Aggregator – il Foglio

  • L'annuncio di Draghi: "Triplicheremo gli sforzi: dall'Italia 45 milioni di vaccini ai paesi poveri"
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Settembre 22, 2021 at 6:46 pm

    Pubblichiamo l'intervento integrale del presidente del Consiglio Mario Draghi al Global Covid-19 Summit, a margine dell'Assemblea generale dell'Onu   Vorrei ringraziare il Segretario Blinken per aver presieduto questo incontro e per avermi dato l'opportunità di condividere alcune osservazioni conclusive. Per porre fine a questa pandemia e prevenire future emergenze sanitarie, la cooperazione globale è essenziale. Il vertice globale sulla salute (Global Health Summit), tenutosi lo scorso maggio a Roma, è un buon esempio di ciò che un multilateralismo efficace è in grado di produrre. I Paesi e le aziende farmaceutiche hanno promesso dosi di vaccini e finanziamenti in favore dei  Paesi vulnerabili. E nella Dichiarazione di Roma ci siamo impegnati a rispettare una serie di principi comuni per essere meglio preparati ad affrontare la prossima minaccia sanitaria. Da allora abbiamo fatto grandi progressi. Più di 2,5 miliardi di persone in tutto il mondo hanno completato il ciclo vaccinale. E quasi un altro miliardo ha ricevuto una prima dose. Tuttavia, come molti altri hanno notato in questa discussione, stiamo ancora assistendo a grandi disuguaglianze tra i vari Paesi del mondo riguardo alla disponibilità di vaccini. I meccanismi multilaterali, come l'acceleratore Act e Covax, rimangono gli strumenti più efficaci per assicurare un’efficace distribuzione dei vaccini e per creare la capacità necessaria per somministrarli. Dobbiamo mantenere gli impegni che abbiamo preso con questi programmi, ed essere pronti ad assumerne di più generosi. Dobbiamo anche offrire adeguato supporto logistico per assicurare che i vaccini raggiungano coloro che ne hanno più bisogno. Perché, con l’aumento della capacità produttiva, la sfida principale sarà come trasportare i vaccini, non come produrli.    Al Global Health Summit, l'Italia si è impegnata a donare 15 milioni di dosi entro la fine dell'anno, principalmente attraverso il Covax. Quasi la metà di queste è già stata distribuita. Oggi sono lieto di annunciare che siamo pronti a triplicare i nostri sforzi. Doneremo 30 milioni di dosi in più entro la fine dell'anno, raggiungendo così i 45 milioni. Mentre lavoriamo per porre fine a questa pandemia, dobbiamo migliorare la nostra preparazione per quelle future. Dobbiamo incrementare la nostra capacità di produrre vaccini e strumenti medici in tutto il mondo, e specialmente nei paesi più vulnerabili. Sosteniamo il piano dell'Unione europea, che stanzia 1 miliardo di euro per lo sviluppo di poli di produzione regionali in Africa e per promuovere il trasferimento di tecnologie. Inoltre accogliamo favorevolmente l’agenda Ue-Usa per promuovere i nostri sforzi comuni nella vaccinazione a livello globale. Uno dei punti deboli della nostra risposta globale alla pandemia da Covid-19 è stata la carenza di coordinamento tra autorità sanitarie e finanziarie. Come presidenza del G20, intendiamo istituire il Global Health and Finance Board. Questo forum strutturato migliorerà la cooperazione globale per il governo e il finanziamento delle attività di prevenzione delle pandemie e di preparazione e risposta ad esse. Sosterrà inoltre la collaborazione tra il G20, l'Oms, la Banca Mondiale e altre organizzazioni internazionali. Accogliamo con favore la proposta degli Stati Uniti di istituire un Fondo di Intermediazione Finanziaria. Questa iniziativa sarebbe pienamente complementare con il Global Health and Finance Board. La salute è un bene pubblico globale e deve essere preservata ovunque. Permettetemi di ringraziare ancora una volta il Presidente Biden per la sua leadership nel promuovere questo evento. Siate certi che il prossimo vertice del G20 a Roma farà tesoro delle discussioni odierne. Grazie.

  • Nella sfida tra Rai e Mediaset, Giorgetti e Pd si coccolano il Cav.
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Settembre 22, 2021 at 6:27 pm

    Al Mise se la ridono un poco sotto i baffi, divertendosi a sottolineare l’aporia: che insomma, per una volta che è la Lega ad allinearsi all’ortodossia europea, anche qui ci si vuole vedere del marcio? E in effetti, a rigore, Giancarlo Giorgetti non ha torto. Perché lo schema di decreto legislativo che a inizio agosto ha trasmesso al Senato recepisce la direttiva europea 1808 del 2018. E però, siccome quelle disposizioni legislative “concernenti la fornitura di servizi di media audiovisivi”, e insomma ridefinisce le regole della concorrenza tra la Rai e i suoi concorrenti privati, e cioè tra la Rai e Mediaset, ecco che basta poco ad alimentare i sospetti politici.  “Favoritismi nei confronti di Berlusconi? Presto per dirlo. Di certo, nelle audizioni finora svolte, i dubbi e le perplessità di molti esperti del settore ci impongono di tenere le antenne ben dritte”, mette in guardia allora Gabriella Di Girolamo, capogruppo del M5s in quella commissione Lavori pubblici di Palazzo Madama che entro il 18 ottobre è chiamata a esprimere un parere sul decreto legislativo. Ché poi il riflesso condizionato è sempre quello: quello, cioè, di considerare che quando si debba fare accordi col Cav., accordi veri, è sempre degli affari di famiglia, del Biscione, insomma della roba, che si finisce a parlare. E  forse allora è un sintomo della ancora imprescindibile centralità di Berlusconi nei passaggi più decisivi del gioco politico, il fatto che anche il Pd, stavolta, potrebbe rinunciare ad alzare le barricate.   Perché, se è vero com’è vero che a Giorgetti interessa eccome coccolare il Cav., pensando non solo alla costruzione di quel “partito unico” su cui ancora gravano troppe incognite ma anche alle buone parole che il leader di FI può spendere in Europa per agevolare il dialogo della Lega col Ppe, è pur vero che al Pd, specie all’ala riformista del partito, conviene evitare qualsiasi frizione con Arcore, in vista della sfida per il Quirinale e nell’auspicio mai del tutto rinnegato di quella possibile alleanza “Ursula” che lascerebbe il Carroccio fuori dal perimetro di governo. E allora eccolo, la faccia sorniona di Andrea Marcucci, uno che spesso anticipa i tempi anche a costo di risultare intempestivo, che predica pragmatismo: “Spero solo che la televisione non ridiventi nuovamente un terreno di scontro tra berlusconiani ed antiberlusconiani. Si discuta piuttosto nel merito”, dice il senatore dem.  Il merito, appunto. Il merito sono gli introiti pubblicitari. Quelli che la Rai si vedrebbe decurtati in base al nuovo provvedimento, con un ammanco nel bilancio che s’aggirerebbe, secondo le stime di Viale Mazzini, tra i 60 e gli 80 milioni. Il motivo, al netto dei tecnicismi, è presto detto: la nuova legge vieterebbe all’azienda di concentrare gli spot, come di fatto accade oggi, negli orari più affollati, come la prima serata, e sulle reti più viste, e in particolare RaiUno. Dovendo distribuire in modo più omogeneo, sia tra i canali, sia nelle fasce orarie, quel 6 per cento di tempo destinato alla pubblicità, nelle casse entrerebbero meno soldi. Il tutto, mentre il tetto degli spazi pubblicitari per le reti private in chiaro verrebbe contestualmente alzato dal 18 attuale al 20 per cento orario. Eccolo, insomma, lo spettro del regalo a Berlusconi? Chissà. Di certo l’analisi che i due relatori al Senato stanno conducendo, in un lavoro congiunto tra il dem Salvatore Margiotta e il forzista Massimo Mallegni che per qualcuno è l’anticamera di una larga intesa trasversale, non potrà non tenere conto, però, di una delibera dell’Agcom dello scorso anno, confermata peraltro anche dal Tar del Lazio a gennaio scorso, che stigmatizza come “dumping pubblicitario” la condotta della Rai: quella, cioè, di concentrare gli spot negli orari e sui canali più importanti. “E se per ipotesi avessimo un pronunciamento dell’AgCom, confermato dal Tar, che sanziona come illecita una condotta di Mediaset, ci sarebbe un corteo di proteste ogni giorno sotto Cologno Monzese”, ironizza, con l’aria di chi è serio, Michele Anzaldi. “Siccome invece a reiterare questo stratagemma è la Rai – prosegue il deputato renziano, esponente della commissione di Vigilanza – dovremmo continuare a tollerare e ad alzare le spalle?”. Senza contare, poi, che una delle prime vittorie che l’ad Carlo Fuortes potrebbe riportare, almeno in base alle indiscrezioni che circolano a Viale Mazzini, è il riconoscimento del cosiddetto “extragettito”, ovvero la riscossione da parte dell’azienda dell’intero ammontare del canone (che al momento va invece a finanziare, in minima parte, un fondo pubblico per il pluralismo televisivo). Una cifra che, manco a dirlo, s’aggira intorno agli 80 milioni all’anno: proprio gli stessi che la Rai si vedrebbe decurtare dai propri bilanci se passasse la proposta di Giorgetti. Insomma, se le buone ragioni per non accanirsi contro il Cav. ci sarebbero tutte, chi mai, a ridosso del risiko quirinalizio, avrebbe interesse a farne una questione politica?   

  • Macina (M5s) spiega perché sulla giustizia conviene evitare l'ideologismo
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Settembre 22, 2021 at 3:00 pm

    Dice: "Una riforma civile è possibile". E ride. Anna Macina, sottosegretario alla Giustizia in quota M5s, ce l'ha con la riforma del processo civile portata a casa, ma anche con un clima che questa volta non è stato infuocato. Per il penale il suo partito, quello dei grillini, minacciò fuoco e fiamme (dimissioni in massa, voto contrario in Parlamento). Questa volta no.   Sottosegretario, evviva. Questa volta forse siete, come maggioranza, entrati nel merito senza le solite bandierine identitarie: concorda? “No, guardi si lavora sempre e solo nell’interesse del destinatario delle norme, cioè il cittadino. Che ha diritto ad avere un sistema efficiente. Ricordo che nel giro di poche ore avremo riforma del civile approvata in prima lettura e penale in via definitiva”. Si tratta di una riforma attesa da anni: i tempi della giustizia civile bloccano il paese e disincentivano gli investimenti soprattutto dall'estero. "Sono molto soddisfatta. Perché sono una civilista e so bene quanto ci sia bisogno di questa riforma. E poi perché ho seguito i lavori per conto del governo fin dall’inizio: diciamo che sono state settimane impegnative ma, dalla ripresa dei lavori il 30 di agosto siamo riusciti ad approvare il testo in prima lettura nei tempi previsti con un ritmo serrato".  La strana maggioranza del governo Draghi si è dunque placata davanti all'interesse collettivo? "“La maggioranza è molto ampia e spesso visioni e sensibilità non coincidono. Si sono cercate e ottenute mediazioni virtuose su vari aspetti ma soprattutto credo abbia pesato il senso di responsabilità da parte di tutte le forze politiche: sanno bene che le riforme sono legate ai fondi del Recovery. Tutti hanno compreso l’importanza di questa riforma, il cui percorso – lo ricordo – è cominciato durante il precedente governo. È probabilmente la riforma più attesa in Europa. Questo ci ha permesso di lavorare bene”.  Però non fa notizia. “Lo so bene, non solletica l’appetito dei media. Eppure, ha a che fare con le attività quotidiane di cittadini e imprese, che meritano l’attenzione del legislatore. Il civile riguarda tutti. Dal blocco di un capannone industriale al pagamento di un tfr, alle esecuzioni immobiliari. Divorzi, affidi, incidenti stradali, cause di lavoro".   Ci sono stati anche equilibri politici diversi: rispetto al processo penale voi del M5s  avete cercato la sponda del Pd, invece di andare soli contro tutti. “Il mio lavoro è stato dare un contributo per conto del Ministero, non di parte. In Parlamento M5s e Pd lavorano bene insieme ormai da tempo”.

  • "L'antifascismo di Emiliano è incomprensibile. A Nardò situazione pirandelliana". Parla Cuperlo
    by Ruggiero Montenegro (Il Foglio RSS) on Settembre 22, 2021 at 2:47 pm

    “Emiliano? È il presidente di una regione importante del Mezzogiorno, è stato rieletto con un consenso ampio e ha sempre dichiarato la sua appartenenza al campo del centrosinistra. Il che rende incomprensibile la sua scelta di sostenere un sindaco come Pippi Mellone, che non ha mai nascosto la sua matrice ideale, che non disdegna il saluto romano e anni fa ha chiesto la chiusura forzata della sede dell’Anpi”. Gianni Cuperlo risponde al Foglio mentre è in treno, in direzione Nardò, il comune salentino di 30 mila abitanti, divenuto nelle ultime settimane il centro di gravità della politica pugliese e forse anche dei sempre incerti equilibri interni del Partito democratico. E dove stasera, in piazza Salandra, interverrà a sostegno di Carlo Falangone. “Se a tutto ciò – continua l'esponente dem - sommiamo il fatto che qui il Pd assieme alle altre forze del centrosinistra  sostiene un candidato alternativo il quadro da politico si fa pirandelliano”.   Sembra quasi un eufemismo. Perché quello di Cuperlo sarà il secondo intervento nella cittadina in provincia di Lecce in due giorni, da parte di un dirigente nazionale. Perché ieri Giuseppe Provenzano, il vicesegretario del Pd, ha usato parole di fuoco riferendosi a Pippi Mellone: “Non si annullano le storie e i percorsi. Se c’è un sindaco che viene da Casa Pound – ha riportato l'Huffington Post - che fa il saluto romano e attacca i partigiani, noi dobbiamo combattere con determinazione. E vincere”. E non è tutto, le cronache locali raccontano infatti che pochi giorni prima si sia mosso anche il Pd locale, con l'espulsione di Francesco Russo, candidato nella lista emilianista “noi per Nardò”, che sostiene proprio Mellone. Vuol dire che da Roma è arrivata qualche indicazione contro Emiliano o è solo campagna elettorale? Cosa ne pensa Cuperlo di tutto questo? “Provenzano ha detto cose che qualunque esponente o dirigente del Pd dovrebbe condividere. Si vota per scegliere chi amministrerà le città chiamate al voto e questo conta. Detto ciò la vicenda di Nardò fa riflettere sugli equivoci di un trasversalismo che rischia di penalizzare un principio di coerenza”. Ci spieghi meglio: “Non è che non bisogna parlare a tutti, il punto è che bisogna farlo usando la propria lingua e non strizzando l’occhio a quella degli altri. Anche per questo sarebbe bello che nei prossimi giorni a Nardò ci fossero tutti i dirigenti locali e nazionali del Pd pugliese”.   Il caso pugliese apre però uno squarcio, ancora una volta, sul tema dell'antifascismo: un valore fondante per i dem, sul quale il partito non ha sempre mostrato lo stesso atteggiamento. Il segretario Letta si è dimostrato intransigente sul caso del leghista Durigon, mentre su Emiliano pare avere invece una posizione più attendista. “Ogni paragone tra le due situazioni è assurdo. Durigon - spiega con decisione Cuperlo - ha proposto che il parco di Latina, dedicato oggi a Falcone e Borsellino, fosse di nuovo intitolato al fratello di Mussolini. Bastava quello perché uscisse dal governo”.   E però anche in occasione della festa dell'Unità il Pd ha rischiato una brutta figura, invitando sul palco un esponente di Fratelli d'Italia, noto per delle foto in tenuta nazista. Il rischio, procedendo in questo modo, è che il Pd venga percepito come antifascista a giorni alterni, a seconda delle persone e degli equilibri in gioco. “Quello di Bologna ritengo sia stato un incidente al quale per altro si è posto prontamente rimedio. E quanto alla foto, la replica che era una cosa goliardica non fa che confermare i dubbi su una destra che fatica ancora terribilmente a guardarsi dentro” Sarà, ma anche a chi guarda ai dem da sinistra, i dubbi restano. E dunque, non sarebbe il caso che il segretario intervenisse in maniera decisa, con una parola definitiva, a partire proprio da Emiliano? “Se c'è una cosa che ha distinto Letta in questi primi mesi è stato proprio il richiamo a un Pd più consapevole delle sue radici e di una identità che non può dipendere solamente dal fatto di stare al governo, che si tratti di una città, di una ragione o del paese. Il governo è un mezzo, fondamentale se si vogliono realizzare i programmi sui quali chiediamo un voto, ma non può divenire l’unico fine da perseguire o mantenere con ogni pratica o alleanza”, spiega ancora l'ex presidente del Partito democratico. Il treno intanto si avvia a destinazione, tra poche ore Cuperlo sarà sul palco. Cosa dirà ai leccesi? “Parlerò della necessità di un voto che garantisca il buon governo del dopo, di un voto che muova dalle risposte alle due priorità del lavoro e della salute”. E non solo, perché, conclude “se capita l’occasione, parlerò del dialogo tra Balsamo e De Angelis in una scena de 'Le mani sulla città' di Francesco Rosi. Sono quattro minuti folgoranti ancora oggi a oltre mezzo secolo di distanza. Valgono un congresso e spiegano più di questa nostra conversazione”. E allora eccoli qui.

  • Calcutta contro Conte (e non solo)
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Settembre 22, 2021 at 2:35 pm

    Dalla Toscana alla Calabria, Giuseppe Conte sale sul palco e scatena un putiferio. Prima l'hate speech dei suoi militanti contro Renzi. Ora la questione assembramenti: Cosenza non è Montevarchi e per il leader del Movimento 5 stelle Piazza XI settembre ieri sera si è riempita all'inverosimile. Ma l'appello al buonsenso di Conte - "Vacciniamoci tutti" - cozzava con la platea circostante. Fitta, quasi smascherata, festante. Immagini pre-pandemiche che non sono andate giù a chi è ancora costretto a non lavorare: "Perché?", si domanda con un lungo sfogo su Instagram il cantante Calcutta: "In riferimento a quello che sta accadendo in tante piazze italiane, colorate in questi giorni da tantissime bandiere di diversi partiti politici, io (e molti miei colleghi) vorremmo chiedere al mondo della politica, alle task force di scienziati al servizio della nazione, ai virologi illuminati dalla scienza e/o dai riflettori: perché tutto questo non è pericoloso? Perché tutto questo non è una seria minaccia alla salute del paese?"   Il mondo della cultura e dello spettacolo è ancora congelato. Ormai tra i pochissimi, ma musica e concerti continuano a rappresentare potenziali situazioni di rischio di contagio dati i contatti particolarmente ravvicinati dei partecipanti. E fin qui gli addetti ai lavori, salvo le provocazioni dei singoli, si sono attenuti alle restrizioni in vigore. Aspettando. Ma dalle canzoni all'orazione non cambia nulla, se poi fra il pubblico il quadro è lo stesso. Quindi, delle due l'una: "Da domani le capienze degli spettacoli in generale tornano alla normalità?", è la deduzione di Ermal Meta, terzo a Sanremo 2021, che si unisce alle polemiche dei colleghi. E ancora Calcutta: "Vorrei una manciata di spiegazioni per andare a dormire con la testa in ordine. Noi vogliamo sapere perché i concerti no e questo sì. E se non dovessero arrivare spiegazioni entro 24 ore...beh, allora potremmo tutti andare a dormire con la bufera nel cuore. Ma la ragione sotto il cuscino". La palla a Conte.  

  • Rixi e Montani (Lega): "Comanda Salvini. Donato? Si è fatta comprare da qualcun altro"
    by Gabriele D'Angelo (Il Foglio RSS) on Settembre 22, 2021 at 2:08 pm

    Quarantuno assenti ingiustificati della Lega per il voto sul green pass. È evidente che c'è discussione su questo strumento. "Certo. Anche io non sono soddisfatto, si poteva aggiustare", dice Edoardo Rixi. "Ma nel partito comanda Salvini che è il segretario nazionale. Il governo non è di centrodestra, alcune cose si condividono, altre meno". La stessa tesi la sposa Enrico Montani. "Nel Carroccio posizioni differenti e difficoltà oggettive",dice il senatore. E attacca la europarlamentare che ieri ha lasciato la Lega perché a suo dire nel partito “prevale la linea Giorgetti”. "Francesca Donato evidentemente è stata già comprata da qualcun altro".

  • L'irresistibile normalità dei Ferragnez in formato serie tv
    by Ginevra Leganza (Il Foglio RSS) on Settembre 22, 2021 at 1:58 pm

    Adesso si cimentano con un altro mezzo e noi, che non li seguiamo ma di tanto in tanto ne spulciamo i profili, ci domandiamo cosa possano ancora mostrare. Pensavamo che dopo i versi gutturali per chetare i pupi, le cene e i rigurgitini, i video in bagno, gli scherzi di prima mattina, non ci fosse più nulla da esibire. Quanto ai seguaci, bisogna essere un ammasso di posseduti per tribolare sin d’ora nell’attesa di una serie tv. Ma come spiega René Girard, l’invasamento è quasi sempre un fatto collettivo, riguarda torme di umanità: per questo il suo nome è Legione. Se poi il cognome è Ferragnez, gli invasati si moltiplicano a oltranza. La serie che fruga, svita, scava nel nido firmato Zaha Hadid vedrà la luce a dicembre (momento fausto per tonificare il divanismo, a ridosso delle feste particolarmente minacciato). Coppia, figli, cani, parenti, affini da un lato, Amazon Prime Video dall’altro: un composto di potere glitterato.  Ma la vera domanda è questa: com’è che la fatina, dopo aver interpretato la Venere del Botticelli, oggi, dopo aver fatto da maieuta al pauperista consorte – il gene dominante è quello suo, il marito è un recessivo – e avergli cavato il Rolex non troppo sepolto, com’è che questa volta non si pone il dubbio di annoiare? Cosa dovrà mostrare di inedito al punto da magnetizzare ancora? Sarà un viaggio in casa sua, nei mesi a cavallo fra 2020 e 2021, grossomodo corrispondenti alla gravidanza della figlia, immantinente ribattezzata “la Vitto”, con articolo vecchia Lombardia (non si nasce a Cremona invano) e diminutivo come espediente d’inconscio marketing. Perché se c’è una cosa che i Ferragnez sono, se c’è un ingrediente che si riconosce loro, questo consiste in una mediocrità perfetta, in un nonnulla ubertoso. Immaginatevi Chiara Ferragni rivolta alla figlia come il Duca di Cambridge si rivolge alla moglie, sforzandosi di pronunciare il nome per com’è registrato all’anagrafe: Catherine (e non Kate). Non funzionerebbe. Il suo è un concerto di elementi conquistati, non ereditati, sinceramente ripetuti. E visto che diminuire il nome serve a sminuire la persona, il diminutivo non guasta ma anzi agevola a essere irresistibilmente normali. E’ difficile pensare che possa dipanarsi qualcosa di nuovo nel corso degli 8 episodi targati Amazon. Ma probabilmente la serie sarà l’ennesimo prodotto bennato che i due Mida trasformeranno in oro, perché i Ferragnez non stancano e non divertono, ma ipnotizzano. Lontani anni luce dal divismo maledetto fatto di occhiaie, droga e fornicatio, non elevano e non traviano, si amano come due contabili. Mai un passionale intoppo, tutto un quieto vivere apolide, da questa a quella parte di mondo. Funzionano sempre, come funzionerà la serie Amazon, ché chi li clicca non li teme: vi si specchia. In uno specchio di brame logate, alla portata mentale di chiunque. Insomma, le due noie viventi – che però non annoiano mai – sono il cibo intellettuale di chi, studiandoli come noi, tiene il ritmo del tempo. Sono il motore esistenziale di quanti altrimenti avrebbero nulla da fare. Più di tutto, sono la realizzata quintessenza dei loro milioni di follower: sposini amorosi impigiamati monogram. 

  • L'irresistibile normalità dei Ferragnez in formato serie tv
    by Ginevra Leganza (Il Foglio RSS) on Settembre 22, 2021 at 1:58 pm

    Adesso si cimentano con un altro mezzo e noi, che non li seguiamo ma di tanto in tanto ne spulciamo i profili, ci domandiamo cosa possano ancora mostrare. Pensavamo che dopo i versi gutturali per chetare i pupi, le cene e i rigurgitini, i video in bagno, gli scherzi di prima mattina, non ci fosse più nulla da esibire. Quanto ai seguaci, bisogna essere un ammasso di posseduti per tribolare sin d’ora nell’attesa di una serie tv. Ma come spiega René Girard, l’invasamento è quasi sempre un fatto collettivo, riguarda torme di umanità: per questo il suo nome è Legione. Se poi il cognome è Ferragnez, gli invasati si moltiplicano a oltranza. La serie che fruga, svita, scava nel nido firmato Zaha Hadid vedrà la luce a dicembre (momento fausto per tonificare il divanismo, a ridosso delle feste particolarmente minacciato). Coppia, figli, cani, parenti, affini da un lato, Amazon Prime Video dall’altro: un composto di potere glitterato.  Ma la vera domanda è questa: com’è che la fatina, dopo aver interpretato la Venere del Botticelli, oggi, dopo aver fatto da maieuta al pauperista consorte – il gene dominante è quello suo, il marito è un recessivo – e avergli cavato il Rolex non troppo sepolto, com’è che questa volta non si pone il dubbio di annoiare? Cosa dovrà mostrare di inedito al punto da magnetizzare ancora? Sarà un viaggio in casa sua, nei mesi a cavallo fra 2020 e 2021, grossomodo corrispondenti alla gravidanza della figlia, immantinente ribattezzata “la Vitto”, con articolo vecchia Lombardia (non si nasce a Cremona invano) e diminutivo come espediente d’inconscio marketing. Perché se c’è una cosa che i Ferragnez sono, se c’è un ingrediente che si riconosce loro, questo consiste in una mediocrità perfetta, in un nonnulla ubertoso. Immaginatevi Chiara Ferragni rivolta alla figlia come il Duca di Cambridge si rivolge alla moglie, sforzandosi di pronunciare il nome per com’è registrato all’anagrafe: Catherine (e non Kate). Non funzionerebbe. Il suo è un concerto di elementi conquistati, non ereditati, sinceramente ripetuti. E visto che diminuire il nome serve a sminuire la persona, il diminutivo non guasta ma anzi agevola a essere irresistibilmente normali. E’ difficile pensare che possa dipanarsi qualcosa di nuovo nel corso degli 8 episodi targati Amazon. Ma probabilmente la serie sarà l’ennesimo prodotto bennato che i due Mida trasformeranno in oro, perché i Ferragnez non stancano e non divertono, ma ipnotizzano. Lontani anni luce dal divismo maledetto fatto di occhiaie, droga e fornicatio, non elevano e non traviano, si amano come due contabili. Mai un passionale intoppo, tutto un quieto vivere apolide, da questa a quella parte di mondo. Funzionano sempre, come funzionerà la serie Amazon, ché chi li clicca non li teme: vi si specchia. In uno specchio di brame logate, alla portata mentale di chiunque. Insomma, le due noie viventi – che però non annoiano mai – sono il cibo intellettuale di chi, studiandoli come noi, tiene il ritmo del tempo. Sono il motore esistenziale di quanti altrimenti avrebbero nulla da fare. Più di tutto, sono la realizzata quintessenza dei loro milioni di follower: sposini amorosi impigiamati monogram. 

  • La Lega si prende tre consiglieri regionali lombardi di Forza Italia
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Settembre 22, 2021 at 11:24 am

    Tre consiglieri regionali lombardi di Forza Italia passano nella Lega. Li ha presentati lo stesso Matteo Salvini questa mattina in una conferenza stampa a Milano. Si tratta di Alessandro Fermi, presidente del Consiglio regionale, Mauro Piazza e Daniele Nava, ex presidente della provincia di Lecco. "E' una bella giornata, il mio obiettivo è rinsaldare e unire il centrodestra in Italia e in Europa. Non c'è competizione interna alla coalizione", ha detto il leader del Carroccio. Il cui annuncio non è stato casuale: punta a sottacere le fuoriuscite di queste settimane, tra cui quella dell'europarlamentare Francesca Donato. Anche se lo stesso Salvini ha detto che "le due cose non c'azzeccano assolutamente. Non riusciamo a inventarci conferenze stampa dalla sera alla mattina, è una cosa a cui lavoriamo da tempo. Per uno che va 10 ne entrano".     Il presidente del consiglio regionale Fermi ha detto che la sua scelta deriva dalla volontà di "uscire dall'ambiguità di Forza Italia". Sicuramente per Salvini sono acquisti che arrivano nel momento per lui più importante. E cioè quando viene messa in discussione la sua capacità di tenere unito il partito alla vigilia delle elezioni amministrative. 

  • Il tuo cellulare cinese ti censura, anche se tu non lo sai
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Settembre 22, 2021 at 11:07 am

    Gli smartphone del gigante cinese Xiaomi, anche quelli venduti in Europa, hanno la capacità di censurare i contenuti sensibili per il regime di Pechino. E' quanto emerge dall'ultimo report del Centro per la sicurezza informatica del ministero della Difesa lituano. In vista dell'introduzione della tecnologia 5G sugli smartphone commerciali, il governo di Vilnius ha deciso di analizzare alcuni dispositivi di aziende che erano state già segnalate in passato per i rischi legati alla sicurezza informatica, come Xiaomi e Huawei. E ha scoperto che nonostante le garanzie offerte al mercato europeo da parte delle aziende cinesi, i rischi di manipolazione “da remoto” di certi dispositivi è alto. “Il nostro consiglio è di non comprare telefoni cinesi, e di sbarazzarsi di quelli già comprati il prima possibile”, ha detto il viceministro della Difesa Margiris Abukevicius durante la conferenza stampa che illustrava il report. Tra i rischi che i tecnici lituani hanno rilevato, c'è un uso massiccio del trasferimento di dati a parti terze, ma soprattutto la capacità di censurare alcune parole o espressioni chiave, e di monitorare la ricerca di queste espressioni, tra cui “Tibet libero”, “Voice of America”, “Taiwan indipendente” e altre. “Al momento dello studio, l'elenco includeva 449 parole chiave o gruppi di parole chiave in caratteri cinesi”, si legge sul report dal titolo “Che cosa fa il tuo smartphone senza che tu lo sappia”. Tautvydas Baksys, uno dei tecnici, ha detto che quando viene venduto un apparecchio cinese in Lituania, il filtro sui contenuti è disabilitato, ma gli elenchi di parole sensibili vengono lo stesso inviati al cellulare: “Il dispositivo ha la capacità tecnica di attivare la funzione di filtraggio in qualsiasi momento all'insaputa dell'utente”, ha detto Baksys, ed è possibile che si possa applicare “anche ai caratteri latini, non solo cinesi”. I rapporti tra Lituania e Cina sono molto tesi da quando, nel luglio scorso, la Lituania ha deciso di aprire una rappresentanza diplomatica di Taipei a Vilnius. Poche settimane dopo, la Cina ha praticamente espulso l'ambasciatrice lituana a Pechino. Il governo di Ingrida Simonyte è tra i pochi in Europa ad aver preso una posizione molto chiara con il Partito comunista cinese: la nostra libertà non è in vendita.

  • L’esercizio della filosofia. Per una vitale incertezza
    by Maurizio Schoepflin (Il Foglio RSS) on Settembre 22, 2021 at 8:04 am

     Con L’esercizio della filosofia, Lucio Saviani, nato a Caserta nel 1960, voce tra le più interessanti dell’odierno pensiero ermeneutico italiano, porta a termine una trilogia le cui tappe precedenti sono rappresentate da Il limite e la scrittura del 2011 e Ludus mundi. Idea della filosofia del 2016. La vera protagonista di questo percorso, come risulta evidente fino dai titoli dei libri che abbiamo sopra ricordato, è la filosofia, e dunque il lettore si trova di fronte a un filosofo che si interroga sulla filosofia stessa; esercizio, questo, certamente non nuovo nel contesto della storia del pensiero occidentale e tuttavia di basilare importanza, compiuto dall’autore con particolare acutezza. Saviani, che non nasconde il suo debito teoretico nei confronti di Vladimir Jankélévitc, l’importante pensatore francese vissuto fra il 1903 e il 1985, ritiene che la filosofia sia caratterizzata dal limite e dalla finitezza, dal dubbio e dalla tolleranza dell’incertezza, dalla perplessità e dall’esitazione. Per comprendere quale sia il messaggio contenuto nel libro, si rivelano particolarmente utili le seguenti considerazioni espresse da Saviani nel corso di una recente intervista: “Il dis-senso è dunque il senso stesso della filosofia, del suo discorso. Esperienza vissuta di dissidio, tolleranza dell’incertezza ed esercizio del dubbio: una prospettiva di permanente, sistematica revisione dei codici interni a una data cultura. Soprattutto in tempi di crisi, di fondamentalismi, di conformistica volontà di piacere (i social e la conta dei like…) e ricerca del consenso, il dissenso andrebbe inteso come la postura stessa della filosofia e del suo esercizio. La postura filosofica, capace di sostenere un attrito”. Una volta lette queste parole, non appare casuale che all’inizio del volume venga ricordata la figura di Socrate, il maestro dell’ironia e del dubbio, della domanda e del dialogo. E altrettanto chiaro si presenta il richiamo a Platone, che paragonò la vita del filosofo a quella dell’asceta, votato alla fatica del pensiero, al costante allenamento della mente, e alla ricerca incessante. Il libro contiene il poemetto “Orfeo, un cantante”, opera dello scrittore, poeta e paroliere Pasquale Panella, noto, fra l’altro, per aver scritto i testi di alcune canzoni di Lucio Battisti. Da vari anni Saviani e Panella collaborano, offrendo un’interessante testimonianza del fatto che spesso il sapere autentico nasce dall’incontro fra le diverse espressioni dello spirito.        L’esercizio della filosofia. Per una vitale incertezza Lucio Saviani Moretti & Vitali, 166 pp., 18 euro

  • Libro del Sangue
    by Massimo Morello (Il Foglio RSS) on Settembre 22, 2021 at 7:59 am

    La data della sua morte è quella della mia nascita. La sua morte è quella di una delle vite che Matteo Trevisani narra nel Libro del Sangue. Come scrive: “Forse qualcosa in me aveva già cominciato a separarsi, e quella che io chiamavo la mia unica vita erano in realtà già due”. La mia nascita è quella che credevo di conoscere prima di recensire il libro. In quella data, il 21 settembre, scelta probabilmente perché danza attorno all’equinozio d’autunno, quando la conclusione della stagione più calda assume un significato mistico, per Trevisani sembra aprirsi “uno di quei varchi tra il mondo dei vivi e quello dei morti”. In tutto il libro quelle vite e quelle morti s’intrecciano con altre passate e future. “La storia… era una continuazione possibile, tra le molte vite che uno può sognare di vivere. Ma mi pareva che, come in un incantesimo, il futuro aveva modificato il passato”.     Leggendo questo libro le possibilità di coincidenze significative si moltiplicano in modo esponenziale. Libro del Sangue ci trasporta in un’avventura della mente alla ricerca di qualcosa di nostro nascosto tra le parole, le righe. “Un numero incredibile di generazioni ti legano al mondo, e legano il mondo a te”. Ognuno può ritrovare o riconoscersi in una data, un luogo, in pensieri, addirittura in uno di quei momenti che segnano l’esistenza come la cicatrice di un coltello, un proiettile, un colpo al cuore. E quando accade è come “osservarsi dall’esterno”.       I libri di Trevisani hanno questo effetto: inducono non al sonno ma al sogno della ragione. “I sogni a occhi aperti sono il pericolo peggiore del mondo, perché non ci permettono di percepire la realtà per quella che è. Ma che cos’è la realtà? Come possiamo essere sicuri di percepirla davvero, e come essere sicuri del fatto di non aver creato quel passato, per noi due, semplicemente immaginandomelo?”. E’ già accaduto con i precedenti Libro del Sole e Libro dei Fulmini. Anche questo mette assieme magia, esoterismo, misticismo, eventi personali. Cercare di riassumerne la trama è come voler raccontare sensazioni fisiche. Per farlo ci si limita a citarle: il dolore, il piacere, il calore. Qui da una storia personale, da ricordi familiari che raccontano di una maledizione dei primogeniti, si passa alla storia di una ricerca genealogica che provoca, appunto, una lacerazione nello spazio-tempo individuale. “Se avevo fatto un errore ormai non ci sarebbe stato modo di ripararlo, se non all’interno del mondo che quello stesso errore aveva generato”. Trevisani riesce a farlo creando un mondo ancora diverso, per amore del figlio appena nato.       Libro del Sangue Matteo Trevisani Edizioni di Atlantide, 224 pp., 16 euro 

  • La Storia non è finita
    by Alessandro Litta Modignani (Il Foglio RSS) on Settembre 22, 2021 at 7:55 am

    Corre “Dalle origini del capitalismo alle varianti occidentale e orientale”, il nuovo brillante pamphlet di Giorgio Arfaras, un rapido e piacevole excursus di storia economica, dall’alba dei tempi alla più stretta attualità mondiale e italiana. Le analisi macroeconomiche dell’autore sono spesso accompagnate da considerazioni mai banali di ordine filosofico, sociologico, politico, a volte anche morale.   Esistono dal XX secolo cinque tipi di capitalismo, sostiene Arfaras. Il primo, “interventista”, va dalla grande crisi degli anni Trenta al secondo Dopoguerra, fino agli anni Settanta; il secondo, “neo liberale”, dagli anni Ottanta alla crisi del 2008; il terzo, “ibrido”, nato proprio da quella crisi, si è definito più compiutamente con l’arrivo del Covid-19; poi esiste il capitalismo “politico” cinese (cioè sviluppo economico occidentale e dittatura imperiale del Partito); e infine quello dei paesi in via di sviluppo, chiamato “dei compari”, che presenta alcuni tratti – quelli legati alla rendita – comuni ai paesi occidentali avanzati.       Le diseguaglianze si possono ridurre, ma è sbagliato pensare di poterle eliminare completamente. La maggioranza degli osservatori imputa la crisi al “liberismo selvaggio” e alla globalizzazione, una minoranza pensa invece che questi due fattori abbiano portato al centro della società le persone ad alto livello di istruzione. Questi fautori della “teoria della conoscenza”, possono convenire con gli altri sulla utilità di ridurre le diseguaglianze, non per ragioni di equità, ma di opportunità. “Il perno è la mobilità sociale – spiega Arfaras – L’idea è che la mobilità sociale, stabilizzando la classe media moderna, che sta crescendo nell’economia della conoscenza, trascini un maggior egualitarismo”.   Nel libro non mancano le battute sferzanti. Perché piacciono i complotti? Perché non siamo capaci di accettare i movimenti casuali: “Nella mente del complottista, l’ordinamento ‘spontaneo’ non ha udienza”. Quanto all’Italia, è “ovvio” rimanere nell’euro, incentivare la concorrenza e investire nelle infrastrutture; “non è così ovvio” che il mercato debba essere ancora più flessibile e che servano molti emigranti da integrare. Dopo la pandemia, un campanello d’allarme: “Si hanno due importanti nodi. I problemi sociali, legati alle diseguaglianze di opportunità che si potrebbero manifestare. E il maggior ruolo dello stato che potrebbe aversi anche qualora la crisi finisse. Nella storia, a un grande intervento dello stato non è mai seguito un suo subitaneo ritiro”.     La Storia non è finita Giorgio Arfaras Guerini & Associati, 155 pp., 18,50 euro

  • Dall’inferno
    by Alessandro Mantovani (Il Foglio RSS) on Settembre 22, 2021 at 7:50 am

    Una strada serpeggiante e una fabbrica compongono la silhouette di un drago che spira fuoco nella copertina di Dall'inferno, volume che raccoglie due racconti lunghi di Cosimo Argentina e Orso Tosco. La strada non è altro che il Ponte Morandi; la fabbrica, l’Ilva di Taranto con il suo fuoco, quello degli altoforni. Genova e Taranto, due città legate al mare e all’acciaio, diventano luoghi di elezione per raccontare le maniere attraverso cui si manifesta e consuma l’inferno dei viventi in Italia, di cui gli autori, autoctoni delle due città, si sono fatti testimoni nella stesura di questi reportage letterari.   Lungi da un’impressione disomogenea, i racconti sono costruiti attraverso un impianto di specchi, somiglianze, opposizioni che dona al libro una felice strutturazione.  Come nella più tradizionale delle discese agli inferi, infatti, entrambe le vicende sono caratterizzate in primo luogo da una continua peregrinazione dei protagonisti. Tuttavia, a differenza della lezione dantesca, i due non solo sono privi di una guida, ma vagano attraverso un Ade sprovvisto di quella logica razionale che strutturava l’inferno della Commedia. Questi inferi ora incarnati dall’immensità oscura e disumana della fabbrica-città, ora nei vicoli ciechi e contorti della città-intestino che è Genova, assumono perciò la connotazione del labirinto, un luogo di cui per definizione non si può tracciare una mappa, da cui è impossibile uscire.    E’ così che il percorso notturno del protagonista anonimo di Argentina diventa un itinerario a vuoto nelle malebolge  dell’Ilva, dove soggiorna un’umanità derelitta, schiacciata tra il dramma di condizioni di lavoro mortali e l’impossibilità di emanciparsi da esso: “Se la dichiarano sui casi di cancro e la lista è bella lunga. Gente morta che prima di morire s’è trasformata in fossili di uccelli, in spugne marine rattrappite e accartocciate, in bucce”.   Non diversa, d’altro canto, è la realtà delirante che attraversa Orazio Lobo, protagonista del racconto di Tosco. Affetto da disturbi mentali, Lobo vaga giorno e notte, credendo di avere una missione segreta, evitare che Genova “naufraghi”, ma proprio nei giorni del crollo del Ponte Morandi questa convinzione verrà meno esacerbando le sue frenesie.   Attraverso un uso eccellente del dialetto e della parlata delle due città e uno stile aspro e corporale, Argentina e Tosco compongono un libro allucinato ed espressionista che si avventura a illuminare gli angoli oscuri e mostruosi del nostro paese.    Dall’inferno Cosimo Argentina e Orso Tosco minimum fax, 190 pp., 15 euro

  • Green pass per i parlamentari: a chi sgarra 200 euro in meno al giorno dallo stipendio
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Settembre 22, 2021 at 4:16 am

    L’ultima fiammata è di ieri pomeriggio. Quando un gruppetto di “L’alternativa c’è”, ex deputati M5s che guardano ad Alessandro Di Battista, ha srotolato in piazza Montecitorio uno striscione con la scritta “No a questo green pass”. Un gesto simbolico fine a se stesso (con tanto di strappo dello striscione alla fine del flash mob).   Tuttavia la musica sta per cambiare alla Camera come in Senato. I due rami del Parlamento, dopo aver adottato una specie di mezza porzione, entro il 15 ottobre dovranno omologarsi all’ultimo decreto del governo. Dunque menù completo, niente più zone franche. L’ultimo decreto prevede l’ingresso nei luoghi di lavoro e negli uffici pubblici solo con il passaporto verde. Bisogna dunque essere vaccinati o esibire l’esito negativo del tampone effettuato nelle ultime 72 ore.  A oggi  il green pass  serve ai parlamentari solo per pranzare al ristorante o per accedere in zone delimitate dei Palazzi (come la biblioteca). In Aula e nelle commissioni no.     Green pass, come funziona in Parlamento dal 15 ottobre   Finalmente ecco la svolta: oggi pomeriggio i questori della Camera si vedranno in ufficio di presidenza per mettere giù il regolamento che interesserà gli eletti. Il dispositivo prevede il controllo “a tappeto” per chi entrerà alla Camera. Varrà per i dipendenti, per i quali vige la disciplina riservata alla pubblica amministrazione, ma soprattutto per i  deputati. Che, con un gesto di realismo, hanno messo da parte l’autodichia per omologarsi alle regole del resto del paese. “Ciò che vale per i cittadini, deve valere anche per noi che siamo nel Palazzo e facciamo le leggi per i cittadini”, annota con il giusto piglio Gregorio Fontana, questore della Camera in quota Forza Italia. Ma cosa accadrà se qualche deputato furbetto supererà i controlli e poi sarà pizzicato dai commessi senza il green pass? Si sta pensando all’applicazione di sanzioni interdittive: giorni di espulsione dal Palazzo che saranno monetizzati con una decurtazione dallo stipendio degli onorevoli pari a duecento euro al giorno. Il primo a essere incappato in questo regolamento fu Vittorio Sgarbi che in Aula si rifiutò di indossare la mascherina (che continuerà a essere obbligatoria) e quindi venne portato via a forza dai commessi e sanzionato con giorni di espulsione. Quei giorni per il deputato hanno avuto un costo: gli sono stati sottratti dalla busta paga mensile. Il Senato, che nei giorni scorsi ha ospitato anche un convegno No vax, dovrà omologarsi alla Camera, ma per il momento non arrivano notizie da Palazzo Madama.  Anzi, proclami di guerra come quello del senatore e leader di Italexit Gianluigi Paragone che ha già annunciato: “Il Parlamento non è un luogo di lavoro. Se entriamo dentro questa logica, allora vuol dire che il Parlamento lo possiamo tranquillamente chiudere”. Alla Camera sarà curioso capire la reazione di un altro No vax come il leghista Claudio Borghi, pronto a “chiedere un pronunciamento in merito alla Corte costituzionale”. Schermaglie. Entro il 15 ottobre la politica sarà costretta ad adeguarsi.

  • Colloquio-avventura nella mente di Carlo Freccero
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Settembre 22, 2021 at 4:10 am

    "Non sono complottista”, dice in tono di aperta rivendicazione. “Sono loro che complottano”. E spiega: “Io leggo e cito dei documenti. Scopro che l’élite vuole imporre nuove forme di controllo sulle persone, per trasformare l’occidente nella Cina attraverso la politica sanitaria. E allora siccome io racconto questo complotto, cercando di documentarlo, ecco che automaticamente divento complottista. E’ un passaggio logico indebito”.      Sta promuovendo un referendum per abolire il green pass, Carlo Freccero. E nulla nella sua biografia lascerebbe credere che egli sia un mattoide del web, un estremista del no vax, uno di quelli che credono alle sirene, ai chip sotto pelle o al grande complotto universale. Eppure lunedì queste cose le ha scritte sulla Stampa dopo altri interventi di Cacciari, Agamben, Barbero e Vattimo contro il green pass. “E’ stato il direttore Massimo Giannini a chiedermi di scrivere. Poi però ci ha aggiunto una sua postilla per prendere le distanze”. E cosa siete lei, Agamben, Cacciari e Vattimo? “Una avanguardia di sinistra”. Però dite le stesse cose di Giorgia Meloni. “Significa che riesco a parlare, da uomo di sinistra, al suo grande elettorato che vincerà le elezioni. Io voglio penetrare lì dentro. E’ una operazione gramsciana. Ripeterò lo stesso schema che ho fatto col referendum contro Renzi”. Stupro della Costituzione. Deriva autoritaria. Ducismo. Ma a quel tempo eravate tanti, c’era anche Gustavo Zagrebelsky. “E oggi contro il green pass siamo pochi. Io, Agamben, Cacciari e Vattimo. Lo so. Ma c’è chiaramente sulla carta un 30 per cento di italiani cui rivolgersi, quel 30 per cento che ha fatto vincere l’alleanza Lega M5s. E’ sempre uguale. Lo stesso gruppo di persone. Io li chiamo i ‘non culturalizzati’ dal giornale mainstream. Il 30 per cento che rappresenta il disordine mediatico. Con loro si vince. E la riprova è che il libro più venduto in questo momento è quello di Massimo Citro, ‘Eresia’”. La bibbia no vax. “Persino un sito come Byoblu può battere Feltrinelli o Mondadori”. E Freccero parla quasi da segretario politico. Segretario del partito degli sciroccati? “Tutto il contrario degli sciroccati. Io ho capito come funzionano le cose. Ma dovete ascoltarmi”.   E allora ci addentriamo nella mente e nei pensieri di Freccero. Allacciatevi le cinture. “Sto leggendo tutti i documenti del potere, perché sto facendo un libro di questo tipo, per capire cos’è il potere. Sai chi è il vero complottista?” No, chi è? “Il vero complottista è Klaus Schwab, il presidente del World economic forum. E’ lui che dice che il Covid è un ‘grande reset’. Che è l’occasione per instaurare un nuovo ordine mondiale. E io sarei complottista? Io imparo da lui. Da questa élite che intende governarci con la tessera digitale”. Ma cosa è l’élite? “Non è una cosa. Sono tante. Si fronteggiano le une contro le altre. Tu devi ascoltare cosa dicono La Bella e Landi”. La Bella e Landi? “Sì, sono due operatori finanziari che sanno esattamente cosa succede. Parlano su internet”. E cosa succede? “La realizzazione della distopia fantascientifica. Il controllo sulle persone anche attraverso la paura”.     Quello di Carlo Freccero è un affastellarsi di roba che quasi tutti – e confessiamo: anche noi – considerano mattane. “Certo che me ne rendo conto che può sembrare un delirio. E’ il potere che non è più sapere, ma delirio. Ma io sto raccogliendo prove, documenti. Io questi li ho conosciuti. Jacques Attali lo incontravo con Berlusconi negli anni Ottanta a Parigi. Era lucido e cinico, allora non capivo che faceva parte di questa élite. Ma adesso ho fatto anche io un ‘reset’, di tutto ciò che credevo di sapere. Così ho scoperto la follia pura: il gender, per esempio”. Ma che c’entra il gender adesso? “Anche la questione del gender la vuole l’élite. Anche Bergoglio è un uomo del reset di cui parla Schwab”. Il nuovo ordine mondiale? “Certo”. Il Papa? “Non Benedetto XVI, ma Bergoglio. Lui accetta questo sistema, questa contemporaneità. E’ tutto consequenziale. Tutto si tiene. E’ chiaro”. Insomma.        “Ma non lo vedi il cinema?”. Fatico a seguire il collegamento logico. “Tutta Hollywood produce immaginario distopico. Mai come adesso si è lavorato sulla fantascienza. Perché il pubblico sente addosso che stiamo entrando in un mondo distopico. Mai come oggi Orwell e Huxley sono così letti. La fantascienza afferra lo spirito del tempo. Siamo continuamente controllati. Se fai un abbonamento a Sky ti recitano il rosario delle cose che possono fare con te: ‘Mi dà l’assenso alla profilazione dei dati?’. Appena apri il cellulare, ti offrono ciò che desideri. Lo sanno. Finiremo schedati col green pass. Con il ricatto della paura alimentata dai media”. Che sono complici. “Sai chi ha scritto la prefazione al libro di Schwab?”. No. “L’ha scritta John Elkann, il padrone che ha svenduto la Fiat e poi ha fatto il gruppo Gedi. E infatti nulla di quello che dico finisce sui giornali”. Lei sta parlando a un giornale. “Ci sono cose che non sono mai apparse nemmeno da voi”. Pure il Corriere fa parte del piano? “Tutti”.   Anni fa c’era chi accusava il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, di tramare con Obama e Bill Gates quando venivano estesi i vaccini nelle scuole. Quelli erano matti o savi? “Quelle cose confermano quello che dico. Sono tutte vere. Io ho studiato gli esposti che fece l’avvocato Alessandra Devetag. Ha spiegato benissimo il rapporto che c’è tra Lorenzin, l’Oms, e Bill Gates”.    Freccero, scusi, ma lei si è mai chiesto perché è così predisposto a vedere collegamenti tra cose e persone che forse (forse?) non hanno tra loro alcun collegamento? “Mi autopsicanalizzo, se vuoi”. Faccia pure. “Forse sono figlio di piazza Fontana. La mia generazione è contaminata dalla scuola del sospetto. Ma io ho visto le riunioni del World economic forum a Davos, quelle del gennaio 2021, dove c’erano Macron e Von Der Leyen che parlavano del ‘grande reset’. Vengo dalla scuola del sospetto, ma qua c’è un aspetto documentale innegabile”.    Va bene, ma ancora non è molto chiaro chi, e cosa, si starebbe complottando. “Ma sono questi che stanno al potere! E te lo dicono anche. Te lo sbattono in faccia. Il fatto che Mario Draghi sia al potere, senza mai essere stato eletto, è molto importante. Come pure lo è il fatto che Mattarella sta tutti i santi giorni da Macron”. Mattarella sta da Macron? “Voglio capire in che mondo vivremo. E la cosa curiosa è che non siamo più nel neoliberismo, anzi”. Anzi? “Tutto questo nasce perché il neoliberismo è finito. Al neoliberismo si sostituisce un sistema alla cinese”. Okay, ma il green pass e i vaccini che c’entrano? “Io ho la fotocopia del bugiardino dei Pfizer. E’ spaventoso. Ho un amico che ha preso un ictus. E poi ho avuto la fortuna di incontrare Luc Montagnier a Firenze. Montagnier è premio Nobel, mica Burioni”. E che le ha detto? “Mi ha detto di non vaccinarmi”. Chi non si vaccina rischia di morire. “No”. Quindi lei non è vaccinato? “Assolutamente no. Faccio il tampone. Ma stop. Questi non sono vaccini. Tra due anni non sai che conseguenza avranno. E fanno nascere un discorso molto importante di depopolamento mondiale. Altro tema fondamentale che sto studiando”.         Quindi i vaccini servono a sterminare la popolazione mondiale? “C’è un filone che parte da Malthus, ovviamente. L’hai ascoltato cosa ha detto il ministro Cingolani?”. Dica lei. “Cingolani dice che bisogna portare la popolazione mondiale da 9 miliardi a 3 miliardi. L’ho trovato su internet. Questa cosa è importante”. Cingolani lo ha voluto Grillo: anche Grillo fa parte del grande reset? “Grillo è ossessionato dal futuro, ma non s’interroga sulle conseguenze. Ma basta unire tutti i puntini, compresa la teoria del depopolamento”. E...? “E scopri che l’élite complotta”. Questo l’avevamo capito.

  • Colloquio-avventura nella mente di Carlo Freccero
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Settembre 22, 2021 at 4:10 am

    "Non sono complottista”, dice in tono di aperta rivendicazione. “Sono loro che complottano”. E spiega: “Io leggo e cito dei documenti. Scopro che l’élite vuole imporre nuove forme di controllo sulle persone, per trasformare l’occidente nella Cina attraverso la politica sanitaria. E allora siccome io racconto questo complotto, cercando di documentarlo, ecco che automaticamente divento complottista. E’ un passaggio logico indebito”.      Sta promuovendo un referendum per abolire il green pass, Carlo Freccero. E nulla nella sua biografia lascerebbe credere che egli sia un mattoide del web, un estremista del no vax, uno di quelli che credono alle sirene, ai chip sotto pelle o al grande complotto universale. Eppure lunedì queste cose le ha scritte sulla Stampa dopo altri interventi di Cacciari, Agamben, Barbero e Vattimo contro il green pass. “E’ stato il direttore Massimo Giannini a chiedermi di scrivere. Poi però ci ha aggiunto una sua postilla per prendere le distanze”. E cosa siete lei, Agamben, Cacciari e Vattimo? “Una avanguardia di sinistra”. Però dite le stesse cose di Giorgia Meloni. “Significa che riesco a parlare, da uomo di sinistra, al suo grande elettorato che vincerà le elezioni. Io voglio penetrare lì dentro. E’ una operazione gramsciana. Ripeterò lo stesso schema che ho fatto col referendum contro Renzi”. Stupro della Costituzione. Deriva autoritaria. Ducismo. Ma a quel tempo eravate tanti, c’era anche Gustavo Zagrebelsky. “E oggi contro il green pass siamo pochi. Io, Agamben, Cacciari e Vattimo. Lo so. Ma c’è chiaramente sulla carta un 30 per cento di italiani cui rivolgersi, quel 30 per cento che ha fatto vincere l’alleanza Lega M5s. E’ sempre uguale. Lo stesso gruppo di persone. Io li chiamo i ‘non culturalizzati’ dal giornale mainstream. Il 30 per cento che rappresenta il disordine mediatico. Con loro si vince. E la riprova è che il libro più venduto in questo momento è quello di Massimo Citro, ‘Eresia’”. La bibbia no vax. “Persino un sito come Byoblu può battere Feltrinelli o Mondadori”. E Freccero parla quasi da segretario politico. Segretario del partito degli sciroccati? “Tutto il contrario degli sciroccati. Io ho capito come funzionano le cose. Ma dovete ascoltarmi”.   E allora ci addentriamo nella mente e nei pensieri di Freccero. Allacciatevi le cinture. “Sto leggendo tutti i documenti del potere, perché sto facendo un libro di questo tipo, per capire cos’è il potere. Sai chi è il vero complottista?” No, chi è? “Il vero complottista è Klaus Schwab, il presidente del World economic forum. E’ lui che dice che il Covid è un ‘grande reset’. Che è l’occasione per instaurare un nuovo ordine mondiale. E io sarei complottista? Io imparo da lui. Da questa élite che intende governarci con la tessera digitale”. Ma cosa è l’élite? “Non è una cosa. Sono tante. Si fronteggiano le une contro le altre. Tu devi ascoltare cosa dicono La Bella e Landi”. La Bella e Landi? “Sì, sono due operatori finanziari che sanno esattamente cosa succede. Parlano su internet”. E cosa succede? “La realizzazione della distopia fantascientifica. Il controllo sulle persone anche attraverso la paura”.     Quello di Carlo Freccero è un affastellarsi di roba che quasi tutti – e confessiamo: anche noi – considerano mattane. “Certo che me ne rendo conto che può sembrare un delirio. E’ il potere che non è più sapere, ma delirio. Ma io sto raccogliendo prove, documenti. Io questi li ho conosciuti. Jacques Attali lo incontravo con Berlusconi negli anni Ottanta a Parigi. Era lucido e cinico, allora non capivo che faceva parte di questa élite. Ma adesso ho fatto anche io un ‘reset’, di tutto ciò che credevo di sapere. Così ho scoperto la follia pura: il gender, per esempio”. Ma che c’entra il gender adesso? “Anche la questione del gender la vuole l’élite. Anche Bergoglio è un uomo del reset di cui parla Schwab”. Il nuovo ordine mondiale? “Certo”. Il Papa? “Non Benedetto XVI, ma Bergoglio. Lui accetta questo sistema, questa contemporaneità. E’ tutto consequenziale. Tutto si tiene. E’ chiaro”. Insomma.        “Ma non lo vedi il cinema?”. Fatico a seguire il collegamento logico. “Tutta Hollywood produce immaginario distopico. Mai come adesso si è lavorato sulla fantascienza. Perché il pubblico sente addosso che stiamo entrando in un mondo distopico. Mai come oggi Orwell e Huxley sono così letti. La fantascienza afferra lo spirito del tempo. Siamo continuamente controllati. Se fai un abbonamento a Sky ti recitano il rosario delle cose che possono fare con te: ‘Mi dà l’assenso alla profilazione dei dati?’. Appena apri il cellulare, ti offrono ciò che desideri. Lo sanno. Finiremo schedati col green pass. Con il ricatto della paura alimentata dai media”. Che sono complici. “Sai chi ha scritto la prefazione al libro di Schwab?”. No. “L’ha scritta John Elkann, il padrone che ha svenduto la Fiat e poi ha fatto il gruppo Gedi. E infatti nulla di quello che dico finisce sui giornali”. Lei sta parlando a un giornale. “Ci sono cose che non sono mai apparse nemmeno da voi”. Pure il Corriere fa parte del piano? “Tutti”.   Anni fa c’era chi accusava il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, di tramare con Obama e Bill Gates quando venivano estesi i vaccini nelle scuole. Quelli erano matti o savi? “Quelle cose confermano quello che dico. Sono tutte vere. Io ho studiato gli esposti che fece l’avvocato Alessandra Devetag. Ha spiegato benissimo il rapporto che c’è tra Lorenzin, l’Oms, e Bill Gates”.    Freccero, scusi, ma lei si è mai chiesto perché è così predisposto a vedere collegamenti tra cose e persone che forse (forse?) non hanno tra loro alcun collegamento? “Mi autopsicanalizzo, se vuoi”. Faccia pure. “Forse sono figlio di piazza Fontana. La mia generazione è contaminata dalla scuola del sospetto. Ma io ho visto le riunioni del World economic forum a Davos, quelle del gennaio 2021, dove c’erano Macron e Von Der Leyen che parlavano del ‘grande reset’. Vengo dalla scuola del sospetto, ma qua c’è un aspetto documentale innegabile”.    Va bene, ma ancora non è molto chiaro chi, e cosa, si starebbe complottando. “Ma sono questi che stanno al potere! E te lo dicono anche. Te lo sbattono in faccia. Il fatto che Mario Draghi sia al potere, senza mai essere stato eletto, è molto importante. Come pure lo è il fatto che Mattarella sta tutti i santi giorni da Macron”. Mattarella sta da Macron? “Voglio capire in che mondo vivremo. E la cosa curiosa è che non siamo più nel neoliberismo, anzi”. Anzi? “Tutto questo nasce perché il neoliberismo è finito. Al neoliberismo si sostituisce un sistema alla cinese”. Okay, ma il green pass e i vaccini che c’entrano? “Io ho la fotocopia del bugiardino dei Pfizer. E’ spaventoso. Ho un amico che ha preso un ictus. E poi ho avuto la fortuna di incontrare Luc Montagnier a Firenze. Montagnier è premio Nobel, mica Burioni”. E che le ha detto? “Mi ha detto di non vaccinarmi”. Chi non si vaccina rischia di morire. “No”. Quindi lei non è vaccinato? “Assolutamente no. Faccio il tampone. Ma stop. Questi non sono vaccini. Tra due anni non sai che conseguenza avranno. E fanno nascere un discorso molto importante di depopolamento mondiale. Altro tema fondamentale che sto studiando”.         Quindi i vaccini servono a sterminare la popolazione mondiale? “C’è un filone che parte da Malthus, ovviamente. L’hai ascoltato cosa ha detto il ministro Cingolani?”. Dica lei. “Cingolani dice che bisogna portare la popolazione mondiale da 9 miliardi a 3 miliardi. L’ho trovato su internet. Questa cosa è importante”. Cingolani lo ha voluto Grillo: anche Grillo fa parte del grande reset? “Grillo è ossessionato dal futuro, ma non s’interroga sulle conseguenze. Ma basta unire tutti i puntini, compresa la teoria del depopolamento”. E...? “E scopri che l’élite complotta”. Questo l’avevamo capito.

  • Con la riforma del fisco passeremo dai No vax ai No tax
    by Saverio Raimondo (Il Foglio RSS) on Settembre 22, 2021 at 4:00 am

    Il governo e il Parlamento, dopo tanto stato di emergenza e straordinarietà varie ed eventuali, ora si dovranno occupare e confrontare su qualcosa di altrettanto urgente ma un po’ più ordinario come la riforma fiscale. Il Pd propone di aumentare l’imposta di successione sui grandi patrimoni (anche Enrico Letta come Alexandria Ocasio-Cortez sta pensando di farsi scrivere “Tax The Rich” da qualche parte, ma non avendo eventi mondani in vista né in generale la possibilità di indossare un abito lungo l’idea è quella di farselo tatuare in faccia tipo Achille Lauro); Matteo Salvini insiste sulla flat tax ma in questo momento non lo ascolta nessuno, manco Siri; Italia Viva vorrebbe trasformare il reddito di cittadinanza in uno sconto sulle tasse ai meno abbienti, o altre offerte tipo “Imposte tutte a 1 euro” o “Dichiara due che te ne tasso uno”.       Io credo che anche in questo frangente si possa fare Tesoro (notare la maiuscola) di quanto abbiamo affrontato – e imparato – nell’ultimo anno e mezzo. Del resto, la situazione fiscale italiana non è molto diversa da quella pandemica: da una parte i No vax, dall’altra i No tax. Il rifiuto italiano nei confronti del fisco è leggendario, quasi quanto l’incapacità da parte dello stato di mettere a punto un sistema fiscale pratico e sensato: un po’ com’era quest’autunno/inverno con la campagna vaccinale – le Primule, le categorie, i No mask. E se affidassimo anche gli accertamenti fiscali al generale Figliuolo, con il compito di scovare gli evasori come gli indecisi? Dite che la Guardia di Finanza si offende se appaltiamo la logistica dei controlli e la riscossione delle cartelle esattoriali al Corpo degli Alpini? Vabbè, allora però estendiamo il green pass: solo chi è in regola con il fisco può entrare in uffici e strutture pubbliche (pagate appunto con i soldi dei contribuenti) e usufruire dei servizi erogati dallo stato. Del resto, l’obbligo di pagare le tasse c’è già – così il prof. Barbero è contento. Inoltre sai che passo avanti per la digitalizzazione fiscale!    Oppure, si potrebbe lavorare su un provvedimento meno “severo”, più “seducente”: qualcosa che comunque induca il contribuente evasivo a pagare le tasse, ma in modo meno coercitivo e più “culturale”, antropologico persino. Sto parlando del gioco d’azzardo: potremmo trasformare le tasse in una grande lotteria di stato, dove il cittadino passa da contribuente a giocatore. Non sarebbe la prima volta che il gioco d’azzardo viene in soccorso ai conti pubblici italiani, negli ultimi anni sempre più spesso salvati dalle imposte sulle slot machine. Qui però si tratterebbe di una riforma vera e propria, che trasformerebbe il fisco in un gioco d’azzardo collettivo e il ludopatico in un contribuente modello. Si passerebbe così dalla dichiarazione dei redditi all’estrazione dei redditi; dalla schedina sulle partite di calcio a quella sulle partite iva; Lottomatica al posto di Equitalia, e cartelle esattoriali Gratta e Vinci – ti può dire bene come ti può dire male, può uscire un credito con l’erario come un accertamento perpetuo, occhio solo al tabaccaio del vostro commercialista. Così facendo io credo che gli italiani prenderanno finalmente il vizio delle tasse, e butteranno tutti i loro risparmi in 740. Ovviamente lo stato si fa banco e, si sa, il banco vince sempre. 

  • La destra a due velocità
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Settembre 22, 2021 at 4:00 am

    La geografia amministrativa dell’Italia mostra una prevalenza del centrodestra nelle regioni, che ha come contrappeso una prevalenza del centrosinistra nelle città. Soprattutto in quelle capoluogo. Nell’ultima tornata c’è stata un’affermazione di candidate dei 5 stelle a Torino e a Roma e di un “giustizialista” a Napoli, ma a quanto pare anche queste anomalie sono destinate a essere risolte a vantaggio della sinistra nei rinnovi imminenti. A prima vista si tratta di una differenza sociologica, di una presenza particolarmente accentuata nei centri urbani del ceto medio intellettuale o burocratico più orientato a sinistra, ma meno presente nell’insieme dei territori regionali. Tuttavia ci sono elementi, come il fatto che lo stesso elettorato urbano si comporta in modo diverso nelle elezioni regionali e spesso in quelle politiche, che fanno pensare ad altre spiegazioni.    Il paradosso di Matteo Salvini e Giorgia Meloni   Naturalmente ha un peso anche la diversità dei sistemi elettorali, il turno unico delle regioni permette di conquistarle con la maggioranza relativa, il doppio turno municipale richiede alla fine una maggioranza assoluta, ma anche questo non spiega tutto. C’è una fascia non irrilevante di elettori che vota in modo diverso a seconda del tipo di elezione: la sinistra dimostra quindi una maggiore affidabilità nella guida dei municipi. Storicamente il Pci, escluso dalle maggioranze nazionali, ha espresso le sue capacità di governo al livello municipale e questo ha costruito una cultura politica specifica, una capacità di interrogarsi sul carattere delle città che ha coinvolto anche settori sociali lontani da quelli tradizionalmente legati alla sinistra. Il centrodestra, salvo eccezioni, fatica a ricollegarsi a questa concezione, anche nei casi migliori ha espresso, basta pensare a Milano, uno spirito imprenditoriale che ha dato risposte alle esigenze di sviluppo ma non alla specificità culturale e civica delle città, che risale più alla loro storia che alla loro condizione economica.

  • “Il politicamente corretto è il vecchio sogno di rifare l'uomo"
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Settembre 22, 2021 at 4:00 am

    Bisogna risalire a prima della “Chiusura della mente americana” (1987) di Allan Bloom e della “Cultura del piagnisteo” (1993) di Robert Hughes. “Le radici culturali di ciò che molti nel mondo angloamericano chiamano ‘woke’ o ‘politicamente corretto’ risalgono alla fine del XIX secolo. Fu in quel momento che i modernisti di tutte le convinzioni politiche cercarono di staccare la società dalla sua eredità culturale”.    Secondo il sociologo inglese Frank Furedi non è un fenomeno nuovo. “Durante il XIX secolo, il passato ha cessato di essere visto da molti come un modello per il presente”, dice al Foglio Furedi, famiglia ungherese fuggita dopo la repressione di Budapest del 1956, sociologo professore emerito dell’Università del Kent che ha appena pubblicato il libro 100 Years of Identity Crisis.      “Fu a questo punto che venne messa in discussione la capacità della cultura occidentale di conservare un senso del passato. Per il  critico Philip Rieff la perdita del ‘senso del passato’ ha comportato la rottura della continuità culturale e la diminuzione della capacità degli adulti di fungere da modello per i giovani. La patologizzazione del passato costituisce una caratteristica integrante dell’attuale zeitgeist. È diventata una prospettiva scontata che permea la vita educativa e culturale della società occidentale. È emerso un nuovo discorso della storia accusatorio che rappresenta la continuità culturale come una maledizione. Molte istituzioni della società occidentale considerano la necessità di rompere con il passato un imperativo culturale. Da questo punto di vista, il 1945 è l’anno zero e tutto ciò che lo precede è interpretato attraverso il prisma dello scetticismo e della malevolenza”.    Nel corso della ricerca per il suo nuovo libro, 100 Years of Identity Crisis: The Culture War Over Socialization, il sociologo Frank Furedi è arrivato a una conclusione: “L’esito cumulativo della crociata lunga più di un secolo contro l’eredità della civiltà occidentale è stato quello di espropriare i giovani della loro eredità culturale” ci spiega Furedi. “Questo non è un problema da poco per la semplice ragione che la continuità culturale è essenziale per illuminare la difficile situazione umana. Ha anche profonde implicazioni per la costituzione dell’identità umana. L’emergere stesso del concetto di ‘crisi d’identità’ che porta a un’ossessione per l’identità e la sua politicizzazione è intimamente legato al disfacimento della continuità culturale. L’ossessione contemporanea per razza e genere e altre forme di identità è il risultato della crisi di identità che è entrata in gioco con la distruzione della continuità culturale”.     Lei scrive che si tratta del Vecchio sogno di fare un “uomo nuovo”. “Il corollario del progetto di estraniamento della società dal suo passato è stato il progetto di socializzare e di educare i bambini a essere i veicoli del cambiamento storico. Da oltre un secolo, la socializzazione è subordinata al progetto politico di incoraggiare i bambini ad adottare nuovi valori, valori che contraddicono e negano quelli dei loro genitori. È importante rendersi conto che la politicizzazione della socializzazione ha trasceso il tradizionale divario ideologico e politico. L’ethos della contestazione e del cambiamento della cultura ha sostenuto la visione del mondo dei gruppi moderni di ingegneri sociali dediti a distaccare la loro società dal passato. Questo impulso è stato espresso più sistematicamente dal progressismo americano. Tuttavia praticamente ogni movimento modernista – Nuovi Liberali in Gran Bretagna, socialdemocratici in Svezia, socialisti ed eugenisti europei, comunisti, fascisti – ha approvato e abbracciato aspetti di questa prospettiva. Sebbene spesso avanzassero una visione utopica di un mondo fondamentalmente riprogettata secondo principi scientifici, la sua pratica era spesso attratta dall’obiettivo più modesto di ottenere il controllo sul processo di socializzazione. Hanno adottato questo come obiettivo principale perché hanno tratto la conclusione che il modo più affidabile per cambiare la cultura e sostituire i valori tradizionali con quelli moderni era influenzare gli atteggiamenti dei giovani. Movimenti di ogni sfumatura di opinione politica furono attratti dal progetto di educare ed educare i bambini a diventare un Uomo Nuovo, una specie di umani la cui visione fisica e morale non era stata distorta dalle superstizioni e dai costumi irrazionali del passato. Durante i primi tre decenni del XX secolo, i movimenti politici hanno spesso riposto le loro speranze nella figura di un Uomo Nuovo, che non contaminato dalle distorsioni del passato sarebbe servito a trasformare o rivitalizzare la società. I movimenti, da sinistra a destra, hanno promosso la loro versione di come sarebbe stato e avrebbe raggiunto un Uomo Nuovo. La convergenza di tecniche di socializzazione con diversi progetti politici e versioni di utopia ha evidenziato il potenziale per il vivaio di diventare un vivaio di conflitti culturali”.     Questa idealizzazione dell’Uomo Nuovo non è morta tra le due guerre. “È riemerso negli anni ‘80 per riferirsi a un maschio che ha abbracciato atteggiamenti anti-sessisti e ha rifiutato valori maschili obsoleti e i ruoli  tradizionali. In epoca contemporanea, la socializzazione gender-neutral e antisessista promette di produrre giovani che non sono contaminati dagli atteggiamenti ‘eteronormativi’ del passato. Oggi questi sentimenti sono costantemente veicolati da coloro che promuovono la causa della ‘sensibilizzazione’ di coloro che sono ancora in balia di atteggiamenti superati’”.      Secondo molti critici, questo “risveglio” ha tratti totalitari. “I ‘risvegliati’ possiedono certi impulsi totalitari, principalmente la richiesta che tutti debbano conformarsi alla loro visione del mondo” ci dice Furedi. “Ecco perché sono così sospettosi dell’idea della tolleranza e della libertà di parola. A differenza dei totalitarismi, non possiedono un’ideologia esplicita, un chiaro sistema di ideali. Nel libro la chiamo ‘ideologia senza nome’. Il ‘woke’ è intrinsecamente instabile e manca di principi fissi. Usa un linguaggio opaco per comunicare le sue idee. Tuttavia, una volta deciso che – per esempio – il sesso biologico è un mito ideologico, non tollera alcun dissenso dal suo punto di vista”.       Questa ideologia sta diventando egemonica. “Questa ideologia senza nome è dominante nella sfera anglo-americana e nelle istituzioni internazionali. Le istituzioni dell’istruzione e della cultura  ne sono fortemente attratte. Tuttavia, poiché questo fenomeno non si è ancora cristallizzato in un’ideologia sistematica, la sua egemonia è fragile. Ad esempio, la sua influenza su ampi settori della società è piuttosto limitata. Quindi, l’esito dell’attuale conflitto di valori culturali è ancora lontano dall’essere certo. Tuttavia, poiché l’ideologia senza nome è sostenuta dal soft power americano, le principali organizzazioni dei media – Netflix, Mtv e Big Tech – hanno acquisito un’influenza crescente sui giovani. Ecco perché alla fine, la lotta per l’anima dei giovani è decisiva”.      Non sappiamo ancora dire se “l’occidente” sopravviverà a questa ondata di censura e irrazionalismo. “C’è una doppia crisi che affligge l’occidente” conclude Furedi al Foglio. “La sua istituzione culturale e politica non crede nell’eredità della civiltà occidentale. Al contrario è ostile a molti dei valori fondanti della cultura occidentale. Allo stesso tempo, l’occidente è sotto attacco dall’esterno. L’umiliante sconfitta dell’America in Afghanistan è percepita come un colpo contro l’occidente e non sorprende che la sua influenza globale sia notevolmente diminuita. Tuttavia, l’esito della guerra culturale è tutt’altro che deciso. Coloro che si oppongono all’occidente mancano di una prospettiva filosofica e politica coerente. La loro è una visione del mondo negativa che manca di una visione di come dovrebbe essere la società. Né hanno un orientamento verso il futuro. Se siamo in grado di sviluppare un’alternativa controculturale coerente alla prospettiva dell’establishment culturale, allora possiamo riportare la società sulla strada giusta. Siamo di fronte a una guerra culturale lunga e difficile, ma sono convinto che possiamo vincere la guerra per l’anima dell’Europa”.  

  • Google investe in immobili nelle città
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Settembre 22, 2021 at 4:00 am

    La notizia lanciata dal Wall Street Journal può essere riassunta in poche righe: Google sta comprando un palazzo per uffici a Manhattan per 2,1 miliardi di dollari. Dietro alla notizia c’è la gerarchia del potere economico nell’èra digitale, ma ci sono anche i nuovi equilibri che, partendo dal mercato, definiranno la ripresa dopo la pandemia, il lavoro, le imprese, il volto delle metropoli. Manhattan è sempre stata lo specchio nel quale si rimira il capitale. E lo è ancora a dispetto di tutti i declinisti. Un tempo c’era la Chrysler a svettare con il suo grattacielo. Oggi le Big Oil, le Big Car, persino le Big Bank o i magnati della rendita come i Trump, passano lo scettro alle Big Tech. Facebook, Apple, Amazon, Alphabet (società madre di Google) sono le compagnie più attive sul mercato immobiliare e questo è un buon momento per comprare a New York, a Parigi e anche a Milano: sul real estate fiaccato dalla pandemia c’è ovunque un gran fermento. Fin qui è quasi ovvio. Meno scontato è che Google voglia altri uffici nella Grande mela dove è ben insediata.   “Noi sappiamo che i nostri dipendenti per essere contenti e produttivi hanno bisogno di collaborare, quindi compriamo più spazio nel quale lavorare. E compriamo perché vogliamo controllare il nostro proprio spazio”, spiega William Floyd il manager che si occupa della governance. Non solo. Google va a Manhattan dove impiega già 12 mila persone, perché lì trova i lavoratori giusti, quelli con una istruzione elevata e adeguata. Allora lo smart working è solo un accidente? E che fine fa la teoria secondo la quale il Covid ha svuotato per sempre le città? In realtà bisogna guardare a una transizione lunga nella quale  presenza e distanza si scambiano e si integrano. Ciò vale anche per le metropoli. I grattacieli non verranno sgombrati, i centri urbani non diventeranno deserti acchiappa-turisti, ma anche le grandi città saranno multipolari. In attesa che il futuro si faccia presente, guardiamo al nuovo boom immobiliare e all’aumento dell’occupazione. Grazie anche a Big Tech.

  • Franceschini ci spiega come si fa a mangiare con la cultura
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Settembre 22, 2021 at 4:00 am

    Al festival dell’Innovazione del Foglio, a Venezia, è intervenuto anche il ministro della Cultura Dario Franceschini, al quale abbiamo ricordato l’appunto di qualche giorno prima del ministro Cingolani sulle soprintendenze. “L’Italia fa la svolta green, facciamo investimenti, dobbiamo installare le pale eoliche e sostituire le centrali a gas. Però, in tutta Italia, le regioni hanno problemi con le soprintendenze perché esistono vincoli paesaggistici che sono troppo stringenti”, ha dichiarato Cingolani, parlando addirittura di “radical chic dell’ambientalismo”. Ha ragione?           Dario Franceschini: Va molto di moda prendersela con le soprintendenze. In realtà l’Italia esporta nel mondo perché alle spalle c’è la sua bellezza, la sua arte, la storia, la cultura, il paesaggio, che è tutelato dall’articolo 9 della Costituzione. Siamo l’unico paese che ha inserito la tutela del patrimonio storico-artistico e del paesaggio nei princìpi fondamentali della propria Carta costituzionale. Abbiamo una legislazione di tutela molto antica che risale agli stati preunitari, alla legge del 1939, e quindi le soprintendenze hanno applicato questa normativa che ha consentito di vincere la battaglia del Novecento, e cioè tutelare i centri storici, le coste. Altrimenti, sarebbe avvenuto quello che è successo in altre parti del mondo, pensiamo alle coste spagnole. Tutelare il paesaggio è un dovere costituzionale e le soprintendenze fanno bene a continuare a farlo. Poi ci sono comportamenti giusti e comportamenti sbagliati, ma questo capita anche tra i medici, tra i giornalisti, tra gli scienziati. Non è che se un medico fa male il suo lavoro propongo di chiudere gli ospedali. Cingolani lo sa benissimo: abbiamo inserito concordemente, nelle norme che hanno accompagnato il Pnrr, una soprintendenza unica nazionale che sostituirà quelle territoriali per le grandi opere, quelle che attraversano il territorio, per evitare che su ogni tratto di un elettrodotto o di una strada ci sia un parere diverso. Abbiamo liberalizzato la sostituzione delle pale eoliche e quella delle antenne del 5G con quelle precedenti. Abbiamo fatto dei passaggi. Ma da qui a parlar male delle soprintendenze andrei molto cauto: hanno salvato il paesaggio e i centri storici”.   Quindi la forza economica dell’Italia non sono soltanto l’energia, l’industria e le pale eoliche, ma anche la cultura. “Sono diventato ministro ormai qualche tempo fa. Ai suoi colleghi che mi chiedevano come ci si sentisse a fare il ministro della Cultura, sapendo che avevo già fatto altre cose, ho risposto: ‘Mi sento chiamato a guidare il ministero economico più importante del paese’, e la penso ancora così. Il nostro paesaggio, il nostro patrimonio storico-artistico non richiamano solo turismo – e sappiamo quanto porti il turismo in termini di crescita.  Richiamano anche investimenti, vendita del made in Italy: quando tutto il mondo compra il prodotto anche apparentemente più lontano dalla cultura, che sia una scarpa, un prodotto alimentare o un qualsiasi oggetto italiano, chi lo compra ci vede dietro la bellezza, l’arte, la storia, la cultura, l’Italia. Investire, valorizzare e tutelare il nostro patrimonio è un modo per aiutare tutta l’economia, oltre che le esportazioni”.   Lei si è battuto in Consiglio dei ministri per riportare i musei alla normalità. Sui treni è già così, questo dà una speranza, significa che forse ne stiamo uscendo. Quand’è che anche musei, cinema, teatri potranno fare lo stesso? Ci può dare una data? “Abbiamo indicato nel recente decreto-legge che entro il 30 settembre il Comitato tecnico scientifico dovrà dare un parere sulla base del quale rivedere le misure relative alla capienza di teatri, cinema, musei, ma anche altri eventi di altro tipo. Durante questi due anni e mezzo di pandemia, anche nel precedente governo, io sono stato sempre identificato come il rigorista assoluto, insieme al ministro Speranza, e in effetti abbiamo sostenuto che nei momenti difficili serviva coraggio per adottare misure rigorose. E’ paradossale che adesso io venga additato come quello che vuole allargare: ho fatto un’osservazione molto semplice, abbiamo ragionato e discusso senza tutti i drammi che vengono dipinti. Si è trattato, come è giusto che sia, di una normale discussione di governo,  in cui ho affermato che nel momento in cui c’è il green pass, i treni sono pieni, si possono fare feste o matrimoni affollati di gente e gli ipermercati sono pieni, non capisco perché in un teatro o in un cinema – dove stai seduto, fermo  per due ore, con la mascherina, dove non puoi mangiare e  non puoi bere –  non ci debbano essere condizioni di sicurezza tali da consentire un allargamento della capienza. Ne va della loro sopravvivenza e anche del fatto che le persone devono poter vivere la loro normalità. Il green pass è una grande cosa, sta funzionando bene. Noi dobbiamo dare anche un segnale e penso che, concordemente, arriveremo ad allargare queste misure: lo chiedono le regioni, il mondo dello spettacolo. Ci arriveremo in modo ragionevole”.   Ma quali sono i parametri che osserverete? Cosa dobbiamo guardare? L’indice Rt? Qualora dovessero aumentare i contagi, pensa che comunque si arriverà a una normalizzazione nella fruizione dei musei e delle sale cinematografiche? “C’è una tendenza positiva da qualche settimana, sono stati corretti anche i parametri: si è guardato non soltanto al numero dei contagi, ma anche al numero dei ricoveri, delle terapie intensive. C’è un comitato tecnico-scientifico che da due anni è un punto di riferimento non solo in Italia, ma in tutto il mondo, purtroppo abbiamo fatto da apripista. Penso che guarderemo vari parametri, le condizioni di sicurezza dovranno essere garantite in modo assoluto. Ma io insisto: in queste condizioni, andare al cinema con una persona seduta a fianco non mi pare rischioso”.    C’è continuità tra il secondo governo Conte e il governo Draghi? “Il ministro Brunetta (il cui intervento a Venezia ha preceduto quello di Franceschini, ndr) ha parlato di come le cose vadano meglio di un anno fa, ma non ha detto come vanno rispetto a due anni fa. Rispetto ad allora, il cambiamento è stato radicale: eravamo un paese antieuropeista, alleato con il blocco sovranista in Europa, con una gestione totalmente inefficace di tutti i temi, compresa l’immigrazione (che era la bandiera di Salvini). Abbiamo fatto grandi passi avanti con il governo Conte II, adesso stiamo proseguendo l’attività positiva con il governo Draghi e sono assolutamente soddisfatto, convinto, entusiasta dell’azione di questo governo. Ma non facciamo di tuta l’erba un fascio. E’ sempre bene che ci sia continuità nell’azione di governo. Nella gestione della pandemia, per esempio, io ho riscontrato una continuità, al di là di alcuni cambiamenti relativi alle persone che sono diretta conseguenza dei cambiamenti della situazione pandemica. Del resto, è stato riconosciuto all’Italia che il governo precedente ha agito per primo (non avevamo modelli, a eccezione della Cina che tuttavia non dava molte informazioni nell’indicare una strada). Abbiamo agito con coraggio”.    L’altro settore che vuole riaprire è quello delle discoteche. Si è creata una strana dicotomia tra voi e la Lega: loro le difendono, voi parteggiate per i musei. Perché? “Può semplificare così: le discoteche non sono rimaste chiuse… non c’è bisogno di uno scienziato per capire che un conto è passeggiare tra le sale di un museo, un conto è stare seduti in un cinema, un conto è ballare. Il ballo richiede contatto, movimento, è difficile ballare con la mascherina. Richiede affollamento, come lo sono le discoteche piene di giovani… non ci sono valutazioni politiche su queste cose, e poi su ognuna di queste scelte abbiamo sempre consultato il Cts. Non mescoliamo la politica con discoteche e musei”.   Ma al cinema a volte si mangia, anzi, quasi sempre. Non verrà data questa possibilità? “Ora i cinema sono aperti a capienza ridotta, tendenzialmente metà dei posti per il distanziamento. Dico ‘tendenzialmente’ perché i nuclei familiari possono sedersi vicini. Ora non puoi mangiare perché non c’è distribuzione di vivande. E non ci sarà neanche con un aumento di capienza. E’  un’ulteriore differenza rispetto ai treni, dove non solo la capienza non è ridotta ma ti portano da mangiare con il carrello.    Il presidente Draghi era d’accordo con lei su questo punto, mi è parso di capire. “Se ne è discusso in Cdm, senza litigare. Sarebbe anomalo se non ci fosse neanche una discussione in un governo come questo, fatto da personalità diverse e da forze politiche lontane fra loro… sarebbe un bruttissimo segnale se non accadesse. Alla fine, Draghi ha proposto la soluzione che è passata, e cioè di chiedere un parere al Cts e decidere tra 15 giorni”.   Qui siamo al Festival  dell’innovazione. Lei è stato segretario del Partito democratico. Di quale innovazione ha bisogno il Pd oggi? “Penso che tutta la politica e tutto il paese abbiano bisogno di innovazione, specie in un momento in cui stanno cambiando molte cose. Lo diceva prima il ministro Brunetta: stiamo crescendo più di altri paesi. Io un po’ me l’aspettavo perché abbiamo l’esempio del secondo dopoguerra: l’Italia era un paese distrutto dalla guerra, dalla dittatura, dalla povertà. Gli italiani si sono rimboccati le maniche e in pochi anni sono diventati una delle potenze industriali più forti al mondo, siamo più forti nelle situazioni di difficoltà. Non stiamo uscendo da una guerra, ma da un momento di rottura nella storia molto forte. Bisogna rimboccarsi le maniche ed essere comunità anche se siamo avversari politici. Non è che nel secondo dopoguerra non ci fossero le lotte politiche, anzi, si sentiva uno scontro fra ideologie e il mondo era diviso in blocchi, la pensavano diversamente su tutto, però avevano qualcosa che li teneva uniti. I nostri padri, le nostre madri, per qualcuno i nostri nonni e le nostre nonne hanno saputo superare quelle differenze e fare uscire il paese dalla crisi. In scala, è un po’ quello che stiamo cercando di fare oggi”.   Ci si chiede se questo momento sia solo una parentesi e se al suo termine siamo destinati a ritornare alla normalità della dialettica pubblica e politica per come la conosciamo, diciamo “gladiatoria”.  “Si tratta senz’altro di una pausa, nel senso che un governo tra avversari politici non è ripetibile: questo governo è partito da una situazione di emergenza e sta gestendo la stessa emergenza, poi si tornerà avversari politici, come è fisiologico in democrazia. Potrebbe anche non tornare come prima, passano gli anni, potrebbero esserci delle variazioni rispetto a quelle cui siamo stati abituati per vent’anni. Per esempio, già la dicotomia tra centrosinistra e centrodestra di una volta non ha più quelle caratteristiche, se non altro per la presenza dei Cinque stelle. Vorrei che si recuperasse una cosa dalla Prima Repubblica, cioè la capacità di essere avversari e di scontrarsi, sapendo però di avere un terreno di valori condivisi che superi le differenze politiche: la difesa del paese, la sua crescita, i valori fondanti costituzionali. Questo si è un po’ smarrito negli anni passati nella violenza dello scontro politico. Si può essere avversari anche senza essere nemici”.   Questo sarebbe sufficiente per ottenere una trasformazione culturale, anche dal punto di vista della rappresentazione della politica sul proscenio nei confronti degli elettori? “Dipende dai singoli. Ci sono leader che rappresentano la propria forza politica con determinazione, con forza, senza mai essere aggressivi o violenti verbalmente nei confronti degli avversari. Ci sono anche quelli che lo sono un po’ di più”.   A proposito di tecnologie e di innovazione, lei fa un uso parco dei social network. Pensa che i social, per la loro natura, influiscano anche nel peggioramento della qualità del dibattito pubblico? Magari perché tendono a estremizzare il pensiero? “L’assenza di fisicità consente a volte di essere molto aggressivi. Poi, ognuno li usa come vuole, i social, come tutti gli strumenti. Certo, io l’ho detto più volte, se ci fosse una corrispondenza su come veniamo aggrediti sui social rispetto a quel che capita per strada… invece non succede mai. Se scrivo ‘il cielo oggi è azzurro’ sui miei canali, metà dei commenti sarà ‘vergogna’, ‘cosa stai a guardare il cielo’, ‘vai a lavorare’, ‘ladro’. Non è questa la parte che preoccupa, ma quella relativa all’informazione. Sulla rete è difficile distinguere la notizia fondata, documentata, seria, dalla fake news. Il movimento dei no vax in gran parte deriva da informazioni surreali come il microchip sotto la pelle, il controllo delle nascite e delle morti attraverso microchip e cose pazzesche di questo tipo. Però circolano: il tema di trovare un meccanismo per contrastarle non è solo italiano”.   Qui a Venezia si è da poco conclusa la Mostra del cinema. Uno dei film più interessanti, più attesi e anche premiato, il film di Paolo Sorrentino, viene trasmesso, prima che nelle sale, su Netflix, quindi lo vedremo a casa. Lei negli anni passati ha lanciato un’idea, poi concretizzatasi nella “Netflix italiana” ItsArt. Ci racconta che cos’è? “Il termine ‘Netflix italiana’ lo avevo usato per far capire che è una piattaforma di contenuti. Non può essere in nessun modo paragonabile con una potenza globale che fa un altro tipo di attività. ItsArt sta funzionando. L’idea è di avere un luogo dove le produzioni culturali italiane, siano esse musica, cinema, teatro, prosa, visite ai musei, vengano offerte sulla rete, a pagamento, anche se una parte del prodotto è gratuita. Questo può aiutare i teatri che hanno ancora difficoltà di presenze, e lo sta già facendo, e soprattutto può diffondere l’immagine dell’Italia nel mondo. Proviamo a immaginare una piattaforma che via via si afferma e tu, anche a Melbourne, puoi vederti la prima della ‘Bohème’ che sarà il 12 ottobre al San Carlo, la prima della Scala o un concerto o la visita al museo. E’ una grande offerta. Pochi giorni dopo il suo lancio, ho letto dei bellissimi articoli sul suo flop iniziale e mi sono entusiasmato, perché deve esserci una capacità di analisi economica sensazionale per dare giudizi dopo tre soli giorni di attività. La piattaforma sta crescendo, stanno aumentando i contenuti, così come le vendite. Vedremo come andrà, ma credo che l’idea sia di importanza fondamentale”.   Sarà mai in attivo dal punto di vista economico? “Io penso che abbia tutti gli strumenti per farcela. Quando lei legge sui giornali i retroscena che le attribuiscono sogni qurinalizi, cosa pensa? “Mi diverto. E’ una specie di gioco di società: si buttano i nomi, si costruiscono scenari, complotti, ogni cosa… al Quirinale non si ambisce, per definizione”. Quindi niente di vero? “Niente”.

  • Una destra mondiale senza stelle e la grande occasione per la Lega
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Settembre 22, 2021 at 4:00 am

    Elettori molti, idee poche. La convocazione a Roma dell’ultimo summit del Partito popolare europeo (20-21 settembre) ha messo di fronte agli occhi di molti osservatori una realtà difficile da negare. E la realtà è questa. Per la prima volta da molto tempo a questa parte, la destra mondiale improvvisamente si ritrova senza punti di riferimento a cui ispirarsi e, a parte la presenza di qualche illustre padre nobile da applaudire durante qualche convegno, la situazione è quella che è. Leader disorientati, traiettorie caotiche, idee confuse, progetti impalpabili e incapacità diffusa non solo di intercettare il nuovo spirito del tempo ma anche di far coesistere in unico progetto due concetti che fino a qualche tempo fa la destra dominava meglio di chiunque altro: libertà, sicurezza e protezione.    E una volta che Angela Merkel si farà da parte, cosa che capiterà a partire da lunedì prossimo, lo scenario di desolazione offerto dalle destre mondiali sarà evidente più che mai. Tra un Boris Johnson imprendibile (può una destra liberale alzare le tasse?) e un Donald Trump invisibile (oltre Donald c’è vita nei repubblicani?). Una Marine Le Pen evanescente (può un partito sovranista avere un futuro rinunciando al sovranismo?). Un Jair Bolsonaro impresentabile (può una destra moderna non essere vaccinata?). Un Viktor Orbán indigeribile (si può stare contemporaneamente come fa Salvini con Orbán e con Draghi?). Un Sebastian Kurz incomprensibile (può davvero essere un europeista chi sceglie di chiudere i confini del suo paese ai migranti?). Un Armin Laschet impalpabile (i conservatori della Cdu, ha scritto pochi giorni fa lo Spiegel, “potrebbero trovarsi di fronte a una storica sconfitta”). Un Bibi Netanyahu ormai fuori dai radar (la destra nazionalista che in questi anni ha tifato per Netanyahu riuscirà a essere fino in fondo filo israeliana anche senza la presenza di Bibi al governo?). Una destra francese sfuggente (Xavier Bertrand, uno dei candidati alla leadership della destra francese, ha detto che la Francia, dopo il disastro diplomatico dei sottomarini con l’Australia, potrebbe rimettere in discussione la sua appartenenza alla Nato). Una destra canadese poco moderata che ha provato a insidiare Justin Trudeau camuffandosi da destra moderata (e che anche per questo è riuscita a insidiare la leadership del premier uscente).       In uno scenario desolante e sconfortante come questo la verità è che l’unica destra che in giro per il mondo ha mostrato un certo dinamismo e una certa volontà di provare a cambiare pelle per quanto possa sembrare incredibile è proprio quella italiana. Il caso di Francesca Donato, l’eurodeputata leghista che, come aveva anticipato giorni fa sul Foglio al nostro Simone Canettieri, ieri ha lasciato la Lega in quanto convinta che la linea della Lega sia dettata non più da Matteo Salvini ma da Giancarlo Giorgetti, è un caso molto piccolo eppure  molto sintomatico di un processo interessante che sta investendo la Lega. E quel processo coincide con una consapevolezza di cui si deve essere reso conto anche Salvini: in una stagione in cui la destra mondiale ha perso gran parte dei suoi punti cardinali occorre trovare un modo per reinventare se stessi.    Ma per reinventare se stessi, come ricorda ogni giorno Giancarlo Giorgetti al suo segretario, non si può essere parzialmente incinta. Bisogna decidere da che parte stare. E tra le scelte importanti che presto si presenteranno di fronte allo sguardo di Matteo Salvini ce ne saranno alcune che andranno affrontate per tempo. Primo: si può ambire a guidare un giorno l’Italia restando ancorati in Europa allo stesso gruppo in cui si trovano gli estremisti dell’AfD? Secondo: si può ambire a guidare il centrodestra senza sbarazzarsi delle molte Francesca Donato che esistono nella Lega? Terzo: si capirà che la possibilità non remota di dover registrare una non vittoria alle prossime amministrative avrà poco a che fare con la partecipazione al governo Draghi e avrà molto a che fare con l’incapacità della leadership di centrodestra di esprimere una classe dirigente degna di questo nome? Elettori molti, idee poche.

  • Colao cambia rotta sulle politiche spaziali e archivia il grillismo
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Settembre 22, 2021 at 4:00 am

    Sarà pur vero, come ripete Vittorio Colao ai suoi interlocutori, che “ci vorrà del tempo” per dare un nuovo impulso al settore. E però, che l’aria sia cambiata per quel che riguarda le politiche spaziali del governo, quelle che Mario Draghi gli ha affidato in gestione a fine agosto dopo l’inciampo di Bruno Tabacci, lo si è capito subito. A partire, cioè, dal dieci settembre scorso. Quando, nella prima riunione che ha tenuto coi vertici dell’Agenzia spaziale italiana (Asi), il ministro per la Transizione digitale ha avanzato contestazioni così puntute, così puntuali, che all’indomani s’è ritrovato sulla scrivania una lettera di proteste inviata dai consiglieri del presidente Giorgio Saccoccia. “I punti oggetto delle vostre contestazioni sono frutto di scelte che erano state condivise dalle precedenti gestioni”: questo, in estrema sintesi, era il senso della rimostranza del  direttore dei programmi dell’Asi, Roberto Formaro. E qui sta in fondo il senso del conflitto in corso. Perché proprio Colao e il suo nuovo corso rappresentano quella discontinuità rispetto al contismo in uno degli ultimi settori in cui si attendeva una cesura col recente passato a cinque stelle, quando la delega all’aerospazio la gestiva il grillino Riccardo Fraccaro. E invece con la pignoleria del dirigente d’azienda, Colao ha voluto anzitutto rileggere le carte, analizzare i dossier. E, per prima cosa, s’è ritrovato a leggere un piano industriale triennale che, a detta di chi ha ascoltato gli sbuffi del ministro, presenta “notevolissime criticità”.    Non solo nel settore dell’internet delle cose e delle telecomunicazioni di ultima generazione, su cui l’ex ad di Vodafone ha competenza ed esperienza rare, ma anche nel campo della programmazione ordinaria. Con l’aggravante, però, che stavolta il piano industriale di Asi s’intreccia col Pnrr, e dunque a giudizio di Colao richiede un sovrappiù d’attenzione. E invece, a quanto risulta ai suoi collaboratori, è stato con una certa leggerezza che i tecnici dell’Asi avevano ottenuto dai precedenti referenti politici (Fraccaro prima, Tabacci poi), l’autorizzazione a finanziare grossa parte dei loro progetti futuri coi 2,3 miliardi che il Recovery plan assegna al comparto spaziale italiano. Una sovrapposizione per certi versi indebita, a giudizio del ministro della Transizione digitale, e comunque rischiosa. Intanto perché non tutti i programmi contenuti nel piano dell’Asi rispondono ai requisiti fondamentali indicati dalla Commissione europea. E poi perché, sorprendentemente, proprio nei settori in cui si potrebbero sfruttare i finanziamenti del Pnrr i progetti messi in cantiere mancano di un programma chiaro, con scadenze precise e obiettivi definiti.   Non basta. Perché, tra le varie anomalie riscontrate nel piano, c’è anche il fatto che poco meno della metà dei fondi stanziati andrebbe a finanziare progetti guidati da una sola azienda, quella Sitael di Mola di Bari che è senz’altro una delle eccellenze nazionali, ma che troppo spesso, nei pettegolezzi malevoli della politica romana,  è stata considerata vicina (non solo per questioni di comune pugliesità)  alle simpatie di Giuseppe Conte e dei suoi fedelissimi. E dunque anche su questo aspetto occorrerà un approfondimento. Del resto, nel ricevere le deleghe da Mario Draghi, Colao si è sentito conferire un mandato pieno, necessario anche per superare una fase quanto meno travagliata della politica aerospaziale italiana. Iniziata ai tempi del Conte I, col siluramento intempestivo e arbitrario dell’allora presidente dell’Asi per mano leghista, e proseguita in epoca di Conte II con la conduzione raffazzonata della partita per il rinnovo della presidenza dell’Agenzia spaziale europea, quando Fraccaro s’incartò a tal punto nelle trattative coi suoi omologhi francesi e tedeschi che perfino uno come Andrea Orlando, che pure è incline al dialogo col M5s, parlò di “una gestione che non è stata esattamente felice, per usare parole misurate”.   Anche in questo senso, allora, si capisce perché Colao, se da un lato ha fatto sapere che “come decisore politico mi assumerò responsabilità di indirizzo chiare”, dall’altro ha lasciato intuire ai suoi colleghi di governo la volontà di tornare a una gestione condivisa, trasversale ai vari ministeri nei rispettivi campi d’interesse, che coinvolga il Mise di Giancarlo Giorgetti per le questioni industriali, la Difesa di Lorenzo Guerini per quel che riguarda gli aspetti militari, e l’Università di Maria Cristina Messa per quanto concerne la ricerca accademica. Quanto ai grillini, l’ultimo tentativo di guadagnare una qualche centralità nella partita l’hanno esperito a inizio agosto, quando provarono, con l’interessamento di Conte e dello stesso Fraccaro, a far assegnare le deleghe per l’aerospazio alla ministra Fabiana Dadone. Forse sapendo che, con Colao alla tolda di comando, l’aria sarebbe cambiata. 

  • La destra a due velocità
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Settembre 22, 2021 at 4:00 am

    La geografia amministrativa dell’Italia mostra una prevalenza del centrodestra nelle regioni, che ha come contrappeso una prevalenza del centrosinistra nelle città. Soprattutto in quelle capoluogo. Nell’ultima tornata c’è stata un’affermazione di candidate dei 5 stelle a Torino e a Roma e di un “giustizialista” a Napoli, ma a quanto pare anche queste anomalie sono destinate a essere risolte a vantaggio della sinistra nei rinnovi imminenti. A prima vista si tratta di una differenza sociologica, di una presenza particolarmente accentuata nei centri urbani del ceto medio intellettuale o burocratico più orientato a sinistra, ma meno presente nell’insieme dei territori regionali. Tuttavia ci sono elementi, come il fatto che lo stesso elettorato urbano si comporta in modo diverso nelle elezioni regionali e spesso in quelle politiche, che fanno pensare ad altre spiegazioni.    Il paradosso di Matteo Salvini e Giorgia Meloni   Naturalmente ha un peso anche la diversità dei sistemi elettorali, il turno unico delle regioni permette di conquistarle con la maggioranza relativa, il doppio turno municipale richiede alla fine una maggioranza assoluta, ma anche questo non spiega tutto. C’è una fascia non irrilevante di elettori che vota in modo diverso a seconda del tipo di elezione: la sinistra dimostra quindi una maggiore affidabilità nella guida dei municipi. Storicamente il Pci, escluso dalle maggioranze nazionali, ha espresso le sue capacità di governo al livello municipale e questo ha costruito una cultura politica specifica, una capacità di interrogarsi sul carattere delle città che ha coinvolto anche settori sociali lontani da quelli tradizionalmente legati alla sinistra. Il centrodestra, salvo eccezioni, fatica a ricollegarsi a questa concezione, anche nei casi migliori ha espresso, basta pensare a Milano, uno spirito imprenditoriale che ha dato risposte alle esigenze di sviluppo ma non alla specificità culturale e civica delle città, che risale più alla loro storia che alla loro condizione economica.

  • "Oggi il fascismo è nella cancel culture". Parla lo sceneggiatore di Amores Perros e 21 Grammi
    by Giuseppe Fantasia (Il Foglio RSS) on Settembre 21, 2021 at 5:46 pm

    “Il politically correct", spiega al Foglio Guillermo Arriaga quando lo incontriamo nel bel giardino esterno dell’Hotel Locarno, "è davvero la malattia dei nostri tempi: è una censura fascista che dobbiamo al puritanesimo americano. Il fascista cerca sempre un pretesto per imporsi e oggi quello spirito ce l’ha purtroppo molta gente”. Chi sono i fascisti oggi? Gli chiediamo. E lui: “Quelli della cancel culture, ad esempio, che scelgono qualsiasi cosa e impongono il loro punto di vista. Nel negare e cancellare, affermano, ma tutto questo imporrà prima o poi una rottura. Fascista è comunque da intendere non come un seguace dell’ideologia della destra più estrema, ma come intollerante. L’intolleranza distrugge, ma per fortuna c’è l’arte che deve essere il luogo della resistenza. Più che pensare a cambiare il mondo – aggiunge - bisognerebbe pensare a interpretarlo e ad esprimerlo. Si pensi al passato: vivevamo in una società molto moralista e in tanti, troppi, stavano male, dalle donne agli omosessuali alle persone di razze diverse. Il sesso, poi, era un tabù e non solo quello. Ora si sta creando una nuova moralità, ma spesso si fa avanti sempre la donnina di chiesa che ti impone la morale. La funzione dell’arte, secondo me, è provocare, non sottomettersi”.    Guillermo Arriaga, sceneggiatore messicano: da "Amores Perros" a "Salvare il fuoco"   Lui non lo ha mai fatto. Classe 1958, scrittore, regista e produttore di Città del Messico, è stato anche autore delle sceneggiature della Triologia della Morte di Alejandro González Iñárritu (per i film Amores Perros, 21 Grammi e Babel) e di molti altre. Nei suoi libri parla spesso di intolleranza, resistenza, estremismi vari, contraddizioni e violenze. Lo fa, al meglio, anche nel suo nuovo libro, Salvare il fuoco, uscito prima dell’estate per Bompiani nella traduzione di Bruno Arpaia, più di 800 pagine adrenaliniche in cui ci racconta la storia tra Marina e José, una coreografa alto borghese e un detenuto accusato di omicidio. Nel mezzo, le guerre tra i narcos, la crisi economica, la disperazione, le gioie e i dolori, i morti e la morte in genere.   Il libro inizia con tre parole chiave: paura, rabbia e libertà. Cos’è per lei quest’ultima? È il poter scegliere dove andare e con chi, cosa dire. È il poter scegliere in generale. Tutti abbiamo le stesse opportunità, ma non bisogna mai dimenticare quello che diceva il filosofo Michail Bakunin: “io non sono libero se gli altri non possono esserlo”.   Nello scrivere le sue storie – siano esse sceneggiature o libri – lei lo è sempre. Come fa? Non ho una regola, perché scrivo senza regole, facendo regnare un caos totale dal quale esce quello che si può chiamare ordine. Non conosco filtri quando lavoro e se provoco ferite, poco male: fanno parte del ‘gioco’. Anche per questo nuovo romanzo, ho seguito l’istinto e il momento. Ho sempre voluto raccontare una storia su una possibile relazione di qualcuno appartenente ad un’alta classe sociale con un prigioniero. Non mi interessava, però, il rapporto d’amore tra i due, ma il vedere come si relazionasse e reagisse una persona entrando in carcere. All’inizio, ho pensato a un figlio che visitava il padre, poi a una sposa con il suo sposo, infine è arrivata lei, Marina, una coreografia che incontra un prigioniero ed è lì che nascono scintille.   Conosce il mondo del carcere? No e non ne ho visitati, perché non faccio mai ricerche quando scrivo. Ho conosciuto però persone che sono state in carcere e che appartengono a tutte le classi sociali, in Messico, Colombia, Brasile e Venezuela.     Essere nato in un quartiere come Unidad Modelo, a Città del Messico, l’ha aiutata? Assolutamente. Quel posto mi ha insegnato il linguaggio della strada e la delinquenza. Mi ha insegnato a vivere e a sopravvivere. È stato fondamentale.           Lei si definisce “un cacciatore che fa lo scrittore”: in che senso? Nel senso che sono davvero un cacciatore che scrive. Mi piace molto, soprattutto cacciare.   In quei momenti, può succedere di tutto, dall’imprevisto alla sorpresa. È chiaro, è una situazione di grande caos che è poi, come detto, alla base della mia letteratura. La caccia è soggetta ai cambiamenti climatici e alla natura in genere. Ciò che non ti taglia, ti morde e ciò che non ti morde, ti pizzica. Nel deserto, dove vado spesso, si passa da 30 gradi il giorno a meno 5 di notte.   Cosa prova quando spara? Non sparo: uso l’arco.   Ancora peggio, ce lo lasci dire. Per me è un’emozione, tutto qui.   Vita e morte, dolore e gloria: temi che ritroviamo sempre in tutti i suoi lavori. Sì, sono sentimenti molto forti e contraddittori. La caccia è per me uno dei modi migliori per conoscere la natura umana, perché in quel momento provi emozioni forti e contraddittorie: dalla frustrazione alla colpa, dall’emozione al rispetto.    Il rispetto: con la pandemia molte persone hanno imparato secondo lei ad averlo? Non proprio. Pensi alla signora delle pulizie di mia madre: è entrata in contatto con una ragazza del palazzo che aveva il Covid, non lo ha detto, ha visto mia madre e l’ha contagiata. Nel giro di pochi giorni, mia madre è morta.   Cosa le ha insegnato la pandemia? In termine di Letteratura, che non è un atto solitario. In quel periodo sono nati centinaia e centinaia di club di lettura con cui ho dialogato via Zoom, la dimostrazione che la gente ha bisogno di condividere.   Da scrittore, come ha riorganizzato la propria vita professionale e personale? Per lavoro ho passato 14 ore al giorno su Zoom e non sto scherzando. Ho fatto molte interviste e parlato con tantissime persone, dal Messico alla Spagna e non solo. Una gran fatica, ma una grande soddisfazione.   Non poteva dire di no? No, perché i lettori si vincono e si guadagnano. Uno per uno.   Quanto è difficile saper dire di no? Quando devo dirlo, lo dico senza problemi. Si può scegliere a chi dirlo. Costi quel che costi.   Dirlo è sicuramente un privilegio oltre ad una grande forma di libertà. Certo. Nel cinema, ad esempio, la mia carriera l’hanno fatta più i ‘no’ che i ‘sì’. Ho detto di ‘no’ a dei progetti che se glieli racconto, mi prenderà per pazzo. L’ho detto ai più grandi registi e star di Hollywood, ma non mi pento affatto.   Dimostra più che mai di essere un gran figo. (ride, ndr). Più no dici, più sei desiderato.   Questo non vale però solo nel lavoro. Esatto: vale in ogni campo (ride di nuovo, ndr).

  • Il voto inutile di Trudeau
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Settembre 21, 2021 at 5:29 pm

    Justin Trudeau è “arrivato” dove era partito, cioè le elezioni anticipate volute dal premier canadese in un momento di forza (nei sondaggi) non hanno cambiato nulla: il suo partito liberale vince ma non ha la maggioranza. Il calcolo di agosto di Trudeau si fondava probabilmente su premesse sbagliate: si sentiva più forte del passato perché il paese si era molto unito durante la campagna vaccinale. A differenza di molti paesi, il Canada non è stato funestato da battaglie no vax feroci anche se sul pass sanitario ci sono state molte discussioni e i conservatori hanno finito per scontare un po’ della loro politica vaga sulla necessità del vaccino.   In particolare è stato il caso dell’Alberta a determinare la vittoria di Trudeau sul rivale Erin O’Toole: in Alberta c’è un leader conservatore che non ha voluto introdurre alcuna obbligatorietà del vaccino e i dati del contagio sono preoccupanti, al punto che c’è chi ha parlato di un imminente collasso degli ospedali. All’ultimo l’Alberta ha cambiato approccio, ma O’Toole, che non ha mai chiesto ai suoi chi fosse vaccinato e che ha lasciato libertà di scelta, è stato in parte penalizzato.   Ma l’effetto finale per Trudeau non è comunque positivo. Il premier ha vinto tre elezioni di fila (158 seggi su 338) ma dovrà governare in minoranza e questo sta diventando sempre più complicato in termini di efficacia. Soprattutto, Trudeau sarà costretto a cancellare questo voto dalla memoria collettiva: gli dicono che ha tirato su un’elezione per ambizione personale, senza altra ragione – un voto non necessario organizzato per vanità e per seguire i sondaggi. Se poi questa elezione non la stravinci, resta solo l’amarezza di un voto inutile.

  • Da Lufthansa un nuovo modello per i cieli
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Settembre 21, 2021 at 4:36 pm

    Riparte il mercato degli aerei, dopo la paralisi del Covid. E la Lufthansa lancia un aumento di capitale chiedendo ai suoi azionisti privati 2,14 miliardi per restituire al governo tedesco i 9 miliardi di aiuti ricevuti durante la pandemia. Non dicono nulla queste due notizie ai sindacati e partiti italiani sintonizzati su Alitalia, Ita e dintorni? Cominciamo dalla seconda. Il gruppo Lufthansa che comprende anche Austrian, Swiss e Brussels Airlines (la ex compagnia di bandiera belga Sabena) ha già iniziato a restituire allo stato i soldi ottenuti nel giugno scorso in cambio dell’ipoteca sul 20 per cento della compagnia, e oltre a una riduzione di personale e flotta finché non tornerà l’utile l’ad Carsten Spohr ha annunciato la ricapitalizzazione che partirà domani.    Settore aereo, la lezione di Lufthansa per Ita   Tuttavia gli autoridimensionamenti e i sacrifici del maggior gruppo europeo non incidono sulle stime del mercato dei jet commerciali, che prevede di uscire dalla crisi con nuovi ordini. A smuovere le acque è stata una diatriba tra Boeing e Michael O’Leary, boss di Ryanair, su una commessa di 737 Max 10, un apparecchio che prima della pandemia era stato messo sotto la lente e sottoposto a una riprogettazione dopo due gravi incidenti. Ryanair come nel suo stile preme per avere un maxi-sconto, ma anche in previsione di tornare a riempire i propri voli low cost “almeno entro il 2026”. La Boeing ha da poco ricevuto un ordine di 150 apparecchi dalla United Airlines, mentre nei primi mesi del 2021 le commesse dell’azienda americana e della rivale europea Airbus sono state per 902 aerei, rispetto alle 672 di tutto il 2020. L’Europa si sta muovendo in ritardo rispetto al resto del mondo e Ryanair è per ora un’eccezione assieme a Jet2, la low cost di British Airways, che ha ordinato alcuni Airbus. Gli stessi tagli di Lufthansa dicono che il ritorno alla normalità sarà lento, ma che ci sarà, ma dice anche che le compagnie puntano a volare con le loro ali, anziché con i portafogli dei contribuenti. L’esatto contrario del film offerto dalla (ex) Alitalia e da Ita.

  • Salvini vuole cambiare strategia: "Io sono moderato. Giorgetti al governo l'ho voluto io"
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Settembre 21, 2021 at 4:34 pm

    Sieti liberi di non crederci ma Matteo Salvini sta dicendo queste cose: “Io sono un moderato. Giancarlo Giorgetti al governo ce l’ho messo io. Dobbiamo cambiare agenda e linguaggio. Non parliamo più di green pass ma di responsabilità”. Avete capito come si vive nella Lega? Gli spelacchiati che se ne vanno? “Meglio”. La crisi di consenso al sud? “Annunceremo nuovi ingressi”. Sta per cambiare un’altra volta l’algoritmo.          Ripetiamo, siete liberi di non crederci, ma Salvini sta adesso dicendo che si deve iniziare “a pubblicizzare il partito responsabile” e che “la responsabilità di governo ha un costo”. Cosa è successo di così drammatico? Che il green pass è stato superato, che Giorgetti è stato definito, secondo i sondaggi di Alessandra Ghisleri, “il ministro di cui gli italiani si fidano di più”. Bravo dunque chi ha suggerito a Salvini: “Se lui è il ministro di cui gli italiani si fidano di più perché non ricordi che al governo l’hai messo tu?”. L’europarlamentare Francesca Donato che oggi ha abbandonato il partito, con un’intervista a Repubblica, e che ha diffuso le chat, sapete come viene adesso salutata dagli uomini più vicini al capo? “Le sue tesi erano squinternate. Ma scherziamo? Per contrastare i vaccini usava le frasi dei nazisti”. Quale sarebbe la differenza con i vari Borghi e Bagnai? Dal partito rispondono così: “Loro conoscono la disciplina”. Significa che fanno chiasso a comando ma si trasformano in governisti se lo ordina il capo. Come è stato possibile eleggere allora Francesca Donato? Questa è la spiegazione: “E chi poteva immaginare che ce la facesse?”.    Salvini e il cambio di linea della Lega sul green pass   Salvini sta per cambiare gli ingredienti del suo cocktail elettorale. I temi vuole che adesso siano tasse, bollette, pensioni e immigrazione. Dice che bisogna rilanciare l’idea della federazione di centrodestra, ritornare a parlare del referendum sulla giustizia, guardare al centro. Il congresso? “Sono stato io ad aprire e spiegare che dopo il Covid dobbiamo aggiornare le cariche. Non c’è nulla di male a parlare di ristrutturazione. Ma sono io che ho portato la Lega oltre il 30 per cento”.   Ai suoi uomini ha detto che alle prossime elezioni amministrative l’obiettivo non è più strappare nuove posizioni ma “mantenere” perché questo non “è il tempo dei miracoli elettorali”. Il successo adesso è conservare e provare ad afferrare le piccole città simbolo che in realtà sono città in bilico. A Varese e Caserta è convinto che si possa vincere. E infatti a Caserta è andato Giorgetti e a Varese si stanno spendendo sia Salvini sia Giorgetti. A Trieste il centrodestra dovrebbe vincere. Dovrebbe. Al sud continua invece con la vecchia strategia: nuovi ingressi. In Sicilia è dato per fatto il passaggio, pesante, di Francesco Scoma, deputato di Italia viva. In Puglia e Calabria stesso metodo. Ha ragione Salvini quando ripete di non essere preoccupato della scissione tanto più di una scissione pilotata da Giorgetti. È inverosimile immaginarsi Giorgetti andare al sud e mettersi a commerciare con i capibastone. Giovedì sarà al fianco di Mario Draghi all’assemblea di Confindustria e non parlerà perché, racconta, “cosa posso aggiungere alle parole perfette di Draghi? Mi sento pienamente rappresentato da lui”.    Il vero quesito non è altro che questo: Salvini si sente pienamente rappresentato da Giorgetti? In tutte le costruzioni che riguardano la Lega è sempre mancato il “fattore umano”. Salvini non è di lotta e di governo. Salvini soffre perché fisicamente non è al governo. Ai “soldati”, e con questa frase si indica il cerchio strettissimo, dice: “Ci stanno descrivendo come estremisti, ma la Lega di Bossi, quella dove ha iniziato Giorgetti, non mi sembra brillasse per buone maniere”. Rivendica: “Garavaglia, Giorgetti, Stefani sono ministri grazie a me. Al governo non ci sono io dunque tutto quello che raccogliamo è il prodotto della mediazione di Giorgetti”. La sua grande pena, tutta la sua inquietudine, alla fine, non è che questa: vorrebbe essere Giorgetti rimanendo Salvini.

  • Più vaccini, più libertà
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Settembre 21, 2021 at 4:23 pm

       "Al di là dell'idea dell'immunità di gregge, concentriamoci sui risultati della campagna vaccinale", dice il direttore del Foglio Claudio Cerasa, ospite di Omnibus su La7: "A giugno il governo ha detto che entro la fine dell'estate tutti coloro che si volevano vaccinare avrebbero potuto farlo. E questo è successo. Entro 3 settimane si potrà arrivare al 90 per cento di vaccinati, tra le persone vaccinabili. È un risultato straordinario, insieme alla Francia, l'Italia ha la più alta percentuale d'Europa. Più vaccini uguale meno contagi, meno contagi uguale meno varianti e, quindi, più libertà. Non si capisce davvero perché politici e sindacalisti non siano tutti coerenti su questa strategia. La richiesta dell'obbligo è un modo per scaricare le resoponsabilità".

  • Gianni Fava: “Donato via dalla Lega? È l’inizio dell’esodo al sud”
    by Luca Roberto (Il Foglio RSS) on Settembre 21, 2021 at 3:42 pm

    “Sai che perdita! Quello di Francesca Donato è solo il primo addio, ce ne saranno tanti altri”. Gianni Fava tempo addietro era stato profetico. E ora la fuoriuscita dell’europarlamentare dalla Lega, che ha sbattuto la porta  perché a suo dire nel partito “prevale la linea Giorgetti”, la legge con semplicità. “Era ampiamente prevedibile che finisse in questo modo. Cos’hanno in comune e come possono coesistere a lungo una no vax eletta a Palermo e uno con la storia di Calderoli, che ancora parla di autonomia?”, spiega l’ex deputato bossiano, nel 2017 sconfitto da Salvini al congresso per diventare segretario del Carroccio. “Non sono Nostradamus, ma è chiaro che di defezioni ce ne saranno altre e riguarderanno gli eletti nelle regioni meridionali, i vari Antonio Maria Rinaldi che sono saliti su un treno in corsa, quello del consenso salviniano, e si preparano a scendere ora che il treno rallenta”. Chissà che il prevalere della linea più responsabile sugli strepiti della Bestia social non renda questo processo ancor più rapido del previsto. Qualcuno vuole scommettere sul prossimo esubero?  Secondo Fava, ex assessore all’Agricoltura della Regione Lombardia, quel che si vede a livello nazionale è il segnale evidente di un “indietreggiamento rispetto alla volontà di sfondare nel Mezzogiorno, dove la gran parte dei consensi raccolti alle elezioni europee sta ritornando nell’alveo di Fratelli d’Italia. Io credo che Salvini sia un uomo molto fortunato. A Napoli la Lega non è riuscita a presentare la sua lista: sarebbe stata una disfatta storica e quasi mi viene il dubbio che l’abbia fatto apposta”. Ma allora è vero che il segretario è diventato ostaggio della linea dei governatori del nord, di chi amministra e ha sempre mal digerito la trasformazione della Lega in partito personale? Non sarà solo un caso se il presidente del Friuli-Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, ha commentato l’addio della Donato dicendo che non c’è posto nella Lega per i no vax. “Con l’adesione al governo Draghi, a Salvini è rimasta solo la strada del ritorno al nord, dove continua ad avere un radicamento sostanzioso, anche in virtù di una scarsa offerta politica alternativa”, ragiona Fava. “Il problema è che l’ambiguità con cui ha trasformato il partito in contenitore personale, percorso da pulsioni no vax e anti euro, viene mal recepita nelle regioni settentrionali. Per cui, più che un rientro, quello di oggi è un ripiego, che lo pone in una condizione di debolezza”. Si trova, insomma, in un cul-de-sac? “Sì, e quel che sta facendo è arare quest’altra strada per rispondere almeno alle esigenze dello storico elettorato leghista. Non è un caso che ci stiano arrivando delle mail in cui il partito ci omaggia della tessera da militante della Lega con mesi di anticipo. E l’altro giorno, ospite di Zaia a Venezia, Salvini è tornato addirittura a battere sui tasti dell’autonomia”. Non sarebbe l’occasione, chiediamo, perché la leadership della Lega diventi realmente contendibile? “Questo soggetto politico non ha nulla della Lega di un tempo. Si è trasformato in un partito personale: più che nelle sezioni sta su Twitter. Credo che non sopravviverà a Salvini, morirà con lui. Chi elenca i nomi di Zaia e Giorgetti per la successione deve fare i conti con una realtà di fatto: possono essere i leader soltanto di un nuovo soggetto, non della creatura di Salvini”. A proposito del segretario, nell’aria c’è il sentore che di questi addii possa subirne il contraccolpo. “Rispetto a Bossi, che pure aveva proposto candidature esterne al mondo Lega, Salvini ha commesso l’errore di far entrare queste persone nel partito invece di tenerle a debita distanza. Quale contributo politico sperava che gli potesse dare gente come la Donato?”. Le amministrative, in soldoni, rischiano di essere uno spartiacque per il futuro della Lega? “In caso di debacle Salvini sarebbe ancor più accerchiato. A maggior ragione con una crescita di Fratelli d’Italia, l’esodo non si fermerà. Non gli restano che le roccaforti. Ma se anche a Mantova la Lega scompare, come sta accadendo adesso, va a finire che al sud non esisterà e al nord non sarà più quella di prima”.

  • Salvate il generale Figliuolo: rischia di rimanere fuori dalle nomine della Difesa
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Settembre 21, 2021 at 12:59 pm

    Salvate il generale Figliuolo. È al centro del risiko delle Forze armate e dopo aver vaccinato quasi tutto il paese adesso gli servirà una bella iniezione di speranza per non rimanere fuori dal grande gioco delle nomine. Tutto si muove intorno a lui, Francesco Paolo Figliuolo, l'alpino che viene dal comando logistico dell'Esercito, nominato dal governo Draghi commissario straordinario contro il Covid.   A forza di salvare la Patria, rischia di non salvare se stesso. Proprio alla vigilia del via libera alla terza dose, si apre un domino di posizioni che, per cause di forze maggiori, potrebbe tenerlo fuori da una promozione conquistata sul campo, coram populo.       Ad aprire le danze di questa guerra sotterranea di cordate e stellette sarà la nomina entro la prima decade di ottobre del nuovo segretario generale del ministero della Difesa: il sostituto di Nicolò Falsaperna. Si tratta di una posizione apicale, con un enorme potere di spesa. È colui che mette la firma, per banalizzare, su tutti gli acquisti degli armamenti, una sorta di ministro delle Finanze per il mondo dei graduati.      Premessa doverosa per districarsi in tutto questo ginepraio: nelle Forze armate vige la regola dell'alternanza tra corpi per garantire a tutti (Esercito, Marina, Aeronautica) la giusta rappresentanza.      A cascata si arriva così al vero match che si sta giocando nella discrezione scalpitante di questi apparati cruciali per l'Italia: è quello che riguarda il capo di stato maggiore della Difesa, il vertice di tutta la piramide. Questa posizione al momento è ricoperta da Enzo Vecciarelli, proveniente dall'Aeronautica.     Sempre in un'ottica di turn over adesso toccherebbe alle giubbe bianche della Marina militare, soluzione benedetta anche dalla presidenza della Repubblica che, da Costituzione, è a capo delle forze armate (tutto si tiene nel perimetro di questa cornice istituzionale: non va mai dimenticato).     Il candidato naturale sarebbe - condizionale d'obbligo - l'attuale capo di stato maggiore della Marina Giuseppe Cavo Dragone.  Ma c'è un problema: ha raggiunto i limiti d'età e dunque per promuoverlo servirebbe una legge ad personam in grado di posticipargli la pensione di almeno due anni. In alternativa, seguendo la logica dell'alternanza, ci sono due ammiragli: Enrico Credendino, attualmente comandante in capo della squadra navale della Marina militare e Dario Giacomin, vicesegretario della Difesa, il numero due insomma di Falsaperna. Di cui, attenzione, potrebbe prendere il posto, cambiando così il gioco delle nomine che si basa sull'alternanza di divisa.     E qui ritorna Figliuolo: dopo aver messo in sicurezza l'Italia dalla pandemia la guida dello Stato maggiore della difesa per lui sarebbe il giusto premio, il coronamento di una carriera. Dalla sua parte ha dosi di sponsor in quantità: dal presidente Sergio Mattarella al premier Mario Draghi. Ma anche solidissimi rapporti con i governatori leghisti del nord, così come un rapporto molto assiduo, raccontano, con Matteo Salvini e Antonio Tajani.   Ma come farebbe Figliuolo a salutare tutti, di botto, senza aver prima terminato la campagna di vaccinazione per assurgere a questo incarico? L'operazione appunto sembra difficile, a meno che non si congeli tutto il meccanismo in attesa che la pandemia sia soltanto un brutto ricordo. Complicato. E così per lo stato maggiore della Difesa si fa largo un'altra ipotesi: Pietro Serino, già capo di gabinetto dei ministri Pinotti, Trenta e Guerini e attualmente capo dello stato maggiore dell'Esercito. Ma anche questa sarebbe una nomina che taglierebbe fuori Figliuolo, e forse sarebbe davvero troppo. Fonti vicino al dossier fanno notare che in questo caso i due ruoli, capo di stato maggiore dell'esercito e commissario anti Covid, potrebbero essere compatibili per Figliuolo. Si tratta di dividere al meglio i ruoli con una squadra di numeri due all'altezza.   Le stellette che si muovono nell'ombra alla ricerca di un giusto tributo sono moltissime. Tra queste c'è il generale Luciano Portolano: un operativo, abituato a stare in prima linea. Sia da capo del Comando operativo di vertice interforze (Covi), ovvero del centro di raccordo supremo dei vari corpi impegnati nelle missioni all’estero, sia come coordinatore delle recenti operazioni di rimpatrio degli italiani all'aeroporto di Kabul. Portolano, che gode della stima di Forza Italia ma anche del M5s coltivati dall'ex sottosegretario Angelo Tofalo, potrebbe andare a presiedere il Brunssum, comando militare della Nato che si trova nella cittadina dei Paesi Bassi. Ma nessuno si sente di precludergli altri avanzamenti, sempre intorno ai vertici della Difesa. Stesso discorso per Carmine Masiello, di ritorno dall'esperienza come vicedirettore generale del Dis e molto stimato dagli ex premier Matteo Renzi e Paolo Gentiloni. La partita è appena iniziata: sono tutti convocati e nessuno si sente un eroe per caso. A partire appunto dal generale Francesco Paolo Figliuolo.

  • Pnrr, pm, reddito, politica, futuro. Garofoli a tutto campo
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Settembre 21, 2021 at 10:01 am

    Da sei mesi è il braccio destro e il braccio sinistro del presidente del Consiglio e da sei mesi non c’è riforma, non c’è provvedimento, non c’è norma che prima di finire in Consiglio dei ministri non passi da lui, non passi dalle sue mani, non passi dalla sua stanza. Lui si chiama Roberto Garofoli, ha cinquantacinque anni, da febbraio è sottosegretario di stato alla presidenza del Consiglio dei ministri, oltre che segretario del Consiglio dei ministri con delega all’attuazione del programma di governo, e sabato scorso ha accettato di chiacchierare con il Foglio, durante il nostro Festival dell’Innovazione a Venezia, parlando per la prima volta a tutto campo e spiegando in che modo l’innovazione dovrà essere il motore non solo del governo ma dell’Italia dei prossimi sei anni.   La nostra conversazione con Roberto Garofoli, che trovate in formato video sul nostro sito, parte da un’affermazione fatta giorni fa dal presidente del Consiglio Mario Draghi. Draghi, ricordiamo a Garofoli, ha detto che le riforme vanno fatte anche se sono impopolari. E al sottosegretario chiediamo dunque che cosa ci sia di impopolare nell’agenda dei prossimi mesi di governo. “Noi – dice Garofoli – abbiamo un programma di governo che è scandito anche nei termini e nei tempi di adozione delle riforme, e che ci siamo autodefiniti nel momento in cui abbiamo elaborato e trasmesso agli organismi europei il Piano nazionale di ripresa e resilienza”.  “E’ un piano che al nostro paese dà un’occasione storica per le risorse importanti che ci assegna. Ma il Piano nazionale al contempo delinea dei percorsi di superamento di nodi strutturali che hanno sempre inciso, sacrificando la capacità del nostro paese di esprimere le sue potenzialità. Il piano le definisce riforme abilitanti, alcune di queste hanno un orizzonte temporale e una finalità di parziale temporaneità, perché sono necessarie affinché il Piano possa essere attuato e affinché gli interventi e i progetti del Piano possano essere realizzati. E possano essere realizzati in tempi  molto stretti perché quelle ingenti risorse vanno impegnate e spese entro il 2020. Poi però ci sono delle riforme anche di tipo strutturale. Quindi di ampio respiro. Alcune sono state già messe in cantiere, su altre si sta lavorando, e dovranno essere adottate, alcune già nelle prossime settimane”. Possiamo dire – chiediamo al sottosegretario – che il prossimo passaggio necessario e impopolare con cui dovrà fare i conti il governo è la legge sulla concorrenza? “Il nostro paese dovrebbe o avrebbe dovuto adottare una legge annuale della concorrenza. L’ultima legge annuale della concorrenza è stata adottata nel 2017, se non vado errato. Si è lavorato a un provvedimento sulla concorrenza, credo che sulla stampa se ne sia parlato per molti aspetti. Certo, la concorrenza o la promozione della concorrenza ha sempre qualche profilo di impopolarità, perché incide su alcuni interessi costituiti. E’ necessario per così dire aprire quei settori, quegli ambiti di mercato, e ci sono alcuni nodi più spinosi di altri, naturalmente. Ci si sta lavorando. Non tutti i paesi in quegli ambiti hanno aperto alla concorrenza, questo è bene che sia detto. Di recente abbiamo rilevato  per esempio che in alcuni paesi europei le concessioni idroelettriche hanno una durata perpetua. E’ uno dei temi oggetto di attenzione da parte del governo e il disegno di legge-delega a cui si sta lavorando ha anche quello come ambito di intervento”. Tra le azioni non sappiamo se impopolari ma certamente poco popolari vi è anche tutto ciò che gira attorno al futuro del Reddito di cittadinanza. Ci può confermare che le modifiche al Reddito di cittadinanza rientrano all’interno di un pacchetto più generale che riguarda le riforme delle politiche attive? “Innanzitutto – precisa Garofoli – questa non è una riforma del tipo di quelle di cui parlavamo prima, perché prima mi riferivo alle riforme indicate nel Piano nazionale di ripresa e resilienza, sulle quali ci siamo impegnati e la cui attuazione e i cui risultati sono la condizione perché le imponenti risorse europee siano riconosciute al nostro paese. Ci sono dei target legati a ogni riforma, un vincolo per ottenere le risorse e la Commissione monitorerà nel tempo tutto questo. Il Reddito di cittadinanza è invece un tema tutto nazionale che però è legato al tema più ampio del lavoro e delle politiche attive del lavoro. E’ un tema su cui è inevitabile mettere mano. Io direi anche che è inevitabile lavorare con un certo tasso, non dico di originalità, ma di innovatività: quella riforma degli ammortizzatori sociali e delle politiche attive del lavoro è indispensabile perché il paese sappia fronteggiare le trasformazioni e le transizioni strutturali che stiamo attraversando. La pandemia ha accelerato un processo di trasformazione digitale che era già in atto e che sta trasformando il nostro sistema economico e anche il nostro sistema sociale. Ci sono alcuni dati del 2020 che credo rendano in maniera plastica quel che sta accadendo: nel 2020 il commercio elettronico è aumentato del 30,4 per cento e il ritmo di digitalizzazione delle imprese non solo in Italia ma in Europa – delle imprese in media, non solo delle grandi – è aumentato di sette volte rispetto a quanto accaduto negli anni precedenti. Forse però c’è un dato su tutti che rende davvero con evidenza quel che sta accadendo e che continuerà inevitabilmente ad accadere. Amazon ha assunto 427 mila dipendenti, raggiungendo un milione di dipendenti, quindi soltanto nel 2020 ha aumentato del 50 per cento la sua forza lavoro. Senza considerare le imprese presso le quali ha esternalizzato la sua attività. Tutto questo ha un impatto fortissimo sul mercato del lavoro sotto diversi aspetti, perché innanzitutto determina la necessità di nuove professionalità. Molto spesso le imprese non riescono a trovare le competenze di cui hanno bisogno e quindi sono necessarie politiche formative. Queste trasformazioni così radicali del sistema economico determinano un invecchiamento delle competenze e quindi un’inevitabile espulsione dal mercato del lavoro di forza lavoro, di dipendenti. E’ necessario quindi ridefinire le politiche attive del lavoro, integrarle con le politiche di formazione, è necessario che queste politiche e questi nuovi sistemi di ammortizzazione sociale accompagnino la transizione e un po’ attenuino le instabilità del mercato del lavoro, che sono e saranno inevitabili”. Quale è stata, se c’è stata, l’innovazione in politica portata dal metodo Draghi? “Io ho lavorato con diversi governi in ruoli molto diversi e molto più tecnici in passato, e quel che posso dire è che senz’altro c’è un metodo nel senso che c’è una programmazione del lavoro. Una programmazione non settimanale ma anche a lungo termine, per cui ad alcune riforme si sta lavorando da tempo. Ovviamente ci sono dei ritmi e devo dire che sono abbastanza intensi e io credo che il metodo di adesso, di questo governo, sia un metodo di confronto, anche robusto direi, tra i ministri. Ci sono cabine di regia settimanali che sono momenti nei quali i ministri che rappresentano le forze politiche di maggioranza si confrontano attorno ai nodi politici e anche talvolta tecnici che i singoli provvedimenti pongono. E poi c’è sempre anche il momento della decisione e devo dire che il presidente la capacità di decisione ce l’ha senz’altro. In questo mi ha da subito colpito, io il presidente Draghi non lo conoscevo, l’ho conosciuto il giorno del giuramento”. Il giorno del giuramento? “E’ così. Ho avuto diverse esperienze e ho lavorato con diversi governi, nel governo Prodi ero capo ufficio legislativo del ministero degli Esteri, e poi ho lavorato con Enrico Letta come segretario generale di Palazzo Chigi, poi con il ministro Pier Carlo Padoan come capo gabinetto dell’Economia. Devo dire che tranne Enrico Letta, che avevo conosciuto un mese prima, non avevo conosciuto mai nessuna delle persone che poi mi hanno chiesto di collaborare. E anche il presidente Draghi non l’avevo mai conosciuto. Mi ha chiamato due o tre ore prima del momento in cui è salito poi al Quirinale”. Se Garofoli dovesse individuare il principale vizio e il principale peccato che la burocrazia italiana dovrà affrontare nel futuro, quale sceglierebbe?   “Innanzitutto – dice Garofoli – sono parte, mi sento parte e sono orgoglioso di essere parte delle istituzioni pubbliche e anche della Pubblica amministrazione. In particolare poi faccio di professione il magistrato, l’ho fatto per tanti anni, riprenderò a farlo dopo questa pausa e quindi mi sento parte del mondo delle istituzioni pubbliche più in generale, non soltanto la Pubblica amministrazione. Ma venendo alla Pubblica amministrazione in realtà il discorso potrebbe essere esteso a tutte le istituzioni, anche quelle neutrali. Io credo che oggi, e la pandemia lo ha messo  in risalto, ci sia un’esigenza di fortissima riparazione delle strutture pubbliche, delle pubbliche amministrazioni, della macchina amministrativa della Repubblica. Perché la pandemia ha dimostrato che l’amministrazione è senz’altro debole e senz’altro vulnerabile ma l’amministrazione e i suoi diversi gangli, dalla sanità a chi si occupa di politiche assistenziali previdenziali, a chi si occupa di politiche formative ed educative, sono un bene pubblico di cui i cittadini hanno un estremo bisogno. Io penso che in realtà quel che non va non è la burocrazia nell’accezione negativa di cui spesso si parla, ma è l’assenza di una burocrazia adeguata e all’altezza. Il problema nel nostro paese è una macchina usurata, l’Amministrazione pubblica ha subito un declino tecnico enorme negli ultimi decenni, dovuto ad alcune politiche di cui c’era evidentemente bisogno nel momento in cui sono state elaborate e adottate. Faccio riferimento alla politiche di spending, di blocco del turnover, ma oggi è necessario porre mano a una politica di riparazione dello stato. Anzi io credo che la più autentica politica riformista che un paese occidentale come il nostro debba farsi carico di elaborare e di portare avanti con coraggio e determinazione sia proprio quella del rilancio e della riparazione dell’Amministrazione pubblica. Naturalmente occorre agire sul versante delle risorse, occorre agire sul versante delle tecnologie, ma tutto questo non basta, occorre agire sul versante della riorganizzazione strutturale dell’amministrazione perché normalmente si dice che nell’Amministrazione pubblica mancano i giovani. Ed è vero, mancano tantissimi giovani: la nostra  è l’amministrazione più vecchia – si è soliti dare i dati riguardanti l’età media dei dipendenti pubblici, e quell’età   è molto cresciuta. Ma quel che più impressionano  sono i dati riguardanti la presenza dei giovani nell’Amministrazione pubblica: gli under 35 sono passati dal 9 per cento del 2012 al 2,5 per cento, a fronte di una media Ocse del 18. Molti giovani non vogliono lavorare nella Pubblica amministrazione, non credono che sia attrattiva, e credono che il merito non sia un criterio di selezione e di crescita all’interno dell’amministrazione pubblica. Questo naturalmente è un problema enorme per il nostro paese ma l’immissione di giovani in realtà è solo una delle linee da seguire per riformare la Pubblica amministrazione, ma non basta e non basterà immettere giovani. Faccio solo un esempio, noi abbiamo 38 mila stazioni appaltanti. Anche ad assumere mille, diecimila esperti – a trovarli con gare pubbliche, la gestione delle gare pubbliche ha un tasso di complessità elevatissimo – significa che si immetterebbe un giovane esperto per una su tre stazioni appaltanti. E’ chiaro che occorre una riorganizzazione del settore e una riduzione della polverizzazione delle stazioni appaltanti. Un primo passo è stato fatto: nel decreto legge che ha delineato la governance del Piano nazionale si è previsto che i comuni non capoluogo non possono gestire appalti da soli, ma devono affidare la gestione degli appalti a soggetti più robusti, a centrali di committenza. Credo che sia stato questo un primo timido passo verso una razionalizzazione del settore”. Siamo certi che a Palazzo Chigi non se ne parlerà, ma nella programmazione a lungo termine del governo Draghi c’è un problema non da poco legato a ciò che accadrà a febbraio quando si sceglierà il successore di Sergio Mattarella. Ci può dire se la programmazione a lungo termine di questo governo si ferma prima di febbraio o arriva a dopo febbraio? “Di questo a Palazzo Chigi non si è mai detto nulla, la programmazione del Piano ovviamente giunge al 2026 e nel Piano ci sono tappe temporali mese per mese fino al 2026. E direi che quello è il programma di governo del paese”. Dire 2026 significa dire che il programma dei prossimi governi è in qualche modo è già scritto all’interno del famoso Pnrr. Ma il prossimo governo, quello che arriverà nel 2023 o nel 2022, sarà un governo che avrà davvero un margine d’azione per poter cambiare ciò che oggi è stato programmato o l’Italia si trova su un binario di fronte al quale può al massimo accelerare o decelerare, ma con un percorso ormai segnato? “L’Italia non può decelerare, perché il piano ha dei target con delle indicazioni temporali da rispettare e ci sono progetti che vanno messi in cantiere, che vanno definiti e poi vanno attuati. Ma io mi auguro che nessun governo ponga in discussione tutto questo, perché è un’occasione irripetibile per il nostro paese. Naturalmente tutto questo non toglie che ci siano margini di politiche pubbliche diverse. Il piano ne definisce alcune ma lascia ovviamente assoluta libertà su molti altri fronti al nostro paese”. Lei ha detto che la Pubblica amministrazione e la burocrazia devono dare una prova di crescita e di maturità. Possiamo dire, e lo chiediamo al Garofoli magistrato, che lo stesso discorso vale al quadrato anche per il mondo della magistratura? “Sì, anche al cubo direi. Io sono un magistrato e non ho mai smesso di sentirmi tale nonostante queste pause di governo. Appena stamattina (sabato, ndr) parlavo ai colleghi della Corte dei Conti e in chiusura ho detto che ciò che è necessario per il nostro paese è un approccio originale alla modernizzazione delle istituzioni pubbliche, di tutte le istituzioni pubbliche. Io credo che anche noi magistrati dobbiamo avere questo approccio originale e innovativo. Alla Corte dei Conti c’è stato tutto questo dibattito sulla parziale eliminazione della colpa grave dal perimetro della responsabilità erariale, che è quella che i colleghi della Corte dei Conti accertano. Questo ha innescato un dibattito fortissimo, vivacissimo nel mondo dei giuristi di quel settore. E io penso che in quel mondo è necessaria, come nel nostro, come in quello della magistratura ordinaria, una predisposizione al cambiamento. Per esempio, le amministrazioni pubbliche, attestata la loro debolezza, hanno bisogno e reclamano un atteggiamento collaborativo della Corte dei Conti, nell’esercizio di una funzione consultiva per le amministrazioni. E un’evoluzione di questo tipo, ferma la distinzione dei ruoli tra chi deve decidere e chi deve conciliare, è qualcosa che la magistratura contabile deve necessariamente valutare con molta attenzione”. Noi naturalmente ci riferivamo a un altro ambito della magistratura… “Avevo intuito…”.  Ci riproviamo. C’è un aggettivo che lei userebbe per sintetizzare lo show offerto in questi mesi dalla magistratura di cui stiamo parlando? “No. Questo non lo dico e non lo dirò mai: non compete a me commentare. Quello che so però, perché provengo dalla magistratura ordinaria, è che si tratta di un corpo che il paese deve sapere apprezzare, perché dotato di professionalità elevate, elevatissime. Naturalmente c’è molto da lavorare, da migliorare, ma questo vale per tutte le istituzioni”. Ci può dire come governano partiti così diversi tra di loro, Pd e Lega insieme? E’ davvero così difficile farli andare d’accordo oppure vanno più d’accordo di quanto loro stessi raccontino? “Dall’interno vanno molto più d’accordo di quello di cui si racconta, nel senso che io penso che nelle forze politiche vi sia consapevolezza dell’eccezionalità del momento. Poi certo, siamo sotto appuntamenti elettorali, ma io credo nel senso di responsabilità delle  forze politiche, consapevoli della necessità di un percorso comune. Una responsabilità che hanno mostrato in questi anni   innanzitutto i cittadini e che deve essere   ripagata, e credo che le forze politiche che compongono questo governo, le forze politiche in generale del paese, un senso di responsabilità l’abbiano mostrato. Noi dall’interno lo vediamo tutte le settimane, perché punti d’intesa si raggiungono, e non mi pare che siano punti di intesa al ribasso, almeno partendo dalle prospettive da cui muove il governo. Saranno necessari nei prossimi anni cooperazione e senso di responsabilità, passando dalla politica alle istituzioni tra i livelli di governo del paese, perché senza una cooperazione tra stato e territori sarà difficilissimo attuare l’ambizioso piano delle riforme e dei progetti. E questo peraltro è anche il senso della presenza delle regioni e dei comuni in quella cabina di regia che attiveremo nei prossimi giorni e che coordinerà e monitorerà l’attuazione del piano”.

  • The chair, tutti gli ingredienti della serie Netflix
    by Gaia Montanaro (Il Foglio RSS) on Settembre 21, 2021 at 8:54 am

    La trama, il cast e la produzione di The Chair (La direttrice) In sei episodi da mezzora circa, la prima stagione diThe Chair (La direttrice è il titolo italiano), racconta l'insediamento della professoressa Ji-Yoon Kim (interpretata da Sandra Ho) come direttrice del dipartimento di inglese in una grande università degli Stati Uniti. Kim è la prima donna a ricoprire quella carica ed è sensibile alle minoranze che l'università ha spesso ignorato nel corso della sua storia. Prova quindi a far ottenere una cattedra a una giovane e talentuosa collega afroamericana, Yazmin McKay (interpretata da Nana Mensah). Oltre alla complicata gestione della facoltà universitaria, Kim deve anche destreggiarsi tra le difficoltà con la figlia adottiva e il travagliato rapporto con il collega Bill Dobson (Jay Duplass).     Il tono è quello ibrido della dramedy, con momenti di tensione alternati ad altri di leggerezza. La serie è ideata e scritta dall'attrice americana Amanda Peet (quella di Fbi: Protezione testimoni) insieme ad Annie Julia Wyman. Produttori esecutivi, insieme a Peet, il marito dell'attrice David Benioff e D.B. Weiss, che poi sono anche gli showrunner di Game of Thrones. Lo sceneggiato è prodotto da BLB e Nice work Ravelli per la piattaforma di streaming Netflix.      Come inizia la serie The Chair (La direttrice), in streaming su Netflix? Teaser  In gergo tecnico, l’incipit di una serie si chiama teaser. È la primissima scena in assoluto (quella che di solito precede il cartello con il titolo) e, se fatto bene, dovrebbe avere un contenuto emblematico per capire e interpretare quello che poi verrà messo in scena nel racconto. Il teaser di The Chair lo è. Vediamo la protagonista, Ji-Yoon (Sandra Ho) entrare nel suo ufficio (che trasuda opulenza e classicità in ogni angolo) come neodirettrice del dipartimento di lettere della Pembroke University. Si guarda intorno con fare soddisfatto, come chi ha raggiunto un traguardo tanto sudato, scarta la sua nuova targa lasciatale dal suo predecessore (con scritta ironica annessa), aggira la scrivania e si siede sulla sedia (the chair, appunto). Una gamba della seduta cede e la direttrice cade a terra. Ha ottenuto il ruolo ma di un’istituzione che pare al collasso. Cede, sia metaforicamente che realmente.           Dove abbiamo già visto Sandra Oh La protagonista di The Chair, Sandra Oh è attualmente anche la protagonista (con il ruolo di Eve Polastri) della serie Killing Eve, che è stata rinnovata per una quarta stagione. Il suo accordo per recitare in The Chair non le preclude infatti la possibilità di continuare a lavorare sulla serie della BBC America. Oh ha ottenuto successo sul piccolo schermo grazie all'interpretazione di Cristina Yang in Grey's Anatomy (2005-2014), grazie a cui si è aggiudicata un Golden Globe per la miglior attrice non protagonista, due Screen Actors Guild Awards ed è stata candidata cinque volte ai premi Emmy. Nel 2018, proprio per Killing Eve, ha vinto il secondo Golden Globe, ha ottenuto il quarto Screen Actors Guild Award e ha ricevuto altre due candidature agli Emmy.    Dove è ambientata The Chair? La serie è ambientata alla Pembroke University, un’università fittizia che ha però il tipico aspetto delle Ivy League americane. Il colore dello stemma è il porpora (come quello reale di Harvard), l’estetica architettonica sia degli esterni che degli interni richiama sempre al prestigioso ateneo di Cambridge (Massachusetts) e una delle due creatrici della serie – Annie Julia Wyman – insegna proprio in quell’università. Tre indizi fanno una prova, almeno come ispirazione.   Quali sono i temi di The Chair? Il ricambio generazionale nel mondo del lavoro, le pari opportunità, il politically correct, le priorità che l’università deve porsi (economia vs educazione), il difficile bilanciamento tra insegnamento tradizionale e linguaggi contemporanei, le discriminazioni etniche e religiose. I temi sono svariati (e forse per ognuno di essi servirebbe una serie intera). The Chair li introduce tutti, suggerendo una complessità e una pluralità di approcci possibili, magari non esaustivi ma interessanti perché non ridotti a formule fisse.   Cos’è il Dìa de Los Muertos? Il Dìa de los Muertos (Giorno dei Morti) è una festività messicana di origine precolombiana in cui si fa memoria dei defunti celebrandone il ricordo. Vengono costruiti degli altari temporanei – le ofrende – che servono per richiamare l’anima del defunto e permetterne il passaggio dal regno dei morti a quello dei vivi. Spesso questi altari improvvisati vengono abbelliti con foto dei propri cari, cibi e bevande che servono loro da offerta oltre a candele, fiori e piccoli regali. In The Chair è la figlia di Ji -Yoon - la piccola Ju Ju, bambina adottata di origini messicane - viene decretata dalla scuola come responsabile della festa. Già in passato è stato costruito un intero film su questo tema; la pellicola della Pixar Coco racconta proprio di una vicenda ambientata in Messico durante questa festività.   Quali sono le serie tv e i film ambientati in università? Uno dei motivi per cui questa serie sta riscuotendo un buon consenso è sicuramente da rintracciare nel fatto che racconta di un ambiente ancora poco indagato dal punto di vista audiovisivo, soprattutto per quanto riguarda la prospettiva del corpo docente e delle dinamiche del mondo accademico. Storicamente, infatti, ci sono stati alcuni teen-drama ambientati nel periodo universitario come Felicity o che sforavano in questa età (si pensi alle ultime stagioni di Dawson’s Creek, Beverly Hills o anche a Una mamma per amica). The social network, il film sulla vita del fondatore di Facebook, è per buona parte ambientato ad Harvard ma il punto di vista del racconto è chiaramente quello degli studenti e non dei docenti. Parziale eccezione per Will Hunting – Genio ribelle e declinazione sul tema (anche se lì il punto narrativo è un altro) per la recente serie Normal People. Raccontare l’ambiente accademico è una buona intuizione, soprattutto se si pensa agli Stati Uniti dove questo contesto ha una sua iconicità.   Quali sono le citazioni letterarie in The Chair? Siamo pur sempre in università e quindi in The Chair abbondano le citazioni letterarie (alcune esatte, altre un po’ parafrasate). Si parte con Cesare Pavese e il suo “l’unico modo di sfuggire dall’abisso è di guardalo, misurarlo, sondarlo e discendervi…”, si passa al sintetico Chaucer di “L’amore è cieco”, ci si sofferma su T.S. Eliot di The love song of J. Alfred Prufrock il cui verso “Avrò il coraggio di mangiare una pesca?” viene scritto allusivamente da una studentessa su un biglietto consegnato al suo professore (Jay Duplass) e si finisce in bellezza con Emily Dickinson. “La speranza è quella cosa piumata che si posa sull’anima e canta una melodia senza parole e non smette – mai Io l’ho sentito nel paese più gelido E sul più alieno dei mari Eppure mai, nemmeno allo stremo Ha chiesto una briciola – di me”   Qual è il tono di The Chair in due battute? “Mi sento come se qualcuno mi avesse dato una bomba a orologeria perché voleva essere sicuro che la terrà in mano una donna quando esploderà”. “Gesù aveva solo 12 followers. Era quindi uno sfigato?”.

  •  “Visto che a Roma c’è la mafia?”
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Settembre 21, 2021 at 4:25 am

    Il tribunale di Roma ha condannato per associazione di stampo mafioso diversi esponenti del clan dei Casamonica, attivo nel quartiere Romanina della Capitale. I giudici hanno condannato a 400 anni di reclusione complessivi una quarantina fra capi e affiliati alla famiglia, imputati fra l’altro per estorsione, usura e detenzione illegale di armi. Dopo sette ore di camera di consiglio, i giudici della decima sezione penale hanno deciso trent’anni di carcere per il boss Domenico Casamonica, accogliendo in pieno l’istanza della procura. Severe anche le pene per gli altri esponenti della famiglia.    Processo ai Casamonica, cosa dice la sentenza di primo grado   La sentenza segna un punto di svolta nella lotta alla criminalità organizzata romana, anche se andrebbero evitate letture superficiali della vicenda (primo grado). “Vedete, a Roma la mafia c’è”, si è commentato su alcuni organi di informazione dopo la sentenza del tribunale di Roma, facendo indirettamente riferimento alla sentenza definitiva con cui invece nell’ottobre 2019 la Cassazione ha negato il carattere mafioso dell’organizzazione criminale al centro del celebre processo “Mondo di Mezzo” (“Mafia Capitale”). In realtà, quando si contestava l’ipotesi accusatoria messa in piedi dalla procura romana su Mafia Capitale nessuno metteva in dubbio che potesse esistere una mafia autoctona nella Capitale (su questo la giurisprudenza è ampia). Piuttosto, si criticava la tendenza a qualificare come mafia un’organizzazione dedita alla corruzione e priva, come ha poi riconosciuto la Cassazione, degli elementi indispensabili per essere qualificata come associazione mafiosa, così come la  tendenza ad affermare che il comune di Roma fosse gestito nientedimeno dalla mafia. Del resto, con questa sui Casamonica siamo al terzo riconoscimento in sede giudiziaria del reato di associazione mafiosa per una organizzazione autoctona della Capitale, dopo i clan degli Spada e i Fasciani. Una sentenza importante, ma da analizzare con giudizio.

  • Il Cts straparla ancora
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Settembre 21, 2021 at 4:21 am

    Il Cts è stato una delle cose a cui Mario Draghi ha messo mano per rendere più efficace la gestione dell’emergenza appena diventato presidente del Consiglio. Subito dopo la sostituzione di Angelo Borrelli con Fabrizio Curcio alla Protezione civile e di Domenico Arcuri con il generale Francesco Paolo Figliuolo per il piano vaccini, Draghi ha sfoltito e riordinato il Comitato tecnico scientifico: 12 membri anziché 26, con un coordinatore (Franco Locatelli) e un portavoce (Silvio Brusaferro). In precedenza la composizione pletorica si era distinta anche per la cacofonia, prese di posizione diverse sui media, fughe di notizie e messaggi contraddittori.   L’obiettivo di Draghi era quello di avere un Cts più discreto e coordinato con il governo per esprimere una comunicazione chiara e univoca con l’esterno. Ma la “rivoluzione”  si è fermata a metà. Dopo un inizio caratterizzato da un certo understatement, il Cts è tornato a sembrare quello del governo Conte. Non tanto per alcune previsioni sbagliate (ad esempio c’era chi stimava 30 mila casi giornalieri ad agosto dopo i festeggiamenti degli europei) perché, come diceva il premio Nobel Niels Bohr, “è difficile fare previsioni, soprattutto sul futuro”, ma per un progressivo sconfinamento nel terreno della politica.   Un esempio è Sergio Abrignani, uno stimato immunologo membro del  Cts, che da un po’ di tempo ha intensificato la sua presenza sui media esprimendo pareri personali che non riguardano i dati scientifici ma le decisioni politiche. Peraltro in maniera contraddittoria. “L’obbligo vaccinale è l’unico modo per controllare la malattia”, diceva   un mese fa. L’altroieri, invece, a Maurizio Landini della Cgil che in un confronto tv invocava il vaccino obbligatorio, Abrignani ha risposto che “l’obbligo  non è praticabile in questo momento”. Non è importante quanto siano fondate le affermazioni di Abrignani – una, nessuna o entrambe –, ma non spetta a singoli esponenti del Cts esprimersi su questi temi. Tocca alla politica.   Allo stesso modo, Abrignani ha contestato la richiesta di tamponi gratuiti insieme al green pass fatta da Landini dicendo che “chi non si vaccina è come un evasore fiscale perché beneficia dell’immunità di gruppo, e offrire tamponi gratuiti a chi non si vaccina è come regalargli un condono fiscale”. Per quanto la posizione possa essere condivisibile, seppure attraverso la forzata metafora dell’evasione fiscale, non spetta al Cts esprimersi su questioni di policy. A difendere le ragioni della decisione del governo sui tamponi a pagamento dalle argomentazioni di Landini dovrebbe esserci un ministro, perché la gratuità o meno del tampone è una questione strettamente politica e non scientifica. Uguale e contrario è il caso della mascherina nelle scuole. Nella conferenza stampa di inizio mese, il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi e il ministro della Salute Roberto Speranza, in accordo con Draghi che era lì presente, hanno comunicato la possibilità di far togliere la mascherina nelle classi in cui tutti gli alunni risultino vaccinati. La decisione presenta degli aspetti controversi, perché sappiamo che per quanto i vaccini siano efficaci c’è sempre la possibilità che in maniera residuale ci sia trasmissione del virus anche tra vaccinati. La scelta di far togliere la mascherina presenta pertanto un elemento di rischiosità. Ma il governo avrà ritenuto che il nudge, ovvero l’incentivo dell’abbassamento della mascherina, sia utile per spingere le famiglie a vaccinare i propri figli. E che pertanto l’effetto positivo di questo incentivo sia prevalente rispetto al possibile effetto negativo. Il Cts su questo la pensa diversamente dal governo, ritiene che le mascherine debbano restare sempre su, in ogni caso, probabilmente anche per evitare rischi legali (è anche questa la preoccupazione nel ministero della Sanità). In ogni caso è giusto che il Cts fornisca il suo parere tecnico-scientifico al governo affinché in Consiglio dei ministri vengano prese decisioni informate e consapevoli, ma non è corretto che poi contesti queste decisioni in pubblico. Lo ha fatto qualche giorno fa sempre Abrignani e sabato, intervistato dalla Stampa, il portavoce del Cts Brusaferro dicendo che “oggi non siamo ancora nella condizione” di far togliere la mascherina nelle classi in cui sono tutti vaccinati. Non si capisce bene che titolo abbia il Cts per smentire una decisione già annunciata dal governo. A prescindere dal merito, se cioè sia una posizione giusta o sbagliata, c’è un problema di metodo: il Cts è un organo consultivo e non di commento delle decisioni politiche. E questa confusione è problematica sia quando il Cts si esprime a favore delle policy del governo (perché sembra un organo politicizzato più che scientifico) sia quando le contesta (perché manda messaggi contraddittori rispetto alla strategia, a torto o a ragione, stabilita dai decisori politici). Che poi è esattamente il difetto congenito del Cts, che Draghi pensava di aver risolto.

  • Sul Quirinale il Pd cerca alternative a Mattarella
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Settembre 21, 2021 at 4:14 am

    Se è vero come dice che di presidenza della Repubblica comincerà a parlare solo a gennaio, è anche vero che Enrico Letta si è reso conto di non avere un piano B per il Quirinale e che quindi è bene muoversi per tempo. Per questa ragione, benché ufficialmente i dirigenti del Pd sostengano che la questione verrà affrontata a tempo debito all’inizio del prossimo anno, in realtà al Nazareno è stato già avviato un giro di consultazioni informali. Per i dem infatti sarebbe un dramma trovarsi spiazzati di fronte all’ennesimo no di Sergio Mattarella a concedere il bis.     Quirinale, il Pd pensa alle alternative al Mattarella-bis Quasi superfluo ricordare che i sostenitori delle elezioni anticipate (Goffredo Bettini in primis) per raggiungere il loro obiettivo sponsorizzano l’ipotesi Mario Draghi al Colle. Ma Enrico Letta non è affatto convinto che andare al voto nel 2022 sia una buona cosa per il suo partito. Il segretario del Pd infatti è convinto che i dem debbano ancora strutturarsi in vista di questo appuntamento. E i sondaggi gli danno ragione: nonostante Letta sia trattato con i guanti bianchi dalle televisioni e dai grandi giornali, il Pd nei sondaggi resta inchiodato a una percentuale che non va molto oltre quella ottenuta da Matteo Renzi in quel tragico 2018. Ma c’è anche un altro motivo dietro la ritrosia di Letta rispetto all’ipotesi delle elezioni anticipate. Al contrario di Bettini, il leader del Pd è convinto che la strada per arrivare a un’alleanza organica con il M5s, un’alleanza in grado di competere con il pur ammaccato centrodestra, sia ancora lunga. E’ vero che su questo punto Conte pare non essere d’accordo. Il neo leader pentastellato teme infatti di non arrivare al 2023 ancora in sella. Ma il segretario pd preferisce la cautela. Non vuole lasciare niente al caso o all’improvvisazione. Infatti sa di giocarsi molto nelle elezioni che verranno. E una sconfitta del fronte del centrosinistra allargato ai 5 stelle sarebbe difficile da reggere. E a proposito della posta in gioco alle prossime elezioni politiche, per far capire quanto sia alta basti pensare che Letta aspira veramente a tornare a Palazzo Chigi, come grande federatore del centrosinistra e dei 5 stelle. Infatti questa volta i dem sono in una posizione di forza rispetto ai grillini, che nei sondaggi volano sempre bassi. Letta quindi potrebbe aspirare a fare il premier, e anche per questo, quindi, vuole studiare bene tutte le sue mosse.  E qui si torna al problema del Quirinale. Per evitare le elezioni, ritenute più che probabili nel caso in cui Draghi succeda a  Mattarella, bisogna trovare un altro candidato che sia potabile sia per il M5s sia per Forza Italia. L’idea dem è sempre quella di eleggere il capo dello stato con una maggioranza Ursula (depurata da Italia viva). Per questo motivo si sta ragionando su uno dei possibili candidati alternativi. Si tratta di Paolo Gentiloni. Il commissario avrebbe l’appoggio di Forza Italia oltre quello della fu maggioranza giallorossa. Il problema però è che abbandonare la Commissione Ue può non essere semplice. Ma finora è solo su questo nome che si basa il piano B del Pd nel caso in cui Mattarella ribadisca per l’ennesima volta il suo no a un doppio mandato quirinalizio.

  • “Puccini razzista”. La cancel culture nel Regno unito se la prende con la musica classica
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Settembre 21, 2021 at 4:11 am

    “Stiamo assistendo da alcuni mesi al dilagare di un fenomeno che pervade tutti i paesi occidentali e che si è prefissato l’obiettivo di riscrivere la storia passata”, dirà oggi il medievalista della Sorbona, Rémi Brague, in una conferenza sulla cancel culture al Centro culturale Rosetum di Milano. La musica classica non poteva superare indenne questa damnatio memoriae. Nel 2007, a poche ore dalla prima di “Madama Butterfly” al Covent Garden di Londra, Roger Parker, il celebre musicologo autore dell’edizione critica della “Tosca”, scrisse che l’opera di Puccini era colonialista e razzista. “Dovremmo intervenire sull’originale tagliandone alcune parti”.  Ora Madama Butterfly sarà “riesaminata” davvero.    L’Opera nazionale scozzese, una delle più famose del Regno Unito, terrà una serie di conferenze sull’opera di Puccini del 1900 alla luce del suo “razzismo”. Lo storico Zareer Masani ha detto che è “sorprendente come persino l’opera sia diventata una scusa per colpire l’Impero britannico”.  Prima la storia del “musicologo che si è dimesso per protesta contro la cancel culture”, come sintetizza il Telegraph. Paul Harper-Scott, che ha insegnato per quindici anni storia della musica all’Università di Londra, si è dimesso con questa lettera: “I dipartimenti musicali potrebbero smettere di insegnare la musica di Beethoven, Wagner e altri nella convinzione (francamente folle) che così facendo miglioreranno in qualche modo le attuali condizioni delle persone economicamente, socialmente, sessualmente, religiosamente o razzialmente svantaggiate”. Non è una ipotesi. Basta pensare alla recente produzione della Canadian Opera Company del “Ratto dal serraglio” di Mozart, in cui il regista ha pesantemente riscritto il testo del 1782 per combatterne il “razzismo”. Siamo nel paese dove le scuole ora bruciano i libri “razzisti”, come Asterix e Tintin. Poi il caso della English Touring Opera, che lascerà a casa quattordici musicisti colpevoli di avere la pelle bianca – inclusi molti che suonano con la compagnia da vent’anni – nel tentativo di “aumentare la diversità”. Il direttore, James Conway, ha scritto ai musicisti, dicendo loro che la compagnia "attraversa cambiamenti significativi" che includono "l'aumento di tutti i tipi di diversità nella squadra".  La celebre violinista Zhang Zhang al Figaro dice: “In nome del progresso giustifichiamo le ingiustizie. A causa dell’etnia, agli artisti della Touring Opera, alcuni dei quali fanno parte dell’ensemble da vent’anni, è stato detto che non avranno più un lavoro. Questa decisione non ha nulla a che fare con la musica, è pura ideologia”.  Il grande storico inglese Robert Tombs sul Telegraph scrive: “Se riteniamo Locke, Hume e Mozart dei razzisti, civiltà indifferenti ai nostri valori come la Cina e l’islam ci sconfiggeranno”. Fare della cancel culture durante un clash di civiltà non porta molto bene. 

  • L’appartenenza politica senza sfumature nel romanzo amaro di Pierluigi Battista 
    by Sandra Petrignani (Il Foglio RSS) on Settembre 21, 2021 at 4:11 am

    Gli esseri umani, così padroni assoluti del mondo che lo stanno distruggendo, sono sostanzialmente, profondamente fragili e spaventati. Per fragilità, per paura, si uniscono in famiglie, in bande, in partiti, in movimenti, fanno propria un’idea e la perseguono tenacemente, acriticamente, individuano un nemico da combattere e gli si oppongono. “Ciecamente amiamo distruggere”, scriveva Cyril Connolly, in arte Palinuro, ne La tomba inquieta, apparso da Adelphi nel ’95. Mi è tornata in mente quella frase leggendo il nuovo romanzo di Pierluigi Battista, La casa di Roma (Nave di Teseo, 292 pp., 19 euro), che ruota intorno al desiderio di appartenenza e all’incapacità di almeno uno dei protagonisti – Raffaello – di riconoscersi in qualcosa, fosse la propria generazione o la propria tribù di fratelli, genitori, zii, finendo col distruggere ogni relazione e ritirandosi “sconfitto nel suo eremo vicino a Sorano”. Ho detto “romanzo”, ma sapientemente Battista si sottrae alle derive di un genere a cui è sempre più difficile dare struttura tradizionale – senza pagare lo scotto di un epigonismo di giorno in giorno più fiacco – raccontando in realtà il fallimento di un tentativo di romanzo. Quello dello sceneggiatore trentenne Marco Grimaldi che vorrebbe ricostruire la storia di famiglia per narrarla in un libro e per farlo stimola in uno scambio epistolare la madre Anita e lo zio Raffaello, che hanno fra loro rapporti freddi quando non ostili. Li stimola a “dire la verità” su vecchi aneddoti familiari e nuovi risentimenti, finendo per acuire i dissidi e non venendo a capo di nulla. E’ un libro amaro questo La casa di Roma, che sarebbe poi “Villa Caterina”, un villino del quartiere verde e borghese dei Prati, in via Orsini, fra viale Mazzini e il Tevere. Luoghi che appartengono strettamente all’autore come, è l’impressione, tanti dettagli delle cose narrate, galleria di persone spinose e di vittime designate, come il bel ritratto della svagata zia Teresa dagli “occhi incredibilmente orientali”, un tipo “faccio cose, vedo gente” che morirà come la Bachmann, bruciata da una sigaretta e troppe sostanze ingerite. Ma mi rendo conto che sto glissando sulla parte centrale di questa narrazione, sulle divisioni tra fascisti e comunisti nella stessa famiglia trasmesse da una generazione all’altra, dai tempi di Mussolini a quel periodo che va sotto il nome compresso in un unico anno di ’68, e che si estese in realtà fino alla fine degli anni Settanta. Periodo che pretendeva lo schieramento, l’appartenenza: stare da una parte o dall’altra, senza sfumature. E su queste divisioni la famiglia Grimaldi si sfalda ulteriormente e i due tronconi, sistemati su piani diversi di Villa Caterina, finiranno per non poter più convivere a una distanza tanto ravvicinata… Ma intanto ecco le manifestazioni e gli slogan arrabbiati, ecco “i burocrati della ribellione predicata e mai praticata”, le camionette della polizia e i morti da una parte e dall’altra. A ripensarci adesso sembra tutto inconcepibile. Ma il sangue era vero sangue, la morte vera morte. Il tutto con colonna sonora dal festival di Woodstock a quello del milanese Parco Lambro, “grottesca parodia”, commenta acido Raffaello in pagine finali testamentarie. Eppure forse, se qualcosa si può salvare di quegli anni pretenziosi e confusi, è proprio la musica, che accompagna questo libro con epigrafi tratte da Guccini e Paolo Conte, De Gregori e Dalla e i Negramaro e Caterina Caselli, e Patti Pravo e Battisti e naturalmente Morandi… E sopra tutti i Beatles, quando una giovanissima Anita scappa di casa per andarli a sentire al Teatro Adriano, ammantandosi di gloria agli occhi del figlio che avrà, Marco, il narratore. Sì, la colonna sonora di una generazione. Né migliore, né peggiore di tante altre alla fine, e che in fondo ha conosciuto anche la leggerezza, come testimonia Raffaello nei suoi irresistibili elenchi finali delle dieci cose che nei vari campi, letteratura, cinema, vita privata… gli sono piaciute di più.

  • Il ragionevole ottimismo a scuola
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Settembre 21, 2021 at 4:00 am

    Seconda settimana di scuola, anzi la campanella ha suonato solo ieri per Puglia e Calabria, è presto per fare bilanci. Ma è altrettanto presto, anzi è pericoloso, fare allarmismo su numeri inesistenti o che, quando anche ci sono, raccontano altro. Leggere titoli di questo tipo: “A scuola torna l’incubo Dad, Sos dei presidi: ‘Con queste regole peggio dell’anno scorso’” può indurre a una rappresentazione non corretta della realtà.   Innanzitutto, le classi che hanno finora avuto contagi Covid o nascita di veri focolai sono poco più di duecento. Secondo il Corriere della Sera, 37 classi a Milano, una cinquantina a Roma. Un po’ più alta la percentuale a Bolzano (e chissà se c’entri qualcosa la bassa quantità di vaccinati). Numeri che, al momento, appaiono controllabili. In secondo luogo,  quando il presidente dell’Associazione nazionale presidi, Antonello Giannelli, dice che bisogna abituarsi a convivere con i possibili contagi e con l’eventuale quarantena di classi, dice una cosa ovvia ma lo fa senza annunciare sfracelli; così come il virologo Fabrizio Pregliasco, quando dice che “è normale” che ci siano contagi in luoghi affollati e in cui gli studenti non sono vaccinati. Anche perché, come indicano i primi dati disponibili, i contagi più frequenti sono tra gli under 12, che non sono vaccinati né, al momento, vaccinabili. E’ una situazione mai sperimentata, va monitorata. Magari smettendo una buona volta di raccontare che la colpa è delle “classi pollaio”. Secondo il ministero, in Italia le classi sovraffollate sono 12 mila su 400 mila. Si tratta dunque di una criticità da risolvere, ma non di una situazione “da incubo” foriera di sicuri disastri. Bisogna attendere 3-4 settimane, dicono gli esperti, per vedere se le strategie messe in atto per far ripartire la scuola avranno funzionato. Nel frattempo, come del resto hanno fatto capire ieri, alla cerimonia di inaugurazione dell’anno scolastico a Pizzo Calabro, il presidente Sergio Mattarella e il ministro Patrizio Bianchi, è meglio affidarsi all’ottimismo della ragione che cedere all’allarmismo dell’informazione.

  • Parla Taner Akçam, lo storico turco che ha trovato le prove del genocidio armeno
    by Alberto Fraccacreta (Il Foglio RSS) on Settembre 21, 2021 at 4:00 am

    Franz Werfel aveva raccontato il genocidio armeno ne I quaranta giorni del Mussa Dagh. È il 1915, gli abitanti di sette villaggi posti ai piedi della Montagna di Mosè resistono all’avanzata ottomana, fino a quando sono tratti in salvo da un incrociatore francese che pattuglia il golfo di Antiochia. Anche un poeta americano, Peter Balakian, con la silloge Ozon Journal allude allo scavo dei resti delle vittime nel deserto siriano. Il prozio di Peter è Grigoris Balakian, vescovo della Chiesa apostolica armena e memorialista scampato alla strage. Padre Grigoris è citato nel saggio di Taner Akçam, Killing orders. I telegrammi di Talat Pasha e il Genocidio armeno (a cura di Antonia Arslan, traduzione di Vittorio Robiati Bendaud e Alice Zanzottera, Guerini e Associati, 312 pp., 25 euro).   Docente alla Clark University nel Massachusetts, definito lo “Sherlock Holmes del genocidio armeno”, Akçam è il primo storico turco che ha parlato apertamente dello sterminio. Lo Spazio San Giorgio che ospita l’incontro con l’intellettuale e Siobhan Nash-Marshall, all’interno della ventiduesima edizione di Pordenonelegge che s’è chiusa domenica, è percorso da un sole inquieto. Il professor Akçam è affabile, l’espressione vagamente requisitoria à la Porfirij Petrovicč. La sua piccola e corporatura lo rende adatto al lavoro di ricognizione, condito da una sentenza memorabile: “La verità ha la cattiva abitudine di venir fuori alla fine”. Verso mezzogiorno si era presentato in sala stampa a Palazzo Klefisch. “In primavera Biden ha riconosciuto ufficialmente il massacro, grazie alla scrupolosa attività di ricerca accademica”, ha chiosato con garbo. Passano poche ore ed eccolo incorniciato nel totem giallo della rassegna, più combattivo e inflessibile.   Killing orders si basa sull’imponente schedario del sacerdote cattolico Krikor Guerguerian, il quale aveva raccolto una massa informe di dati in vista della tesi dottorale mai portata a termine, benché “vi abbia dedicato il resto della sua esistenza”. Il nipote Edmund ha fornito ad Akçam il frutto delle ricerche, rinvenuto nel 2015. “Questo libro – scrive lo studioso classe ’53 – contiene, insieme ad alcuni documenti annessi, le memorie di un burocrate ottomano di nome Naim Efendi, che lavorò nell’Ufficio per la Deportazione di Aleppo negli anni 1915-1916”. C’è posto per “i cablogrammi inviati dal ministro dell’Interno ottomano Talat Pasha in cui si ordina l’annientamento degli armeni”. Grazie a indagini parallele su testi cifrati dell’archivio di Istanbul (messi a disposizione per errore dal governo turco), Akçam ha potuto verificare la stretta rispondenza di informazioni.    Per quale motivo è necessario, dopo oltre un secolo, esibire carte bollate? “I telegrammi di Talat Pasha giocano un ruolo cruciale nel produrre una prova di tutto ciò”. L’insidia più grande nel genocidio armeno, sottolinea Akçam, è di esser stato pianificato con lo scopo di una sistemica, seriale confutazione da parte delle autorità (“il negazionismo è una struttura politica”), in quanto “la realtà viene sempre determinata dal potere”. Questo atteggiamento prosegue ancora oggi, ma il faldone di Guerguerian è considerato la “pistola fumante” che regola i conti. O forse la “metanoia”, il cambiamento radicale di pensiero evocato da Nash-Marshall.

  • Agli Emmy sbancano “The Crown” e “Ted Lasso”
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Settembre 20, 2021 at 5:12 pm

    Monarchia da una parte. Sani valori sportivi dall’altra, accompagnati da risate altrettanto sane (l’unica satira concessa prende di mira americani e inglesi, questione già risolta da Oscar Wilde che li considerava “popoli divisi da una lingua comune” – il Novecento non era neppure cominciato, per calcolare la modernità). La serie drammatica “The Crown” di Peter Morgan e la serie comica “Ted Lasso” di Jason Sudeikis hanno trionfato agli Emmy, domenica sera. La cerimonia si è tenuta a ranghi ridotti – i candidati inglesi partecipavano da un pub di Londra. Non abbastanza per placare le ansie di Seth Rogen: “Mi avevano detto che sarebbe stata all’aperto”. Cedric the Entertainer, maestro di cerimonie, ha tenuto a ripetere che tutti erano vaccinati, lui con Pfizer, “perché sono snob”. Non lo hanno linciato: hanno capito la battuta (succede così di rado che diventa una notizia). La rivoluzione, parlando di temi e di storie (anche di scrittura: il personaggio di Ted Lasso ha una decina d’anni, viene da certi spot promozionali per la Nbc), è rimandata a una prossima volta. E’ già avvenuta se parliamo di piattaforme streaming contro televisione via cavo. Netflix ha vinto 44 Emmy. Hbo – che aveva avviato il nuovo corso: paghi un abbonamento e hai le serie per spettatori sofisticati – ne ha vinti solo 19.  Apple Tv+ (ultima a ficcarsi nel piatto ricco) da sola ha quattro Emmy, tutti imputabili a “Ted Lasso”: commedia, Jason Sudeikis protagonista, i due attori non protagonisti Brett Goldstein e Hannah Waddingham. Per chi non avesse mai avuto il piacere: un coach americano di football va ad allenare una squadra di calcio inglese. La ricca e divorziata proprietaria del club intende così vendicarsi del marito puttaniere che teneva tantissimo alla squadra. Ma non c’è nulla che non si possa ottenere con l’impegno e la fiducia in se stessi. Un manuale per riuscire contro le avversità, sul campo di calcio e negli spogliatoi e pure nella vita con un figlio lontano e una moglie separata. Ritmato con le battute di un inguaribile ottimista. Pare una vecchia sit-com, dev’essere colpa della pandemia. Come da tutti i pronostici, “The Crown” ha trionfato come serie drammatica.  Nella quarta stagione c’era la giovane Diana, raccontata come una vittima sacrificale (con mano non proprio leggera: lei guida verso Balmoral, la famiglia reale cerca un cervo ferito a cui dare il colpo di grazia). C’era Margaret Thatcher, ridicolizzata perché scende dall’auto in tailleur e tacchi nel vialetto fangoso. I giurati sono andati in visibilio: 11 statuette. Tra gli altri: Peter Morgan (senza il quale nulla esisterebbe), Olivia Colman, Gillian Anderson, Josh O’ Connor, Tobias Menzies. Premio per la miglior miniserie a “La regina degli scacchi”, la sfortunata e molto studiosa orfanella che batte a scacchi tutti i maschi che incontra. Anya Taylor-Joy era elegantissima e regale sul red carpet. L’Emmy è andato alla rivale Kate Winslet in “Omicidio a Easttown”: grigio, tristezza, occhiaie, e qualche rotolino in vita spianano la strada verso i premi.

  • Da novembre si potrà tornare negli Stati Uniti, ma solo con il vaccino
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Settembre 20, 2021 at 3:55 pm

    I cittadini europei e del Regno Unito che hanno completato il ciclo vaccinale contro il Covid potranno tornare a viaggiare verso gli Stati Uniti a partire dal prossimo novembre. Questa la novità che verrà annunciata dall’amministrazione Biden, frutto di un importante lavoro diplomatico, con la quale si porrà fine a 18 mesi divieto di viaggio imposto dalla precedente amministrazione Trump all’inizio della pandemia. Secondo l’attuale politica statunitense, solo i cittadini americani, i loro parenti stretti, i titolari di carta verde e quelli con esenzioni per interessi nazionali possono viaggiare verso gli Stati Uniti se hanno soggiornato nel Regno Unito o nell’Unione europea nei 14 giorni precedenti.   La decisione è inoltre un importante segnale nell’ottica della reciprocità, viste le ultime misure adottate di recente anche dall’Italia. Con l’ordinanza del ministero della Salute dello scorso 28 agosto, infatti, a tutti i viaggiatori provenienti dagli Stati Uniti era stato consentito l’ingresso in Italia senza necessità di sottoporsi a isolamento fiduciario di cinque giorni, previa esibizione alle autorità competenti del Passenger Locator Form e della certificazione di test molecolare o antigenico effettuato nelle settantadue ore antecedenti all’ingresso nel territorio nazionale, se in possesso della certificazione verde Covid-19 rilasciata al termine del prescritto ciclo, a seguito di avvenuta vaccinazione anti Sars-CoV-2 ovvero di una certificazione rilasciata dalle autorità sanitarie locali dopo una vaccinazione validata dall’Agenzia europea del farmaco (Ema), oppure, della certificazione verde Covid-19 rilasciata a seguito di avvenuta guarigione da Covid-19 o di analoga certificazione rilasciata dalle autorità sanitarie locali.    A partire da novembre, quindi, l’intero occidente sembra allinearsi su un’unica posizione con la quale si ribadisce in maniera netta che la vaccinazione contro il Covid resta l’unico strumento idoneo per consentire l’uscita dalla pandemia e il ripristino di una vita normale, seppur con le dovute precauzioni.

  • Insulti (e cortocircuiti) a miss Mondo Italia
    by Fabiana Giacomotti (Il Foglio RSS) on Settembre 20, 2021 at 3:36 pm

    Forse ha ragione l’amica regista saudita (per inciso e solo perché coerente con il tema, lesbica: vive quasi sempre a Londra) che dice quanto siamo ipocriti noi occidentali con la nostra pretesa di togliere burqa e hijab alle donne medio-orientali, che peraltro in origine è pratica ebreo-cristiana, quando poi tolleriamo i concorsi di bellezza che lei definisce una “slave auction”, cioè un’asta di schiave. Ha ragione, l’amica saudita, perché quando noi italiani che ci dichiariamo tanto evoluti e tolleranti da non aver bisogno di una legge contro l’omofobia copriamo di insulti con il solito avallo dei social una ventenne arrivata in finale a miss Mondo Italia con l’unico metro del suo orientamento sessuale (“sei passata solo perché sei ghei”, proprio con questa grafia), questo stiamo dicendo: che la bellezza femminile è commisurabile solo al desiderio, anzi alla pretesa di possesso, da parte del maschio. Dunque, in prima battuta stiamo dicendo che una donna omosessuale, non ufficialmente disponibile a meno di non costringerla cioè di stuprarla che è non a caso uno dei capisaldi del machismo, non merita di partecipare a un concorso di bellezza, tanto meno di vincerlo. E che, valutazione conseguente, i concorsi di bellezza sono per l’appunto aste di schiave o di vacche, secondo una vecchia posizione femminista, va da sé molto osteggiata dagli infiniti estimatori di questo circo Barnum del corpo ben fatto (non è una citazione a caso: il primo a tentare di esporre femmine discinte al pubblico giudizio fu lui, sempre nell’ottica del guardonismo freak).    Per venire al caso in oggetto, che in queste ore condivide il trend topic social con Carlo Freccero e il referendum no Green Pass, oltre alle ragioni evidenti e già esposte sui motivi per i quali a un concorso di bellezza quella deve essere giudicata, e non altro, c’è da domandarsi perché una ragazza intelligente come Erika Mattina abbia voluto partecipare a una fiera così deprimente della propria, bellissima, fisicità. Lo scrivo con una certa cognizione di causa, essendo stata da una parte e dall’altra della ribalta e avendone ricavato in anni lontani inutili fasce e in epoche più vicine il costante imbarazzo di dover porre un certo numero di domande cretine. Forse a vent’anni si è così felici e orgogliose della propria bellezza da non rendersi conto dell’atmosfera malsana di queste cerimonie, o forse si punta alla borsa di studio-occasione di lavoro-contratto pubblicitario connesso che in genere sono di secondo piano. Di sicuro, Erika e la sua fidanzata Martina Tammaro, che molto ingenuamente si felicitava via Instagram per il risultato, non avevano valutato la profondità delle radici patriarcali di questo paese, e benissimo ha fatto la seconda a replicare agli hater con un messaggio d’amore (“nonostante gli insulti e le critiche insensate che stai ricevendo in queste ore, tengo a dirti quanto io sia fiera di te”).      Ma il punto non cambia, ed è che è i concorsi di bellezza sono l’espressione di un mondo artificioso, un diorama museale in cui gli esseri rappresentati, uomini o animali, ripetono in eterno gesti sempre uguali, stereotipati, identici, a favore di un sistema che ha imparato a perpetuarsi con ogni mezzo. Il costume sgambato, il sorriso fisso, la risposta banale: una coreografia elementare che continua a riproporsi, alimentata perfino e in totale inconsapevolezza da chi dichiaratamente la combatte.   

  • Il nuovo romanzo di Piperno, dove nessuno è colpevole e siamo tutti impostori
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Settembre 20, 2021 at 2:08 pm

    Di chi è la colpa, e già vorrei dire che non è mia. Di chi è la colpa, il titolo del nuovo romanzo di Alessandro Piperno, appena uscito per Mondadori, è il nodo alla gola dell’età adulta, ma inizia prima, molto prima, a occupare i pensieri, le notti, a togliere l’innocenza ai bambini. Attraverso i desideri, esauditi o negati, ma soprattutto attraverso le azioni e le frustrazioni dell’universo primario, quello dei genitori. Arriva e afferra molto prima di buttare giù madri e padri dal trono d’oro, prima di accorgersi che non sono dei e che se fanno casino, se fanno disastri, sono solo i loro disastri, i loro litigi, le loro incapacità: ma quel senso di colpa accade in realtà forse per sempre, nell’eterna ripetizione dell’identico. A meno che. A meno che il desiderio, e la fantasia, e fortuna e sfortuna insieme, spezzino la catena e offrano una nuova possibilità: una nuova recita. Alessandro Piperno ha scritto un grande romanzo sulla colpa e sulla forza vitale e spietata dei desideri, sulla perdita dell’innocenza e la scoperta del mondo attraverso le infinite possibilità di impostura. “Scagli la prima pietra chi di voi un giorno non si è trovato a dover recitare una parte! Recita la mamma intonando la ninna nanna al bimbo (eccola scrutarsi da fuori, soddisfatta nel percepirsi madre modello). Recita il fumatore di pipa, il masticatore di chewing gum, il patito di Ray-Ban a specchio. Recita il giudice che condanna un uomo all’ergastolo, e perfino il neo ergastolano gridando la propria innocenza. Recita il martire che si fa esplodere in una piazza gremita e il clochard riverso sul sagrato della chiesa”. Le imposture (e dunque le avventure, nel modo in cui anche Charles Dickens considerava le avventure) sono quelle di un ragazzino che vuole disperatamente sentirsi fico, ma sono anche le imposture di una madre che vuole cancellare il suo passato, le imposture di un seduttivo zio del bel mondo, le imposture di un padre che simula una storia eroica di cui vorrebbe essere protagonista ma che lo insegue in realtà soltanto attraverso debiti, fallimenti, fino alla grande, terribile accusa e terribile colpa. O forse no: perché quando arriverete alla fine di questo libro, forse divorando le pagine come ho fatto io, o forse assaporandole come sarebbe più sensato (ma la libertà di leggere come vogliamo non può mai essere giudicata, e io corro per la curiosità e la gioia di farlo), quando volterete l’ultima pagina, non saprete più dire chi è il colpevole, e soprattutto se esiste. Chi è il cattivo, di chi è la colpa. Non è mai così semplice. Avrete fatto molti giri di giostra dentro la vita, esteriore e interiore, di un ragazzino adolescente e introverso, “un cacasotto”, che diventa un uomo attraverso un totale cambio di vita e anni di impostura, e che dopo aver cercato a lungo di non guardarsi indietro, non può fare a meno di riconsiderare la sua storia, la storia di tutti, con una nuova pietà e un dolore acquietato. Di chi è la colpa, forse di nessuno. Di chi è la colpa, e intanto si vive, ci si strugge per una ragazza, si indossano abiti nuovi, si conquista ciò che sembrava inaccessibile, si rinnega quello che non è utile al proprio sogno, si finge di essere felici e ci si costruisce uno stile, un contegno. Lo stile è una menzogna, un artificio, una costruzione, ma non mente mai. Nella scrittura e nella vita. Così il protagonista del romanzo di Piperno, l’io narrante, che non ha un nome forse perché è “everyman”, ma anche perché ha cambiato identità, ha cambiato cognome, ha acquistato perfino un nom-de-plume israelita (succedono così tante cose in questo romanzo che adesso è facile incuriosire il lettore, accennandole soltanto senza rivelarle), acquista il suo stile, il suo contegno nel nuovo mondo in cui si trova ad avere diritto, e scopre che gli viene naturale, perché l’ha tanto, troppo desiderato. Da quando ha smesso di considerare il padre il grande eroe della sua infanzia, genitore epico che ha tutto sotto controllo e lo porta al mare invece che a scuola, che gli fa vedere di notte un certo film di Elvis Presley, regalo di Natale anticipato e clandestino, l’uomo capace di trasgredire con allegria alle inflessibili regole materne, da quando insomma vede quell’uomo ingrassato e assediato dai debiti e dalle figuracce nel modo in cui forse adesso lo vede anche sua madre, e di certo l’affascinante e ricco zio, questo bambino tremebondo e affettuoso, tenuto all’oscuro dei segreti di famiglia, super protetto ma non abbastanza protetto, fa una cosa gigantesca, che è il contrario dell’innocenza: passa dalla parte dei vincenti. Abbandona chi perde. E’ troppo forte il desiderio (il diritto?), la seduzione del mondo luccicante e disinvolto, l’esatto contrario della sua goffaggine di adolescente: quella scintilla si sprigiona una sera, a una cena di Pesah, la cena che conclude la Pasqua ebraica. Il bambino che non sapeva di essere ebreo, non sapeva che sua madre lo fosse e conosceva un’unica storia, quella di amore coniugale e litigioso dei suoi genitori, la stanza buia con il letto matrimoniale dove non aveva il permesso di entrare, osserva adesso pieno di stupore, fascinazione e inadeguatezza l’ingresso in scena, uno dopo l’altro, dei personaggi che gli toglieranno il fiato e il sonno per il resto della vita. A cominciare dal portiere dello stabile signorile dove si svolge la riunione famigliare, per finire con la cugina che gli farà perdere la testa, passando per una lontana parente detta Myriam la stracciona, ricchissima e taccagna, che ogni inizio mese sale in autobus e batte tutta la città, vestita di stracci appunto, per riscuotere di persona gli affitti. Quanto sono interessanti gli esseri umani, i loro tic, le battute, le seduzioni, le schermaglie, i vestiti, perfino gli occhiali che indossano per recitare al meglio la propria parte. Il tentativo continuo di salvarsi, di mostrare all’altro che non è colpa sua, che c’è un capro espiatorio lì vicino, vicinissimo, pronto all’uso. E’ colpa di mia madre, che è troppo bella, troppo borghese. E’ colpa di mio padre, che è un fallito. E’ colpa della mia famiglia, così ipocrita. E’ colpa di Israele. E’ colpa tua. Ognuno è a suo modo un impostore, e ognuno si affanna a sembrare quello che non è, o che ancora non è. Quella sera indimenticabile, grazie a una serie di fuochi d’artificio e piroette di questi personaggi, e grazie a una scrittura così tridimensionale e densa da offrirci lo spettacolo tutto intero, in prima fila ma allo stesso tempo dal buco della serratura, “everyman”, attonito e entusiasta, scopre anche che si può andare in vacanza a New York. Scopre che si parla in un certo modo, che ci si annoia in un altro modo, che suonare la chitarra è una risorsa sociale e che l’importante è fare colpo, mostrare di avere personalità. Scopre che esiste sempre un pubblico, e che con il pubblico bisogna misurarsi. Scopre anche, o forse lo scopriamo solo noi che leggiamo, che l’invidia è un sentimento sacro, perché spinge in avanti e perché contiene in sé l’ammirazione. “Mai avrei creduto che il calore, l’intelligenza, la curiosità fossero così sexy; e l’indifferenza, la stupidità e il cinismo tanto muti”. Ora devo fermarmi, per non rischiare di rovinare lo stupore di chi legge: gli accadimenti successivi sono importanti e meritano la sorpresa. Ma questo ragazzino che vibra di curiosità e porta con sé lo stupore di Dickens e le notti disperate di Proust, mentre assiste al disastro umano prendendovi parte e costruendosi uno stile, un egotismo e un disincanto, continuerà in fondo sempre a cercare senza ritrovarla la felicità del tempo perduto, quando era tutto ancora intero. Quando nessuno era colpevole e lui pendeva dalle labbra di suo padre. Questo è un romanzo classico, che omaggia George Eliot di amore letterario omaggiando Francesca, la cugina amata e detestata: è lei che quando esce di casa per un appuntamento si ficca in tasca un libro di George Eliot, perché “Non si sa mai”. Non si sa mai, è esattamente quello che succede nel libro. Non si sa mai è la fiducia nelle sorprese dell’esistenza, e nelle decisioni inaspettate. Non si sa mai è fidanzarsi un giorno con la ragazza che si sognava da lontano, che non si osava avvicinare, grazie a una bugia. E non esserne nemmeno felici. Non si sa mai è anche il perdono che, alla fine, forse, meritiamo tutti. Per le meschinerie, le menzogne, per non avercela fatta o per avercela fatta troppo bene. “Ci risiamo, mamma. Tu e le tue stronzate. E’ per questo che ti piaccio? Perché ti somiglio? Rigo dritto, faccio le cose per bene, armato del necessario stoicismo e di un forte senso della dignità. Quindi basta questo a fare di me un individuo rispettabile, un onesto cittadino del mondo. E’ questo che mi stai dicendo? E le balle, allora?”. Quali balle, scusa? “Le cazzate che raccontiamo. L’orgoglio che ci spinge a concepirle. L’ipocrisia che ce le ispira. Vivere senza dire la verità agli altri, omettendola. Chissà perché poi. Per vergogna, forse?”. Le bugie sono un’ossessione, così come i continui smascheramenti. Si balla sempre sull’orlo del baratro, anche una gita in campagna può diventare un thriller con rivelazione finale. In gioco c’è sempre l’idea di noi che hanno gli altri, e quel che facciamo per continuare la recita. Ma più di tutto, più dell’impossibilità di salvarsi, quello che conta la passione per la vita. Per il rumore che fa, per tutte le luci di New York, le promesse e i segreti. Per quel capirsi male e girarsi le spalle per anni, e costruirsi milioni di alibi. E poi un giorno, anche troppo tardi, cambiare idea.

  • Addio atelier
    by Ugo Nespolo (Il Foglio RSS) on Settembre 20, 2021 at 1:57 pm

    “Lo studio sono io” Sebastian Matta    È noto che i luoghi comuni possono contenere verità sia pure annacquate da comodi e facili discorsi ad effetto. Ecco, per esempio, intorno a quello che Daniel Buren chiama “luogo di ineludibile complessità”, ovvero l’atelier degli artisti, il suo ruolo, le sue trasformazioni si preferisce limitarsi a pensare trattarsi in fondo dello spazio fisico che la letteratura ci ha raccontato come tana esclusiva del genio e della sua creatività. Neppure convince e ci basta la teoria per la quale lo studio – sin dal Quindicesimo secolo – altro non sia che uno spazio d’isolamento, l’invalicabile barriera che separa l’artista dal mondo reale, la solida fortezza che lo protegge dalle distrazioni e dalle banalità del mondo esterno.     È Stefania Zuliani che nel suo magistrale saggio “Atelier d’Artista” (Mimesis), già nella premessa, mette in chiaro la relazione profonda che lega  l’atelier alla creazione delle opere d’arte. Risulta inconfutabile l’energia che questo straordinario luogo di lavoro ha esercitato ed esercita ancora oggi su artisti e opere. “Che sia bottega o factory, alcova, letterario salotto, immacolato ufficio o caotica officina di immagini e fallimenti, mansarda, piazza o scrivania, lo studio dell’artista rappresenta un oggetto di analisi complesso quanto ineludibile”. Non si tratta solo di legare la struttura fisica degli spazi, le fonti di luci, l’ampiezza o l’esiguità, la collocazione nel tessuto urbano o en plein air, l’azzurro del mare, le ombre severe delle montagne, si tratta invece di affermare con qualche sicurezza che lo studio con le sue caratteristiche è prima di tutto l’autoritratto dell’artista.     La storia dell’arte e degli artisti è strettamente legata a questi sancta sanctorum che sono poi i luoghi di lavoro concepiti e risolti in una varietà infinita di sentimenti, gusti, desideri. Basta pensare a Claude Monet che nel 1874 dipinge su una barca per essere più vicino alla mobilità dell’acqua, coglierne i riflessi frammentando la luce in minuscole chiazze di giallo, verde rosa e nero. Avveniristica invece la visione di Kazimir Malevi,č che sogna “ci possano essere un giorno grandi città e studi di artisti contemporanei sostenute nell’aria da enormi Zeppelin”. Per Ardengo Soffici l’atelier deve essere “cabina radiotelefantastica aperta a tutti i messaggi”, mentre De Chirico confessa come secondo lui “l’atelier del metafisico ha dell’osservatorio astronomico, dell’ufficio d’intendenza di finanza della cabina del portolano. Ogni inutilità è soppressa, troneggiano invece certi oggetti che la scempiaggine universale relega tra le inutilità” (Flavia Matitti).     Ogni artista nel realizzare il proprio atelier mette in scena – è il caso di dirlo – istanze e variabili infinite tutte però fortemente legate all’idea che lo spazio possa trasformarsi da semplice luogo di produzione fisica degli oggetti dell’arte in una sorta di laboratorio intellettuale, di fucina straordinaria in cui le idee nascono e dove il frutto della sensibilità e del pensiero possano prendere forma e forza fisica.     Luogo concreto che sposa una condizione mentale, varcare la soglia dello studio per lo scrittore ed il pittore equivale forse al gesto di liberarsi dai vincoli della quotidianità. Così racconta per esempio Miró. “Entro nel mio atelier e sono avvinto da un magnetismo. Un tubo di colore per terra e mi attira, è necessario che lo apra, che cominci non importa che cosa. Avviene tutto da solo. Sono nella mia grotta”. Sintetizza Elisabetta Orsini: “Lo studio è dunque un’architettura dell’architettare, un pensatoio pensato per pensare, un oggetto propulsivo”. In alcuni artisti si verifica l’inversione dei valori tra la verità del mondo esterno che viene come cancellata e sostituita con l’unica porzione di autenticità da vivere solo all’interno dello studio. Scrive Alberto Giacometti: “Quando ho lasciato l’atelier e sono in strada allora più niente è vero di ciò che ho intorno”.     Mentre tra Sette e Ottocento l’atelier ci viene offerto come lo stereotipo romantico della gelida soffitta per gelide manine, mansarda a poco prezzo, sottotetto scarsamente luminoso e malsano che per lo più rende tisici artisti e modelle, con l’affermarsi dello storicismo e dell’orientalismo gli studi si colmano di oggetti eterogenei sino quasi a dare l’idea di ambire a essere una via di mezzo tra teatro di posa, scenografia, operistica o sala da museo. Studi come Wunderkammer succubi dell’horror vacui e dell’affettazione imperante.     Il Novecento con le sue avanguardie riporta lo studio a una concezione essenzialista, per lo più si tratterà di contenitori per elementi spartani utili solo come fonte d’ispirazione. Basta pensare alle immagini dell’atelier di Picasso e Braque al Bateau-Lavoir, all’epoca della rivoluzione cubista e alla collezione di sculture africane che saranno modelli diretti di opere epocali come le Demoiselles d’Avignon.     Un’essenzialità che veniva da lontano, dal monachesimo intellettuale dei Nazareni e persino da Baudelaire che nel 1863, come ben ricorda Flavia Matitti, pochi mesi dopo la morte di Eugène Delacroix, in visita alla sua casa museo al sei di Rue Furstenberg a Parigi nota come “non vi erano panoplie arrugginite, né kriss malesi, né ferrivecchi gotici, né similoro, né ciarpame, né cianfrusaglie… solo un vasto spazio, dove una luce tenue e tranquilla creava un’aria di raccoglimento”.    I resoconti fotografici dello studio di Delacroix suggeriscono l’idea che l’immaginazione romantica di pittori e poeti possa nascere soltanto in contesti di povertà e di solitudine. Sono ambienti che vivono della loro essenzialità, come se l’eccesso di decorativismo e del superfluo fossero in grado di nuocere alla purezza e quindi alla qualità del risultato artistico. L’esempio più diretto di quest’ideologia prenderà vita negli anni Venti con l’atelier di Piet Mondrian in Rue du Départ a Montparnasse a Parigi, spazio che vorranno visitare scrittori ed intellettuali d’ogni sorta per poter forse vivere la sensazione di entrare in un’opera dell’artista olandese, gustare le rigidità geometriche e i colori primari di De Stijl. Pareti bianche con i toni potenti dei colori primari, rossi, blu, gialli. É la fotografia di Paul Delbo che nel 1926 documenta spazi e arredi di un atelier distrutto nel 1936 quando Mondrian si trasferirà in Boulevard Raspail prima di rifugiarsi a Londra e definitivamente a New York.     Conviene allora affidarsi, quando si può, alla verità della fotografia che nel tempo ha documentato frammenti degli spazi che hanno ospitato le storiche avanguardie, le fantasie esotico-moderniste del futurismo, la Casa del Mago di Depero, l’esoterismo psicologista degli interni surrealisti e avanti sino ai giorni nostri, sino alla scomparsa pressoché totale del concetto di atelier, dissolto in pratiche nuove ed estroverse. Verso la metà degli anni Sessanta esplode  con l’irruenza di un fenomeno culturale epocale la cultura pop. Non è passato molto tempo dal 20 maggio 1964, giorno in cui le gigantesche ruote dell’aereo Globemaster C130 decollato dalla base militare McGuire in New Jersey, si posero stridendo sulla pista della base aerea di Aviano. Il prezioso trasporto ha almeno una doppia valenza. Si tratta di 99 opere di 9 giovani artisti americani, venuti per vincere la Biennale di Venezia e segnare, non solo simbolicamente, il declino della Scuola di Parigi e il dominio della ricca cultura estetica continentale. Non soltanto il mondo degli intellettuali manifesta l’ansia di conoscere i nuovi artisti e vagheggia dei loro ambienti creativi, del mistero ultramodernista della città che li genera e li ospita, del palcoscenico mediatico rappresentato da una New York ancora lontana e da interpretare. Il documento più intenso che ancora ci emoziona è di certo il lavoro fotografico che Ugo Mulas, indimenticato artista, la cui opera sarà poi raccolta in un raro album del 1967 New York, “Arte e Persone”, volume ricco di un coinvolgente testo di Alan Solomon direttore del Jewish Museum, personaggio che nel 1964 con Geoffrey Golf-Smith direttore dell’United States International Service di Venezia è tra gli artefici del clamoroso successo della Pop Art alla Biennale e in Europa.    Gli scatti in bianco e nero della camera di Mulas testimoniano con chiarezza come gli atelier e le opere degli artisti di questa nuova generazione rivelino l’abbandono della tensione alla severità dell’atteggiamento drammatico di outsider, tipico degli uomini dell’action-painting, rivelando fin dall’allestimento degli spazi una sorta di ricercata inclusione e accettazione della società contemporanea. Scrive Solomon: “Si entusiasmano per la musica del rock and roll, si interessano al cinema, alla televisione, ai quotidiani di massa e al gusto di massa rappresentato magari dalle carabattole in plastica dei grandi magazzini”. Pare che questi artisti non s’interessino più al jazz o alla musica classica o ai romanzi impegnati e considerino noiosissimo il teatro “legato a convenzioni arcaiche”.     Lo studio si trasforma in un luogo destinato alla celebrazione di un rito intorno a un leader. Certo lo è nel caso della prima Factory di Warhol nella 41st East a New York, Andy è una maschera anonima “un feticcio d’argento circondato da pareti argentate con la luce che scivola leggera” come scrive Brian O’Doherty: “Warhol intrecciò il gioco di ruolo della discoteca con quella dell’atelier in un sogno fatto di lusso e superficialità”.     Intanto curiosità e voyeurismo, non disconnessi alla disneyzzazione di tanta arte contemporanea, vuole riproporre il brivido dell’intrusione fisica di questi spazi esclusivi della creazione. Il viaggio lo si fa spesso come curioso compendio in ambienti ricostruiti con gli artifici elettronici ma, di gran lunga più convincente e redditizio, è il rifacimento fisico di atelier storici. Si deve innanzitutto annoverare la totale ricostruzione dell’atelier di Brancusi a Parigi messa in opera da Renzo Piano, operazione che ha dato il via “ad un processo di museificazione degli studi che non pare avere sosta”. Lo spazio leggendario dello studio di Francis Bacon a Reece Mews,  in South Kensington a Londra, quello che l’artista stesso aveva definito un “cumulo di compostaggio”, è stato ricostruito a Dublino sotto forma di attrazione turistica e quindi depotenziando totalmente il suo valore di tormentato luogo creativo.     La feticizzazione di artisti e relative opere si è ormai da tanto tempo estesa all’artificiosa ricostruzione dei luoghi in cui hanno operato. In Italia non si può dimenticare la vetrinizzazione dello studio di Morandi a Bologna, a Parigi impressiona l’impossibile calda ricostruzione dell’atelier di Alberto Giacometti di Rue Hippolyte Maindron 46, quel luogo di cui Genet diceva: “Non avrà altra casa se non l’atelier e questa camera. Se è possibile li vorrebbe più modesti ancora”. Come scrivono Davidts e Paice nel loro saggio “The Fall of the Studio”, ben indagato dalla Zuliani, l’atelier è diventato ormai sin dagli anni Sessanta “un bersaglio per la critica”. Non si tratta in realtà di abbattere solo l’aura eroica considerandolo inutile reiterazione del rifugio romantico ed esclusivo della creatività artistica, quanto piuttosto di indicare l’odierna infinita possibilità dei luoghi di lavoro alla luce della miriade di poetiche messe in atto dalle ideologie figlie dell’iniziale everything goes, quel tutto va bene scatenato dal pensiero postmoderno.    L’affrancamento dai recinti murari degli atelier parte da lontano, se persino un artista come Robert Smithson già nel 1968 dichiarava: “l’emancipazione dai confini dello studio libera in parte l’artista dalle trappole del mestiere e dalla schiavitù della creatività”. Si pensi intanto alla pratica corrente di produrre opere site-specific per capire che la messa in scacco dello studio è un fatto compiuto che abbraccia persino l’avvenuta crisi degli spazi espositivi tradizionali: i musei.    Le opere saranno multimediali, intermediali, transmediali e crossmediali, private della possibilità d’essere assemblate all’interno degli atelier. Vedi la complessità dimensionale dei “Sette Palazzi Celesti” di Anselm Kiefer o il gioco scenografico di “Carne y Arena” di Iñárritu.    Nessuna necessità di atelier per Orlan, nota per le sue ricerche post-organiche, che usa il tavolo operatorio come studio in cui si sottopone a rifigurazioni chirurgiche per modificare il suo aspetto, includendo protesi, proiettando in video gli interventi e persino conservando, in quelli che definisce “reliquiari”, i resti delle operazioni chirurgiche. Per Orlan il tavolo chirurgico: “C’est un atelier d’artiste”.     Siamo all’arte della “generazione Google” come dice allegramente Hahan che da Yogyakarta, in Indonesia, soltanto attraverso il suo computer, vende nel mondo frammenti digitali della propria opera “Speculative Entertainment N°1”  e molto altro. E di certo non necessiterà di studio l’artista digitale Beeple, milionario antesignano dell’invadente arte immateriale, l’era degli Nft, dei token crittografati e delle vendite attraverso blockchain e smart contracts. Si vendono insomma lunghe sequenze di numeri compresse con un processo chiamato hashing, lo stesso delle criptovalute. Ma le trasformazioni dell’atelier sino alla sua scomparsa son dovute spesso alla creazione collettiva o alla delega delle opere d’arte a persone e strutture terze, lontane dall’artista e persino dal suo diretto controllo.    Marta de Menezes, artista portoghese, ha davvero un atteggiamento radicale nel proporre “una nuova forma d’arte, un’arte creata in provetta, che usa i laboratori come atelier”. La sua poetica ci spinge ad esplorare il confine tra naturale ed artificiale. Dice: “ho creato delle farfalle le cui ali presentavano motivi modificati per ragioni artistiche”. La Menezes parla di artisti che spesso utilizzano il Dna, i geni e i cromosomi per creare opere concettuali provocatorie. “Ho utilizzato le tecniche della biologia cellulare per disegnare alcuni motivi nel nucleo di cellule umane grazie a delle sonde di Dna marcate con dei fluorocromi.”       Salotto, mansarda, alcova, vetrina e negozio, factory o tavolo operatorio, scrivania o white cube, l’atelier dà l’idea di aver orchestrato in qualche modo il proprio tramonto con la malinconia di tutto ciò che racconta la propria scomparsa prima di lasciarci fisicamente.  Proprio questo vuoto ritenuto incolmabile sembra però colorarsi di luci pulsanti provenienti dal più che confuso pianeta arte. Si fanno avanti generazioni più nuove provviste di pensiero, ricerca di profondità a confronto dei giochi di superficie e del clima edonistico e cinico che traspare persino dietro il vano tentativo di riportare l’Artworld verso l’impossibile ritorno al passato, tribolato anche dallo sconquasso pandemico.    Più che mai attuale il desiderio di poter vivere nuove, più autentiche stagioni culturali fatte di progetti, teorie, gioia e meditazione. Pensiero e azione, sostanze ideali da progettare e mettere in pratica forse proprio all’interno di nuovi atelier-laboratorio, quelli che presto immancabilmente riappariranno. Post fata resurgo.

  • Il tabaccaio di Eduardo
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Settembre 20, 2021 at 1:47 pm

    “Se non restituisce il biglietto passa un brutto quarto d’ora” E. De Filippo, “Non ti pago”   La Fortuna è insolente. Dispettosa. Infida. Va dove la porta il cuore, ci sfiora però sul più bello gira le spalle e bacia un altro. Offeso da questo mistero Gaetano Scutellaro, tabaccaio cinquantasettenne, compie un azzardo che riesce a pochissimi e tra costoro lui manca: cerca di costringere la riluttante Sciorta a suo proprio vantaggio. La menzioniamo col vocabolo napoletano perché è a Napoli, terreno avvezzo a simili duelli, che ai primi di questo mese è occorso il fatto, come avranno già appreso diversi lettori. Don Gaetano, anzi Gaetano perché – fatta salva la presunzione di non colpevolezza – il “don” non lo merita più, sottrae a un’anziana signora l’aureo tagliando di un Gratta e vinci acquistato nella tabaccheria degli Scutellaro e con cui ha appena vinto cinquecentomila euro.    Profittando del felice sbigottimento, indispettito perché quel tagliando era giaciuto a lungo beffardo dietro il bancone senza che lo grattasse lui, Gaetano lo sfila alla donna con la scusa di controllarlo. Invece inforca lo scooter e si dilegua lasciandola di sasso, ad aspettare invano un ritorno assieme ai propri imbarazzati parenti che lavorano nella tabaccheria. E’ il 2 settembre scorso. Lui forse agisce d’impulso oppure pensa che la signora sia soggetto di più agile raggiro. Chissà. Certo non si rende conto che s’accinge a diventare il tabaccaio più famoso d’Italia. Continua la sua fuga e la signora lo denuncia.   La vicenda, di squallida tessitura penale se fosse avvenuta a Belluno o Imperia, ad Ascoli Piceno o Massa Carrara, vira per fatalità geografica verso pagine già abbozzate nelle farse scarpettiane, premonite da una commedia di Eduardo e nei personaggi di Giuseppe Marotta. Perché ci sono artisti che non si limitano a immaginare storie, ma aspirano a suscitarle o perlomeno precederle, tirando giù gli archetipi dalla soffitta nella certezza che la realtà non potrà che ripeterli un giorno o l’altro. Con infinite variazioni sul tema.   Solo per poco di Scutellaro si smarriscono le tracce, ossia fin quando viene bloccato all’aeroporto di Fiumicino mentre s’imbarca per le Isole Canarie destinazione Fuerteventura: un must di Facebook, che una settantina d’anni fa avrebbe trovato l’equivalente eduardiano in Sorrento o Positano, comunque non Capri e comunque luoghi adatti allora quant’è la Spagna oggi a una vacanza da fuggiasco. All’epoca però senza racconto fotografico, a privazione dei tanti che come Scutellaro ne postano le segnature del benessere: abbronzatura con mare e/o piscina, amaca, sigaro. Più originale tra le immagini del tabaccaio diffuse online è quella con un sussiegoso esemplare di mastino napoletano, razza di più complesso mantenimento e minor ferocia dei pitbull, perciò in rarefazione rispetto a quando Eduardo la menzionava ne “Il sindaco del rione Sanità”.   E il tagliando da mezzo milione? Scoprono i carabinieri che il tabaccaio lo aveva depositato, strada facendo verso Roma, in una banca di Latina. Per lui, mentre tornava a Napoli dopo il fallito espatrio, sono scattate le manette con l’accusa di furto pluriaggravato e tentata estorsione, perché avrebbe proposto alla signora il cosiddetto “cavallo di ritorno”: restituirle il Gratta e vinci in cambio d’una quota del premio. Dal carcere di Santa Maria Capua Vetere, attraverso il suo legale Vincenzo Strazzullo, Scutellaro si è detto consapevole del proprio errore, ha espresso pentimento, si è scusato con i famigliari e con la vittima. Intanto a Napoli, giocando sul gioco, gli appassionati tentavano di monetizzare l’evento con l’individuazione di un bel terno secco: 46 (i soldi) 72 (la meraviglia) 89 (l’anziana). O quello più pregno di giudizi morali: 22 (il pazzo) 46 (i soldi) 71 (l’uomo di niente). “Tutti gli avvenimenti, grandi e piccoli, sono considerati come una misteriosa sorgente di guadagno”, affermò a proposito del Lotto la quasi sempre infallibile Matilde Serao.  Scutellaro, forse è la verità o forse è solo strategia difensiva, si è rifugiato intanto nell’area nebulosa attigua alla follia che Eduardo De Filippo descrisse minuziosamente nella celebre commedia “Non ti pago”, in cui lo sfortunato giocatore Ferdinando Quagliuolo, che è anche titolare di una ricevitoria del Lotto, sfila al suo impiegato Mario Bertolini il biglietto vincente di una quaterna milionaria e si rifiuta di restituirglielo contestando la “proprietà” del sogno che gli aveva elargito i numeri baciati dal destino. Mosso da un raptus simile a quello del tabaccaio, Quagliuolo si rifiuta di accettare la Sciorta, vuol correggere a suo modo la Fortuna sfidandola sul confine smarginato tra il sogno e la realtà. Non sorprende perciò che l’avvocato Strazzullo (quello cui si rivolge il personaggio eduardiano si chiama Strumillo, e anche certe assonanze nei cognomi impressionano) riferisca di aver trovato il suo cliente in carcere “molto provato, una persona afflitta… In quel momento non riusciva a ragionare, secondo me è affetto da una grave malattia psichiatrica e questa lo avrà indotto a commettere un atto contro qualsiasi logica, perché d’altro canto il biglietto non poteva essere incassato. Lui stava scappando perché aveva paura, poi ha messo i piedi a terra e stava rientrando per chiarire la vicenda”. Gaetano Scutellaro, ha precisato il penalista, “non ricorda tanto: ora sta cercando di capire quello che è successo, vive una realtà diversa e ha dimenticato. Non riesce a capire quel che è successo e perché”.   Chi conosce Napoli sa che via Materdei, dove si trova la tabaccheria della famiglia Scutellaro, è una strada tendente alla collina tra i chiaroscuri di un sole definito da Marotta “più pigro” rispetto a quello dei quartieri alti e bassi, e che forse traluce la sua ambiguità sugli umori umani. Una topografia che ha provveduto quantomeno di certe nuances i narratori per scelta prima ancora dei cronisti per obbligo. E’ al rione Materdei, in Salita Porteria San Raffaele, che Vittorio De Sica ambientò l’episodio delle pizze a credito ne “L’oro di Napoli”, tratto dall’omonimo libro di Marotta, dove a sparire non è un biglietto ma il costoso anello coniugale di smeraldi di Sophia Loren, smarrimento e ritrovamento sotto cui si celano corna che non saranno mai acclarate dall’ingenuo marito. E in via Fonseca, sempre nei paraggi, visse il personaggio marottiano Ciro Mancuso, promotore di riffe con cui metteva in palio “un oggetto, o un animale, o una nuvola” aggiudicati da chi avesse acquistato il numero corrispondente al primo estratto sulla ruota di Napoli al sabato successivo. Per incoraggiare la clientela alla partecipazione, Mancuso il lunedì mattina riempiva a matita il cartellone del suo concorso con “nomi illeggibili”, ovvero inesistenti, per una settantina dei novanta numeri. Ventennale esperienza difatti “lo avvertiva che una riffa deserta non eccita nei giocatori il senso dell’antagonismo, anzi li immobilizza esitanti e pavidi sulla soglia del rischio. Essi hanno bisogno di sentirsi dire: ‘Che aspettate? Sono gli ultimi numeri’”. Con sostanziale onestà, nel corso della settimana l’organizzatore avrebbe cancellato i nomi fittizi per sostituirli con gli autentici man mano che la vendita dei biglietti progrediva con successo.   Ora, se un supporter della squadra londinese West Ham ha per filosofia di vita l’inno “I’m forever blowing bubbles”, dove si sancisce “Fortune’s always hiding, I’ve lookeed everywhere”, un normale tifoso del Napoli s’ispira invece al principio sognante della “mano de Dios”. Quantomeno a un tiro a giro di Insigne. Pertanto con meno rassegnazione, prima di inchinarsi alla sorte, prova a batterla in contropiede o addirittura sconfiggerla a tavolino.   La metafora può spiegare meglio la commedia di Eduardo messa in scena per la prima volta al Teatro Quirino di Roma sei mesi dopo l’entrata in guerra, nel giorno dell’Immacolata del 1940. “Non ti pago” è stata attualizzata in questo 2021 dal tabaccaio di Materdei e da un film di Edoardo De Angelis, già regista dell’eduardiano “Natale in Casa Cupiello”, la cui messa in onda è programmata nella prossima stagione Rai. La vicenda di Ferdinando Quagliuolo è riemersa, alla notizia del Gratta e vinci rubato, sulla bocca dei napoletani ammettendo che anche questa cosa Eduardo l’aveva già scritta ma meglio. Quagliuolo vive il risentimento verso la Fortuna dopo avere trascorso decine di notti sui tetti a decifrare, tra le nuvole, gli auspici per i numeri senza azzeccare neppure un ambo. Il suo dipendente Bertolini invece, beneficato dai sogni, non solo indovina con puntualità le estrazioni ma aspira alla mano di Stella, figlia unica di don Ferdinando, avendo informato del fidanzamento soltanto la madre. Poco considerato in casa, nonché dalla Fortuna, il protagonista scoppia quando apprende che i numeri in sogno, a Bertolini, glieli ha consegnati il proprio defunto padre. Subentra alla logica diurna una giurisprudenza della notte, che né il parroco né l’avvocato persuaderanno don Ferdinando a smentire: “Bertolini abita alla casa dove abitavo io con mio padre e che io lasciai per venire ad abitare qua dopo la sua morte, perché mi faceva impressione. Dunque, la buon’anima di mio padre, povero vecchio, credeva di trovare a me in quella camera, e non si è accorto che nel letto invece ‘e ce sta’ io, ce steva Mario Bertolini. Tanto è vero che non ha detto: Bertoli’… ha detto: ‘Picceri’ giochete sti nummere’. Perché mio padre accussì me chiammava: picceri’”.   Costretto dall’insindacabile dettato della legge, Quagliuolo rende il biglietto a Bertolini ma accompagna il gesto sollecitando all’anima di suo padre un anatema che poi – per caso o per occulto compimento – agirà: il giovane ritiri pure la vincita, ma con quattro milioni di guai. “Ogni soldo na disgrazia, comprese malattie insignificanti, malattie mortali, rotture e perdite di arti superiori e inferiori; peste e culera, friddo e miseria…”. Quando, stremato dalle sciagure che gli accadono a ogni tentativo di riscuotere, il povero Bertolini si risolve a cedere il biglietto a don Ferdinando, questi finalmente ravveduto – più o meno come Scutellaro che “ha rimesso i piedi per terra” – gli rimetterà la vincita come dote della figlia Stella per il matrimonio, che finalmente benedirà col suo consenso. Quale arcano connubio intrecci a Napoli il lotto e le nozze Eduardo forse sapeva, circolando fino alla prima metà del Novecento fra le letture popolari il cosiddetto “Libro di S. Pantaleone”, contenente le preghiere per un terno con cui comprare il corredo nuziale. Secondo la Serao la ludopatia, che allora non si chiamava così, era la piaga più diffusa, una “acquavite” devastatrice di Napoli. E già alla fine dell’Ottocento, fra i tenitori del gioco clandestino parallelo a quello legale, avveniva che chi non volesse pagare le vincite se la squagliasse coi soldi e i registri nel pomeriggio del sabato.   Come se il caldo li propiziasse, gli arcani fantasmi di Napoli colgono d’estate la stagione più favorevole a bucare la coltre onirica che li rassopisce durante il resto dell’anno. L’invocazione della “follia” per il gesto del tabaccaio corrisponde all’evocazione di un universo collettivo trasognato lungo le generazioni, fissato nelle creazioni più felici di teatro, cinema e letteratura. Accadde nell’agosto di qualche anno fa che per diversi giorni numerosi testimoni giurarono di aver veduto il fantasma di una bambina nell’edificio del Museo Nazionale. Chi conosce Napoli non si può stupire che le visioni degli anni Duemila assomiglino a quelle dell’Ottocento o s’accordino tanto alle opere che le hanno anticipate. Spiegò benissimo Riccardo Pazzaglia nei suoi ricordi di “Partenopeo in esilio”: “Nacqui in una città, in un rione, in un fabbricato e in una casa dove attorno a me non c’era niente che fosse nuovo, tutto era già antico, vecchio e rotto, ma anche riaggiustato con molta abilità e fantasia”.    Nihil sub sole novum, anche se il sole è quello un po’ più pigro e incerto che, senza abbagliarlo, batte sul rione Materdei.

  • Travolti da "Scene da matrimonio", tra Jessica Chastain e Anna Tatangelo
    by Andrea Minuz (Il Foglio RSS) on Settembre 20, 2021 at 10:43 am

    È il titolo di Bergman più saccheggiato, citato, plagiato. Ripreso alla lettera o evocato in una parabola ininterrotta di omaggi: inchieste sulla coppia, adattamenti teatrali dilettanteschi, raccolte di John Updike, parecchi film di Woody Allen e un memorabile programma di Davide Mengacci; quel “Scene da un matrimonio” che all’inizio degli anni Novanta anticipò tutti i “Boss delle cerimonie” a venire. Tra dialoghi e monologhi cattivissimi, Bergman radiografava la crisi esistenziale, la catastrofe di incomprensioni e infelicità della coppia in un “kammerspiel” gelido, minimalista, spietato. Mengacci la seguiva in tutti i passaggi, dal fidanzamento alla proposta di matrimonio. Eppure anche lì retroscena amari, dubbi atroci, ripensamenti fulminei (“una volta una sposa scappò con un delegato di produzione”, ricorda nel suo libro di memorie).   Ora i remake di “Scene da un matrimonio” viaggiano in parallelo tra Jessica Chastain e Anna Tatangelo. C’è la prestigiosa miniserie prodotta da Hbo che rifà Bergman all’americana (la si è vista in anteprima a Venezia, arriva su Sky oggi). E c’è “Scene da un matrimonio” condotto dall’ex “ragazza di periferia”, su Canale 5, rifacimento del vecchio programma di Mengacci per provare a rubare un po’ di spettatori a “Domenica In”. Se i puristi bergmaniani alzano già il sopracciglio, anche Mengacci non ci sta: “Avrei optato per Barbara D’Urso, e poi nessuno mi ha interpellato, l’ho saputo dai giornali”. Pure la miniserie Hbo, del resto, si prende molte libertà. Anziché beccarsi le corna, questa volta è Marianne a tradire, com’è giusto che sia in questi tempi di “quote rosa” nei Leoni d’oro. Ma questo “Scene da un matrimonio”, molto americano, molto glamour, angosciato e disperato come l’originale svedese anche se più vicino al “Marriage Story” visto lo scorso anno su Netflix, ci rimanda ai nostri beati anni Settanta, quando Bergman arrivò sulla Rai. Fu un vero cataclisma.   Chi c’era non può averlo dimenticato. Complice uno sciopero sindacale, l’ultima puntata di “Scene da un matrimonio” andò in onda a reti unificate davanti a diciassette milioni di telespettatori. Più di Sanremo. Più delle dirette Conte. Cose difficili da immaginare oggi, quando già il titolo dell’ultima puntata (“Nel cuore della notte, in una casa buia, da qualche parte del mondo”) basterebbe a decimare gli spettatori. Certo, lo sciopero sindacale creo l’effetto “Bergman di Stato”. Ma da un mese ormai tutta l’Italia che andava in estasi per “Portobello” era attraversata da un’insolita febbre svedese. Già dopo la prima puntata, trasmessa il 6 ottobre 1978, “Scene da un matrimonio” era diventato una buona scusa per non uscire la sera: “Ma sei matto? Stasera c’è Bergman”. Del resto, tra Br e bombe si usciva già pochino.   “Le famiglie si riuniscono al completo davanti al teleschermo”, si leggeva sul Corriere, “è un incredibile terapia di gruppo consumata nel silenzio delle mura domestiche; ognuno porta dentro di sé il messaggio di Marianne e Johan, lo interpreta a modo suo, lo coltiva in segreto”. I dialoghi di Bergman dettavano tutto un nuovo lessico: “Tra noi c’è il cosmico silenzio degli spazi tra un pianeta e l’altro”, “siamo degli analfabeti dei sentimenti”, “grazie per questo scambio di idee”, detto dopo che lui l’aveva tradita. Non erano tornati insieme, ma erano riusciti a comunicare, a parlare. Nel paese del delitto d’onore, delle vampate di gelosia, delle coltellate, con un analfabetismo reale ancora importante, figuriamoci quello “sentimentale”, tutto questo entusiasmo per Bergman suonava come un magnifico “cultural clash”. Sin lì i film del maestro svedese erano stati roba da cineclub impegnati. Magari visti a qualche Festa dell’Unità o in una conferenza su prodigi e limiti delle socialdemocrazie nordiche.   La prima versione di “Scene da un matrimonio”, prodotta per la tv svedese, era uscita nel 1973. Bergman ci aveva messo dentro più o meno tutti i suoi disastri coniugali, tradimenti, pene d’amore, famiglie allargate. A quel tempo era assai affascinato dalla tv, dalla possibilità di costruire un dramma tutto giocato sulla parola e i primi piani degli attori, i fedelissimi della sua “factory”. La tv, non il cinema, gli sembrava destinata a un grande, radioso futuro se non altro in termini di audience (Bergman voleva essere visto, anche con tutti quei silenzi, angosce, riflessioni sulla morte, lavorava per riempire le sale, non per svuotarle). “Scene da un matrimonio” uscì poi in versione cinematografica, dunque assai ridotta. Non passò inosservato, ma da noi non fu certo un successo.   “Difficile”, “cerebrale”, “angoscioso”, “troppo lungo”. Qualche anno dopo la Rai acquista la versione televisiva svedese. Dietro l’operazione c’è Mimmo Scarano, direttore della Rete Uno. Uno assai spregiudicato per l’epoca. Intervistato sul “preoccupante successo dei telefilm americani”, diceva, “sì, lo so, c’è chi li disprezza, ma che bello se sapessimo farli anche noi così”. Insieme a David Jacobs, l’ideatore di “Dallas”, che ammise di aver pescato a piene mani da Bergman (“Volevo scrivere una versione più pruriginosa e più americana di Scene da un matrimonio”), Mimmo Scarano fu probabilmente l’unico a intravedere un filo diretto tra le soap americane e le inquietudini esistenziali del maestro svedese. Di sicuro l’unico in Rai: “Pochissimi nella rete ci credevano. Solo noi e la tv svedese l’abbiamo trasmesso per intero”. Ma forse neanche Scarano si aspettava un successo del genere e uno strascico di dibattiti di quella portata (“per tutto l’inverno si parlerà d’amore e disamore”, scriveva Lietta Tornabuoni sulla Stampa).   Bergman arriva come un terremoto. Entrano in campo tutti: politologi, femministe radicali, Maurizio Costanzo, psicanalisti e sociologi che in quegli anni vivono il loro boom mediatico, come oggi i virologi. Senza il traino di “Scene da un matrimonio”, Alberoni non avrebbe iniziato la scalata di quarantacinque ristampe e oltre un milione di copie vendute del suo seminale “Innamoramento e amore”, uscito l’anno dopo. Un’Italia ancora scossa dalla legge sul divorzio, parola impronunciabile solo una decina d’anni prima, si scopre di colpo molto “svedese”. Ansiosa di confronto sincero e spietato tra le parti. Basta ipocrisia, amanti, sotterfugi. Grazie a Bergman, le corna si dotano di un “contenuto”. Si tradisce come prima, ma si è presi in una pensosa riflessività sul comunicare e il non comunicare. La gelosia latina lascia il posto al distacco nordeuropeo. “Anche la donna italiana tradisce”, si legge su Epoca, “e oggi lo fa senza il senso di colpa che prima la ossessionava.   Però la sofferenza è la stessa, semmai più intensa; il disagio non riguarda tanto il tradimento ai danni del suo compagno, quanto la constatazione che qualcosa di molto importante non ha funzionato nel loro rapporto. E allora teme di continuare a non intendersi con il nuovo partner”. Fioccano pareri di psicanalisti e psichiatri: “Avere un amante non è solo un’esigenza sessuale, ma culturale: non è uno faccenda di letto, ma uno scambio di umanità”. Era fatta: via “Malafemmena”, dentro Bergman. In un lungo speciale sull’Espresso si lasciavano intravedere, come da un buco della serratura, gli “spaccati” di vita degli italiani davanti a “Scene da un matrimonio”, lavorando, si capisce, anche molto di fantasia: “Roma. Interno d’una abitazione, sera di martedì 24 ottobre: l’uomo, sprofondato nella poltrona, accende una sigaretta dopo l’altra senza mai staccare gli occhi dal televisore. Seduta sul divano accanto, la donna ha lasciato cadere il solito lavoro a maglia ed è completamente presa dalla trasmissione. Nessuno parla finché non si conclude la quarta puntata di ‘Scene da un matrimonio’”.   Uno Strindberg neorealista. Ma è soprattutto dopo la fine dello sceneggiato che Bergman tiene sotto scacco i giornali. Si partiva da lì e si tirava in ballo un po’ di tutto: “Gli indifferenti” di Moravia, “Anna Karenina”, “L’amante di Lady Chatterley”, “Madame Bovary”, visto un paio di mesi prima nell’omonimo sceneggiato con Carla Gravina e Ugo Pagliai, in un adattamento molto “teatro d’inchiesta” e un po’ femminista. Si ripercorrevano gli scandali e gli adulteri della cronaca italiana: l’irruzione del dottor Enrico Locatelli nella villa di Fausto Coppi coi carabinieri in cerca della “dama bianca”. Ma anche la revolverata della contessa Pia Bellentani a Carlo Sacchi, industriale tessile suo amante, in un party a Villa D’Este, con la moglie e l’altra amante di lui che si gettavano disperate sulla vittima, mentre la contessa si sparava con una pistola che però s’inceppava (“Dio mio che noia questi italiani”, commentava serafico il barone Rothschild, poco più in là). Partirono anche le inchieste sull’adulterio. Come oggi avremmo avuto una puntata di “Report”. Tutti i giornali riportavano dati, statistiche, numeri in crescita. Si parlava di “monogamia flessibile”.   Anche perché, nel frattempo, il mito della “coppia aperta”, modello rivelatosi davvero improponibile per gli italiani, era ormai tramontato. Ce l’avevano già spiegato anni prima Alberto Sordi in “Amore mio aiutami” o Ettore Scola in “Dramma della gelosia. Tutti i particolari in cronaca”. Né i proletari di Scola, né i piccolo-borghesi di Sordi sembravano capaci di gestire con la giusta freddezza e distacco e impassibilità nordica il loro adulterio, tanto meno l’ammucchiata e il ménage à trois. Dunque via coi ceffoni e le sberle tra le dune di Sabaudia in quel finale incredibile del film di Sordi e, manco a dirlo, oggi impensabile, irricevibile, impossibile. Le “esperienze delle comunità”, scriveva Epoca, “si sono rivelate disastrose, e le coppie tornano a rinchiudersi nel rapporto a due, si distaccano anche fisicamente dal gruppo, rifugiandosi in una tana esclusiva”. Ma come mai un popolo innegabilmente poco incline alla gestione nordica delle corna, refrattario al confronto diretto o alla terapia di coppia, si specchiava all’improvviso nel naufragio di un matrimonio molto borghese e molto svedese? Una prima risposta è nella parolina che proprio in quei giorni inizia a circolare sui giornali: il “riflusso”.   Il ripiegamento nel privato. L’inaspettato ritorno dei sentimenti dopo tutta quella politica radicale. Dopo le lotte, le bombe, gli omicidi, i morti, l’attacco allo Stato, le manifestazioni violente, gli scioperi. Anche le corna, anche l’amore coniugale, anche i matrimoni sfasciati, rimossi negli anni della contestazione, tornavano ora a reclamare un po’ d’attenzione. “Non è ben chiaro come sia cominciato questo improvviso ritorno di fiamma che riporta l’attenzione sul personale e sul privato, a danno del politico e del pubblico” si leggeva in un editoriale di Epoca, “ma è probabile che sia stato innescato da ‘Scene da un matrimonio’ di Ingmar Bergman”. Fu quindi uno sfogo liberatorio epocale. Un diluvio di lettere ai giornali. Gente comune ansiosa di raccontare la propria storia, il dramma delle corna messe, ricevute o anche solo pensate. In mancanza di social, le mortificazioni della propria vita coniugale venivano date in pasto ai giornali (delle lettere ai giornali e del “travoltismo” come avvio del “riflusso” parla Paolo Morando in “Dancing Days”, un bel libro pubblicato qualche anno fa da Laterza).   Al Corriere arrivò la lettera di una casalinga disperata di Cinisello Balsamo. Raccontava la sua noia, l’impossibile convivenza con il marito, confessava il proprio adulterio e spifferava quello di tre quarti del proprio condominio. Soprattutto, reclamava l’attenzione della stampa: “Mi fate pena anche voi, cari giornalisti, che pensate che alla gente interessi solo l’elezione del Papa o quello che dice Andreotti”. A sinistra non c’erano dubbi: manovra diversiva della Dc. Per Repubblica, la sbornia italiana per “Scene da un matrimonio” era tutto un complotto per sviare l’attenzione dai “veri problemi”. Dietro questo revival del privato e del personale c’era “il Potere”. “Il fenomeno”, scriveva Enzo Forcella, “è politicamente preoccupante, dato che è appunto questo il brodo di cultura nel quale il potere democristiano ha in passato creato la propria forza”. Una manovra oscura. Una trattativa Stato-cornuti. La Dc che usava Bergman (da sempre un classico della distrazione di massa) come puntello per intontirci. Per allontanarci dai problemi reali. Altri invece chiedevano a gran voce, “Bergman a scuola”: “Sarebbe opportuno che ‘Scene da un matrimonio’ fosse oggetto di studio e dibattito nelle scuole, farebbe diminuire i delitti passionali e ragionare le persone”. Oggi invece puntiamo tutto su schwa e asterischi. Gli sceneggiati sono diventati serie tv da vedere anche nei Festival. Per il resto, non siamo poi così cambiati.  

  • Gli uccelli del ’68. L’impresa felice di conquistare una Roma impossibile
    by Stefano Ciavatta (Il Foglio RSS) on Settembre 20, 2021 at 8:52 am

      È morto Paolo Ramundo, insieme a Gianfranco Moltedo e Martino Branca, uno dei tre “Uccelli”, gli studenti situazionisti della Facoltà di Architettura di Valle Giulia che il 19 febbraio del 1968 salirono in cima alla lanterna spiraliforme della cupola di Sant’Ivo alla Sapienza e vi rimasero per 36 ore. Mentre fuori infuriavano le manifestazioni per il “Vietnam libero”, l’assalto al cielo di Roma divenne leggenda: fu un’impresa pacifica, perché accompagnati dal loro professore Paolo Portoghesi – ignaro dell’obiettivo finale – e rispettosa del bene culturale, perché effettuata attraverso scale, scalette, chiocciole e corridoi della struttura. I giornali invece parlarono di una “scalata alpinistica”, di “drammatica protesta” e persino di “minacce di buttarsi”.   Ma gli Uccelli, che il Resto del Carlino qualificò come “hippies”, erano solo in polemica con la facoltà occupata: “In un mondo di talpe vogliamo tornare a volare. Siamo contro la protesta universitaria che si limita a proporre riforme marginali e burocratiche, che si batte con i comunicati a ciclostile e si accontenta regolarmente di accordi inconcludenti. Basta con i comunicati”. I loro nomi non vennero fuori, i soprannomi nemmeno (Capinera, Naso e Branca), “sono stati in tre, potevamo essere in trenta, l’importante è che la città sappia” dissero dal Movimento. Un anonimato coltivato a lungo dagli stessi protagonisti, infatti la storia ha dovuto aspettare decenni per essere raccontata per esteso, a differenza del grande graffito stile Berkeley sulla facciata della Facoltà, mai rimosso e ancora visibile testimonianza dell’occupazione e dell’attività degli Uccelli.   Da un anno su Chili si può vedere il documentario “1968, gli Uccelli” (2018) di Silvio Montanaro e Gianni Ramacciotti che ha rimesso insieme i pezzi. Ci sono voluti cinquant’anni perché i tre ex studenti e Portoghesi (all’epoca 37enne) tornassero insieme nel cortile della Sapienza, per secoli vivace sede dell’università e della biblioteca Alessandrina, poi dal 1935 il palazzo ha ospitato gli uffici di Archivio di Stato e Senato. Quindi il posto giusto per il blitz sessantottino. A tutt’oggi la cupola resta bella e impossibile, ma è difficile anche visitare la chiesa borrominiana (nata come cappella dedicata a papa Urbano VIII), accessibile solo negli orari della messa domenicale. Sant’Ivo fa parte di un patrimonio di luoghi ostaggio dei tramonti e dei libri d’arte, raggiungibili dall’umano a condizioni burocratiche rigide, tortuose, straordinarie, o comunque lunghe anticamere come per l’isola di Montecristo. In questo senso la guida masochista di Roma l’ha scritta Costantino D’Orazio, “Le chiavi per aprire 99 luoghi segreti di Roma” (Palombi), paziente breviario per richieste, prenotazioni, suppliche e malleverie.   Chi erano gli Uccelli? Erano dei disturbatori della logorrea del dibattito assembleare e delle pose del Movimento. Degli improvvisatori di dissenso e creatività, sistematicamente cacciati dal servizio d’ordine dell’occupazione, dei situazionisti che guardavano all’avanguardia storica e al nuovo mondo beat. Performer di cose che avvenivano “quando un’ora di sonno sembrava uno spreco” e “pochi giorni sono sembrati una vita”. Si arrampicavano sugli alberi universitari, come raccontano le foto di Giancarlo Milelli, studente pure lui e reporter degli Uccelli (ma a Sant’Ivo accorsero anche i grandi fotoreporter come Marcello Geppetti). Provocatori ma non violenti, “erano tre fuorisede (Marche e Abruzzo) che bussavano alla porta di Moravia, Pasolini e Zavattini perché volevano il dialogo”, racconta Montanaro, “con uno spirito ancora molto leggero rispetto alle cose che succederanno dopo”. Negli Uccelli c’erano anche Roberto Federici (Diavolo) Paolo Liguori (Straccio), Gianni Feo (Apache).   Sono stati dei situazionisti fino in fondo, una scelta che non divenne mai marketing personale, “forse perché non erano abituati a guardarsi indietro”, dice ancora Montanaro, eppure “quel blitz è stata la miccia che ha fatto uscire dall’università lo stesso Movimento”. Mentre vengono cacciati dall’ultimo piano in Facoltà e in attesa di trovare un luogo dove annidarsi, gli Uccelli frequentano le lezioni di un giovane professore su un architetto rivoluzionario del 600. E’ Portoghesi: già da due anni è l’autore del classico “Roma barocca” (1966), e poi degli altri classici: “Borromini” (1967), “Roma, un’altra città” (1968), “Roma nel Rinascimento” (1970). “Porto” è nato a via Monterone, poco distante da Sant’Ivo. Nelle memorie di “Roma/amoR” (Marsilio) confessa che a vent’anni ottenne “un difficile permesso” grazie al quale riuscì ad arrampicarsi in vetta: all’epoca guardava la spirale come il “regno delle rondini e della tramontana”, come “un paese fiabesco che avrei voluto abitare in piena solitudine”. Poi in seguito quel nido divenne per il professore “la rappresentazione fisica dell’architettura”.   A Roma ci sono stati altri assalti alle Mirabilia Urbis. Alcuni si sono fermati prima del cielo. Nel 1974 a Porta Pinciana la coppia di artisti Christo e Jeanne-Claude impacchettarono per 40 giorni con del nylon bianco il tratto delle bimillenarie Mura Aureliane, il monumento più grande, il segno più duraturo della città. L’artista Graziano Cecchini ha inondato due volte di vernice rossa – per fortuna innocua – Fontana di Trevi (2007-2017) poi nel 2008 ha lanciato 500 mila sfere di plastica giù da Trinità dei Monti (non senza conseguenze legali). Nel 2011 altra fontana, le Naiadi, altra vernice, stavolta tricolore, poi diventata rosa, “un colore falso come chi ci governa”. Lo scultore Luciano Fabro scelse involontariamente il giorno del rapimento Moro per gettare uno dei suoi globi all’interno della fontana del Tritone dopo averlo fatto rotolare per Via Veneto. Nel 2008 comparvero all’Eur i quattro busti in polistirolo del Dandi, Freddo, Libanese e Nero, guerrilla marketing legato alla serie Sky di “Romanzo Criminale”, azione durata una mattinata, tra mille polemiche. L’incursione più irresponsabile è quella del film “Poliziotto sprint” (1977), con le macchine lanciate all’alba per la scalinata di piazza di Spagna, dove oggi non ci si può più sedere, alla fine di un inseguimento, omaggio scellerato alla leggenda del poliziotto in Ferrari Armando Spatafora, incubo su strada dei malviventi romani anni Sessanta.   Ovviamente c’è chi ha salito edifici e monumenti per proteste legate al lavoro o minacce di suicidio, un classico di Colosseo e Gazometro. Qualcuno che prima della chiusura del primo ordine a metà anni Novanta è salito per gioco o per amore sull’anfiteatro Flavio lo trovi sempre, “scavalca il muro al foro e viemme accanto” cantano i Colle del Fomento. Poi ci sono gli exploit nella direzione che i murales e i graffiti non riescono a dare: la veduta dall’alto, il grande abbraccio con Roma, non più lo scontro nella suburra a colpi di vernice da aggiungere sul fondale. Tra il 1898 e il 1911 l’architetto Giacomo Boni, direttore del Foro romano, diede l’assalto al cielo antico dei Fori insieme al capitano Maurizio Mario Moris e agli allievi del Genio, volando sulle rovine con un aerostato (costruito con la seta da artigiani trasteverini), e documentando tutto fotograficamente per la prima volta in Europa. Fino al 1937, in occasione dei Santi Pietro e Paolo, squadre di centinaia di operai detti sampietrini si impegnavano acrobaticamente nella posa di 900 fiaccole e cinquemila lanternoni per illuminare a giorno la cupola di San Pietro e i colonnati, tradizione romana proveniente dalle feste barocche.   Più soffice l’episodio legato al Pantheon di cui girano foto meravigliose. Una ventina di studenti dell’Intercollegiate Center for Classical Studies di Roma salirono di mattina presto, nell’autunno del 1974, sul tetto bullonato del mausoleo accompagnati da due professori e una guida disinvolta. L’ex studentessa Tracy Barrett, oggi scrittrice, raggiunta dal Foglio, parla di “15 minuti che valgono il ricordo di una vita”. Salirono non senza difficoltà perché in realtà “i gradini in cima sono delle ammaccature metalliche del tetto, scomodi, non abbastanza profondi da infilare tutto il piede, a quell’altezza sembravano precari”. Incredibilmente riuscirono a guardare attraverso l’oculus strisciando carponi fino al bordo. Il romano che ha osato di più è stato Michael Collins, l’astronauta, nato a via Tevere nel quartiere Pinciano, che arrivò sulla luna senza mai toccarne il suolo. L’assalto al cielo degli Uccelli resta però il più iconico. Perché a Roma, sulla linea del cielo con la più alta densità di chiese al mondo, la cupola non è un semplice piedistallo “sono punti elevati, riferimento, orientamento, triangolazione, skyline, materializzazione dello spirito della città”, scrive Ludovico Quaroni in “Immagine di Roma” (Laterza) ma “anche soltanto la logica e regolare conclusione di uno spazio formale: più o meno grosse, più o meno grasse, articolate e tormentate, rappresentano l’essenza della popolazione”. In quale parte dell’archetipo Roma siamo? A Corso Rinascimento n° 40, “di un così pomposo nome non si è mai riusciti a capire il motivo”, ammonisce Pietro Romano nello “Stradario romano” (1947).   La facciata della Sapienza è severa ma non è mai stata essenziale, l’orologio è fermo da chissà quanto alla sei e venticinque, il portone è spesso chiuso. Immancabile però il colore del piano basso, quell’impasto tra l’ocra soffuso di arancione e il rosso bruno, una delle declinazioni dei colori capitolini, “forti, pesanti, densi” (Larbaud), ovviamente grattato dal tempo, con i contorni dei drappi, un tempo appesi, impressi sul muro. Dalle finestre alte si intravede la freschezza della cupola. Georgina Masson nella insuperata “Guida di Roma” (Mondadori) spiega così: “La Sapienza è un esempio di quelle sorprese architettoniche che riserva Roma. Non è facile immaginare che l’austera facciata tardo rinascimentale di Giacomo Della Porta celi la vitalità dinamica del capolavoro del Borromini. Varcando la soglia del portone, penetrando nella penombra del porticato che circonda il cortile, vediamo la chiesa incorniciata dall’arco centrale di questo, e la singolare cupola, sormontata da un’aurea spirale che si alza, drammatica, nel cielo azzurro”. Due mesi dopo gli Uccelli e nel pieno del maelstrom sessantottino la rivista Capitolium pubblica “La Roma del Borromini” a cura di Paolo Marconi: “Nel panorama della città, costituito da forme architettoniche sostanzialmente classicheggianti, emergono come guizzi irrequieti i capricci borrominiani. il timpano mistilineo dei Filippini parafrasa il frontone compassato della Vallicella, ironizzandolo; la loggia dei Falconieri fa il verso al triforio dei Farnese dandone una versione borghese; la cuspide della Sapienza si avvita nel cielo, unicum goticizzante. Santa Agnese media la tematica romanesca del cupolone, proponendolo però coi campanili affiancati, un tipo del tutto inedito in Roma”. La grammatica borrominiana nella promenade romana è visibile dal Campidoglio, dalla sommità di Trinità dei Monti, punto più baricentrico della Roma seicentesca, dal Gianicolo, posizione privilegiata di Giovan Battista Falda per la mappa e le incisioni del Nuovo Teatro delle Fabbriche di Roma, e dagli altri belvederi. Il tutto inondato di luce, l’unica cosa inesportabile di Roma. Più che un’occupazione fu un’impresa felice, senza danni né ripercussioni.   Dice Portoghesi: “Avevano fatto un tentativo con Manfredo Tafuri ma senza successo, li accontentai perché avevo guidato più volte operazioni di rilievo. Quindi persuasi il custode con la scusa di prendere altre misure”. Arrivati uno per volta sotto al buco della cima salirono a spinta uno con l’altro. Nessuno spinse Portoghesi: “Mangiai la foglia, e poi dissi ‘dai forza, scendete’ ma loro risposero ‘no, noi rimaniamo qui’”. Fece “un freddo cane” quella notte, nonostante l’eskimo. Si nutrirono con frutta secca, cioccolata, roba piccola e calorica, portata apposta. L’indomani gli Uccelli convinsero la Questura a “lasciarci andare via, senza prendere i nomi”. Così fu, complice anche la pacifica confusione creata dagli studenti accorsi solidali. Fuori dal portone, sulla strada, trovarono il boato dei compagni. Coerentemente con il suo il background Ramundo, già dirigente di Lc, s’inventò nel 1977 la cooperativa Braccianti agricoli organizzati (Cobragor) strappando al deserto e all’incuria le terre confinanti con l’allora manicomio di Santa Maria della pietà. “L’immaginazione dal potere al podere” gli disse Abo, ma questa è un’altra grande storia.  

  • David Lynch gioca con il tempo per renderlo eterno
    by Vittorio Bongiorno (Il Foglio RSS) on Settembre 20, 2021 at 7:53 am

    Il regista David Lynch ogni mattina all’alba si siede nel suo studio a Los Angeles, accanto alla finestra, serissimo, occhiali da sole e camicia nera, e fa una previsione del tempo della sua città (e della sua mente?) della durata di un minuto o poco più, che poi pubblica sul suo canale YouTube. Ogni santa mattina, sempre alla stessa ora, sempre seduto allo stesso tavolo (per mesi nel laboratorio con la cassettiera gialla alle spalle, poi in un’altra stanza con dietro un armadio, sempre giallo, probabilmente costruito da lui), sempre con gli stessi Persol tartaruga (o, nei primi video, dei Ray Ban neri), sempre con la stessa camicia nera abbottonatissima, sempre con la stessa modalità: un cordiale saluto e la data del giorno, un pensiero centrale di stampo zen-musicale, poi in chiusura le temperature (carinamente sia in Fahrenheit che in Celsius). E poi il gran finale: ogni giorno, serissimo e solenne, così solenne che spesso gli scappa quasi da ridere, augura a tutti “beautiful blue skies and golden sunshine… all along the way”, bellissimi cieli azzurri e sole luminoso per tutto il giorno, lungo tutto il nostro cammino.   La frase ormai è diventata un tormentone in rete, la gente si saluta così, musicisti ci si ispirano per nuove composizioni meteo-ambient, qualcuno ci ha addirittura disegnato una tshirt. Fioriscono le citazioni, le parodie, i rimandi ad altri video e a collegamenti metanarrativi alla sterminata geografia artistica ed esistenziale del regista. Che nel frattempo ha espanso la sua creatività a pittura e scultura, al design di mobili, ma soprattutto alla divulgazione della Meditazione Trascendentale per studenti e persone disagiate, e persino alla torrefazione del suo caffè selezionato in piantagioni rigorosamente organic tra il Messico e Sumatra. Ma che ci frega delle previsioni del tempo? Del tempo di Los Angeles poi, urban-sprawl per antonomasia, città esplosa e odiata da tutti, fabbrica di sogni e portatrice di incubi? E perché tutti i giorni, cascasse il mondo, sempre allo stesso orario, sempre con le stesse parole, sempre in bilico tra nonsense, black humor e follia, uno dei più grandi registi del mondo si filma e pubblica su YouTube le sue previsioni del tempo da circa un anno e mezzo? “È una volpe matta”, cerca di spiegarmi in gergo losangelino un’amica regista che a Los Angeles ci è nata e se ne intende molto di sole e stelle, quindi non se ne perde una di queste strambe previsioni. In effetti anche all’amico che vive in Australia si chiede che tempo fa, laggiù, per sapere se è felice.   E i contadini, guardando le nuvole e il sole, sanno se pioverà, e i marinai se uscire in mare o restare in porto. Perfino il compianto Colonnello Edmondo Bernacca, che per anni ci ha deliziato con il suo eloquio garbato (anche lui aveva la sua frase ricorrente “nebbia in val Padana”), era un meteorologo vero. Ma David Lynch che ne sa? Dice che c’è chi ha provato a interpretare e incasellare tutte le tessere del folle e cangiante mosaico del regista, per dare una mano al grande pubblico, che lo ricorda per aver maltrattato la divina Isabella Rossellini (ma lei poi l’ha perdonato) e per aver ucciso Laura Palmer (anche se nessuno si ricorda più come e perché). Ma forse non c’è molto da capire sul “David Lynch Weather Report”, l’ultimo progetto meteorologico del variegato universo di Lynch – meglio, il suo multiverso – stando a quanto lui stesso ha dichiarato in una recente intervista a dei giovani blogger. “Questa cosa del tempo interessa le persone. Anche a Los Angeles dicono che è sempre uguale ma in realtà non è così. Non so perché comunque la gente ama sentire le previsioni del tempo a L.A.”.   Poi gli scappa da ridere perché evidentemente l’ha sparata un po’ grossa, e aggiunge: “Non tanti, ma alcuni sì”. La verità è che Lynch è sempre stato un personaggio “isolato”, schivo e riservato, sempre al lavoro nel suo studio, tra pittura e film, ed è sempre stato uno degli artisti più liberi, anticonformisti e controversi di Hollywood. E queste sue previsioni sono molto più di quello che sembrano. Ad ascoltarlo bene, quando parla con quell’accento nasale anni Cinquanta, con quel tono cantilenante e monotono, nella apparente immobilità di video che sembrano tutti uguali, il grande regista nato il 20 gennaio 1946, ci sta aprendo una porticina per sbirciare dentro di noi (anche Federico Fellini, altro appassionato del “mistero interiore” era nato il 20 gennaio, ma del 1920. Tra i due c’era una curiosa e tenera amicizia, coltivata fino al giorno prima della morte del Maestro, che Lynch andò a trovare in ospedale a Roma).   Ma non tutti, ed è comprensibile, hanno voglia di guardarsi dentro. Perché, esattamente come nei suoi film, in un vicolo anonimo, sotto una pietra, o dietro un termosifone, potremmo ritrovarci nel teatrino più angosciante e inquietante delle nostre vite, mentre una vocina angelica canticchia una filastrocca alquanto sinistra. Dice che nella stessa via di Hollywood Hills Lynch abbia tre case: una dove dipinge, una dove suona (e dove ha girato alcune scene di “Lost Highway”) e una dove abita (la celebre Beverly Johnson House, costruita nel 1962 da Lloyd Wright, il figlio di Frank Lloyd Wright, il più grande architetto americano di sempre). La pandemia ha solo acceso in lui una serie di nuove idee, e il web è stato il canale che ha scelto per trovare il suo pubblico, che cresce sempre di più, nonostante faccia sempre meno film. In passato aveva già fatto, seppur sporadicamente, qualche piccolo video sul tempo a Los Angeles. È l’11 maggio 2005 (la primissima previsione), è seduto alla scrivania, con alle spalle una cassettiera gialla e un vecchio telefono a parete.   Guarda fuori dalla finestra, arriccia il naso abbagliato dalla luce della città degli angeli, e comunica cielo azzurro. Una sega elettrica in lontananza, nuvole vaporose e temperatura. Nessuna metafora, nessun messaggio criptato, ma la sola e semplice osservazione del momento presente: qui e ora, luce, nuvole, rumori di fondo. Né più né meno. Una quieta esplorazione del momento presente che chi pratica qualche tipo di meditazione conosce bene. Accanto a sé ha una tazzona di caffè, sua passione-ossessione ben nota ai fan (“persino un pessimo caffè è meglio che niente caffè” è il suo motto che giustifica i litri di bevanda che sorseggia ogni giorno e che sono presenti in ogni suo film). Il primo febbraio 2005 era comparso in video con accanto la meravigliosa Laura Dern (l’attrice che con lui ha recitato in “Velluto blu”, “Cuore Selvaggio”, “Inland Empire” e, a sorpresa, nell’ultima serie di “Twin Peaks” del 2017) con un enigmatico cartello con una scritta poco comprensibile. Il 6 maggio 2005 si vede un pupazzo misterioso che sta in silenzio per un minuto seduto alla solita scrivania sotto la finestra. Il 14 aprile 2006 ha accanto un vaso rovesciato con un punto interrogativo.   Il primo aprile 2008 compare con un palloncino bianco che gli copre completamente il volto, a cui ha disegnato occhi e bocca, ma non fa nessuna previsione, e il video finisce dopo 12 secondi. Il 28 gennaio 2009 guarda fuori, arriccia il naso, comunica temperatura, “cieli azzurri e sole luminoso”, e poi chiude il video dicendo che sì, è proprio lui su Twitter. Fine della previsione del tempo. E poi, a quanto pare, svanisce nel nulla. A consultare la filmografia ufficiale l’ultimo suo lungometraggio pensato per il cinema è “Inland Empire - L’impero della mente” del 2006, una elucubrazione di tre ore girata in digitale con la sua attrice-icona Laura Dern, conigli parlanti e puttane polacche, definito dal New York Times il “gemello malvagio” del precedente “Mulholland Drive” del 2001. Entrambi ambientati a Los Angeles, entrambi sfuggenti e neri come la pece, esasperano il sogno dell’attrice che vuole diventare famosa conquistando un ruolo da protagonista in un film di Hollywood, sogno che diventa inesorabilmente un incubo. Film che demoliscono il mito noir di “Sunset Boulevard”: se nel capolavoro di Billy Wilder il protagonista finisce a faccia in giù a galleggiare in una squallida piscina, alle protagoniste dei due film succede molto peggio. Di Lynch si ricomincia a parlare all’improvviso, nel maggio 2017, perché spiazza ancora una volta tutti presentando una nuova, inattesa stagione di “Twin Peaks”, il sequel dell’originale trasmesso tra il 1990 e il 1991. Ideata sempre con il suo braccio destro Mark Frost (che non è parente dell’omonimo produttore musicale Jack, alter ego di Bob Dylan), la terza serie segue le vicende dell’agente speciale Dale Cooper che era rimasto intrappolato all’interno della famosa “Loggia Nera” (la sua testa? Chissà…).   Enigmatico, incongruente, esilarante, cupo, visionario, inquietante, surreale, ancora una volta Lynch scardina quelle poche certezze che pure avevano sostenuto il dramma-horror-soap originale, offrendo agli spettatori un viaggio mentale lungo 18 ore a cui non si può far altro che abbandonarsi senza farsi tante domande. Difficile entrare nella testa del regista in cerca di spiegazioni, perché nessuno dei suoi film ha mai avuto uno sviluppo narrativo tradizionale, a cominciare proprio dal suo esordio del 1977, il capolavoro “Eraserhead - La mente che cancella”. Abbandonando il sentiero battuto della logica lineare e accademica del racconto per immagini si varca una soglia che porta direttamente all’ingresso del mondo extra-ordinario del regista. Da quella soglia non si torna più indietro, al massimo si può scendere più in fondo, grazie alla Meditazione Trascendentale, che Lynch pratica dal 1973.   Lui la racconta spesso con la metafora del big fish nel libro “In acque profonde” (Mondadori, 2006), “Le idee sono simili a pesci, se vuoi prendere un pesce piccolo puoi restare nell’acqua bassa. Se vuoi prendere il pesce grosso devi scendere in acque profonde”. Proprio come la pratica quotidiana che Lynch ha appreso dagli insegnamenti del guru Maharishi Mahesh Yogi (e che offre al mondo attraverso la sua David Lynch Foundation dal 2005), ogni mattina, dopo il caffè e la meditazione, si siede davanti alla telecamera e ripete il suo mantra “cieli azzurri e sole luminoso”. Senza mai saltare un giorno. Certi giorni con i capelli impomatati, certi altri con il ciuffo elegantemente scarmigliato, camicia nera abbottonatissima e occhiali da sole, purifica la nostra mente e le infonde nutrimento con poche semplici frasi, solo guardando fuori dalla finestra. “La mente è un posto bellissimo, ma può essere anche nero come la pece”, racconta in “Io vedo me stesso” (Saggiatore, 2016).   E dunque il primo giorno, per il primo video, il 5 maggio 2020, guarda fuori dalla finestra, arriccia il naso, e fa una breve e concisa previsione, qui e ora, temperature, cielo, nuvole. E così per giorni, settimane, senza alcun cambiamento. Il 2 giugno il primo colpo di scena: l’inquadratura è sempre la stessa (tavolo da lavoro, telefono a parete e cassettiera gialla alle spalle) ma la sedia di Lynch è vuota e lui non c’è, nel video. C’è solo la tazzona di caffè fumante. I fan sono scioccati, che succede? L’indomani, per i pochi che non l’hanno capito, alle sue spalle compare il cartello “black lives matter peace justice no fear” (il movimento attivista afroamericano). Il 6 giugno, nel giorno della commemorazione del D-Day, racconta di un lunghissimo sogno in cui era un giovane soldato tedesco che viene ucciso. Poi va avanti così per settimane, mesi. Ogni giorno, sempre uguale, sempre leggermente diverso. Il 29 luglio altro colpo di scena: ha in mano un grosso barattolo di vetro che ha dipinto per metà di nero e chiede ai suoi fan di immaginare a cosa serva. Il 17 agosto fa un saluto e un ringraziamento ai lavoratori delle Poste (per chi si è dimenticato il voto delle ultime elezioni presidenziali, molta polemica ha suscitato il conteggio dei voti mandati via posta). Lo stesso giorno compare il primo video di “Today’s Number Is”, una piccola ma geniale nuova serie fiorita direttamente da una “costola” dalle previsioni del tempo (in gergo televisivo spin-off): ogni giorno, dopo le previsioni del tempo, sempre nella stessa posizione, sempre con camicia abbottonatissima e un cappellino nero con visiera (poi sostituito da un cappello da cowboy), regge il barattolone visto qualche giorno prima, da cui estrae una pallina numerata con gesti lenti e solenni: gli amanti della numerologia, del lotto e delle scommesse vanno in visibilio per “Il Numero del Giorno” (e il 7, magicamente, diventa per i fan subito IL numero “ritardatario”).   Il 21 agosto 2020 altro piccolo minuscolo cambiamento che, come tutti quelli che compirà in futuro, entrano in scena di soppiatto e diventano routine nella quotidiana ripetizione metodica e ossessiva: indossa occhiali da sole perché, dice, “vedo il futuro e sembra molto luminoso”. Il 28 agosto la frase centrale che recita è l’ennesimo colpo di genio: “oggi pensavo che è un momento meraviglioso per essere vivi… se amate il teatro dell’assurdo”. Il 18 settembre ricorda Buddy Holly, uno dei suoi miti, e la musica comincia a essere centrale, insieme al tempo. Il catalogo sonoro è ricchissimo e variegato: dai Beatles e George Harrison (“Here Comes The Sun” viene citata a ripetizione, per ovvi motivi) a Bob Dylan, da Roy Orbison ai Cigarettes After Sex, da Santo & Johnny ai Portishead (il 26 ottobre cita la canzone “Roads” e aggiunge che “nonostante giorni migliori arriveranno, sicuramente non sono ancora qui”). Il 30 ottobre 2020 cita “Please Mr. Postman” delle Marvelettes, ancora in onore dei lavoratori delle Poste (altra bordata a Trump che voleva annullare i voti spediti per posta!), e il 7 novembre sorprende tutti ancora una volta cambiando location: d’ora in poi, ogni giorno sempre nella stessa posizione, sempre con la camicia nera abbottonatissima, si sposta nella stanza con l’armadio giallino alla spalle perché, ammette candidamente, è inverno, e al mattino di là fa freddo.   A fine gennaio 2021 comincia a farsi crescere barba e capelli, impercettibilmente, qualche millimetro al giorno: a fine maggio si presenta in video, sempre nella stessa posizione, sempre con l’armadio giallino alle spalle, sempre con camicia nera abbottonatissima, ma ha una barba lunghissima e un foltissimo ciuffo di capelli bianchi che gli ricadono sul viso fino a farlo sembrare un personaggio da film (qualcuno avanza l’ipotesi che abbia girato una scena di un nuovo film conciato così…). Il primo giugno 2021 cita la canzone di Dylan “Things Have Changed”, e l’indomani si presenta davanti alla telecamera perfettamente sbarbato e pettinato. Come se non fosse successo nulla. I fan, ovvio, si scatenano in lodi di totale devozione e adorazione. Se Lynch fa sbellicare dalle risate, i commenti dei seguaci non sono da meno: “quest’uomo è un Tesoro nazionale e dovremmo proteggerlo”, “mi ha fatto morire dal ridere anche se non me ne frega niente del tempo”, “David sei letteralmente mio padre”. Una certa Linda Faluci scrive che, come molti dei fan, guarda le previsioni non per sapere del tempo ma per avere un qualche tipo di contatto con lui, e di essere felice di sapere che, comunque, David è lì che combatte insieme a loro (qualcuno avanza l’ipotesi che possa trattarsi di Lynch stesso a commentare provocatoriamente).   Poco dopo la risposta di un’altra fan: “Parla per te, io non posso cominciare la giornata senza sapere che tempo farà a Los Angeles”. Qualcun altro ancora dice che si sente un po’ sciocco ma è come essere una piccola famiglia. Ma, come tutte le cose belle, arriva la mazzata: il primo febbraio 2021 si presenta in video dicendo che quel giorno avrebbe annunciato uno stop, ma dopo aver letto le risposte calorose e affettuose dei fan e delle fan di tutto il mondo, decide di continuare: “Che gruppo meraviglioso che siete. Così premurosi e gentili, e io sono così grato che ci siano persone come voi al mondo… e chi se ne importa che tempo fa. Auguro a tutti voi cieli azzurri e sole luminoso, internamente, per tutto il giorno”. E’ l’apoteosi. A tutti coloro che si sono affidati a Lynch per ricevere una carezza, un sorriso, un gesto di leggerezza e conforto, il regista ha regalato gioia pura e semplice, e per di più gratuita. E il gesto si ripete ogni giorno, in un costante ritorno alla sorgente della beatitudine, esattamente come imparato da Maharishi Mahesh Yogi.   E dice che a un certo punto, nel 2002, Lynch versa la spropositata cifra di un milione di dollari per poter passare con il maestro un intero mese di dialogo e meditazione, per farsi irradiare dalla sua aura penetrante e illuminante, dalla sua infinita magnificenza, e vola fino al villaggio olandese di Vlodrop, dove Maharishi risiede da tempo. La sorpresa è schiacciante: il maestro non si fa vedere fisicamente alle riunioni con tutti i generosi partecipanti, bensì parla attraverso un sistema di videoconferenza dalla sua stanza al piano di sopra. Lynch, nonostante tutto, è felice, e riesce lo stesso a succhiare tutto il nettare di quell’estrema illuminante sapienza, seppur riprodotta da un monitor traballante. “Era proprio sopra di noi”, dichiara in seguito, “ma è arrivato attraverso la televisione. Ma era come se non ci fosse la televisione!”. Quanto dureranno ancora le previsioni, nessuno lo sa, forse nemmeno Lynch stesso. Il sole sorgerà e tramonterà ancora per molto, e le nuvole verranno e se ne andranno di continuo.   Di sicuro c’è che, presto o tardi, comparirà la sua nuova serie tv girata presumibilmente in questi mesi di pandemia, in totale segreto, subito dopo aver guardato fuori dalla finestra arricciando il naso. Dice che sarà una nuova storia in 13 episodi per Netflix, chiamata provvisoriamente sia “Wisteria” che “Unrecorded Night” (qualcosa tipo “Notte non ricordata”, che è anche la traduzione della parola in inglese antico nihtscada o nightshade, cioè belladonna). Il riferimento è ovviamente alle piante con poteri “speciali”, al wisteria, cioè il glicine, che contiene una molecola tossica che può creare “confusione, vertigini e problemi di linguaggio”. Gli elementi perfetti per un nuovo racconto lynchiano. Nessuno ne sa nulla, ma sembra che il 29 marzo l’attore Kyle MacLachlan (ancora l’agente Cooper di “Twin Peaks”) ha postato sul suo Instagram una foto di una enorme pianta di glicine con la didascalia “Beeutiful. #wisteria”. E dice che, due mesi dopo, Laura Dern (la Diane assistente dell’agente Cooper) ha dichiarato a Elle: “Penso che i fan dovrebbero aspettarsi un’arte sempre più radicale e senza confini da David. So che migliorerà la mia vita. Non ho idea di cosa sarà. Non sto cercando di nasconderlo, è che non lo dice a nessuno finché non lo fa”. Intanto l’anno più brutto della nostra vita è passato anche grazie al tempo della città degli angeli: ora sappiamo come fare a trovare la luce quando le nuvole si frappongono tra noi e il sole, a purificare la nostra mente, a infonderle nutrimento. Il 18 ottobre 2020, forse il “Weather Report” più bello in assoluto, dopo le temperature, la “volpe matta” ne inventa un’altra delle sue. “Oggi vorrei stare seduto qui con voi per un po’…”. Inspira, espira, palpita impercettibilmente.   È qui, ora, eppure tutti noi che lo amiamo sappiamo che è anche altrove. Resta in assoluto totale silenzio, per quasi due minuti. La telecamera perde il fuoco un paio di volte, lui impassibile. Respira. Dentro e fuori, qui e ora. Alla fine riprende dove aveva lasciato, dalle temperature (in Fahrenheit e in Celsius), e poi ricorda a tutti che dovremmo comunque avere “splendidi cieli azzurri e sole luminoso tutto il giorno”. E’ il genio di Lynch, che continua a brillare, giorno dopo giorno, da 75 anni.