura così gentile che ho paura che se il sole splendesse completamente su di lei, si scioglierebbe, si potrebbe anche dissolvere. Sai, è una natura così buona e gentile”.   “Rientro adesso dal teatro. Davano Batrflay, una delle opere più belle e più tristi. Ti avevo costantemente davanti agli occhi”, le scrive   Al colmo del processo creativo, Janácek descrive il personaggio di Kát’a Kabanová con le stesse parole usate per Kamila: “Sei ancora un bambino tenero che vuole essere (tenuto) tutto il tempo nel cotone; sempre accarezzato e coccolato”. E ancora dopo una settimana: “Sei una personcina così pratica e prudente, le scintille quasi volano via da te; la tua andatura e il modo in cui muovi il tuo corpo sono pieni di freschezza e di energia. Tu, che sai come parlare a tre persone contemporaneamente e per tutto il tempo, non dimenticare te stessa – come fai a piangere come un bambino malaticcio e a piagnucolare per tuo marito quando la vita lo porta nel mondo. Lascia che vada! Non scapperò via da te”.   Il sogno di evadere nell’arte, nella bellezza e nella perfezione. Nel metodo compositivo alternava il dramma  alla banalità dell’esistenza     D’altra parte, oltre la vita vera, oltre le passioni e i sentimenti reali, c’era la precisione maniacale del musicista, che da un lato lavorando sulla melodia del dialogo, la nápěvky mluvy, riusciva a riprodurre la verità psichica della sua eroina, i dubbi, le speranze, l’incertezza, l’angoscia finale, facendola balbettare davanti al bellimbusto riluttante, spingendola a arrossire di vergogna davanti all’immagine di se stessa proiettata dall’orrenda suocera persecutrice. Dall’altro lato, Janácek alimentava della sua stessa passione impossibile il sogno di evadere nell’arte, nella bellezza, nella perfezione, e attingendo a piene mani alla realtà concreta, alternava minuziosamente, secondo la rivoluzione di Flaubert, l’aspetto drammatico e l’aspetto banale dell’esistenza, per cristallizzare l’attimo fuggente nella sua verità. Il suo non era solo un metodo di composizione. Era anche e soprattutto una terapia, l’ancora di salvezza per sopravvivere ricreando un mondo a parte. “Sai che io sogno un mondo per me stesso”, scriverà, finita l’opera, a Kamila il 23 maggio 1921. “Lascio che i miei cari vivano nelle mie composizioni proprio come vorrei. Felicità tutta puramente inventata. La vera gioia, la vera felicità a volte almeno a te sorride. Ma a me? Quando finisco un lavoro – anche questa cara Kát’a Kabanová – mi rattristo. Come se dovessi separarmi da qualcuno che mi è affezionato”.

  • Per Vanzina son tutte belle le donne del cinema
    by Michele Masneri e Andrea Minuz (Il Foglio RSS) on Gennaio 24, 2022 at 10:26 am

    Sparsi sulla scrivania, il “Diario Notturno” di Flaiano, le poesie di Emily Dickinson, pacchi di integratori alimentari, e poi appunti, fogli, agendine. Alla parete un pianoforte verticale “Furstein Farfisa” con spartiti: “I can’t give you anything but love”, “Sapore di sale”, “Il mondo” di Jimmy Fontana. Siamo qui, ai Parioli naturalmente, nello studio di Enrico Vanzina. Lui è incorniciato tra due Telegatti, molti libri antichi, una laurea in Scienze Politiche ben nascosta tra gli scaffali e foto del fratello Carlo. Su Amazon Prime Video esce giovedì il suo ultimo film, “Tre sorelle”. Una commedia tutta di donne. Ma siamo anche negli ultimi giorni di quello che è il massimo show italiano, il Golden Globe della politica, insomma la partita per il Quirinale. E “una donna al Quirinale” è stato il ritornello da cantare tutti insieme al karaoke, il refrain della politica che si porta sempre, che sta bene con tutto, mai però tormentone come quest’anno. Partiamo da qui allora. “E’ evidente che dovrebbe essere una donna”, dice subito Vanzina, “ma bisogna trovarla”. Nel paese in cui “al momento non c’è nessuna donna ceo nelle grandi aziende quotate in Borse” (annuncia l’Ansa), non è mica facile. “So che lei non vuole”, dice il regista, “ma personalmente farei presidente della Repubblica Emma Bonino, l’unica davvero trasversale, sopra le parti, anche perché nella sua vita politica ha sempre cercato di prendere il meglio della destra e della sinistra. Secondo me è perfetta. Altri nomi non mi vengono in mente. Forse Paola Severino potrebbe andare bene, ha l’autorevolezza dell’indipendenza. Ma molti nomi usciti in questi giorni mi sono sembrati buttati lì un po’ a caso, una ‘quota rosa’ al Quirinale. Ma non credo sia quella la strada da seguire”.    Tre sorelle Siamo qui, tre maschi bianchi, all’italiana, a parlare di un film sulle donne che ha un titolo cechoviano ma inizia con la citazione sulle “famiglie infelici” di Tolstoj. “Volevo fare un film sulle donne, perché tutti ne parlano, poi però nessuno lo fa”, dice Vanzina. “Parlo delle commedie con una donna protagonista, che da noi sono rare, e continuano a esserlo anche adesso che il dibattito sulle donne va molto di moda”. Le storie “al femminile” finiscono spesso dalle parti di madre courage, dell’eroina antimafia, delle “figure di donne esemplari” immortalate nel pantheon di Rai Fiction. Ma se tocca far ridere, si torna al maschile. 'Volevo fare un film sulle donne, perché tutti ne parlano, poi però nessuno lo fa', dice Vanzina. Tra poco su Amazon esce 'Tre Sorelle'   “Mi sono preso le mie responsabilità di uomo che fa un film sulle donne”, prosegue Vanzina, “ma non ho la presunzione di dire qualcosa sulle donne in generale”. Del resto che vuol dire poi un film “sulle donne”? “Racconto tre donne e basta, tre sorelle, appunto. Non è un film a tesi, anche perché una tesi non ce l’ho”. Le tre sorelle qui sono Serena Autieri, Giulia Bevilacqua e Chiara Francini, che nel film è una costumista-groupie dell’art house cinema, si commuove coi silenzi dei Dardenne e i dolly mistici di Sorrentino. E poi c’è Rocío Muñoz Morales, e un uomo (Fabio Troiano), cialtronissimo e soccombente. Sembra uno dei maschi di “Yuppies” (1986) che è rimasto con quella testa lì mentre il mondo è cambiato. E in più non fa il dentista come Christian De Sica secondo cui “moglie in vacanza, inizia la danza”; fa lo scrittore di successo. “In questi anni le donne hanno fatto molti passi in avanti in termini di conquiste, l’uomo no. L’uomo è rimasto fermo al suo essere maschio. Il mio personaggio è esattamente così. Fa il maschio, è confinato lì”. È un intellettuale, vincitore di un Campiello. “Non volevo un maschio analfabeta, rozzo, non mi serviva la parodia di un deficiente, volevo uno con degli strumenti culturali, solo che non sa che farsene, è un un maschio che gioca a fare lo scrittore,  un poveraccio, travolto da una cultura che non ha digerito e che restituisce solo per citazioni a effetto”. Ma questo maschio vanziniano-cechoviano, davvero tremendo con tutte le ragazze, non è poi così antipatico. “La forza della grande commedia all’italiana era questa: nessun giudizio, nessun indice puntato contro i personaggi anche negativi”. Non volevo un maschio analfabeta, la parodia di un deficiente, volevo uno con degli strumenti culturali, solo che non sa che farsene   Women Nei film scritti con il fratello Carlo di donne ce ne sono state sempre parecchie: “‘Mystère’ ha una protagonista femminile, ‘Via Montenapoleone’ è un film con molte donne, ‘I miei primi quarant’anni’ e anche ‘Quello che le ragazze non dicono’, ‘Il pranzo della domenica’, e poi, naturalmente, ‘Le finte bionde’”. In un cinema italiano che è stato in gran parte una faccenda di maschi il “panorama femminile” è invece impressionante e d’una forza davvero inesauribile: “Ci sono per esempio le grandi caratteriste, come Tina Pica, che spazza via tutti, o Ave Ninchi”, dice Vanzina. “Ci sono naturalmente ‘le bellezze’, senza le quali il cinema italiano non sarebbe mai stato così grande, Eleonora Rossi Drago, la Schiaffino, Sylva Koscina, Marisa Allasio, che è anche la prima donna di cui mi sono innamorato, quando mio padre faceva ‘Susanna tutta panna’. Mio fratello si innamorò della Bardot che faceva Poppea in ‘Mio figlio Nerone’ (diretto da Steno, scritto dal “Cervello di Alberto Sordi”, Rodolfo Sonego, secondo il celebre libro Adelphi), io invece della Allasio. Poi ci sono le registe, Lina Wertmüller, Liliana Cavani”. Vanzina era molto amico della Wertmüller. “Dovevo lavorare con lei per un film tratto da un racconto di Guareschi, da girare a Bologna, era appena morto mio padre. Era un film con Piera Degli Esposti e Dominique Sanda (“In una notte di chiaro di luna”). Insomma, vado a Bologna, ma a Lina, che aveva fama di avere un brutto carattere, aveva detto subito: guarda, sono ancora molto scosso dalla scomparsa di mio padre, sto vivendo un momento terribile, spero non ci siano troppe tensioni, come magari capita sul set”. “E lei mi dice, ma no, stai tranquillo, vedrai, andrà tutto bene, sarà una cosa meravigliosa, distesa, rilassante. Arrivo a Bologna, e sotto i portici c’è la Wertmüller incazzata nera che urla una marea di parolacce a dei bambini. Lei era così. Quel film, pensato per la tv, alla fine andò a Cannes, alla  ‘Quinzaine des realisateurs’. Andammo anche noi e lì, in mezzo ai fotografi, Lina non faceva che ripetermi, ‘Aho, guarda questi, c’hanno preso sul serio’. Una donna fantastica e simpaticissima”. E le attrici comiche e brillanti di oggi? “Paola Cortellesi, certo, poi molte altre. Però non c’è una vera tradizione. Il cinema da noi è stato molto maschile, soprattutto nella commedia, non c’è dubbio”. E per recuperare un po’ di gender-balance, Vanzina vorrebbe fare oggi un remake femminile di “Amici miei”. “Questo ‘Amiche mie’”, dice, “lo farei con dieci donne, tutte di età diverse, una cosa festosa e molto intergenerazionale”. Ma se deve scegliere, Vanzina, dei nomi, delle attrici che sono state davvero fondamentali per la sua vita? “Virna Lisi, sicuramente. E poi Valentina Cortese, immensa. Con lei abbiamo fatto dei viaggi insieme, era diventata molto amica di mia moglie. Ma io la conoscevo da prima di lavorarci in ‘Via Montenapoleone’, dove fu magnifica” (era la gran signora con colbacco di pelliccia, quella di “La pace del lago… la noia del lago”, mamma prima omofoba e poi comprensiva di un giovane yuppie fatto da Luca Barbareschi). “Me la ricordo giovanissima, quando era sposata con Richard Basehart, perché abitava davanti casa di mio padre, ai Parioli, all’angolo tra via di San Valentino e via Martelli. Io e Carlo eravamo amici di suo figlio e andavamo spesso a giocare a casa sua”.  Vorrebbe fare un remake femminile di "Amici miei”. “Questo ‘Amiche mie', dice, “lo farei con dieci donne, una cosa festosa e intergenerazionale”   Poi ci sono le grandi attrici hollywoodiane. Faye Dunaway, per esempio: “Ho appuntamento con lei sulla terrazza dell’Hotel Eden a Roma. Lei arriva con il copione in mano. Comincia a leggere la parte. Io dico subito ‘it’s fantastic!’, ma lei mi blocca: ‘Wait! I have four ways to read it’. E me l’ha fatta in quattro versioni diverse, cambiando intonazioni, pause, l’atteggiamento del personaggio, tutto. Una cosa straordinaria”. Le attrici di Hollywood, dice Vanzina, “non hanno paura di sembrare anche belle”. “E soprattutto sanno trovare la luce da sole. Sanno subito dov’è, in modo istintivo. L’attrice italiana invece dice ‘fammi il primo piano così, lo voglio fatto così’”. Ma una donna fondamentale del cinema italiano, quella che se l’è caricato sulle spalle, è stata Suso Cecchi D’Amico, la guardiana della sceneggiatura. Monicelli, Castellani, Antonioni, e naturalmente Visconti. Li ha scritti quasi tutti lei, e quando non li scriveva, sistemava quelli scritti da altri. “Suso è stata la più brava, non c’è dubbio. Poi le donne sono state fondamentali anche nel montaggio. Non ricordo invece direttrici della fotografia, un campo che all’epoca e forse ancora oggi era prevalentemente maschile. Le costumiste neanche le cito perché sono tantissime, bravissime. Una per tutti Bruna Parmesan, leggendaria, era la migliore amica di mia madre. Fece tanti film di Sordi, ebbe una storia con Monicelli e una con Flaiano”. Già, Flaiano, il più grande di tutti. Una donna fondamentale del cinema italiano è stata Suso Cecchi D’Amico, la guardiana della sceneggiatura   Flaiano “Aveva il culto di mio padre Steno perché lui era stato scelto da Soldati e da Longanesi come uno di loro. Andarono insieme a Napoli a raggiungere gli alleati dopo l’8 settembre. Era un intellettuale completo ed è stato un grande dissipatore di talenti: come del resto Longanesi, il maestro di tutti; dipingeva, disegnava, era giornalista, sceneggiatore. Dopo il premio Strega nel ‘47 per ‘Tempo di uccidere’ che poteva fare… Aveva il culto di Ercolino Patti e a casa nostra ce lo portava molto orgoglioso. Oppure lo vedevamo la domenica sempre da Suso. Mio fratello Carlo Flaiano lo chiamava ‘il Patti del Duemila’ perché calcolò che nel Duemila avrebbe avuto gli stessi anni suoi quando nacque. Era curioso, ingenuo, spiritoso. Inventava giochi di parole, aforismi. Venne a casa che aveva nevicato: ‘Indecoroso spettacolo fuori dalle scuole; i vecchi che prendono a palle di neve i bambini’.  Diceva cose come: ‘In Italia ormai si chiamano tutti Deborah e Samantha’”. Flaiano 'era un intellettuale completo ed è stato un grande dissipatore di talenti: come del resto Longanesi'   Come Flaiano, Vanzina coltiva il gusto per l’aforisma, la battuta fulminante, com’è del resto nella tradizione del “Marc’Aurelio”, quando suo padre e Age e Scarpelli, Metz, Monicelli e Marchesi inventavano frizzi e lazzi per Totò. Ha degli appunti su un foglio: “Eravamo quattro amici al tar” (per Palamara e la questione magistratura).  Salvini: “Il legalomane”. D’Alema: “Il mago Cremlino”. La Russa: “C’era una volta il Fez”.  Ma chi è il “Losco Verticale?”. Non ce lo vuol dire. Va avanti; “Oggi la lotta di classe esiste solo sui red carpet: ci sfilano solo quelli che non ce l’hanno”. “Il cinema italiano assomiglia agli italiani: promette molto mantiene poco”. Che famiglia, dev’esser stata. Tutta attorno a una gran donna, sua madre, Maria Teresa Nati, “la signora Vanzina”: “Carlo diceva che era come la moglie del direttore di produzione di ‘Effetto Notte’ di Truffaut, che lo seguiva non lasciandolo mai e detestando il cinema. Mia madre ha attraversato la storia del cinema come tante altre mogli, senza prendersene i meriti. Adorava il cinema ma odiava l’ambiente. Per esempio mio padre ogni tanto faceva dei film alimentari, da realizzare in quattro e quattr’otto. Si metteva con gli sceneggiatori e non lo scrivevano neanche, lo dettavano a un registratore Geloso. Una volta a questo registratore si ruppe il nastro, era un film mi pare con Tognazzi e Vianello, e dell’incidente fu accusata proprio mia madre. Lei non voleva assolutamente che noi figli facessimo il cinema. Lei come sapete lavorava al ministero degli Esteri e sognava che noi figli facessimo  i diplomatici. Vedeva questi ambasciatori e voleva che diventassimo così. Detestava il mondo del cinema, fatto di odi, di rivalità, ma anche di instabilità, un giorno lavori, l’altro no. Lei sognava la stabilità ministeriale. Così ci spediva all’estero a imparare le lingue” (e dietro la libreria, tra i telegatti, spunta la famosa laurea in Scienze Politiche di Vanzina dr. Enrico, università La Sapienza). “Poverina, ha avuto molti problemi, era bipolare. E’ morta giovane, era più bella di un’attrice. Era avantissimo e indietro allo stesso tempo. Ma a 18 anni mi ha detto: vai a vivere da solo”.    Circeo, Castiglioncello “Tre sorelle” è costruito intorno a una casa, un villone progettato da Michele Busiri Vici, il Rem Koolhaas del Circeo (già autore del piano regolatore di Sabaudia e artefice delle meglio ville del boom). “Era la casa di un grande otorinolaringoiatra”, ci spiega Laura Giadresco, l’architetto del film, art director già per “Natale a Cinque Stelle”.  “E’ attaccata al Faro, a Punta Rossa, una casa di pietra con una grande terrazza, un patio, stanze comunicanti, una struttura aperta da tutti i lati”, perfetta dunque per girare un film. Un set già fatto. Circeo per Vanzina significa anzitutto la casa di villeggiatura di Dino Risi dove andava da ragazzo. “Una casa bellissima che Dino comprò dopo il successo di ‘Vedo Nudo’. Da ragazzi io e Carlo andavamo spesso lì. Poi per molti anni ho smesso di andarci”. Dopo è cominciata l’epopea immobiliare di Sabaudia, “le case di Cecchi Gori, di Malagò, e poi di Totti”. “Il Circeo lo trovo lontano”, dice Vanzina, “scomodo da raggiungere, con la Pontina che è una strada micidiale. E poi quel tratto di mare a me mette un po’ ansia,  quella montagna a forma di maga Circe. E? un mare dove incombe qualcosa. Non mi dà un senso di grande tranquillità”. 'Tre sorelle' è costruito intorno a una casa, un villone al Circeo progettato da Michele Busiri Vici. Le estati a Castiglioncello   Poi certo il Circeo ha avuto pure la maledizione del terrificante delitto, e la cappa è rimasta. “Ci hanno fatto non tanti film”.  “Non avevo mai pensato di girare lì, avremmo dovuto ambientarlo a Lipari, ma col Covid e tutto era molto complicato, così Laura ha trovato questa casa meravigliosa accanto al faro di Punta Rossa”. E alla prima del film, all’Adriano, “che bella! Grazie che l’hai resa così bene”, sospirano i felici proprietari dietro di noi. In effetti coi droni e la casa formidabile, anche l’eventuale straniero che vedesse il film su Amazon si precipiterà a googlare il Circeo per le prossime  vacanze, dopo “lake Como” e “Apulia”. E forse i poveri abitanti e gestori del Circeo si risolleveranno dopo quarant’anni di maleficio degli orrori finiti in libri e film di massimo successo.  Un po’ di leggerezza al Circeo. Vanzina meglio di una Circeo film commission. “Ci sono dei tratti di mare come la Sardegna, poi la laguna, è meraviglioso. Ponza, Sabaudia, il Circeo messi insieme sono una cosa meravigliosa”, dice il regista, e in effetti questo è il triplete che si giocano sempre i romani per ribadire che a due ore dal Colosseo hanno le Maldive. Il Circeo di “Tre sorelle” è in effetti pazzesco, “però io sono più legato al Nord, all’Aurelia del ‘Sorpasso’, a Porto Ercole, a Castiglioncello, il vero posto del cinema italiano. Ci andavo con mamma. C’erano tutti: Mastroianni, e sua figlia Barbara che è stata la mia prima fidanzata. Suso Cecchi d’Amico che era la zarina del luogo. I suoi hanno ancora casa lì, tutta la sua famiglia, i Cecchi. E poi Gassman, Sordi, Risi. Flaiano. I gioiellieri Bulgari nella villa Godilonda. Passava Visconti, a settembre arrivava Nino Rota, e io che suono il piano diventavo matto. Si metteva a suonare il tema de ‘La strada’, con quelle mani piccole, e io ragazzino gli dicevo: fallo Kurt Weill, e lui cambiava modo, fallo Chopin, e lui lo suonava alla Chopin, fallo alla Gershwin... Ma il vero re di Castiglioncello era Paolo Panelli con Bice Valori, la famiglia reale. La sera si andava in vespa a sentire Mina alla Bussola. Era un posto molto interessante. Erano tutti giovani. Adesso sono tutti vecchi a Castiglioncello”. Non avete mai pensato di girarlo lì “Sapore di mare”? “No, mai, perché Castiglioncello non è fotografabile. C’è un porticciolo, con una spiaggetta, la pineta... al cinema non rende. E’ più la sua anima”. E pensando a Castiglioncello, alle diverse età della vita, e anche al “Sorpasso” il film di Risi, scritto da Rodolfo Sonego, che quest’anno compie sessant’anni, e che racconta tutto degli italiani (il boom, la vitalità, la grandezza e la cialtroneria), non possiamo non parlare di lui.    Berlusconi “Ai funerali di mio fratello Carlo, tre anni fa, stava inginocchiato dietro di me, accanto a Gianni Letta. Durante la messa lo sentivo mentre ripeteva tutti i passaggi in latino. Li sapeva tutti”. “Io l’ho conosciuto bene, almeno fino all’inizio della sua carriera politica. Da lì in poi ci siamo visti sempre meno”, dice Vanzina che sta ancora aspettando la famosa intitolazione di una via a Milano 2 (“si era nel periodo del referendum sull’interruzione dei film trasmessi dalle tv commerciali. Andai al Maurizio Costanzo Show e dissi che ero a favore. I film sulle reti private sono gratis grazie agli spot pubblicitari. Senza quelli, addio film. Nessuno ti obbliga a vederli. La mattina dopo mi chiama Confalonieri, e mi propone di diventare il testimonial della battaglia per il mantenimento degli spot. Divento l’uomo immagine di Fininvest per il referendum. Mi ritrovo  al Tg1, per l’appello finale agli elettori. Dall’altra parte c’era D’Alema. Alla fine vinciamo noi, cioè loro, insomma Berlusconi. Confalonieri mi richiama per dirmi che mi avrebbero intestato una strada a Milano 2”). Rapporto complicato quello del Cav. con il cinema italiano, in gran parte di sinistra. Si riusciva però nel sortilegio di essere sfrenatamente antiberlusconiani pur prodotti e distribuiti da Medusa. “Ricordo che in occasione di un premio vinto da me e Carlo con il telefilm ‘Amori’, prodotto da Fininvest, Berlusconi organizzò una festa a Palazzo Sacchetti, a via Giulia. C’erano lui, Confalonieri, Monicelli, Age e Scarpelli, Dino Risi, Ugo Pirro, Suso, Lina Wertmüller, insomma tutto il cinema italiano. Ci sediamo in questa immensa tavolata, sconfinata, come a Windsor. Prima di dare inizio alla cena Suso dice: ‘Cavaliere, noi siamo molto contenti di aver lavorato con lei, però le diciamo subito che quasi tutti noi siamo molto contrari alle interruzioni pubblicitarie dei film. Su questo saremo intransigenti’. Cade il gelo. La distanza pare incolmabile. Sapete come finisce la cena? Confalonieri al pianoforte, Berlusconi che cantava insieme a Ugo Pirro, Gigi Magni, tutti gli altri a turno che intonavano una canzone”. A questo punto, anche con Vanzina, si esamina l’ipotesi, forse più lunare che reale, del Cav. al Quirinale. “Direi che, anche se non accadrà, è un atto dovuto, dal suo punto di vista. Una rivincita anche di immagine, in linea con la sua storia politica. E’ poi comunque una candidatura che mette allo scoperto tutta l’impalcatura dell’antiberlusconismo, e in genere di un certo tipo di atteggiamento della nostra politica. Quindi una sfida finale, un regolamento di conti con la società italiana, di sicuro con quel pezzo di società che non l’ha mai accettato. E, attenzione, non dico che lo vorrei vedere eletto, però, di nuovo, Berlusconi obbliga gli altri a uscire allo scoperto. E gli argomenti sono sempre quelli”. Insomma, il Cav ci mette di fronte ai nostri fantasmi, quelli di sempre, anche se è cambiato tutto. “La storia è andata avanti, ma gli argomenti, i cavalli di battaglia dell’antiberlusconismo sono rimasti gli stessi”, dice Vanzina. Un dilemma etico-morale più che una battaglia politica. “Come tutti i grandi politici, Berlusconi può avere delle zone d’ombra, può aver commesso errori, ma dal punto di vista politico ha attraversato trent’anni di storia ricoprendo tutti i ruoli principali, dunque è giusto che abbia chiesto questo, è un passaggio che non poteva non fare. Del resto, è lui che ha inventato questo centro-destra, è lui che lo ha messo insieme, anche se è molto cambiato da come lo aveva immaginato”.    In fin dei conti, il miglior presidente della Repubblica potrebbe essere Benigni, l’unico che sa la Costituzione a memoria   Insomma, l’epilogo di una grande storia italiana. Il Quirinale con Berlusconi sembra il finale del “Sorpasso”; con Gassman supremo eroe-cialtrone (parte rifiutata da Sordi, che se ne pentì a vita) che poteva finire molto bene o molto male. Si sa che fu un finale soffertissimo e combattutissimo. Risi voleva che Gassman morisse. Il produttore Cecchi Gori assolutamente no. Alla fine si decise: se c’è il sole giriamo il finale, sennò ce ne torniamo tutti a Roma e non si fa l’incidente. Uscì il sole. Risi aveva progettato un remake del “Sorpasso”, con una specie di Silvio Berlusconi…ma non se ne fece niente. Intanto, in questo paese che pretende, anche dai governanti, soprattutto entertainment, fioccano le battute (la foto del Cav. presidente negli uffici di magistrati e Guardia di Finanza, “Mangano alle Scuderie del Quirinale”, ecc.) e la questione sembra già assumere dei toni malinconici. “Però, in fin dei conti, il miglior presidente della Repubblica potrebbe essere Benigni”, riflette Vanzina. “L’unico che sa la Costituzione a memoria. Pensa, arriva Putin e lo prende in braccio. Allora sì, sarebbe il disgelo vero”.

  • “Un artista del digiuno”, la parabola discendente di un artista che riusciva a rinunciare al cibo
    by Gaia Manzini (Il Foglio RSS) on Gennaio 24, 2022 at 9:18 am

    Kafka pubblicò il racconto Un artista del digiuno nel 1922. Era quello l’anno del suo definitivo pensionamento dall’Istituto di assicurazione per il quale aveva lavorato fin dalla laurea in Giurisprudenza. Il manifestarsi della tubercolosi polmonare lo aveva liberato dagli odiosi obblighi professionali. Aveva vissuto per più di sei mesi con la sorella Ottla in un paesino boemo e poi era tornato a Praga a vivere con i genitori; in quei mesi scrisse parte del romanzo Il castello e alcuni ultimi racconti. Chissà come doveva sentirsi, costretto a vivere nuovamente a contatto con la temuta figura paterna; chissà dove tornava il suo pensiero con l’aggravarsi della malattia.    Forse tornava alla casa Ai tre re dove aveva vissuto ragazzino e dove aveva iniziato la sua dieta vegetariana – regime alimentare che lo accompagnò tutta la vita e che tanto indispettiva il padre. Ogni volta che si sedevano a tavola, Hermann Kafka apriva il giornale per evitare di guardare cosa passasse nel piatto del figlio: yogurt, pane integrale senza crosta, burro, noci di ogni specie, castagne, datteri, fichi, uva, mandorle, zucca, banane, mele, pere, arance…    Qualcuno suppone che durante gli ultimi anni di vita,  in cui non riusciva più a deglutire, fosse ossessionato dal tema del digiuno e della fame    Forse tornava con la memoria alla bellissima casa dove il padre aveva trasferito tutta la famiglia nel 1907: si chiamava Alla nave ed era vicino alla Moldava. Nella camera da letto di quella casa aveva avuto la sua illuminazione letteraria: la notte tra il 22 e il 23 settembre 1912 aveva scritto il suo primo grande racconto, Il verdetto, e qualche settimana più tardi era nato La metamorfosi. A Kafka piaceva vivere vicino al fiume: frequentava spesso la civica scuola di nuoto e lì aveva anche una barca. Negli ultimi mesi di malattia si deve essere ricordato di quando nel 1920, nei pressi dei bagni termali della Sofieninsel, un bagnino lo scambiò per un provetto rematore e gli chiese se volesse portare un imprenditore edile a fare un giro in barca sulla Moldava. Kafka accettò e remò alacremente, per poi tornare – a detta dell’amica Milena – gonfio di superbia come non lo era mai stato.    Forse ripensava alle sue passeggiate per la città o al teatro che più amava e frequentava, il Café Savoy di Ziegenplatz, dove si esibiva una compagnia yiddish e dove fece amicizia con un attore, Jizchak Löwy; oppure all’Hotel Erzherzog Stefan, dove lesse pubblicamente Il verdetto davanti a poche persone, tra cui c’era però il critico Paul Wiegler che ne aveva parlato come della rivelazione di un grande talento. Durante gli ultimi anni di sofferenza e malattia, l’attrazione per l’ammirata e temuta vita continuava a farsi sentire, continuava a ripresentarsi nei ricordi; tuttavia Kafka non poteva negare che ogni suo tentativo di evasione e di slancio verso l’esterno erano falliti. Fallito il fidanzamento con Julie Wohryzek, l’amore per Milena Jesenská e così anche una vita a Berlino con Dora Diamant. Qualcuno suppone che in quegli ultimi anni, anni in cui non riusciva più a deglutire, fosse ossessionato dal tema del digiuno e della fame. Tanto più che arrivavano notizie allarmanti dalla Russia: tra il fiume Volga e il fiume Ural le persone non avevano di che sfamarsi. Nel giro di due anni morirono due milioni di persone. Forse in Kafka si agitava la contraddizione tra un digiuno personale e quello più ampio e devastante imposto dalla storia.   Si dice che lo abbia scritto in un giorno. Un artista del digiuno racconta la parabola discendente di un artista che riusciva a rinunciare al cibo per molto tempo, diventando un’attrazione per grandi e bambini. Tutti accorrevano al circo per vederlo nella sua gabbia. Accorrevano di giorno e di notte. Il digiunatore faceva sfoggio della sua magrezza, era fiero della purezza delle sue intenzioni. Rispondeva a domande, cacciava fuori il braccio dalla gabbia per fare in modo che i bambini potessero toccare con mano la sua evanescenza. Qualcuno poteva pure essere sospettoso nei suoi confronti, supporre che mangiasse di nascosto, ma in realtà il digiunatore “non avrebbe toccato nessuna qualità di cibo, a nessun costo, neppure se vi fosse stato costretto; lo impediva il rispetto per la sua arte”. Gli piaceva che i guardiani si sedessero vicino alla sua gabbia e lo illuminassero di continuo con le loro torce elettriche. La luce cruda non lo disturbava per niente. Era disposto a scherzare con i guardiani, a raccontare qualcosa della sua vita errante, ad ascoltare i loro racconti, a tenerli svegli, al solo scopo di convincerli continuamente che non c’era nulla da mangiare nella gabbia e che lui digiunava come nessuno avrebbe saputo fare. Eppure, al pari di qualsiasi artista capriccioso e perfezionista, non era mai contento. Quel digiuno a lui risultava troppo facile, e quando l’impresario gli chiedeva dopo quaranta giorni di lasciare la gabbia, si rifiutava. Dovevano tirarlo fuori a forza. Non gli importava che ad aspettarlo ci fosse una folla di spettatori entusiasti e la fanfara della banda militare; lui avrebbe resistito ancora a lungo e per un tempo illimitato. Perché privarlo della gloria di continuare ancora? Il digiunatore non se lo spiegava, non se ne faceva una ragione.    È uno dei racconti indimenticabili di Kafka, inquietante e bellissimo. Il digiuno è una forza pervasiva che domina il digiunatore e si sostituisce alla sua stessa vita. È il potere totalizzante dell’arte. Il digiunatore è qualcuno che esibisce un’astinenza, che esibisce un rigore; come succede a certi scrittori che rinunciano alla vita per rinascere sulla pagina. In lui c’è qualcosa di ascetico; echeggia santità e grandezza, ma anche necessità. E poi c’è qualcosa di seducente in modo obliquo. C’è l’esibizione di una difformità: essere diversi, forse folli, ma in fondo superiori agli altri perché mai omologati.    A molte persone che amano la letteratura sarà capitato di tornare spesso a questo racconto magistrale, pieno di significati nascosti. Proprio quello che recentemente ha fatto Enzo Fileno Carabba; ma con un movimento ulteriore, con uno slancio coraggioso che allarga i confini di questo racconto. Si è chiesto chi fosse questo digiunatore che aveva ispirato Kafka; si è chiesto se fosse esistito davvero. E si è imbattuto in Giovanni Succi. Nato a Cesenatico a metà dell’Ottocento, Succi aveva intrapreso negli anni la gloriosa carriera del grande digiunatore. Carabba ha recuperato i testi, gli articoli di giornale, i libri in cui si parla di Giovanni Succi e ne ha scritto la mirabolante biografia. Si intitola Il digiunatore ed è appena uscita per Ponte alla Grazie. La si legge come si leggerebbe dell’ascesa di un bizzarro messia.    Generoso, megalomane e sempre allegro, Giovanni Succi non mangiava e così si riempiva di forza, si trasformava in una specie di supereroe   Succi era un uomo dalle capacità eccezionali. I digiuni suscitavano in lui forze nascoste, che assomigliavano a poteri paranormali. Non era un digiunatore debole e macilento e neanche pessimista e cupo come quello kafkiano; piuttosto un digiunatore con la tempra del grande mangiatore. Generoso, megalomane e sempre allegro, il digiuno lo riempiva di forza, lo trasformava in una specie di supereroe ante litteram.   “Giovanni era un bambino forte e crebbe in una terra di mangiatori. Nessuno avrebbe potuto immaginare che sarebbe diventato il più grande digiunatore di tutti i tempi… Nella famiglia Succi correva da sempre anche una corrente di grandezza. Era il suo bello. Si sentivano eccezionali. C’era, in questa megalomania, una generosità che faceva bene a un bambino. Soprattutto gli uomini si consideravano i migliori pescatori, i più grandi mangiatori, i più focosi amatori e così via. Questa grandezza generica e risoluta si impresse nella mente di Giovanni, insieme a una sensazione di invulnerabilità”.   Il bambino si faceva rimpinzare felice, finché un giorno rifiutò un boccone per dire solennemente “Oppa Oba” (cioè, “troppa roba”). Era, quella in cui si trovò a vivere, l’epoca dei baracconi erranti, degli uomini che facevano spettacolo di sé stessi, della loro fisicità: ciarlatani nel senso – talvolta – di imbroglioni, ma anche di portatori di suggestioni che aiutano a vivere meglio; nient’altro che personificazioni simboliche di messaggi esistenziali. Per Giovanni Succi i freak che giravano il mondo (l’uomo mangia-ranocchi; l’uomo-cavallo senza milza; l’uomo che si faceva calare nel canale dentro a una cassa…) venivano dal Paradiso Terrestre, avevano un che di eroico. Giovanni voleva essere come loro. Essere come loro voleva dire saziarsi dell’inesauribilità del mondo e delle esperienze: voleva dire essere senza confini.    Andò in Africa: lì si scoprì gravemente malato e si curò con il digiuno. Il suo primo glorioso digiuno durò quaranta giorni, lo stesso numero di giorni che Cristo digiunò nel deserto; lo stesso di San Francesco prima di ricevere le stigmate. Aveva scoperto che il digiuno gli dava la forza del leone. Lo stregone che lo aveva assistito si era reso conto che in quell’uomo c’era qualcosa di eccezionale. All’ennesimo giorno di digiuno, Giovanni Succi aveva avvertito dentro di sé un senso di onnipotenza. “Era pronto a un esercizio difficile. ‘Io consiglio la felicità’ disse il maestro. Aveva una voce bellissima”, scrive Carabba. E in effetti Giovanni Succi fu sempre felice, girò il mondo incontrando e influenzando personaggi importanti che poi hanno influenzato noi: una specie di Forrest Gump, ingenuo e forte del suo implacabile ottimismo.     Nel 1910 Succi si esibì a Praga e tra il pubblico c’era anche Kafka, che dodici anni dopo scrisse quel racconto, probabilmente ispirato a lui    Nel 1910 Succi si esibì a Praga e tra il pubblico c’era anche Kafka. Kafka amante di varietà, cabaret e spettacoli circensi, instaurò un dialogo a base di sguardi con il digiunatore che, disse all’amico Max Brod, aveva uno sguardo da pantera. Dodici anni dopo scrisse il suo racconto. Probabilmente si ispirò a Giovanni Succi, ma capovolgendone totalmente il carattere e cogliendolo nel momento del declino. Il digiunatore kafkiano è triste, non trova niente che gli piaccia (è per questo che non mangia). E’ inflessibile e rigoroso. Giovanni Succi compare alla fine del racconto trasfigurato nella pantera di cui scrive Kafka: animale che porta con sé la libertà e l’istinto della vita anche in gabbia. L’abilita di Carabba è quella di comporre un romanzo picaresco in terza persona usando uno stile kafkiano, asciutto e mai retorico, rigoroso e spoglio ma ricco di immagini letterarie e aggiungendo come una tensione di allegria che attraversa tutto il libro, di capitolo in capitolo. Il fenomeno dei digiunatori nella seconda metà dell’Ottocento era parecchio diffuso. Tra i più famosi ci fu un certo dottor Tunner che nel 1880 a New York digiunò per quaranta giorni e guadagnò circa centotrentasettemila dollari. Succi si inseriva in questo fenomeno di larga scala, ma per lui il digiuno non era una forma di guadagno, piuttosto una filosofia di vita. Non una forma di controllo sulle pulsioni, ma appetito per la vita stessa, viatico per dare valore a ciò che d’importante ha da darci l’esistenza. Il digiuno è un tonico per l’istinto vitale, un modo per raggiungere l’essenziale.    Una volta tornato in Africa, Succi aveva colto – mentre si esibiva – qualche discorso degli spettatori. Molti commercianti accorrevano in Egitto per il bruno di mummia: un colore ricavato macinando le mummie. Il bruno di mummia andò fuori commercio all’inizio del Novecento, ma – si chiedeva Succi – chissà quante mummie dormono nei quadri. Un giorno decise che avrebbe dovuto soggiornare nella piramide di Cheope: era certo che le piramidi non fossero tombe, ma luoghi dove i faraoni entravano vivi per temprarsi e resistere a ogni privazione.    Quello che si scrive con Succi è un tempo in bilico tra gli estremi: matti/eroi, avventurieri/ciarlatani, medici/stregoni. Nelle sue peregrinazioni, nei suoi viaggi, nelle sue lunghe degenze in manicomio Succi incrocia le grandi correnti che poi saranno, in parte, colonne del Ventesimo secolo. La psicanalisi, il socialismo, l’elettricità, il positivismo, lo spiritismo, l’archeologia… e poi personaggi indimenticabili come Henry Morton Stanley, uno dei più famosi esploratori di tutti i tempi; Carlo Meratti, inventore del servizio postale; Sante De Sanctis, tra i fondatori della psichiatria italiana; Buffalo Bill, Emilio Salgari, Cesare Lombroso. Li incontrò forse non per caso, ma perché era il suo destino. “Il digiunatore era capace di assorbire gli entusiasti degli altri e adattarli alla propria personalità. Lo faceva di continuo, con le persone a cui teneva. Il naufragio dell’umanità, di per sé, gli interessava poco. Ma se non c’è rivoluzione senza macerie, non ci sono macerie senza rivoluzione, pensava”. Come se con il suo appetito esistenziale rappresentasse l’inesorabilità della Storia e della vita.