Aggregator – il Foglio

  • M5s, la nube Grillo su Roma: "No al terzo mandato". Conte spiazzato, Di Maio se la ride
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Giugno 28, 2022 at 4:13 am

    “Solita stanza: la 302, quella con il salottino”. Beppe Grillo è arrivato all’hotel Forum. Da qui per anni, che sembravano eterni, ha deciso le sorti del governo e della capitale d... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

  • Il furto del grano. Seguendo la rotta dei camion russi, s’arriva dritti in Turchia
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Giugno 28, 2022 at 4:13 am

    La Russia ruba il grano dell’Ucraina e ci guadagna due volte. Dalla fine di febbraio, quando è cominciata l’invasione, il costo del

  • Il furto dell’acqua. Eccolo il Donbas “liberato”, dove la Russia colpisce le infrastrutture idriche
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Giugno 28, 2022 at 4:06 am

    Oltre alla crisi del grano, c’è un’altra crisi che sta diventando sempre più seria ed è stata generata dalla guerra russa contro l’Ucraina: riguarda l’acqua. Il conflitto sta mettendo a repentaglio le infrastrutture idriche dell’Ucraina orientale, già indebolite dagli otto anni di guerra precedente tra i separatisti filorussi aiutati da Mosca e le truppe regolari di Kyiv. Il sito di inchiesta Bellingcat ha messo a confronto gli annunci dei bombardamenti fatti da organi di stampa del Cremlino e le immagini satellitari degli stessi e ha rilevato che la situazione dell’acqua nel Donbas è sempre più compromessa: i russi annunciavano di colpire strutture militari e invece attaccavano impianti vitali.   Le infrastrutture idriche del Donbas, che erano spesso condivise da filorussi e ucraini, erano in stato di abbandono e necessitavano di una massiccia revisione prima dell’invasione, che ha esacerbato la situazione umanitaria nella regione. I mesi di bombardamenti hanno danneggiato il sistema di canali e di condutture, nell’area manca anche l’elettricità, senza la quale il sistema idrico non può funzionare,  di conseguenza, la maggior parte di Luhansk e Donetsk è tagliata fuori dai servizi essenziali come acqua, luce e fognature. Ripristinare la rete idrica richiede il ripristino della rete elettrica e lo sminamento, due condizioni che sarà impossibile soddisfare in guerra e di cui Mosca non sembra interessarsi.   Bellingcat ha rilevato che alcuni bombardamenti hanno colpito impianti di acqua, come per esempio quello di Popasna che pompa l’acqua dal fiume Seversky Donets verso il nord. L’occupazione e la guerra della Russia stanno creando tutte le condizioni per una catastrofe umanitaria grave, la popolazione rimasta nel Donbas e che non ha la possibilità di fuggire si ritrova a fronteggiare la mancanza di beni essenziali andando incontro anche al rischio di epidemie. L’operazione di liberazione, così come la Russia chiama la guerra nel Donbas, ha portato soltanto distruzione e povertà: ha liberato il Donbas dai requisiti minimi di sopravvivenza. 

  • Nodo regionali: Sicilia, Lazio, Lombardia. Ecco le prossime spine del Pd
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Giugno 28, 2022 at 4:05 am

    Al Nazareno si pensa già alle prossime elezioni politiche. E alle regionali… E qui vengono le dolenti note. Le prime sono in Sicilia, a ottobre. Il Partito democratico pensava di a... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

  • Le elezioni amministrative ci dicono che la destra non impara dai suoi errori
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Giugno 28, 2022 at 4:00 am

    Se si analizzano nel loro complesso i risultati della tornata elettorale ammin... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

  • La piccola Italia liberale. Molte ragioni, pochi voti
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Giugno 28, 2022 at 4:00 am

    È un dato di fatto. Nella storia repubblicana

  • L’operazione bulloni di Draghi e Mattarella contro i populismi del futuro
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Giugno 28, 2022 at 4:00 am

    Che cos’è l’operazione bulloni? La notizia è grossa ma per poterla comprendere deve essere contestualizzata: alla fine di ottobre, un anno prima della scadenza naturale,

  • Incendi e monnezza. Perché lo schifo di Roma riguarda anche Mario Draghi
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Giugno 28, 2022 at 4:00 am

    Poiché Roma è la capitale d’Italia, il suo stato pietoso, dunque il suo onore, è un problema dell’Italia intera. Se Roma fa schifo, allora fa schifo anche Palazzo Chigi

  • La piccola Italia liberale. Molte ragioni, pochi voti
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Giugno 28, 2022 at 4:00 am

    È un dato di fatto. Nella storia repubblicana

  • La vittoria di Michele Guerra a Parma, il campo largo "diverso" e l’M5s. Parla Pizzarotti
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Giugno 28, 2022 at 4:00 am

    Prendere Parma dal centrosinistra e con il sessantasei virgola due per cento:

  • Modello Del Vecchio, capitalista senza grazia ricevuta
    by Stefano Cingolani (Il Foglio RSS) on Giugno 28, 2022 at 4:00 am

    Si è spento mentre stava tenacemente perseguendo il suo obiettivo finale: diventare capitalista di riferimento, o di sistema che dir si voglia. Con tutta la sua tenacia, la sua abi... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

  • Le elezioni amministrative ci dicono che la destra non impara dai suoi errori
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Giugno 28, 2022 at 4:00 am

    Se si analizzano nel loro complesso i risultati della tornata elettorale ammin... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

  • La politica può fare molto contro la speculazione sulle materie prime
    by Paolo Cirino Pomicino (Il Foglio RSS) on Giugno 28, 2022 at 4:00 am

    Nel lontano 2015, chi scrive, mise in guardia le élite politiche mondiali sulla crescita impetuosa degli scambi dei futures, i famosi derivati finanziari con un sottostante di grano, petrolio, caff... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

  • Emiliano perde la Disfida di Barletta
    by Gabriele De Campis (Il Foglio RSS) on Giugno 27, 2022 at 6:58 pm

    “Abbiamo liberato Barletta”: ha esultato così, con slogan di stampo quasi resistenziale, appena confermato dalle urne, il sindaco di Barletta Mino Cannito, sostenu... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

  • Salvini e Meloni già litigano per Lombardia e Sicilia. E il Cav. striglia i due "ragazzotti"
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Giugno 27, 2022 at 6:53 pm

    Giancarlo Giorgetti, che aveva fiutato l’aria, domenica sera, a urne ancora aperte, aveva provveduto a catechizzarlo, Attilio Fontana. Ché “se ti mostri convinto t... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

  • La trasversalità: un punto di forza del Pd
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Giugno 27, 2022 at 6:09 pm

    L’indubbio successo delle candidature di centrosinistra nei b... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

  • La trasversalità: un punto di forza del Pd
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Giugno 27, 2022 at 6:09 pm

    L’indubbio successo delle candidature di centrosinistra nei b... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

  • La Rai va in telesciopero sulle amministrative
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Giugno 27, 2022 at 5:53 pm

    L’uomo Rai in sintesi: quando non brama incarichi, sciopera, quando non sciopera, brama incarichi. Per l’informazione c’è ovviamente la concorrenza. Apologo. E’ domenica 26 giugno,

  • La Rai va in telesciopero sulle amministrative
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Giugno 27, 2022 at 5:53 pm

    L’uomo Rai in sintesi: quando non brama incarichi, sciopera, quando non sciopera, brama incarichi. Per l’informazione c’è ovviamente la concorrenza. Apologo. E’ domenica 26 giugno,

  • Tosi: “A Verona suicidio di FdI. Col proporzionale meglio un grande centro di una grande destra”
    by Francesco Gottardi (Il Foglio RSS) on Giugno 27, 2022 at 4:36 pm

    La sensazione è che se la rida un po’ sotto i baffi. “L’avevo detto io. A Verona Federico Sboarina e Fratelli d’Italia hanno messo in atto il suicidio perfetto: si poteva solo vincere, ora la città è guidata da un sindaco sostenuto dal centrosinistra e privo di esperienza amministrativa”. Nel day after scaligero, Flavio Tosi è l’osservatore privilegiato. Il grande escluso del primo turno, già due volte in carica a Palazzo Barbieri. Profeta in patria – “La Lega mi segua, o perderà anche qui”, ci diceva in tempi non sospetti – e nuovo volto di Forza Italia. “Qualche rammarico? Certo: se fosse passata la linea del Carroccio locale, a sostegno del sottoscritto, a quest’ora avremmo avuto un ballottaggio diverso. E un risultato diverso”. Invece Tommasi triumphans e destra a pezzi. “La responsabilità politica è di Giorgia Meloni”, attacca Tosi via Foglio. “Al tavolo nazionale ha voluto imporre Sboarina a tutti i costi: se sono rimaste per aria anche Parma, Catanzaro e altre città è perché lei non ha accettato l’assenza di una coalizione unita a Verona. Ma un sindaco uscente che si ferma al 32 per cento al primo turno è il candidato sbagliato”. Senza contare il mancato apparentamento. “Io ho giocato di squadra: tutti sanno che non ci sono buoni rapporti fra me e Sboarina, che mi costava tendergli la mano. Visto che il primo cittadino sarebbe stato lui”. Ma niente, non ne ha voluto sapere. Forse per contorta lungimiranza, e garantirsi un’uscita di scena onorevole. “Ma va là”, taglia corto il rivale. “Sboarina pensava davvero di poter vincere da solo. Atto di superbia”. E Tosi domenica, che ha fatto in cabina elettorale? “Il mio dovere: nessun sostegno a Tommasi. Però il voto è segreto”.  Fatto sta che a furia di litigare, i due navigati amministratori hanno perso di vista l’ex calciatore. Il nuovo che avanza. “Bravo Damiano a ridare entusiasmo ai giovani”, gli riconosce Tosi. “Un bel traguardo: c’è bisogno che le nuove generazioni si affezionino alla politica. Ma l’assenza di competenze è un limite gigantesco: eppure, al ballottaggio contro un esordiente, l’ex sindaco ha perso. Che gli serva da lezione”. E l’invettiva riparte. “Anziché puntare sui programmi, magari più solidi rispetto alla proposta sperimentale dell’avversario, Sboarina l’ha buttata in caciara: estrema destra, gender, scontro ideologico. Cose che francamente nemmeno c'entrano col dibattito civico. Eppure Tommasi mica ha vinto 60-40: se si considerano i soli seimila voti di scarto e i nostri 24mila al primo turno, ecco spiegato il patatrac. L’arroganza è un peccato capitale. Forza Italia invece ha ribadito di essere un’area di governo pragmatica e affidabile: anche in Veneto quelli che cascano in piedi siamo noi”. Tosi ne ha anche per Luca Zaia, altro storico antagonista. “Il Carroccio qui ha perso moltissimo consenso, e da vecchio militante mi dispiace. Anche perché più di un anno fa Salvini aveva iniziato a dialogare con me, ascoltando la base leghista a Verona. Poi però c’è stata la forte interposizione del presidente e dei suoi uomini”. Insieme all’epurato, mai. “Così Salvini, tra il forcing di Meloni e quello di Zaia, ha ceduto”. Accettando Sboarina. Eppure il governatore ne esce ‘pulito’: tutti in regione puntano il dito contro il segretario. “Il dibattito interno sarà sempre il sale della Lega. Queste elezioni segnano il sorpasso di FdI, però la figuraccia nella città più importante del Veneto tronca le ambizioni. C’è un altro dato: la somma dei consensi del civismo batte di gran lunga quella dei partiti. Per questo mi ha telefonato Berlusconi”. Tosi il forzista, novità dell’estate. “Stiamo lavorando insieme da oltre due anni”, spiega il leader di Fare! “Il mio ingresso in Forza Italia è il coronamento naturale di tutto ciò”. Retroscena? “Il Cav. mi ha convinto subito: loro sanno di essere il perno delle alleanze nel centrodestra, ma devono allargare la base del consenso. Lo strumento migliore è aprire a quelle liste civiche che hanno impatto territoriale e ne condividono gli stessi valori moderati. Come la nostra a Verona”. E a proposito di valori, di quanto detto finora. Cosa c’azzeccano Tosi e i suoi con l’universo sovranista? Non è che il progetto per un grande centro – alle amministrative già c’è stato l’appoggio di Italia viva – attizzi più di una destra tenuta insieme per i capelli? “Tutto dipende dalla legge elettorale”, dice lui. Ma poi aggiunge: “Se si rimane nel maggioritario, l’anno prossimo verrà fuori il quadro di alleanze prefigurato. In caso di svolta proporzionale può succedere di tutto”. O quasi. “L’unica certezza è che il futuro premier sarà Mario Draghi o una figura alla Draghi. Non sarebbe ammissibile un estremista a Palazzo Chigi”. Adieu Giorgia e Matteo. “A me interessa lavorare sul territorio. Però la Francia insegna: Le Pen può avere tutti i voti che vuole, ma non governerà mai. Grazie a Dio anche l’Italia ha fatto una scelta comunitaria. Dal Pnrr alla guerra, fino al quantitative easing: senza Europa oggi saremmo rovinati. Senza Draghi pure. Questa è la forza del centrismo: le aree populiste e di destra spinta non esprimono niente di tutto ciò”. Figurarsi Sboarina a Verona. “C’è bisogno di ribadirlo?”.

  • La lezione di Jack London ai giovani scrittori: "Hai qualcosa da dire o credi aver qualcosa da dire?"
    by Alberto Fraccacreta (Il Foglio RSS) on Giugno 27, 2022 at 3:35 pm

    “Pennaioli fossilizzati, passate oltre!” tuona Jack London contro chi non vorrebbe ascoltare i suoi consigli di scrittore, ma è giocoforza costretto a farlo. Si tratta di diventare romanzieri di successo e, soprattutto, di dimostrarsi originali. E l’energico autore di Zanna Bianca e Martin Eden ha qualcosa da dire in proposito. “Come farà, caro signore, signora o signorina, a raggiungere la distinzione nel campo che ha scelto? Col genio? Oh, ma lei non è un genio. Se lo fosse non starebbe leggendo queste righe”. Sono soltanto le prime, dinamitarde pagine di Pronto soccorso per scrittori esordienti (a cura di Monica Crassi, prefazione di Giordano Meacci, traduzione di Andreina Lombardi Bom, 110 pp., 10 euro), una raccolta di scritti ristampata recentemente da minimum fax. Ma il discorso sembra già frizzante e succoso.  London mette subito la sua proposta sul piatto: per essere grandi scrittori, dal “successo duraturo”, e non ingenui “scribacchini letterari”, ci vuole una filosofia di vita, anzi una “filosofia operativa di vita”: un proprio “punto di vista”, un “metro di paragone”. Una Weltanschauung che ci appartenga nell’intimo. O mamma! Tosto però, questo London!, penserà il lettore innaffiando il gargarozzo con due secchiate di whiskey. Calma, calma. Non è ancora arrivato il vero colpo al cuore. Basta andare qualche riga più giù e... il respiro si ferma.    Questa è la nona puntata della rubrica Inherent Vice. Come prescrive il diritto marittimo, il “vizio intrinseco” è tutto ciò che non è possibile evitare. Potrebbe essere anche una visione specifica, una chiave di accesso della letteratura americana, a cui questa rubrica è dedicata. “E allora tu, giovane scrittore, hai qualcosa da dire, o credi soltanto di avere qualcosa da dire?” Domanda tremebonda, da editor di razza. Domanda che ci mette all’angolo come cagnolini impauriti. “Se ce l’hai, nulla potrà impedirti di dirlo. Se sei in grado di pensare cose che al mondo piacerebbe sentire, la forma stessa del pensiero già ne è l’espressione. Se pensi con chiarezza, scriverai con chiarezza; se i tuoi pensieri sono meritevoli, altrettanto meritevole sarà la tua scrittura. Ma se il tuo modo di esprimerti è scadente, è perché i tuoi pensieri sono scadenti; se è limitato, è perché tu sei limitato”. A parte gettare l’aspirante scribaiolo in deprimenti baratri di autocommiserazione, la tecnica di London è efficacissima: perché riporta con i piedi per terra e conduce alla verità delle cose. Sfatando il tabù romantico del genio venuto su con la bacchetta magica, il San Franciscan punta il dito su un solo umilissimo imperativo. (Preparate altro whiskey.) “Scrivetelo in tutte maiuscole: LAVORATE. Lavorate in continuazione. Imparate a conoscere questo mondo, questo universo; questa energia e questa materia, e lo spirito che attraversando l’energia e la materia traluce dal magnete alla Divinità. E con tutto questo voglio dire lavoro come filosofia di vita”. Una lettera a Cloudesley Johns, la questione del nome per gli scrittori sconosciuti, il concetto di “farsi pubblicare”, un’altra lettera ad Armine von Temsky, “otto fattori di successo letterario”: i suggerimenti, gli avvertimenti, i moniti di London, focosi e partecipi, sono più puri del diaspro.  La letteratura è vista come una sorta di vocazione e chiede a chi ne investito la patibolare rinuncia di ogni cosa. Non deve allora stupire la franchezza (belluina, talvolta) con cui London risponde al povero giovanotto che (malauguratamente) ha osato inviargli un manoscritto. “Caro Max Feckler, [...] ho apprezzato il racconto per la sua psicologia e il suo punto di vista. In tutta onestà e franchezza, non l’ho apprezzato per la sua bellezza o il suo valore letterario. Tanto per cominciare, di valore letterario ne ha molto poco, e di bellezza non ne ha praticamente nessuna”. Ma riga dopo riga la brutale stroncatura si addolcisce e diventa esortazione paterna al “lavoro” (ancora una volta) e alla “pazienza”. E infine da ospitale ranchero nella contea di Sonoma, Jack dichiara: “Se in qualsiasi momento si troverà a passare da queste parti in California, sarò felicissimo di riceverla in visita al ranch. Posso venirle incontro andando dritto al sodo, e inculcarle alcune verità sulla vita che finora può darsi siano sfuggite alla sua esperienza”.  Chissà se il buon Max, passato il “tedio da ventenne”, si è fatto forza e ha raggiunto London lì a Glen Ellen. Erano pronte per lui e per tutti i giovani esordienti tante altre parole “leali e schiette”.

  • È morto La Capria, il Dudù più famoso delle patrie lettere
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Giugno 27, 2022 at 12:17 pm

    Prima di essere il barboncino di Berlusconi, che sgusciava da palazzo Grazioli, “Dudù” o “Duddù” era per tutti Raffaele La Capria, uno dei pochi scrittori che avesse inventato un mondo. La Sicilia non esisterebbe senza Tomasi di Lampedusa, il New Jersey senza Philip Roth, e il triangolo Napoli-Capri-Positano sarebbe molto più povero senza Dudù La Capria.   “C’è Dudù?” era la domanda che tutti più o meno si ponevano capitando a Capri o nel triangolo della zucchina fritta, in un misto vero-finto-verosimile da “Leoni al sole”, il magistrale film regia di Vittorio Caprioli che ritraeva un gruppo di vitelloni napoletani col male di vivere tra la Buca di Bacco e il non ancora “for profit” Sirenuse, Marina Piccola e Marina Grande. Però il mito era più forte a Capri. E lì, “Dudù” o “Duddù”, risuonava in presenza e in assenza: ogni anno lo si vedeva sfilare, lui che peraltro odiava i festival letterari, portato in affettuosa processione al Premio Malaparte, inventato da Graziella Lonardi Bontempo, al cui lato B dedicarono e inventarono “Luna caprese” e oggi continuato dalla nipote Gabriella, giù fino alla Certosa meravigliosa.   C’è una foto in cui su un motoscafo d’altura Dudu insieme a Lina Wertmüller, Umberto Eco, Václav Havel, Furio Colombo e altri sfreccia verso Capri. Gli anni Ottanta. Negli ultimi tempi “Dudù” non stava bene, e lo si vedeva piuttosto trasportato col suo sediolino sul cassone di uno di quei “porter” very capresi, ma l’eleganza e la polo scura sotto la giacca chiara erano le stesse. Dudu c’era, presente o assente, mito di fascia altissima rispetto ad altre mitologie da pro-loco (alla Pupetto Sirignano, inventore della pasta alla Nerano, inquilino peraltro di palazzo Grazioli anche lui. Sposò Anna Grazioli negli anni Quaranta), mentre La Capria, che un po' fu infastidito dalla fama del suo omonimo canino nell'immaginario nazionale e di quartiere, abitava nel palazzo accanto, Doria Pamphilj. E  “Dudù” avrà la sua sepoltura all’acattolico di Capri, insieme alla sua Ilaria Occhini, sepoltura da lui disegnata e curata, mentre la Roma aristocratica-letteraria già è scossa in questi giorni dalle celebrazioni petizioni per trovare un posto a “Patrizia” (Cavalli) all’altro cimitero Acattolico più chic d’Italia, quello di Piramide.   Ma il mito di Dudù era persistente, una specie di simmetrico sudista del solito provinciale (Fellini il romagnolo, Flaiano l’abruzzese, Zavattini l’emiliano) che arriva a Roma e si scontra con furori e delusioni e naturalmente “grandi bellezze”, e crea un mondo, finendo dritto dritto nell’immaginario delle generazioni successive (e nel suo caso, del nostro regista più internazionale); il segreto era “non muoversi, mai”, cioè idealmente Dudù era sempre lì, anche stilisticamente, tra Capri e Positano, mai seguendo mode, letterarie e vestiarie, e se ha scritto oltre venti libri, per tutti Dudù è “Ferito a morte”, il suo romanzo Strega nel ’61, ed è quella cosa lì, palazzo franante Donn’anna,  il presepe di Positano, i motoscafi, i ragazzi che non vogliono crescere. I “Leoni al sole”, che uscì nel 1961 di grazia, “Dudù” l’aveva aiutato a scrivere, e contribuì a creare soprattutto il mito turistico di Positano: l’hotel le Sirenuse e la Buca di Bacco e il profumo di limoni intorno. Un gruppo di seduttori napoletani trascorrono l’estate a Positano aspettando ricche ereditiere da corteggiare e sfruttare. Alla fine della stagione, poi, ognuno torna alla propria vita, alle proprie pigrizie e alle speranze frustrate. Questi debosciati fuori tempo massimo non si rassegnano alla fine della giovinezza. Fu scambiato per un film balneare mentre è un film serissimo, sulla morte. I nomi: Giugiù, Mimì, Scisciò. Ma su tutti regnava, naturalmente, Duddù.  

  • M5s, panico secondo mandato tra i parlamentari. Grillo spinge per salvarne 5 su 50
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Giugno 27, 2022 at 11:43 am

    Nel M5s potrebbero salvarsi solo cinque parlamentari su cinquanta. Sono ore di panico fra i grillini. Giuseppe Conte è chiuso con Beppe Grillo all'Hotel Forum, quartier generale romano del Garante, poco interessato a visitare la sede del Movimento, a due passi dalla Camera. Come raccontanto da Ileana Sciarra per Adnkronos, si ragiona su un tetto del 10 per cento di salvati. Prima della scissione capitanata da Luigi Di Maio, i parlamentari M5s al secondo mandato erano sessantanove. Venti hanno però seguito il ministro degli Esteri nell'avventura "Insieme per il futuro". Ne rimangono dunque 49. Il tetto del 10 per cento imposto da Grillo a Conte permetterebbe la ricandidatura solo a 5 big. I sicuri sono Paola Taverna, Vito Crimi e Roberto Fico. Ballano per due posti, stando a questi conti, una serie di big rimasti per ora con Conte: i ministri Federico D'Incà e Fabiana Dadone. Ma anche gli ex Fraccaro e Bonafede. Per non parlare dei sottosegretari, primo fra tutti Carlo Sibilia. Sono al secondo mandato, ma hanno già detto di non volersi ripresentare gli ex ministri del Conte I Danilo Toninelli e Giulia Grillo.   Tremano tanti volti storici del grillismo in queste ore. E tiene banco anche il caso Sicilia: Giancarlo Cancelleri, arrivato a due giri come consigliere regionale, spinge per avere la deroga per tentare di nuovo di diventare governatore.

  • A Centocelle una carrozzeria diventa atelier di sei artisti: "Il nostro è un mix tra Roma e l'arte internazionale"
    by Giuseppe Fantasia (Il Foglio RSS) on Giugno 27, 2022 at 10:11 am

    A Centocelle, una vecchia carrozzeria di più di mille metri quadrati ha avuto la sua trasformazione diventando uno spazio per artisti, un luogo comune in cui, progressivamente, ognuno di loro delimita la propria porzione di lavoro, nutrendosi della condivisione del quotidiano. In pratica, è un atelier di indipendenti che coabitano nello stesso spazio. Si chiama Post Ex e l’accoglienza che lo caratterizza è resa concreta anche dalla coesistenza di fotografia, pittura, scultura e installazioni che vanno a prendere vita in quello che è un vero e proprio contenitore in dialogo con la città e con gli artigiani del quartiere e con altri paesi.       Guglielmo Maggini l’ha scelto da quando è tornato a Roma, la sua città, quella in cui si è laureato in Architettura e la stessa da cui è fuggito per arrivare prima a Londra - facendo un master in Visual Arts/Design Maker al Camberwell College of Arts – e poi a New York – in qualità di assistente di Gaetano Pesce, una collaborazione che si è interrotta dopo due anni – spiega al Foglio – perché, come disse Brancusi quando andò via da Rodin, “sotto i grandi alberi non c’è vita”.   In realtà Maggini, classe 1992, la ricorda come “un’esperienza fondamentale” che gli ha dato la possibilità “di accedere a un master di vita, di fare il garzone di bottega che impara dal suo maestro”. A ben guardare alcune sue opere presenti in ogni angolo della suo "stanzona/studio" accogliente e originale, in effetti, l’ombra di Pesce è evidente: in Sluggish time, ad esempio, ma anche nei vasi colorati che formano i dieci tentativi di forma, come in "Vienimi nel cuore" e in "Fallo e basta", dove però Maggini ha messo sempre del suo. Un nome, una forma, una provocazione, uno stato d’animo divenuto realtà. Dopo il suo rientro a Roma, dovuto principalmente alla pandemia, è riuscito a creare un luogo immaginario ma reale in cui lo spazio è considerato un volume plastico, una maniera del tutto personale per indagare la percezione emotiva del tempo che sarà pure tiranno, ma che può essere anche ben gestito se ci si concentra come fa lui, che tocca, modella, colora, trasforma.   E, ancora, chiede, si informa, si interroga, chiede ancora, non per forza e solo a sé stesso, e crea. La sua è una continua sovrapposizione liquida tra patrimonio classico, mondo naturale (si pensi a "I funghi si sentono") e riferimenti alla cultura pop. L’enorme torta di schiuma poliuretanica che ha chiamato, non certo a caso, "Flamboyant", l’abbiamo vista ultimamente alla Galleria d’Arte Moderna di Roma nella collettiva Materia Nova. "Roma nuove generazioni a confronto" è curata dall’attento e perspicace Massimo Mininni e vuole essere un progetto espositivo sperimentale composto da un’indagine critica sull’arte contemporanea nella Capitale. L'obiettivo è quello di valorizzare le componenti creative locali del XXI secolo mediante una selezione accurata e identitaria della nuova arte a Roma. Una torta/scultura attorno alla quale Maggini ha costruito attorno un racconto intimo fatto di materiali plastici misti, pensieri e visioni apparentemente fiabesche. “L’opera – precisa lui - appartiene al corpo di lavori 'Schermi', costituito da diverse maschere contestualizzate all’interno di scenari differenti. Si compone di un elemento scultoreo, maschera in resina, e di un supporto bidimensionale, un telo in pvc, come suo contesto”.      Le maschere ed i loro contesti creano così delle installazioni che mirano a riconoscere ed estrapolare le sfaccettature della personalità dell’artista per creare personaggi disparati con caratteristiche specifiche. Mentre ci parla, cattura la nostra attenzione "L’uovo che cade da 0 a 10", ritratto-scultura di un uovo che cade in 10 mosse interamente in ceramica come le splendide "Velato e quelle Within 10 minutes". A fine luglio, in Maremma, sarà protagonista della quarta edizione di Hypermaremma (diretta da Carlo Pratis, Giorgio Galotti e Matteo D’Aloja) con un intervento site-specific alla Porta Medina di Orbetello che metterà in luce l’aspetto psicologico della porta come passaggio ad un’altra dimensione e come antico sistema di difesa cittadino, “Sarà un racconto tra continui giochi di luce e trasparenze plastiche”, assicura lui, un artista emergente, “nel senso che non sono monotematico”, precisa.  “Sono un artista che guarda al panorama romano e non solo, a vari sbocchi e canali, mixando l’aspetto internazionale e quello del territorio”. Una persona interessante, aggiungiamo noi, da tenere d’occhio, un vero e proprio saltimbanco come Flamboyant, un artista capace di mettere in luce l’ironia come forma difensiva dagli eventi a volte ingiusti e crudeli del reale. 

  • "Sud chiama Nord": il nuovo movimento di Giarrusso è il sesto nato da scissioni M5s
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Giugno 27, 2022 at 9:34 am

    Lo aveva descritto come un movimento a trazione meridionalista. E così è stato. Perché il nuovo progetto politico di Dino Giarrusso sin dal nome vuole chiarire la propria natura: "Sud chiama nord". Una formazione che avrà il proprio battesimo di fuoco alle regionali in Sicilia, dove l'europarlamentare fuoriuscito dal M5s si presenta in ticket (come vicepresidente) con l'ex sindaco di Messina Cateno De Luca. Della squadra farà parte anche l'altra ex Iena Ismaele La Verdera, che qualche anno fa si era candidato a sindaco di Palermo per girare un docufilm e adesso si è presentato in lista alle regionali. Giarrusso sarà il segretario del nuovo soggetto politico, De Luca il coordinatore. "Sarà un movimento popolare ed al tempo stesso un Partito che, ispirandosi ai principi autonomistici e federativi dei territori, vuole definire ed attuare un concreto “patto di solidarietà Sud Nord”, ha detto l'eurodeputato.  Considerando la scissione dal M5s della scorsa settimana, che ha orginato Insieme per il futuro, il gruppo parlamentare del ministro Di Maio, con il partito di Giarrusso arrivano a sei le scissioni dal Movimento che hanno prodotto altre forze politiche: ci sono anche Italexit di Gianluigi Paragone, Facciamo Eco dell'ex ministro dell'Istruzione Lorenzo Fioramonti, il gruppo di Alternativa c'è nato dopo l'avvio del governo Draghi (cui aderiscono tra gli altri Barbara Lezzi e Nicola Morra). E per un breve periodo c'è stata la rete R2020, animata dagli ex grillini No vax Sara Cunial e Davide Barillari. 

  • Grillo ancora contro il termovalorizzatore. Così sul dl Aiuti il M5s rischia di implodere
    by Mariarosa Maioli (Il Foglio RSS) on Giugno 27, 2022 at 9:21 am

    Il leader e fondatore del Movimento 5 stelle continua ad attaccare la proposta del termovalorizzatore per risolvere il problema rifiuti di Roma, proponendo un'alternativa sul suo blog. E' la “tecnologia senza fiamma” quella da controproporre a chi sostiene l'idea del termovalorizzatore: secondo Grillo infatti da 10/15 anni i suoi “informatori esperti” parlano di una nuova tecnologia italiana in grado di azzerare i sottoprodotti nocivi delle combustioni, perfetta anche per trattare i rifiuti industriali particolarmente pericolosi. “La soluzione migliore per Roma!” aggiunge su Twitter. E' l'ennesimo strappo politico da parte del Movimento 5 stelle rispetto al termovalorizzatore di Roberto Gualtieri, appoggiato dal Pd e da Calenda. La trattativa sullo smaltimento dei rifiuti nella capitale per il Movimento 5 stelle non può passare dal termovalorizzatore, nonostante entro il 30 giugno il Consiglio dei ministri si riunirà per approvare il Dl aiuti,  in cui c'è anche un capitolo sulla proposta del sindaco Gualtieri. Chiusa la partita delle comunali, si aprono giorni cruciali in Parlamento dove tornano in discussione provvedimenti altamente divisivi tra le forze politiche, anche in seno allo stesso Movimento. Passando proprio per il termovalorizzatore, si prevede una settimana di scontri che dovrà tenere conto anche del riposizionamento dei voti tra la nuova forza di Di Maio e i 5 Stelle, visto che alcuni esponenti di peso come il viceministro Laura Castelli o il nuovo coordinatore di Insieme per il Futuro Vincenzo Spadafora hanno fatto capire di essere intenzionati a votare a favore del governo. Quindi anche a favore del termovalorizzatore. La fine di un tabù. Per queste ore decisive, Grillo è arrivato in mattinata nella capitale.   Secondo Grillo, la tecnologia “senza fiamma trasforma ad altissima efficienza” e lo fa con un solo passaggio, trasformando uno scarto senza utilità in un prodotto, come per esempio “perle vetrose totalmente inerti per pannelli isolanti per edilizia, ed abrasivi per l’industria” oppure ancora “Co2 ultra pura per usi commerciali (es. conservazione alimenti, estintori), e in futuro per usi come materiale di trasporto di Idrogeno, e per metanolo ed eteri, cioè materiali intermedi strutturali per  materiali d’uso industriale”. Grillo si sofferma anche sui costi che questo tipo di tecnologia avrebbe: "Si potrebbe pensare costi una fortuna fare tutte queste meraviglie, ma non è così, è l'opposto. Per una città come Roma, immaginando moduli da 180.000 tonnellate di scarto inutile, significherebbe spendere largamente al di sotto di quanto si farebbe con l'inceneritore. Parliamo di circa 50 euro a tonnellate, molto molto meno". Sembrerebbe quindi una proposta al passo con l'ambiente senza spendere eccessivamente.   E invece arriva la replica dell'assessore al ciclo dei rifiuti di Roma, Sabrina Alfonsi che boccia l'idea grillina: “l'ossicombustione, di cui parla Grillo - replica - è una tecnologia autorizzata solo in via sperimentale per quantità di rifiuti trattati nemmeno lontanamente applicabili a una grande capitale che produce ogni anno centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti indifferenziati”. Inoltre l'idea dell'ossicombustione era già stata avanzata durante l'amministrazione Raggi quando nel 2019 l'allora consiglio d'amministrazione di Ama propose la sperimentazione poi bocciato dalla giunta. Poche settimane dopo quello scontro la sindaca Raggi, oggi consigliera d'opposizione, rimosse l'intero consiglio e l'assessora ai rifiuti Pinuccia Montanari lasciò l'incarico.   Da parte sua il sindaco Roberto Gualtieri non si lascia intimidire dalle polemiche grilline: “Andremo avanti, sul termovalorizzatore e sugli altri impianti. Vorrei essere l’ultimo sindaco di Roma che deve passare gran parte del suo tempo a cercare dove portare la spazzatura” ha ribadito i giorni scorsi al Foglio, rispondendo alle accuse dei pentastellati che in parlamento e in Campidoglio non si sono risparmiati suoi suoi confronti (chiamandolo “speculatore” e additandogli la “sindrome di Nerone”). La proposta del termovalorizzatore ha ulteriormente acquisito la necessità di andare in porto dopo l'incendio del Tmb di Malagrotta, costringendo a trasferire parte di rifiuti in altri stabilimenti. Gualtieri ha aggiunto di aver aggiornato anche il ministro della Transizione energetica, Roberto Cingolani, il quale, alla Festa del Foglio aveva detto di voler leggere attentamente le carte prima di approvare la proposta. Gualtieri, in quanto commissario ai rifiuti dovrà presentare al governo un piano impiantistico dettagliato entro luglio per presentarlo non solo al governo, ma anche alla città. “Sarà tra i più avanzati e innovativi del mondo. Mi sono confrontato con la presidente della Commissione europea von der Leyen, con il vicepresidente Frans Timmermans e con i sindaci di tante città europee affinché sia così” ha concluso Gualtieri, senza prendere minimamente in consideraizone le idee grilline “senza fiamma”.

  • Che fine ha fatto il liberalismo? Girotondo di idee sul modello politico più occidentale che c’è
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Giugno 27, 2022 at 9:15 am

    Che fine ha fatto, negli anni dei populismi d’ogni colore, il buon vecchio liberalismo? Che fine ha fatto a maggior ragione oggi, quando quelle tendenze  cominciano a sembrare... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

  • È morto Raffaele La Capria
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Giugno 27, 2022 at 8:03 am

    È morto Raffaele La Capria. Lo scrittore aveva 99 anni. Nel 2016, intervistato da Salvatore Merlo, disse che "ho novantatré anni e la morte non mi fa più paura, ho piuttosto paura dell’eternità. Penso che non bisogna superare il senso del limite. E la morte è un limite sacro".    Nel 1961 Raffaele La Capria vinse il premio Strega con il suo capolavoro "Feriti a Morte". “Dopo la vittoria tutti i miei amici cominciarono a diffidare del libro”, che era “Ferito a Morte”, raccontava a Salvatore Merlo. “Compresa Elsa Morante, che pure lo aveva presentato. Elsa era una donna impulsiva, la sua non era meschinità, semplicemente s’era forse accorta quanto io le fossi in realtà estraneo: il mio partito era quello del senso comune, della logica elementare, dei sentimenti, mentre tutt’intorno, in Italia, spirava una certa idea dell’impegno ideologico, c’era Pasolini… E invece, guardi, tutta la storia della letteratura è composta da una semplice e sublime sostanza: la comunicazione dei sentimenti, delle emozioni. La Storia, quella con la esse maiuscola, ci racconta l’assedio di Troia da parte degli Achei. Ma la letteratura è composta dai sentimenti di Andromaca e di Ettore”.   [qui trovate le speciale sul premio Strega 2022 di Mariarosa Mancuso]     "Ferito a morte" non è stato il solo gran libro che ha scritto, "sarebbe tempo di rileggersi tutta l’opera dello scrittore, così poco italiana, per nulla verbosa, piena di grazia invisibile", anzi servirebbe "essere Raffaele La Capria per averne in dono la visione della vita, lo sguardo panoramico e la salutare antiretorica, quell’antiretorica praticata sempre, brandita mai, men che meno inflitta come valore contundente, vissuta senza clamori e senza che l’autore, della propria appartata circostanza, abbia mai fatto vessillo che garrisce al balcone", scriveva Marco Archetti sul Foglio.      

  • Dopo il flop amministrative, è la Sicilia il crocevia dei prossimi guai per il centrodestra
    by Luca Roberto (Il Foglio RSS) on Giugno 27, 2022 at 7:57 am

    Oramai nel centrodestra si stanno abituando, nel day after, a raccogliere i cocci. E così quell'intento unitario che ha animato sottilmente la chiusura della campagna elettorale, a ogni nuova sconfitta finisce per dissolversi. Lasciando solo l'eco di una frattura ancor più grossa. Salvini, Meloni e Berlusconi guardando all'esito elettorale delle amministrative questa notte non hanno preso sonno: non si aspettavano di certo di confermare in blocco le 13 città capoluogo al ballottaggio in cui erano amministrazione uscente. E però la sconfitta in alcuni luoghi simbolo ha prodotto strascichi non indifferenti. Guardare al caso Verona per credere.  Lì se si sommano le preferenze raccolte al primo turno, il centrodestra staziona oltre il 60 per cento. Ma le diffidenze, i rancori personali, l'ostracismo nei confronti di quelle che erano vissute come forme di condizionamento, hanno consegnato la città al centrosinistra dopo 15 anni, modello campo largo. E se subito i leader hanno accusato il sindaco uscente Federico Sboarina per aver negato l'apparentamento con il terzo classificato, l'ex sindaco Flavio Tosi, lui si è difeso: "Lo rifarei mille altre volte". Insomma, meglio andare per la propria strada che verso la vittoria. Non il massimo quando si tratta di costruire una coalizione competitiva.  Che poi proprio sul palco di Verona, per l'appunto, Giorgia Meloni e Matteo Salvini avevano dissimulato una comunione d'intenti che poco si abbinava alla realtà dei fatti: i due non si erano più incontrati dalla partita del Quirinale. Quella in cui il centrodestra in teoria aveva il pallino in mano e dove invece si è consumato a suon di candidature bruciacchiate una dopo l'altra. Un mutismo che dagli osservatori veniva vissuto come l'incomunicabilità di coppia che prelude a una separazione. Ma sull'incrinatura di quel rapporto ci sono ulteriori elementi.   Era solo lo scorso marzo, al quasi matrimonio con Marta Fascina, che Silvio Berlusconi investì Salvini del ruolo di "unico vero leader che c'è in Italia". Sembrò quasi un modo per dire alla Meloni, in rampa di lancio nei sondaggi: per essere leader, per governare, dovrai fare i conti con noi. E infatti non è un caso che i tre siano tornati a vedersi solo dopo molte settimane. Con la leader di Fratelli d'Italia che covava da tempo il sospetto che, forse, il più grande ostacolo per andare a Palazzo Chigi ce l'aveva all'interno dell'alleanza. Lo ha ribadito al Foglio anche la sorella della presidente dei Conservatori europei, Arianna: "Faranno di tutto per non farla governare". Mentre su Salvini i giudizi sono stati tutt'altro che lusinghieri: "Rinsavisca".  Fatto sta che adesso, questa stagione di sconfitte che idealmente si è aperta con la candidatura di Enrico Michetti a Roma, porta direttamente alle regionali venture. Nel Lazio, primavera 2023, dove l'obiettivo è scardinare il post Zingaretti. E la Sicilia, in cui si voterà nell'autunno. Anche nell'isola le prospettive di arrivare presto a un accordo non sono rosee. Il governatore Nello Musumeci ha annunciato di essere disposto al passo indetro. Ma è solo una mossa propedeutica a che i tre leader si parlino, arrivino a una quadra. Non sembra ci si stia lavorando a dovere, se è vero che il plenipotenziario di Forza Italia in Sicilia Gianfranco Micciché non più tardi di qualche giorno fa al Foglio spiegava che il passo indietro di Musumeci fosse una buona notizia, "perché in questi anni ha annientato il valore dei partiti". E che però adesso bisognava fare sul serio per sedersi al tavolo. Verona, Parma, Catanzaro e Roma ancor prima. Ora Meloni, Salvini e Berlusconi devono solo decidere se farle valere a mo' di monito. O come espressione di una coazione a ripetere che li conduce in un imbuto: il fallimento. 

  • Col caso von Bülow nasceva il processo con rito glamour
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Giugno 27, 2022 at 4:22 am

    Era il 1982, l’Italia segnava, in Russia moriva Breznev, alle Falkland la Thatcher giocava alla guerra, Amber Heard non era ancora nata, Johnny Depp aveva diciannove anni, e a Newport, Rhode Island... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

  • Se Dorothy va alla guerra
    by Siegmund Ginzberg (Il Foglio RSS) on Giugno 27, 2022 at 4:00 am

    Agli americani, di quel che succedeva in Europa non poteva importargliene di meno. Che si arrangiassero a cavarsela da soli con le loro guerre, la loro politica incomprensibile, i loro aspiranti di... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

  • Le generose pagelle di metà anno dell’Innamorato fisso della politica
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Giugno 27, 2022 at 4:00 am

    Veniamo alle pagelle di metà anno che l’Istituto Bruno Leoni (che mi onoro di presiedere) conferisce ai nostri politici. Coppia Draghi-Grillo, voto: 10. L’... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

  • Perché, dopo il voto, il bicchiere di Draghi è ancora mezzo pieno
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Giugno 27, 2022 at 4:00 am

    Il risultato delle amministrative che si sono chiuse ieri con i ballottaggi in alcuni capoluoghi importanti come Verona, Parma, Piacenza, Como, Catanzaro offre molti spunti di riflessione. Spunti di riflessione sullo stato di salute delle forze politiche (la forza di Giorgia Meloni è dovuta più alle qualità del suo partito o alle difficoltà dei suoi alleati? al Pd basta un po’ di radicamento in più al nord per considerarsi competitivo contro un centrodestra che quando si presenta unito raramente perde?). E spunti di riflessione anche sullo stato di salute della leadership di Mario Draghi.          Ci sarà tempo per capire se il campo largo del centrosinistra riuscirà a somigliare più a un campo da calcio che a un campo da calcetto, ci sarà tempo per capire se la difficoltà incontrata dal centrodestra di presentarsi come qualcosa di diverso da una semplice espressione geografica continuerà a persistere ancora a lungo, ci sarà tempo per capire se il flop del M5s indurrà Giuseppe Conte a uscire dal governo dopo l’estate e ci sarà tempo per capire se i soggetti che compongono le cinquanta sfumature di centrismo continueranno a chiedere unità contro i populisti mentre naturalmente marciano divisi. Ma al netto di questo, se si accetta di osservare il contesto politico emerso dalle elezioni amministrative, si capirà con chiarezza che ci sono almeno tre ragioni per cui il bicchiere di Mario Draghi si presenta più nella forma del bicchiere mezzo pieno che nella forma del bicchiere mezzo vuoto. Il primo punto riguarda l’assenza di una coalizione talmente forte da essere percepita come maggioritaria, e l’assenza di una coalizione capace di dettare l’agenda di governo è un fattore che può consentire all’esecutivo di lavorare agli ultimi mesi di legislatura senza doversi preoccupare in modo eccessivo di far prevalere le logiche della mediazione su quelle del buon governo. Il secondo punto riguarda la presenza tra i sindaci eletti o rieletti di un numero molto consistente di amministratori locali desiderosi di governare le proprie città con un’agenda simmetrica a quella proposta da Draghi al governo. E dunque, meno estremismo e più pragmatismo, meno antieuropeismo e più efficienza e, per essere concreti, meno legami con il populismo, di ogni genere, e più legami con i vincoli del Pnrr, mossi dalla consapevolezza che le sfide dei prossimi anni, per le città come per i governi, si giocano non facendo cambiare direzione al treno ma facendo andare avanti il treno più velocemente possibile. La terza ragione politica per cui il bicchiere di Draghi, all’indomani delle amministrative, è mezzo pieno più che mezzo vuoto è legata al fatto che nelle ultime due settimane i partiti che hanno sofferto di più alle urne sono proprio quelli che, dopo aver provato a governare l’Italia tra il 2018 e il 2019, negli ultimi due anni hanno subìto più degli altri l’agenda Draghi. Sono partiti come il M5s (zeru tituli alle amministrative) e come la Lega (la cui coalizione ha ottenuto spesso buoni risultati non grazie a Salvini ma nonostante Salvini) che nel migliore dei casi hanno archiviato parte del proprio populismo passato dando la fiducia al governo Draghi e che nel peggiore dei casi hanno votato i provvedimenti del governo fingendo di non averlo mai fatto. Il bicchiere mezzo pieno per Draghi, però, non lo si vede soltanto mettendo a fuoco ciò che è successo alle amministrative, che contano quello che contano, ma lo si osserva in modo più chiaro e deciso mettendo a fuoco la centralità oggettiva che ha oggi il governo all’interno dell’Europa. Una centralità che esiste a livello politico, perché l’Italia che spesso si autodescrive come divisa è il paese più unito d’Europa nel sostegno all’Ucraina, e nessun altro paese dell’Unione europea ha una maggioranza così ampia a sostegno della resistenza ucraina e un’opposizione così vicina alle posizioni della maggioranza. Una centralità che esiste a livello diplomatico, perché fino a qualche settimana fa l’Italia era l’unico grande paese dell’Unione europea a sostenere l’ingresso repentino dell’Ucraina nell’Ue, mentre ora è tutta la Ue a sostenerne l’ingresso – e a sostenere anche l’ingresso della Moldavia. Una centralità che esiste a livello economico perché Draghi è stato uno dei primi leader europei a scommettere sul price cap, il limite massimo al prezzo di acquisto del gas russo, e nonostante i borbottii dell’Olanda, paese che spesso dice quello che la Germania pensa ma non può dire fino in fondo, è possibile che il price cap si trasformi in una ulteriore sanzione per  Putin, molto dolorosa per la Russia (sperando di non doversi davvero aggiornare a ottobre, come emerso dalle conclusioni dell’ultimo Consiglio europeo). Una centralità che esiste anche a livello geopolitico, per così dire, perché i nuovi equilibri energetici determinati dall’invasione dell’Ucraina fanno dell’Italia un paese chiave nel futuro approvvigionamento dell’energia europea (nessun paese europeo ha tanti gasdotti quanti ne ha l’Italia) e fanno dell’Italia un interlocutore prezioso anche agli occhi di partner strategici come gli Stati Uniti (nessun paese europeo ha la forza di essere un hub energetico nel Mediterraneo come l’Italia). Sintesi: una tornata elettorale che non consegna a nessuno lo scettro del vincitore. Un insieme di fattori che ha punito i partiti di governo più ambigui sull’agenda Draghi. Un’opposizione mai così vicina alle posizioni atlantiste del governo. Un insieme di sindaci desiderosi di costruire il proprio percorso in simbiosi con quello del Pnrr. Un contesto europeo in cui l’Italia si presenta come uno dei paesi più stabili d’Europa. Mettete insieme i puntini e capirete perché il giorno dopo le amministrative il bicchiere di Draghi è più mezzo pieno che mezzo vuoto.  

  • Fatal Verona servita: Tommasi nuovo sindaco, psicodramma a destra
    by Francesco Gottardi (Il Foglio RSS) on Giugno 26, 2022 at 11:13 pm

    Il colpaccio era nell’aria. Da mesi, settimane, giorni. E i segnali si intravedevano anche allo sprint decisivo, fin dalle prime battute dello spoglio. Ma, sia per scrupolo o scaramanzia, nella sede di Rete! si vuole aspettare la mezzanotte: l’alba di un nuovo giorno, Damiano Tommasi sindaco di Verona. Boom. Battuto il sindaco uscente Federico Sboarina, per oltre 6 mila voti, 53,4 a 46,6 per cento. È un risultato clamoroso, quasi epocale per i vincitori: l’ultima volta – e l’unica, dal 1946 – che un primo cittadino del centrosinistra era entrato a Palazzo Barbieri fu nel 2002 con Paolo Zanotto. All’epoca Tommasi aveva appena giocato i Mondiali con la Nazionale e la Champions League in maglia Roma, col tricolore sul petto. Altri mondi, anzi no. In questi mesi aveva detto che Verona sarebbe stato il suo secondo scudetto. Lo prendevano per sognatore, inesperto, inadeguato. Soprattutto i suoi avversari, amministratori di lunga data. Beffati da un ex calciatore. E molto di più.    Sarebbe infatti riduttivo attribuire il risultato alla semplice “voglia di voltare pagina”, dopo il faticoso quinquennio Sboarina. La campagna elettorale di Tommasi è stata un capolavoro tattico: puntare sul civismo, evitare ogni riferimento ai partiti che lo sostengono – e pazienza se ora Enrico Letta è il primo a festeggiare –, soprattutto offrire proposte anziché alimentare proteste. “Una città va curata, vissuta, parlando per progetti concreti che spesso non hanno colore”, spiegava al Foglio giovedì, mentre batteva a tappeto il territorio veronese. Passeggiate vincenti, perché anche rispetto al primo turno il nuovo sindaco ha aumentato il proprio tesoretto di consensi – da 43 a 51mila – nonostante i candidati esclusi dal ballottaggio pendessero tutti a destra.    Ed eccolo, il terreno dello sfacelo. Delle lotte intestine. Quello di Sboarina era un suicidio annunciato. Su questo tutti d’accordo. Dipende da quando: secondo Flavio Tosi e il Carroccio locale, sin dalla sciagurata scelta di FdI a sostegno di un profilo debole e, cosa risaputa, poco apprezzato in città. Per Matteo Salvini e la Lega dei salotti romani – la grande sconfitta di Verona: prima, durante, dopo il voto – l’errore è aver rifiutato l’apparentamento con il leader di Fare! e Forza Italia, che avrebbe incanalato quel 24 per cento di preferenze verso Sboarina al ballottaggio – calcolo miope, perché l’elettorato tosiano si è confermato moderato. Alla fine, pure gli irriducibili di Giorgia Meloni fanno mea culpa: nell’ultima settimana il sindaco uscente quasi va contro la leader di partito e rifiuta “ogni accordo anche informale con Tosi” – lo ribadisce pure stanotte, a spoglio concluso. Per pure ripicche personali.     Delle tre l’una, seguiranno lunghi strascichi nella traballante coalizione di centrodestra. Anzi, sono già iniziati: “Non si capisce perché governiamo con Pd e M5S a Roma e Sboarina non possa farlo con Tosi a Verona”, il primo a sparare, in diretta su TeleArena, è il deputato leghista Paolo Paternoster. “A Sboarina serve un bagno d’umiltà”, rincarano la dose i forzisti. Bersaglio fin troppo facile, ora, l’ex sindaco. Nel quartier generale di FdI ci si limita ad ammettere la sconfitta. Scaricare il proprio uomo diventa l’ultimo dei problemi. Perché Meloni lungo l’Adige ha scommesso tanto, facendo di Verona quasi una prova generale delle prossime elezioni politiche. E da sola ha perso. L’unica consolazione a cui può aggrapparsi Salvini. Che si appresta ad affrontare il terremoto veneto: per mesi la base del Carroccio l’ha contestato apertamente, lui e il commissario regionale Alberto Stefani hanno puntato su cavalli sbagliati – anche Padova, altro capolavoro alla rovescia – o si sono sciolti nell’irrilevanza delle trattative di coalizione. Il conto presentato dal giugno elettorale è impietoso. Anche fuori dalla regione, anche nelle altre città al ballottaggio da nord a sud: Alessandria, Parma, Catanzaro.     La risposta per tutti ce l’ha Tommasi, il terzo che gode: “Questa città ha dimostrato che si può far politica parlando di progetti e senza insultare l’avversario”, il neosindaco si prende l’abbraccio della sua folla. Per tutta la notte, prevista festa grande in Piazza Bra. A due passi da dove Salvini e Meloni, soltanto poche settimane fa, sragionavano sulle sorti di una battaglia già persa: “Non faremo la fine di Romeo e Giulietta”. E mai, invece, Verona fu più fatal.  

  • Leonardo Petrucci: creare suoni dal silenzio del legno
    by Francesco Palmieri (Il Foglio RSS) on Giugno 26, 2022 at 11:32 am

    C’è chi ama pilotare una macchina e chi progettarne il motore. Chi aspira a diventare un grande spadaccino e chi un superlativo forgiatore. Miyamoto Musashi o Okazaki Masamune. C’è chi si vota al diavolo per diventare Paganini, chi per eguagliare Stradivari. Virtuoso strumentista o costruttore di strumenti cui il virtuoso anelerà. Il liutaio romano Leonardo Petrucci cominciò arpeggiando sulla chitarra e lo fa tuttora, ma s’accorse – ormai sono trascorsi più di quarant’anni – che il suo destino principale era farla suonare agli altri. Trasformare grezze tavole di legno in casse armoniche, calibrare manici, tarare meccaniche. Come si decide, non essendo figlio d’arte, di diventare liutaio? Chiunque entri in una bottega, sentendo l’odore di resine e vernici, rimane affascinato. È la porta d’accesso alla meravigliosa progettualità artistica di ricavare suoni dal legno sperimentando ogni volta possibilità diverse, studiando come lavoravano gli artigiani del passato e sapendo che mai uno strumento sarà uguale a un altro.   Quali doti richiede la liuteria? Studio, esperienza, soprattutto pazienza e passione sono ingredienti necessari ma non sufficienti se manca la manualità, che credo sia una virtù innata. Se ne hai già un po’ puoi raffinarla, se parti da zero non arriverai oltre un certo livello.   Il peggior difetto per un liutaio? L’angoscia di sbagliare, che è l’angoscia peggiore. Quando insegnavo, raccomandavo agli allievi di imparare a sbagliare. Esistono segreti in liuteria? Ormai ogni nozione è disponibile per tutti. Quando cominciai si imparava a bottega, ci si documentava su pochi libri reperibili. Adesso il web trabocca di tutorial. Vale anche per i materiali: puoi ordinare online qualsiasi legno, gli accessori, persino gli utensili di liuteria. Chiunque può attrezzare in una stanza un piccolo laboratorio. È tutto comodo ma ingannevole: tanti tutorial sono pieni di stupidaggini. Un tempo la difficoltà era reperire informazioni. Oggi è non rimanerne annegati.   Quanto la tecnologia ha modificato il mestiere? I liutai del passato erano di bravura mostruosa considerata l’elementarità degli attrezzi. Oggi nessuno opera più senza usare l’elettricità, non fosse che per farsi luce sul banco. E c’è chi impiega le frese a controllo numerico seduto al computer. Nessuno può competere con la precisione di una macchina. Gli strumenti suonano bene perché i musicisti sanno adattarsi alla fabbricazione in serie, invece è lo strumento, come mezzo espressivo, che dovrebbe adattarsi all’artista. Puoi programmare a macchina la larghezza della tastiera, lo spessore del manico, della cassa, ma una macchina non potrà capire le venature del legno, le sue fragilità, la stagionatura. Se fabbrichi due manici di mogano o di acero nello stesso modo e nello stesso tempo, non risulteranno uguali.   Cosa le comunica una chitarra antica? Quando lavoro su uno strumento d’epoca provo la sensazione di aprire uno scrigno e maneggiarne i tesori. Ho finito di recente il restauro museale di due chitarre: una Donato Filano a cinque corde di metà Settecento e una Gaetano Vinaccia del 1803. Capisci come si lavorava, i materiali che s’usavano, i loro accessori, gli interventi compiuti nei secoli. C’è la firma di tanta gente, come su una tela dove sono sovrapposte più pitture. Le chitarre sono meno longeve dei violini perché come per i mandolini il tiraggio delle corde è maggiore, e magari nel corso del tempo alcune sono state riadattate. Lo scheletro dello strumento, a seconda della robustezza, modifica la risposta timbrica, come gli eventuali stress atmosferici.   La bellezza in che rapporto è al suono? Quando mi sono concentrato troppo sull’aspetto estetico è andato a discapito del timbro. Ci sono strumenti meno rifiniti che hanno una voce migliore. Comunque nessuno è uguale a un altro, con ciascuno sperimento il tentativo di cambiare qualcosa.   Quali legni preferisce? Ho fabbricato casse armoniche in palissandro brasiliano o indiano ma sono fautore del mogano: più stabile, duttile, migliore resa timbrica.   Quanto ci vuole per fabbricare una chitarra? Per quindici anni ho tenuto un corso estivo all’Isola del Giglio. In una settimana ciascuno costruiva il suo strumento, acustico o classico, e se lo portava a casa. Era una ‘full immersion’. E non ho fabbricato solo chitarre ma liutai. Molti, dopo quell’esperienza, hanno lasciato la propria attività per cominciare questa. Qualcuno l’ho rincontrato alle fiere col suo stand. Insomma, nel mio piccolo ho creato un po’ di posti di lavoro. È una professione che consiglio: ti consente di vivere da solo con le tue mani e la tua testa. Che c’è di meglio.   Qual è il primo strumento che costruì? Un mandolino F-5 modello Gibson, quello usato nel Bluegrass. Il secondo fu una chitarra elettrica, una delle pochissime che ho fatto. Non è uno strumento cui mi piace lavorare e non è vero che sia facile realizzarlo. Spesso le esigenze di un chitarrista elettrico sono raffinatissime.   Cosa distingue un vero liutaio? Quando vedendo uno strumento antico capisce come e dove fu fatto, con quali materiali. Con gli occhi e col tatto si legge la storia. È interessante vedere come molte idee dei liutai italiani abbiano preceduto soluzioni costruttive ritenute scoperte oltreoceano. Le portarono gli emigranti italiani. Ma gli americani depositarono i brevetti.  

  • La settimana da one man show di Alessandro Orsini
    by Giovanni Rodriquez (Il Foglio RSS) on Giugno 26, 2022 at 9:11 am

    Dal 19 al 23 giugno, nonostante il numero ridotto di talk show e il fatto che la guerra in Ucraina sembra stia lentamente passando in secondo piano in molti dei palinsesti di approfondimento serale, si sono nuovamente registrate le consuete “narrative inedite” riguardanti l’andamento del conflitto, la politica estera del governo Draghi e le immancabili polemiche sulle cosiddette “liste di proscrizione”.   Nel corso dell’ultima settimana a tener banco è stato quasi esclusivamente il professore di sociologia generale e del terrorismo della Luiss, Alessandro Orsini, in una sorta di one man show tra Non è l’Arena su La 7 e Cartabianca su Rai 3.   La domenica sera, ospite della trasmissione di Massimo Giletti, il professore Orsini è tornato nuovamente a ribadire come in Italia ci sia una “sottomissione agli Stati Uniti. Da noi esistono italiani che sono cani da guardia della Nato mentre negli Stati Uniti, che è una civiltà superiore, non ci sono i cani da guardia dell’Unione europea”. Tra l’altro, per lo studioso nel nostro paese "c'è un grandissimo scostamento tra quello che sentiamo nei media dominanti e quello che è il pensiero diffuso nel paese. Gli italiani non sono stupidi e hanno capito che la causa di questo disastro è lo sconfinamento della Nato ai confini della Russia”.   Tutto ciò secondo Orsini accade per via del fatto che “in Italia non esiste libertà di informazione in politica internazionale poiché la maggior parte degli esperti è collegata in vari modi ai centri di potere. Non ci sono esperti liberi”. Chiamato poi in causa sulla visita di Draghi, Macron e Scholz a Kyiv, il professore ha illustrato la seguente tesi: “Draghi e Zelensky si sono messi d'accordo per prendere in giro gli italiani. Questo perché Zelensky, anche se incontra il fioraio, chiede armi pesanti. Le chiede a chiunque ma non le ha chieste a Draghi durante la sua visita. Si sono dunque accordati per imbrogliare gli italiani in vista del 21 giugno. In Italia non c'è un governo, oltre a Draghi ci sono solo figure scialbe senza personalità”. Il riferimento era alle comunicazioni in parlamento del presidente Draghi in vista del Consiglio europeo. L’analisi di Orsini è poi proseguita in questo modo: ”Draghi non ha una posizione sull'Ucraina, deve solo esautorare il Parlamento per poi genuflettersi a Biden e fregare gli italiani”.    Il tema delle “liste di proscrizione” è stato invece affrontato da Orsini il martedì sera a Cartabianca. “Non mi aspettavo che il mio paese fosse così intollerante e conformista – ha spiegato – Mi ha impressionato vedere persone traumatizzate di fronte a una narrazione alternativa, mi hanno impressionato le liste di proscrizione. In Italia sono state usate molte tecniche, che io ho studiato, utilizzate dalle dittature contro gli intellettuali critici”. Nel corso della puntata, a poche ore dal discorso di Draghi al Senato, questo è stato il commento del professore della Luiss: “Oggi l'Italia ha fatto un passo avanti verso l'internazionalizzazione della guerra in Ucraina, la sirianizzzione del conflitto, non sta facendo niente per la pace, sta lavorando solo in favore della guerra. Mandiamo spaventose armi di morte. Il governo italiano sta attuando politiche inumane in Ucraina”.   Secondo Orsini a nulla sarebbero poi servite, se non alla propaganda, le telefonate fatte da Draghi e dagli altri leader europei al presidente russo Putin: "Draghi per prendere in giro gli italiani e ottenere articoli favorevoli da giornali compiacenti ha fatto una telefonatina a Putin”. In questo modo per lo studioso non si affronta il nodo principale di questo conflitto, ossia “l'allargamento della Nato ad est, che è stata la causa principale della guerra in Ucraina. Questo allargamento – chiede Orsini – serve forse ai disoccupati italiani, serve alla crescita morale dei nostri paesi? No, la Nato cresce solo per pura sete e brama di potere. Ingannano le persone”. Di conseguenza, “se non arresteremo l'espansione della Nato avremo altre guerre. Non dobbiamo far entrare Svezia e Finlandia. La Nato che ha bisogno di espandersi inventa una storiella inesistente, cioè che la Russia vuole invadere la Finlandia”. Tutto ciò accade perché “l’occidente è una spaventosa forza espansiva che si muove a detrimento di altri paesi come la Russia". E sempre rimanendo sul tema dell’ingresso della Finlandia della Nato, l’intero processo secondo il parere di Orsini sta avvenendo oggi perché “la Russia non è in grado di fronteggiare la situazione avendo il fronte ucraino aperto. La Nato lo sa e ne approfitta. Ma quando la Russia si riprenderà farà alla Finlandia la stessa cosa fatta all’Ucraina”. Come se ciò non bastasse, il professore della Luiss arriva a lanciare un appello affinché, alle prossime elezioni politiche, “si pretenda come elettori che i partiti nei programmi elettorali  mettano lo slogan 'No alla Finlandia nella Nato’”.   Infine, Orsini si è dimostrato scettico anche sul solo ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea: “L'Ucraina non ha nessuna possibilità di entrare nell’Unione europea. E' una mossa per fregare le persone e distogliere l'attenzione dal fatto che non stiamo facendo nulla per la pace”. Eppure, appena due giorni dopo queste dichiarazioni, il Consiglio Europeo ha dato formalmente il via libera alla concessione a Ucraina e Moldavia dello statuto di Paesi candidati all'ingresso nell'Ue, sulla base delle raccomandazioni della Commissione.

  • La solidarietà per gli ucraini rischia di affievolirsi e la colpa non è tutta dei talk
    by Giacomo Papi (Il Foglio RSS) on Giugno 25, 2022 at 7:53 am

    Il 23 giugno 1812, duecentodieci anni fa, l’esercito di Napoleone attraversò il fiume Niemen e iniziò la campagna di Russia. Il ricordo di quella carneficina diventò storia più di cinquant’anni dopo: nel 1865 il conte Lev Tolstoj pubblicò la prima puntata di “Guerra e pace” sulla rivista Russkij Vestnik e nel 1869 Charles Minard, un ingegnere francese in pensione che era stato soprintendente della Scuola dei ponti e delle strade di Francia, disegnò quella che è considerata, a ragione, la più bella mappa di ogni tempo. Se non la conoscete e non ci credete, fermatevi a cercare su Google la “Carte figurative des pertés successive en hommes de l’Armée Française dans la campagne de Russie 1812”: l’avanzata sembra un serpente rosa-arancione che, rimpicciolendosi, striscia oltre il Niemen attraverso località come Wilna, Polotsk e Smolensk, fino a raggiungere Mosca e colorarsi di nero per la ritirata, assottigliandosi su pianure e fiumi sconosciuti come l’Orscha e la Bérézina, sempre più esile, sempre più simile a un filo, fino al fiume dove l’invasione era iniziata (e dove il cartografo si concede, a margine, l’unica nota epica della sua mappa: “Les Cosaques passent au galop le Niémen gelée”).  L’avanzata e la ritirata sono scandite da piccoli numeri, perché ogni millimetro in altezza del serpente corrisponde a 10.000 uomini. Al momento di attraversare il Niemen, cioè, i soldati di Napoleone erano 422.000, ma un mese dopo a Witebsk si erano già ridotti a 145.000 e a 100.000 l’11 settembre, quando, dopo la battaglia di Borodino, Mosca fu conquistata. Sembrava una vittoria, invece il peggio doveva venire. In basso a destra sulla mappa di Minard compaiono i gradi centigradi e le date: “Zéro le 18° 8bre” e “Pluie le 24° 8bre”. Poi la temperatura precipita: “-9° le 9 9bre”, “-21° le 14 9bre”, “-24° le 1 Xbre”, “-30° le 6 Xbre”. E precipitando, il ghiaccio e la neve risucchiano il serpente napoleonico in rotta, che diventa una linea perché gli uomini stanno morendo a decine di migliaia, ogni giorno, per il freddo e la fame, mentre attraversano a piedi o su cavalli ridotti allo stremo pianure e fiumi ghiacciati. Dei 422.000 che avevano attraversato lo Niemen il 23 giugno 1812, all’inizio dell’estate, soltanto 10.000 soldati tornarono a casa nell’inverno successivo.  E’ difficile immaginare che cosa succederà in Ucraina nel prossimo inverno. Anche se il clima è più mite che ai tempi di Napoleone (nel 2021 a Kyiv la temperatura è scesa a -1° il 25 ottobre e a -10° il 22 dicembre), il freddo aggraverà il disastro di una guerra che durerà ancora a lungo, ma il cui eco in Italia arriva già attutito. Per questo da autunno nei talk-show italiani, più che del gelo ucraino, ci si lamenterà dei 19° fissati per legge negli uffici pubblici e degli altri disagi provocati dalla scarsità di gas. Qualche giorno fa, in un’intervista a Formiche.net, il presidente di Nomisma Energia, Davide Tabarelli, ha previsto, infatti, che il piano del governo, pur essendo “verosimile”, difficilmente risolverà “l’emergenza per il prossimo inverno”: “Non è più un rischio, il razionamento. Ma una certezza. Sa cosa mi ha detto, pochi giorni fa un’impresa? Che in un modo o nell’altro l’Italia razionerà, perché o lo deciderà il governo oppure le aziende chiuderanno, dando vita a una sorta di auto-razionamento”.  E’ facile prevedere che la penuria di gas, l’aumento dei prezzi della benzina e i termosifoni tiepidi decimeranno in pochi mesi il numero già esiguo degli italiani ancora schierati al fianco della resistenza ucraina, allargando a dismisura le fila già pingui dei filorussi. Si potrebbe cominciare a raccogliere i dati per ricavarne una grottesca mappa alla Minard. Ha fatto scalpore un recente sondaggio di Termometro politico secondo il quale il 27 per cento degli italiani attribuisce la colpa della guerra all’Ucraina, rispetto a una media Ue del 15 per cento, che oscilla tra il 5 per cento di Gran Bretagna e Finlandia, e il 18 della Francia, il 20 della Germania e il 21 della Romania. In molti hanno interpretato questo record – siamo il primo paese europeo – come un effetto diretto dei talk-show che, soltanto in Italia, sono così affollati di ospiti che sostengono le ragioni della Russia e sono ostili alle politiche di Stati Uniti e Unione europea. Di sicuro la quantità di filorussi in tv e il risultato del sondaggio sono coerenti con l’opinione pubblica di un paese popolato, in stragrande maggioranza, da nipoti di fascisti e figli di comunisti. Ogni estate, da decenni, i giornali profetizzano un nuovo “autunno caldo”. Il prossimo probabilmente non lo sarà abbastanza. L’impatto della televisione, per quanto forte, è comunque minore di quello dei caloriferi spenti o al minimo.

  • E’ di Bellocchio il romanzo più credibile sull’Italia di fine Novecento
    by Matteo Marchesini (Il Foglio RSS) on Giugno 25, 2022 at 7:12 am

    Piergiorgio Bellocchio non c’è più da due mesi, e io non riesco ancora a immaginarlo morto. Di solito lo si dice di famigliari o amici stretti; ma Bellocchio per me non lo era, anc... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

  • Il paradigma del fascismo in agguato è una costante
    by Giovanni Belardelli (Il Foglio RSS) on Giugno 25, 2022 at 7:03 am

    A cento anni dalla marcia su Roma, si annunciano vari convegni sul fascismo. Ma, a giudicare da qualche programma che è cominciato a circolare, ho l’impressione ch... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

  • Gli incontri dei gran capi di Netflix per specificare: "Non siamo al verde"
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Giugno 25, 2022 at 7:00 am

    La notizia più divertente in questi giorni su Variety – ormai lo interroghiamo come l’oracolo, per sapere se e quando finirà il periodo delle vacche magre o delle vacche inutilmente grasse – riguarda gli incontri che i grandi capi Netflix hanno organizzato a Hollywood. Per convincere la gente del mestiere  che gli abbonamenti sono scesi, il calo in borsa c’è stato, ma soldi da spendere ne hanno ancora. “Non siamo al verde” (parole del cronista di Variety), ha spiegato il ceo Ted Sarandos, con Scott Stuber responsabile del settore film, e Bela Bajaria, responsabile della “global television” (si chiama ancora così anche se della vecchia tv restano poche tracce). Hanno cercato di rassicurare i registi e gli agenti, i dirigenti e gli showrunner. Abbiamo ancora soldi da spendere. E l’attuale congiuntura – non era mai successo che le azioni perdessero valore, e che gli abbonati non fossero più tanto affezionati (tralasciando la minaccia ai già paganti di introdurre restrizioni alle password “in sharing”) – non ci distrarrà dalla nostra principale missione (rullo di tamburi): produrre contenuti “buzzy”.  Buzzy sta per “entusiasmanti”, soprattutto nel senso “fanno parlare di sé” – noi diciamo “passaparola”, che per esempio è ancora l’unico modo conosciuto per far salire in classifica i libri che davvero i lettori leggono. “Buzz” è quel che si dice quando al Festival di Cannes un film sconosciuto è improvvisamente chiacchierato – vale soprattutto per i film compravenduti al Marché. Un’ottima recensione, per esempio su Variety, e un’opera prima di regista finora mai sentito che costava come una festicciola di compleanno vede salire le sue quotazioni, perché parte l’asta. Il messaggio è stato ricevuto, con le cifre che rendono il discorso più convincente. 17 miliardi da spendere quest’anno, come è stato nel 2021 e come probabilmente sarà per il 2023. I controlli periodici fanno parte della routine, registi e produttori non devono preoccuparsi. I milioni vanno via come niente, 50 sono stati spesi per l’ultimo film di David Yates con Emily Blunt, “Pain Hustlers”. Altri 4 e mezzo saranno il montepremi per un reality inspirato a “Squid Game”. Per niente rassicurati dal denaro speso per progetti diversi dal loro, i produttori hanno cominciato da un po’ a stringere la cinghia. E si aspettano nel giro di qualche settimana altri “non interessa più, grazie” su progetti non ancora arrivati alla firma. Netflix stava già risparmiando prima dei brutti risultati di aprile. Serie chiuse alla terza stagione per esempio: si risparmia e non si annoia lo spettatore. E stagioni più brevi: sei episodi possono bastare. Meglio non investire troppi soldi, se c’è il rischio che l’abbonato passi alla concorrenza.

  • La guerra è il lievito dell’intesa tra intellettuali di sinistra ed estremisti di destra
    by Paolo Mossetti (Il Foglio RSS) on Giugno 25, 2022 at 7:00 am

    Ci stanno pensando i postumi da Covid e la guerra in Ucraina a fare da lievito per vari esperimenti di aggregazione degli estremi politici, destinati a

  • La Lysistrata di Aristofane oggi direbbe che la pace va difesa con le armi
    by Matei Visniec (Il Foglio RSS) on Giugno 25, 2022 at 7:00 am

    Lysistrata dorme sulla sua poltrona semovente.  La scena è piena di elmi persiani. Glykeria, scalza, avanza fra di essi.  Glykeria solleva uno degli elmi e lo esamina, si ... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

  • Siti vs Pasolini, un combattimento durato ben quindici riprese
    by Matteo Marchesini (Il Foglio RSS) on Giugno 25, 2022 at 7:00 am

    Al volume Rizzoli che raccoglie cinquant’anni di suoi studi su Pasolini, Walter Siti ha dato il titolo pugilistico di “Quindici riprese”. Quello con P.P.P., ci spiega subito, è stato per lui un lungo combattimento. Ma la metafora agonistica si presta a definire l’intera opera sitiana. Qui come nei romanzi, e come negli altri saggi, l’autore è costantemente impegnato in un corpo a corpo con la realtà che rappresenta: non le lascia tregua, né la lascia al lettore. Siti evita i passaggi rilassati, l’amabile conversazione critica. Satura e increspa la pagina con la sua intelligenza verticale e tesa, con i suoi aforismi densi e brillanti: vuole espugnare, vincere, abbattere il catalizzatore del suo amore e del suo odio.   È come se si sentisse sempre escluso dalla Realtà, in tutte le sue forme, e la considerasse quindi un assoluto da raggiungere e annientare, un oggetto che vorrebbe afferrare avidamente ma che perennemente sfugge alla presa. In questo Siti, così diverso da Pasolini, è pasoliniano. La sua prosa critico-saggistica, non troppo diversa dalla prosa narrativa, ci offre uno spettacolo in Italia quasi inedito: quello di uno studioso il quale, dopo aver imparato a usare i più affilati bisturi teorici, se ne serve non con il distacco accademico che sembrano esigere, ma con la furia di chi cura e ferisce corpi (testuali) a cui vanno i suoi sentimenti più forti e contrastanti.   “Quindici riprese” oscilla tra l’analisi psicanalitica e quella stilistica, tra le definizioni che catturano l’etimo psichico-estetico di Pasolini e gli zoom sulla metrica. Uno dei leitmotiv riguarda la natura catafratta dello scrittore, ovvero la sua impossibilità di uscire da sé, malgrado le continue scorribande tra i generi e le periferie del pianeta: ogni paesaggio, ogni esperimento formale sono in lui appiattiti dalla stessa visione erotica, o allontanati con lo stesso gesto di rifiuto.   Pasolini non esce da sé perché non vuole oggettivarsi, cioè in fondo accettare la sua parte borghese – che considera impoetica – e perdere una virtuale onnipotenza. Qui sta il massimo punto di distanza con Walter, che a differenza di Pier Paolo, costitutivamente poeta, è divenuto un vero romanziere appunto perché si oggettiva, e non crede a una propria immagine onnipotente. Tra gli anni 60 e 70 la chiusura narcisistica, e insieme la velleità di raggiungere senza mediazioni una realtà in rapido mutamento, portano Pasolini a concepire il testo scritto come un appunto non finito da integrare con la vita dell’autore.   Siti parla di rovescio dell’estetismo. L’arte non basta più, la sua bellezza appare “come un difetto di vita”, e allora il corpo si getta nella lotta: l’artista pretende di autenticare con la sua figura pubblica un’opera che si sfalda. Ma nel suo sfaldamento sta anche la sua attualità: è più credibile il Pasolini che accetta come suo genere l’abbozzo rispetto al Pasolini trentenne, ultimo rappresentante delle belle lettere.   Segnaliamo infine un colpo di scena. Il libro ospita la postfazione alla nuova edizione di “Petrolio”, che Siti ritiene ora legato alla morte dello scrittore. Forse gli assassini hanno “creduto davvero che uno dei più ascoltati intellettuali italiani” avrebbe scritto in un romanzo “che l’assassinio di Mattei era stato voluto e organizzato da Cefis, con il supporto della mafia siciliana”. E se è così, “Che ne potevano sapere, i mafiosi, dei complessi piani di lettura”? Come potevano immaginare che probabilmente Pasolini avrebbe pubblicato un testo difficile, ermetico, “destinato a una lettura elitaria”? Terribile a dirsi, “ma ‘Petrolio’ è costato la vita al proprio autore per un maledetto intreccio di indiscrezioni, ignoranza e malinteso”. Forse il potere italiano – con la sua tetra, beffarda ottusità - ha ritorto contro Pasolini il suo scambio equivoco tra letteratura e vita.

  • I 60 anni della casa editrice Marsilio
    by Giuseppe Fantasia (Il Foglio RSS) on Giugno 25, 2022 at 7:00 am

    “I 60 anni della casa editrice? Li sento tutti eccome, anche se non li ho vissuti dall’inizio. Le dirò di più: in realtà sono 61, avremmo dovuto festeggiare lo scorso anno, ma con il Covid ... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

  • Dai banchi di Oxford al bancone di Starbucks
    by Antonio Gurrado (Il Foglio RSS) on Giugno 25, 2022 at 7:00 am

    Quattro espressi ristretti leggeri in latte d’avena, il tutto mescolato con un goccio di sciroppo zuccherino per biscotti: quest’obbrobrio, di cui consta la sua bevanda preferita, non è tuttavia la... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

  • Il colore delle pareti della stanza può essere un antidoto al malessere
    by Costantino della Gherardesca (Il Foglio RSS) on Giugno 25, 2022 at 6:15 am

    C’è stato un anno, nella seconda metà dei Novanta, reso scomodo dalla paura. In quel periodo vivevo a Londra, in una stanza che avevo dipinto di color grigio malessere. Non avevo n... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

  • Il colore delle pareti della stanza può essere un antidoto al malessere
    by Costantino della Gherardesca (Il Foglio RSS) on Giugno 25, 2022 at 6:15 am

    C’è stato un anno, nella seconda metà dei Novanta, reso scomodo dalla paura. In quel periodo vivevo a Londra, in una stanza che avevo dipinto di color grigio malessere. Non avevo n... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

  • Elogio del  senso comune che ci tiene saldamente ancorati al mondo
    by Sergio Belardinelli (Il Foglio RSS) on Giugno 25, 2022 at 6:13 am

      Oggi e domani, l’Università degli Studi di Napoli Federico II ospiterà il IV Convegno Nazionale SISSC-Società scientifica italiana sociologia, cultura, comunicazione, da... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

  • Perché il cervello non ha ancora ceduto a un computer lo scettro del linguaggio
    by Massimo Piattelli Palmarini (Il Foglio RSS) on Giugno 25, 2022 at 6:07 am

    E’ da qualche giorno in libreria un piccolo grande libro, di Noam Chomsky e Andrea Moro, intitolato “I segreti delle parole”, per i tipi de La Nave di Teseo (l’edizione in inglese è già disponibile per la Mit Press). In essenza, è una nutrita conversazione su linguaggio, mente e cervello tra il sommo linguista, scienziato cognitivo, filosofo e politologo Noam Chomsky, il più citato al mondo tra tutti gli intellettuali viventi, da qualche anno professore all’Università dell’Arizona, e il suo ex allievo, oggi prominente linguista, neuroscienziato e romanziere Andrea Moro, professore alla Scuola universitaria superiore Iuss di Pavia.    La conversazione nasce da un incontro, forzatamente virtuale, al Festival della letteratura di Mantova del 2020 tra Chomsky e  Moro. Insieme hanno scelto di dialogare liberamente su cervello e linguaggio cercando di far assaporare a tutti le scoperte e il clima che Chomsky ha fatto nascere e la nascita di una comunità di studiosi che ha cambiato il modo di vedere il linguaggio. Un modo che non solo ha avuto un impatto sulla linguistica ma anche sulle neuroscienze, sulla filosofia e alla fine proprio sul modo di capire ciò che è veramente umano. La chiave di lettura principale è la centralità delle cosiddette “lingue impossibili”. Ci torniamo tra un momento.  Chiedo a Chomsky una sua riflessione sulla conversazione e su questo agile libro. “Per me, la nostra conversazione è stata un puro piacere”, mi dice. “E’ stimolante confrontarsi con una mente originale e indagatrice su interessi condivisi e su una ricerca in pieno svolgimento che entrambi [Chomsky e Moro, ndr] consideriamo capace di sollevare alcuni veli dai misteri del linguaggio e del pensiero – le proprietà’ fondamentali di questa nostra strana specie”. Chiedo a Moro quali novità emergono dalla lettura di questa loro conversazione. Così mi risponde: “Il libro contiene almeno tre novità: una summa delle idee di Chomsky che hanno fatto nascere la grammatica generativa e la loro storia; la descrizione della svolta rivoluzionaria che ha fatto per la prima volta da ponte tra neurofisiologia e linguistica, cioè la definizione di lingue impossibili e gli esperimenti correlati; una valutazione controcorrente dello stato attuale della ricerca”. Il primo esperimento di Moro, molto ben spiegato nel corso della conversazione,  risale al 2012 (in Neuroimage), seguito da un ulteriore esperimento nel 2033 (in Nature Neuroscience). Ancora oggi questi risultati segnano la nascita di un filone aperto e promettente (e forse di un intero dominio scientifico: la neurolinguistica). La conversazione è corredata da una postfazione che cita i lavori fondamentali e aiuta il lettore e la lettrice più curiosi a farsi un’idea strutturata di questa straordinaria impresa scientifica. Una tesi sostenuta da vari autori, dai quali Chomsky e Moro si distaccano decisamente, è che la sintassi sia schiava della semantica. Ma così non è. Prendiamo una curiosa frase, resa celebre da Chomsky molti anni fa (la traduco): “Verdi idee incolori dormono furiosamente”. Il significato è, quanto meno, bizzarro. Ma non c’è dubbio che è sintatticamente perfetta. Contrariamente, per esempio, alla frase: “Incolori furiosamente idee dormono verdi”.  I princìpi della sintassi spiegano bene questa differenza, senza alcun ricorso alla semantica. Altro esempio noto nella letteratura: “Il gulco gianigeva le brale”. Non vuol dire niente, eppure è chiaro che il gulco (qualunque cosa sia) e’ l’agente, che le brale (qualunque cosa siano) sono l’oggetto e che l’azione del gianigere (qualunque cosa sia) è avvenuta nel passato. In fondo in fondo, la frase non è priva di significato. Solo le parole lo sono, ma non la sintassi. Ebbene, riassumendo molto semplicemente gli esperimenti di Moro, il cervello di un normale parlante, esaminato in un apparato di risonanza magnetica, mostra l’attivazione di un’area specializzata nella sintassi (l’area di Broca), quando gli vengono presentate queste frasi, seppur strane. Invece, quell’area non viene attivata quando vengono presentate frasi impossibili, come per esempio la negazione “Piero mangia la no pera”, oppure l’impossibile interrogativa “Pera la mangia Piero”? Infatti, le lingue impossibili sono, tanto per scegliere due esempi, quelle nelle quali la negazione consiste nell’infilare un “no” dopo le prime tre parole e nel formare le interrogative ribaltando l’ordine delle parole da sinistra a destra. Le lingue impossibili sono, in sostanza, quelle nelle quali le regole si applicano direttamente all’ordine lineare delle parole e non alle strutture gerarchiche delle frasi. L’importante lezione di queste diverse attivazioni cerebrali, ben sottolineata nella conversazione, è che la sintassi non è il risultato di convenzioni sociali arbitrarie, bensì una computazione cerebrale, radicata in strutture largamente innate.  Infine, nell’ultima parte della conversazione, Chomsky e Moro ci mettono in guardia contro i pretesi trionfi, tanto strombazzati, dei big data e del deep learning, come modelli del funzionamento della mente umana, in particolare nel settore del linguaggio. Uno stretto collaboratore di Chomsky, Sandiway Fong, linguista e computer scientist all’Università’ dell’Arizona si è preso la briga di far frullare in dettaglio quei congegni e ne ha messo in rilievo le gravi limitazioni. Due esempi: software linguistici che proclamano un 97 per cento di successi, non riescono ad analizzare (con buona pace di Lenin) l’espressione “Che fare?” (What to do?) e analizzano in modo assai diverso frasi la cui prima lettera è maiuscola, rispetto a quando è minuscola. Tutti ci serviamo quotidianamente di questi software, utilissimi e grandi successi di computer engineering. Ma linguaggio, mente e cervello di questa nostra strana specie sono tutt’altra cosa. La conversazione suggerisce alcuni possibili sviluppi positivi nel futuro.

  • Perché il cervello non ha ancora ceduto a un computer lo scettro del linguaggio
    by Massimo Piattelli Palmarini (Il Foglio RSS) on Giugno 25, 2022 at 6:07 am

    E’ da qualche giorno in libreria un piccolo grande libro, di Noam Chomsky e Andrea Moro, intitolato “I segreti delle parole”, per i tipi de La Nave di Teseo (l’edizione in inglese è già disponibile per la Mit Press). In essenza, è una nutrita conversazione su linguaggio, mente e cervello tra il sommo linguista, scienziato cognitivo, filosofo e politologo Noam Chomsky, il più citato al mondo tra tutti gli intellettuali viventi, da qualche anno professore all’Università dell’Arizona, e il suo ex allievo, oggi prominente linguista, neuroscienziato e romanziere Andrea Moro, professore alla Scuola universitaria superiore Iuss di Pavia.    La conversazione nasce da un incontro, forzatamente virtuale, al Festival della letteratura di Mantova del 2020 tra Chomsky e  Moro. Insieme hanno scelto di dialogare liberamente su cervello e linguaggio cercando di far assaporare a tutti le scoperte e il clima che Chomsky ha fatto nascere e la nascita di una comunità di studiosi che ha cambiato il modo di vedere il linguaggio. Un modo che non solo ha avuto un impatto sulla linguistica ma anche sulle neuroscienze, sulla filosofia e alla fine proprio sul modo di capire ciò che è veramente umano. La chiave di lettura principale è la centralità delle cosiddette “lingue impossibili”. Ci torniamo tra un momento.  Chiedo a Chomsky una sua riflessione sulla conversazione e su questo agile libro. “Per me, la nostra conversazione è stata un puro piacere”, mi dice. “E’ stimolante confrontarsi con una mente originale e indagatrice su interessi condivisi e su una ricerca in pieno svolgimento che entrambi [Chomsky e Moro, ndr] consideriamo capace di sollevare alcuni veli dai misteri del linguaggio e del pensiero – le proprietà’ fondamentali di questa nostra strana specie”. Chiedo a Moro quali novità emergono dalla lettura di questa loro conversazione. Così mi risponde: “Il libro contiene almeno tre novità: una summa delle idee di Chomsky che hanno fatto nascere la grammatica generativa e la loro storia; la descrizione della svolta rivoluzionaria che ha fatto per la prima volta da ponte tra neurofisiologia e linguistica, cioè la definizione di lingue impossibili e gli esperimenti correlati; una valutazione controcorrente dello stato attuale della ricerca”. Il primo esperimento di Moro, molto ben spiegato nel corso della conversazione,  risale al 2012 (in Neuroimage), seguito da un ulteriore esperimento nel 2033 (in Nature Neuroscience). Ancora oggi questi risultati segnano la nascita di un filone aperto e promettente (e forse di un intero dominio scientifico: la neurolinguistica). La conversazione è corredata da una postfazione che cita i lavori fondamentali e aiuta il lettore e la lettrice più curiosi a farsi un’idea strutturata di questa straordinaria impresa scientifica. Una tesi sostenuta da vari autori, dai quali Chomsky e Moro si distaccano decisamente, è che la sintassi sia schiava della semantica. Ma così non è. Prendiamo una curiosa frase, resa celebre da Chomsky molti anni fa (la traduco): “Verdi idee incolori dormono furiosamente”. Il significato è, quanto meno, bizzarro. Ma non c’è dubbio che è sintatticamente perfetta. Contrariamente, per esempio, alla frase: “Incolori furiosamente idee dormono verdi”.  I princìpi della sintassi spiegano bene questa differenza, senza alcun ricorso alla semantica. Altro esempio noto nella letteratura: “Il gulco gianigeva le brale”. Non vuol dire niente, eppure è chiaro che il gulco (qualunque cosa sia) e’ l’agente, che le brale (qualunque cosa siano) sono l’oggetto e che l’azione del gianigere (qualunque cosa sia) è avvenuta nel passato. In fondo in fondo, la frase non è priva di significato. Solo le parole lo sono, ma non la sintassi. Ebbene, riassumendo molto semplicemente gli esperimenti di Moro, il cervello di un normale parlante, esaminato in un apparato di risonanza magnetica, mostra l’attivazione di un’area specializzata nella sintassi (l’area di Broca), quando gli vengono presentate queste frasi, seppur strane. Invece, quell’area non viene attivata quando vengono presentate frasi impossibili, come per esempio la negazione “Piero mangia la no pera”, oppure l’impossibile interrogativa “Pera la mangia Piero”? Infatti, le lingue impossibili sono, tanto per scegliere due esempi, quelle nelle quali la negazione consiste nell’infilare un “no” dopo le prime tre parole e nel formare le interrogative ribaltando l’ordine delle parole da sinistra a destra. Le lingue impossibili sono, in sostanza, quelle nelle quali le regole si applicano direttamente all’ordine lineare delle parole e non alle strutture gerarchiche delle frasi. L’importante lezione di queste diverse attivazioni cerebrali, ben sottolineata nella conversazione, è che la sintassi non è il risultato di convenzioni sociali arbitrarie, bensì una computazione cerebrale, radicata in strutture largamente innate.  Infine, nell’ultima parte della conversazione, Chomsky e Moro ci mettono in guardia contro i pretesi trionfi, tanto strombazzati, dei big data e del deep learning, come modelli del funzionamento della mente umana, in particolare nel settore del linguaggio. Uno stretto collaboratore di Chomsky, Sandiway Fong, linguista e computer scientist all’Università’ dell’Arizona si è preso la briga di far frullare in dettaglio quei congegni e ne ha messo in rilievo le gravi limitazioni. Due esempi: software linguistici che proclamano un 97 per cento di successi, non riescono ad analizzare (con buona pace di Lenin) l’espressione “Che fare?” (What to do?) e analizzano in modo assai diverso frasi la cui prima lettera è maiuscola, rispetto a quando è minuscola. Tutti ci serviamo quotidianamente di questi software, utilissimi e grandi successi di computer engineering. Ma linguaggio, mente e cervello di questa nostra strana specie sono tutt’altra cosa. La conversazione suggerisce alcuni possibili sviluppi positivi nel futuro.