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  • “Sotto lo stesso cielo” di Giulia Pompili, ovvero i figli del Secolo asiatico
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Giugno 12, 2021 at 8:07 am

    Terre straniere sono divise da montagne e fiumi, condividiamo il vento e la luna sotto lo stesso cielo” è il verso di una poesia dell’epoca della dinastia Tang, che tra il 600 e il 900 costruì un regno unico, tenuto insieme dalla tolleranza, da un’arte raffinata e colorata piena di donne che sorridono e danzano. Il Giappone ha stampato questo verso sugli scatoloni che ha inviato a Wuhan quando è scoppiata la pandemia, simbolo di solidarietà ma ancor più di una volontà di superare i confini, condividere il bene e il male, procedere insieme, come accade nei matrimoni che funzionano a lungo. Giulia Pompili parte da questa frase per portarci “Sotto lo stesso cielo”, il titolo del suo primo libro, del secolo asiatico, in queste terre divise da montagne e fiumi, da rivalità antiche che tormentano il presente, eppure spinte a condividere vento e luna, oltre gli stereotipi su cui noi, osservatori con l’occidente piantato nella testa, indugiamo spesso senza accorgercene.   Giulia Pompili è arrivata al Foglio appassionata d’Asia e si è trasformata in un’esperta, viaggiando ogni volta che ha potuto (anche in condizioni che non staremo qui a ricordare), raccontando su queste pagine quel che ha visto e scoperto, quel che ha amato e quel che ha detestato, fondendo il suo sguardo con il nostro. “Sotto lo stesso cielo” è il frutto di questo lavoro, e  il punto di partenza è il Giappone, il primo amore di Pompili – lo si sente dalla minuzia dei particolari con cui racconta la cultura, le città, la politica giapponesi e dal dolore che risuona ancora quando rientrano sulla scena le bombe atomiche o la devastazione di Fukushima. Anche una scelta fondamentale di questo saggio mostra la trasformazione della passione di Pompili in esperienza: la Cina, padrona dell’Asia, in “Sotto questo cielo” non c’è. C’è come presenza ineluttabile con cui tutti devono misurarsi, incombe sullo sfondo, ma davanti si stagliano il Giappone, la Corea del sud, la Corea del nord, Taiwan: gli altri. Il Giappone è il punto d’osservazione privilegiato perché è qui, in questo arcipelago lontano in cui c’è la frutta più buona del mondo, che Pompili ha forgiato gli strumenti per comprendere l’Asia, e ce li offre tutti, prendendoci per mano e accompagnandoci dentro alle piazze, alle città, ai menù e alle famiglie che spiegano la peculiarità di una terra o di una cultura assieme all’arte straordinaria di questa convivenza sotto lo stesso cielo. Poiché Pompili sa che parla a un pubblico che ha negli occhi più l’ovest che l’est, dissemina il suo racconto di riferimenti culturali noti (grazie per aver parlato delle frittelle di “Kiss me Licia” e del mito di  “Mimì e le ragazze della pallavolo”: è un enorme “ok, boomer”, ma grazie) e di storie straordinarie che, essendo capitate a oriente e non a occidente, non sono rimaste appiccicate al nostro immaginario. Una su tutte: 15 agosto 1974, il giorno dell’indipendenza sudcoreana. Il padre padrone  Park Chung-hee ha aggirato la Costituzione ed è al suo terzo mandato. Deve tenere un discorso a Seul, in diretta nazionale. Mentre Park parla, un uomo spara, colpisce l’amatissima first lady Yuk. Lei e gli altri feriti vengono rapidamente portati via, Park riprende subito la parola. Dice gelido: “Posso continuare”. Yuk morirà poche ore dopo in ospedale. Pompili mette insieme questi frammenti, ci dà tutto quel che serve per ricomporre un’immagine nitida di cos’è il senso del potere nel mondo asiatico, di cosa vuol dire sentirsi leader e sentirsi popolo. Illumina angoli che sono spesso nell’ombra, ci lascia lì a chiederci se Donald Trump abbia mai assaggiato il “gamberetto della discordia” che gli hanno propinato i sudcoreani facendo infuriare i giapponesi, e soprattutto perché mai Barack Obama non abbia mangiato le frittelle di “Kiss me Licia”. Giulia Pompili ci porta in mezzo ai figli di questo secolo asiatico, alle loro aspirazioni e ambizioni, che superano la capacità di misurarsi con i vicini più o meno ingombranti, e che diventano un approccio nuovo capace di  riscrivere anche il patto di convivenza. Sotto lo stesso cielo sì, ma pure oltre questo cielo, e sopra.

  • Il “ritorno all’originale perduto” di Ghirri, fotografo filosofo dell’immagine
    by Luca Fiore (Il Foglio RSS) on Giugno 12, 2021 at 8:00 am

    L’evento dell’anno nel mondo dell’editoria italiana di fotografia è l’uscita di un libro che non contiene neanche un’immagine. Si tratta di Niente di antico sotto il sole – Scritti e interviste di Luigi Ghirri (Quodlibet, €22 euro). Il fatto notevole è che, nonostante il fotografo di Modena, scomparso nel 1992, sia stato riconosciuto a livello internazionale come uno dei maestri del secondo Novecento e che questa raccolta sia uno dei libri più affascinanti che si possano leggere sul tema della fotografia, il volume era da tempo diventato irreperibile. Chi avesse voluto studiare il pensiero di Ghirri doveva procurarsi la versione inglese pubblicata da Mack.   L’edizione originaria, uscita nel 1997 per la Sei, e di cui quelle odierne, italiana e inglese, sono figlie, era stata curata da Paolo Costantini, che raccolse ed editò i testi, e da Giovanni Chiaramonte, che propose un’antologia di immagini. Il titolo di quel libro, infatti, era Niente di antico sotto il sole – Scritti e immagini per un’autobiografia. Nella convinzione che Ghirri, la propria storia, l’avesse scritta in egual misura con le parole e con le fotografie. Oggi il volume di Quodlibet propone, al posto della nota all’edizione di Chiaramonte e della premessa di Costantini, il saggio che Francesco Zanot aveva scritto per Mack.   Con questa operazione si tenta di sanare una grave lacuna nel panorama della saggistica e permetterà al libro di Ghirri di entrare in modo permanente nell’elenco dei testi imprescindibili per chi voglia leggere e capire di fotografia. Anche se il consiglio ai librai è di inserire il volume nella sezione “saggi d’arte”. Il suo posto è quello.   Il percorso di Ghirri, infatti, prende avvio non nei circoli fotografici come era avvenuto per alcuni grandi che lo avevano preceduto, come Paolo Monti o Mario Giacomelli, ma nell’ambiente dell’arte contemporanea. E la riflessione che emerge dalle sue pagine è figlia di un dibattito innervato dalle istanze dell’arte concettuale che, spesso, metteva in discussione, sul piano teorico, la possibilità dell’immagine in quanto tale. E lo stesso Ghirri concepisce in maniera problematica la pratica iniziata con Daguerre, che definisce “l’enigma fotografia”. Sin dalla sua scoperta, “una interminabile sequenza di domande sono arrivate ai nostri giorni senza che uno solo dei problemi e dei quesiti che accompagnano la fotografia abbia avuto risposta”. Daguerre, per Ghirri, “avvicinandosi per primo alla frontiera del ‘già visto’ e contemporaneamente del ‘mai visto’, intuisce che da quel momento la vita degli uomini sarà accompagnata da questo doppio sguardo, da uno scarto, una specie di alone che abiterà persone e luoghi”. Da qui quel suo fare il verso al Libro dell’Ecclesiaste: “Niente di antico sotto il sole”.   Un enigma che attraversa i fotografi da lui amati, soprattutto americani: Walker Evans, William Eggleston, Robert Adams. Ma anche giovani allora ancora sconosciuti come Vincenzo Castella. E’ una prosa che cita maestri della pittura, grandi della letteratura, filosofi, e il “suo” Bob Dylan. Ma c’è soprattutto la domanda sul significato dell’arte e della vita. “Quello che ci è dato di conoscere, raccontare, rappresentare non è che una piccola smagliatura sulla superficie delle cose”, scrive nel 1988. “Questa consapevolezza è anche il desiderio, forse ingenuo, del ritorno a uno stato di purezza, un grado zero della visione”. Altrove Ghirri usa l’espressione: “ritorno all’originale perduto”. Perché, spiega, “questo sentimento dell’origine delle cose è il punto da cui parto per guardare nel paesaggio, sapendo che non esistono risposte definitive, ma continuando a interrogarmi, perché nel gesto di pormi continuamente la domanda è contenuta la risposta”.  

  • Fashion Confidential, un podcast di Mariella Milani racconta il lato oscuro della moda
    by Claudia Casiraghi (Il Foglio RSS) on Giugno 12, 2021 at 7:38 am

    La moda, con il suo mondo sgargiante di passerelle, lussi e bellezza, ha anche una faccia oscura. “È un universo 'di lustrini e pugnali'”, dice Mariella Milani, storico volto del Tg2 che Clemente Mimun, nei primi anni Novanta, volle come voce della moda, nel suo essere fenomeno di costume, espressione sociale e fatto economico. Un panorama, a volte violento e criminale, che Milani ha ricostruito su Spotify in una serie podcast, adattamento del libro scritto per Sperling Kupfer, Fashion Confidential (2021, pp. 2567, euro 16,05). “Perché la creatività, ormai, latita, e i risvolti dark della moda sono infiniti. Oggi, abbiamo il Me Too, la lista nera dei fotografi e delle molestie sessuali. Ma questo resta un sistema chiuso, all’interno del quale più che altrove operano narcisismo, lobby e logiche di potere”.      “È una vita faticosa, quella di chi lavora con l’industria del fashion”, dice Milani. “Credo, a dirla tutta, che non sia possibile fare a meno di droghe per lavorarvi. Moda significa aerei, viaggi interminabili. Significa dormire poco e avere l’urgenza di presentarsi sempre al massimo splendore, con la pelle levigata, con l’abito giusto. Le performance richieste sono altissime e, spesso, finiscono per essere incompatibili con il decorso di una vita normale, di un’affettività normale”. Un fattore, questo, che se contestualizzato all’interno di un sistema di potere oligarchico potrebbe spiegare, almeno in parte, perché tanta brutalità si sia consumata dove avrebbe dovuto esserci, unicamente, la magnificazione della figura umana. Storie di modelle in declino e di stilisti che perdono il senno. A volte, la vita. Gianni Versace è stato ammazzato sui gradini della villa che chiamava casa, a Miami. Maurizio Gucci si è accasciato nell’androne di un palazzo milanese, pochi passi oltre piazza del Duomo. E in quel luogo è tornata Lady Gaga, artista scelta perché l’omicidio del patron Gucci possa essere raccontato una volta ancora, al cinema, per la regia di Ridley Scott. Che è stato l’ultimo a decidere di frugare nel lato oscuro della moda, per raccontare sotto una nuova luce una fra le storie più note: una moglie tradita, una giovane amante, ricchezza, sesso, potere. House of Gucci, le cui riprese sono in corso fra Milano, Roma, il lago di Como e Gressoney, è la trasposizione di quel che spinse Patrizia Reggiani a ordinare l’assassinio dell’ex marito. Ma, mediaticamente, è l’ultimo adattamento di un micromondo, quello delle passerelle, che è fonte inesauribile di cupi e tristi epiloghi umani.   “Nel podcast, come nel libro, ho cercato di restituire il mio punto di vista”, dice Milani, che nella serie audio ha potuto trovare una possibilità di approfondimento che la carta stampata le ha negato. “Ogni capitolo ha il titolo di un film. Comincio con La finestra sul cortile di Hitchcock per arrivare al caso di John Galliano, licenziato d’improvviso dalla Lvmh per aver rivolto insulti antisemiti a una coppia di ebrei. Galliano, che ubriaco si sentiva inneggiare a Hitler in un video amatoriale, disse di essere stato provocato e qualcuno suggerì che gli fosse stata tesa una trappola: ipotesi plausibile, nella moda si è implacabili con chi si vuole far fuori”, ricorda la giornalista, che ripercorre anche il suicidio di Alexander McQueen, trovato impiccato alla vigilia del funerale della madre. "'Prendevi cura dei miei cani, li amo, Lee', ha lasciato scritto, lui genio tormentato di un passato che torna e tornerà ancora".

  • Giorgio Li Calzi, in silenzio sotto le stelle del jazz
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Giugno 12, 2021 at 7:22 am

    Ha suonato con mezzo mondo. Frase iperbole che nel caso di Giorgio Li Calzi, trombettista e compositore, suona invece esatta. In servizio permanente sotto le stelle del jazz, Giorgio non si fa mancare niente. In queste settimane è immerso nella direzione artistica (insieme a Diego Borotti, compositore e saxofonista) del Festival Jazz di Torino, in scena dal 19 al 27 giugno, oltre che nella raccolta fondi e programmazione dell’altra sua creatura, il festival CHAMOISic a Chamois, che andrà in scena tra luglio e agosto.   “Sono lento, faccio l’organizzatore da disorganizzato, quindi sono sempre in ritardo. Con senso di colpa”. Esordisce così quando finalmente riusciamo a ritagliarci un tempo al telefono, dopo aver abbandonato la soluzione Skype, “dovrei andare a recuperare la password…” Basta la voce: in fondo è tutta una questione di suono. E di silenzi. E lui ha appena pubblicato una sua personale versione di Enjoy the silence, nella quale ha innescato, sull’asse digitale New York/Torino, gli “assoli da un altro pianeta” di Arto Lindsay. Il chitarrista che sarà uno dei più golosi appuntamenti al Festival di Torino, la cui esplosiva programmazione si può sgranare come un rosario su Torinojazzfestival.      L’artista si ritrova imprenditore. “E deve imparare a far di conto. Per dire: fino al 2018 il TJF si faceva ad aprile, in piazza, temporali che vanno e vengono, concerti che saltano, butti un sacco di soldi. Quando ci hanno chiamato a dirigere abbiamo dirottato i concerti alle OGR Torino, l'ex officina di grandi riparazioni, diventata oggi una sorta di cattedrale. Prima della pandemia ospitava 1.200 posti seduti e il doppio in piedi. Adesso saranno la metà. Abbiamo chiesto a tutti gli artisti dell’edizione 2021 di fare un doppio concerto allo stesso cachet, così noi recuperiamo l’introito e il pubblico recupera il concerto”.   Dare i numeri, da una parte, e dall’altra avere la presunzione che quello che è bene per te sia bene comune. “Per un direttore artistico non può essere altrimenti. Nei Festival cerchi di portare riflessioni. Il nostro quotidiano si fonda su rassicurazioni, l’arte invece può, forse deve, osare. Dare prospettive inaspettate. Nel teatro la comunità si raccoglie per aprirsi. Entri, e non sai come ne esci”.   Sgattaiolare fuori dalla grande aspirazione dell’intrattenimento. “Noi dobbiamo portare da un’altra parte, lontano dal mediatico. Chi viene al Festival ha intimamente voglia, bisogno di scoprire, e stupirsi. Ci si allena anche, al cambiamento”.   ‘La tradizione è custodire il fuoco, non adorare le ceneri’, è la citazione di Gustav Mahler nella presentazione del Festival di Diego Borotti. Come si fa? “Partendo dalla comunicazione, per esempio. Oggi viviamo in un crossover permanente, la cultura pop rimastica il passato, allora come claim abbiamo scelto immagini che parlassero a un pubblico eterogeneo, non solo a vecchi tromboni del jazz come me: ci siamo affidati al collettivo torinese Bounty KillArt, il visual di questa edizione saranno le loro sculture, statue irriverenti verso il classico, ma che allo stesso tempo lo usano e riconoscono. Tipo una Venere dei Medici con in mano il Mocio Vileda”.   Deraglio qualche secondo sul monitor per andare a spiluccare le foto di queste statue antiche alle prese con oggetti da terzo millennio. “Un’idea semplice, ma rispecchia l’intenzione, e soprattutto fa lavorare artisti del territorio. Cerco di farli conoscere fuori dalla cerchia consolidata. Un altro sarà Donato Sansone, geniale animatore: suo sarà il teaser. Faccio a loro quello che vorrei facessero a me: Caro Giorgio, con chi vorresti suonare? Prego! Se interagisci con un artista di New York, ricevi uno stimolo incredibile, diventi migliore. Pensa che in Norvegia, dove già negli anni 60 c’erano reti tra festival jazz, pagano gli artisti per fare tournée in America. Di ritorno, poi, la loro ospitata avrà ancora più valore. E infatti c’è una scena musicale eterogenea e straordinaria. Noi qui invece tutti a marchettare, che dobbiamo arrangiarci, perché nessuno ci sente.”   Ci sarebbe da rivedere qualche stereotipo sulla freddezza del nord. O semplicemente valutare l’esistenza di un diverso calore. Intanto saliamo nel nostro Nord, a Chamois, nella valle del Cervino, dove da dodici anni porti a casa il Festival CHAMOISic. È il comune più alto d’Italia. Quello più vicino al cielo. “Certo, il cielo ce l’hai addosso. Ma credo che a rendere questa sorta di magia sia il fatto che non ci siano le auto. Raggiungi il comune solo dalla funivia, 880 metri di dislivello. O 6 km a piedi di sterrata. Insomma, hai un motivo concreto per andarci. Quando arrivi poi sei già in un palcoscenico. Questa edizione saranno due giorni a Chamois, 31 luglio e 1 agosto, più altri concerti nei comuni vicini, nelle valli intorno. Ogni anno non sappiamo se ce la si farà. Ma sappiamo che dobbiamo farcela.”   Perché resister non si può, al ritmo del jazz. “E allora bisogna presentare qualcosa che non sia ostile, significa chiedersi: dove siamo, chi ci ospita, che esigenze ha. A Chamois ancora di più. Ci sforziamo di spiegare, di avvicinare a quello che proporremo. Non possiamo portare Bob Dylan, si creerebbe una violenza, un deturpamento. A Chamois ci sono due hotel aperti, e tre chiusi da non so più quanto. Novantanove abitanti. L’ultima funivia sale alle 22.30. Se la perdi resti dove sei. Sei sempre in una dimensione di coprifuoco. Hai sempre delle regole.”   L’anno scorso ci avete fatto un film, al posto del festival. “Abbiamo filmato otto artisti, che potessero raccontare cosa vuol dire un paese che vive l’isolamento sempre, anche senza pandemia. A parte i brevi periodi a cavallo di Natale, Pasqua e Ferragosto. Le performance filmate di questi artisti volevano popolarlo. Idealmente, perché non c’era nessun pubblico.”      Nel video che accompagna la vostra Enjoy the silence c’è invece una Torino disabitata, fotografata da Alessandro Albert durante il lockdown. Una città in bianco e nero, con i palazzi e le strade che si piegano, lacerano, deformano, si staccano e inghiottono. “E quel duomo che cade come un telo teatrale. È una specie di buco nell’anima, un lutto al quale ti adatti. E alla fine, ritorna la prima immagine, però colorata dal figlio di Massimo Violato, autore del video. La realtà è sempre la stessa, ma vista con gli occhi di un bambino”.    Ti senti un esploratore? “Solo se può esistere un esploratore pigro. La maggior parte dei miei incontri nascono nel caso. Ho preso spesso quello che trovavo per strada. Non so, frequentando i Murazzi, per esempio. Mamady Koyaté l’ho sentito cantare ‘O sole mio’, con l’accento francofono, e m’è venuto di proporgli di fare un disco di canzoni napoletane, dove non ci suona nemmeno un napoletano. In questo anno poi che eravamo tutti bloccati siamo stati più vicini. Ho lavorato tanto e con artisti di tutto il mondo: tutti nel nostro studio, cercando di sopravvivere, facendo le cose che volevamo fare, nel modo migliore. Alla fine si può chiamare fortuna”.   La fortuna di vivere adesso, questo tempo sbandato, Fossati docet. Tu sbandi tranquillamente dalla rockstar brasiliana Lenine, a Wolfgang Flür dei Kraftwerk, per stare a un singolo esempio. Dal suono bollente, “di chi suda e percuote”, a quello sintetico, da tavoletta inanimata e suoni dello spazio. “Gli stimoli opposti sono fantastici. Io vorrei, cerco, con tutti, di essere sempre più minimalista”.   Togliere è sempre una conquista. Ma noi continuiamo ad aggiungere. La fitta rete di connubi nostrani. Il teatro, ultimo una Medea, i reading accanto ai maggiori scrittori italiani. “Ho scoperto libri che non avrei mai letto. E che anche la musica è qualcosa da raccontare”. Un Premio Ciampi vinto insieme a un personaggio fuori dal jazz come Johnson Righeira. “Ci conosciamo da 40 anni. Fu travolto da un successo clamoroso che aveva vent’anni, o poco più. Io avevo qualche anno meno. Abbiamo sempre fatto cose insieme. Siamo sempre rimasti amici”.   Anche tu hai avuto un successo pazzesco. Dai tuoi, di vent’anni, quando inizi a comporre jingles per radio e tv, Birra Moretti, Pampers, FIAT, i tre più clamorosi. La tromba viene dopo. “Ho iniziata a suonarla a 25 anni, quando già suonavo un po’ di tutto, e incassavo alla grande con i jingles. Mi verrebbe da dire che ho smesso di fare soldi veri, grazie alla tromba. Andavo a queste jam session a Milano e per avere il coraggio di suonare uno strumento alle prime armi ho imparato anche a bere, a 25 anni. Come bevitore rimango però di scarso talento.”   Come trombettista ti è andata meglio. Avevi una predisposizione? “Credo. Nonostante abbia iniziato tardi il suono l’ho trovato alla svelta. La tromba è un estensione della voce, è il tuo suono. Ed è una continua ricerca”.   Un’autoanalisi permanente. Baciando un bocchino. Lo so, suona gretto. “Ci sono anche le pompe. E quando scrivono: Giorgio Li Calzi tromba, è molto ben augurale. Più che un bacio è però una pernacchia, quello che fanno le labbra per ottenere il suono.”    La dissacrazione è completa. Torniamo alla nobiltà di questo suono. “Il labbro è banalmente un muscolo. Noi trombettisti ci prepariamo per raggiungere la nota più alta possibile, che non useremo mai. Io passo la maggior parte del mio tempo ad allenarmi. E uso la sordina Harmon, la stessa di Miles Davis, perché non voglio che i miei vicini ascoltino ogni giorno le stesse note, lo stesso esercizio. E così, il mio suono diventa quello con la sordina. Se tu parli sempre con un microfono, la tua voce finirai per riconoscerla naturale con un microfono”.    Più che ai locali fumosi degni di un Miles Davis, il trombettista, in Italia, fa subito pensare alle bande del paese. “Per fortuna che ci sono, aggregatrici, fanno cultura popolare, moltissimi jazzisti che ho conosciuto hanno cominciato in una banda”. Dove soltanto la tromba, può suonare il silenzio.

  • L’iperrealismo di Kafka, che rompe i meccanismi di una realtà oppressiva
    by Elisa Veronica Zucchi (Il Foglio RSS) on Giugno 12, 2021 at 7:17 am

    Se Franz Kafka fosse iperrealista, come sostengono Deleuze e Guattari (Kafka. Per una letteratura minore. Quodlibet, riediz. 2021), come si giustificherebbe la spada di Damocle di una colpa originaria che pende su tutta la sua opera? O, meglio, cosa significa iperrealista e, ancora, è iperrealista il concetto di colpa originaria, insomma di quale colpa stiamo parlando? O si tratta di qualcos’altro? Pensando anche a Sorvegliare e punire di Foucault, il filosofo e lo psicanalista rispondono che la pena viene prima della colpa.     “Noi siamo pensieri nichilistici, (…) pensieri di suicidio che affiorano nella mente di Dio”, ironizza Kafka colloquiando con l’amico e curatore Max Brod (cit. in W. Benjamin, Angelus Novus, Einaudi, 1962, pp 265-6). Siamo in prigione e ogni via di fuga si arrende dinnanzi a un ingresso sbarrato, all’interdizione. In Davanti alla legge (questo racconto è parte del penultimo capitolo del romanzo Il processo), dietro alla porta della legge, custodita dall’“infimo dei guardiani”, appare uno splendore inattingibile pari, in potenza, allo sbarramento che rende inaccessibile l’ingresso.   L’ingresso è un inganno, una falsa prospettiva di fuga. “Il Castello ha molteplici ingressi ma non si sa bene quali siano le leggi che ne regolano l’uso e la distribuzione. L’albergo di America ha innumerevoli porte (…), e persino degli ingressi e delle uscite senza porte. Pare tuttavia che la Tana, nel racconto omonimo, abbia una sola entrata – tutt’al più la bestia pensa alla possibilità di una seconda entrata, che avrebbe una pura funzione di sorveglianza. Ma è una trappola, della bestia e dello stesso Kafka; tutta la descrizione della tana è fatta per ingannare il nemico” (Kafka. Per una letteratura minore, p. 7).   Come nella litografia “Relatività” di Escher, che ricorda per la complessità dell’architettura la Tana di Kafka, ci troviamo di fronte al paradosso di una partita giocata su molteplici scale/gallerie/scacchiere che nascondono tranelli, botole e labirinti. Tuttavia nel quadro c’è un “fuori”, luminoso, dove vediamo passeggiare una coppia abbracciata, mentre in Kafka il fuori è piuttosto una stanza contigua, un corridoio, un ritratto o un suono. E i ricordi si cristallizzano negli oggetti. L’iperrealismo di Kafka non si svela attraverso la rassegnazione dei suoi personaggi, che invece è fatalista, metafisica, ma risiede – come hanno visto bene Deleuze e Guattari – nel potere metamorfico e nell’acribia di un linguaggio “diabolicamente innocente” e profetico, che scardina dall’interno il meccanismo oppressivo e burocratico della realtà sociale e politica. Appoggia sui gangli del Sistema una lente d’ingrandimento che è un bisturi.     Ne deriva un’ipercomicità. Che è tutto il contrario del comico, poiché si sottrae al tragico per giocare con l’osceno. Perciò moltiplica gli ingressi e le gallerie: è necessario nascondersi, poiché siamo nudi di fronte al nostro desiderio, financo ripugnanti. Se ne Le metamorfosi il borghese Gregor Samsa si trasforma in un inaudito insetto, se il “divenir animale” di un uomo accade, è perché v’è un eccesso di realtà che non può essere uniformato, un’esplosione del desiderio che, malgrado tutto, vuole dire la sua, fuggire. L’ebreo boemo Kafka, nato a Praga, scrive in tedesco, in quel tedesco della “Praga magica” che è una “lingua minore”: una lingua in cui confluiscono ceco, tedesco e yiddish, in una mescolanza che è, di per sé, al contempo, vicinanza ed estraneità. Proprio da lì Kafka ci parla, gridando e sperando come il suo infante Odradrek, l’ingarbugliato rocchetto da refe che non si lascia prendere.

  • L’America in trasformazione vista dal suo cuore artistico, Minneapolis
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Giugno 12, 2021 at 7:06 am

    "Tutti hanno questa idea di una città dimenticata da Dio. Invece è la quindicesima area metropolitana degli Stati Uniti, la capitale del flour market e delle multinazionali del food legate al grano e alle farine. Città ricca, ovviamente anche conflittuale. Molto liberal nei suoi quartieri centrali, molto conservatrice attorno e nei suburbs”. Lo dice uno che Minneapolis la conosce bene, Vincenzo De Bellis: che ci vive dal 2016, da quando è curatore – e direttore associato per i Programmi e le Arti visuali – del Walker Art Center, uno dei “big five” dell’arte contemporanea americana. Tutti (quasi) si sono fatti l’idea che Minneapolis sia una città di violenza e guerra razziale, il buco nero in cui un anno fa George Floyd è morto soffocato dal ginocchio di un poliziotto bianco. Il luogo in cui la nuova guerra civile americana s’è accesa e dove, ad aprile, una sentenza esemplare ha cercato di spegnerla. Con esiti incerti. Tutti abbiamo un’idea vaga di Minneapolis, sorride De Bellis, ma questa città è soprattutto altro, “è un centro di propulsione culturale di prima grandezza, dopo Chicago la città più importante del Midwest”. E oggi più che mai è il centro naturale di un cambiamento. Che si può comprendere proprio attraverso il Walker Art Center, un museo-mito nella cultura americana che è venuto a farsi conoscere a Firenze, nelle sale rinascimentali di Palazzo Strozzi. Il Walker può aiutare a capire cosa sta accadendo nella società americana, ci spiega De Bellis in una conversazione. Ma prima bisogna conoscerlo. “E’ un luogo che propone gli sviluppi più estremi dell’arte dei nostri tempi, un concentrato di quello che l’America rappresenta. Ce l’ha scritto nella sua storia. Nasce nel 1874 quando un uomo d’affari, Thomas Barlow Walker, inizia una collezione d’arte molto eclettica, dalle giade cinesi alla pittura di paesaggio, che diventa una delle più importanti del Midwest. E decide di aprire le porte di casa sua a tutti: la prima galleria d’arte pubblica a ovest del Mississippi”. Sopravvissuta alla Depressione, sarà la mano pubblica del Minnesota Arts Council a trasformare il museo di T.B. Walker in un centro artistico modello, un “luogo per tutte le arti”. E’ questo il Dna, sempre in crescita nei decenni: non solo un museo, ma un laboratorio che spazia dalla pittura alla videoarte, dal cinema ai programmi educativi, al dialogo con i grandi musei nazionali e internazionali. “E’ nato come un esperimento: come costruire la promozione dell’arte e della cultura negli Stati Uniti anche al di fuori dei centri canonici, New York o le Coste. Per questo è da sempre anche un’icona della globalizzazione dell’arte americana, mai provinciale, mai chiuso: qui nel 1966 si fece una mostra sull’arte italiana, nel 1972 una dedicata all’arte giapponese”. Decenni fa. E ora che Minneapolis è l’epicentro simbolico del cambiamento americano, il Walker Art Center è sbarcato in un luogo che ha, a sua volta, una particolarità: l’ambizione di portare a Firenze uno sguardo contemporaneo. Palazzo Strozzi. Fino al 29 agosto “American Art 1961-2001” propone 80 opere di 55 artisti provenienti dal Walker. L’idea nasce da lontano. Le prime chiacchiere tra Arturo Galansino, direttore della Fondazione Palazzo Strozzi e co-curatore della mostra, e De Bellis sono del 2016. Operazione non facilissima, di mezzo ci si è messo anche il Covid, ma eccoci. Una cavalcata fra opere importanti della collezione americana, molte in Italia per la prima volta. Warhol, Rothko, Lichtenstein, Mapplethorpe, Matthew Barney, Kara Walker. Nei credits, aggiornati al nuovo mood inclusivo, si legge che “sono presenti le opere di 53 artisti, di cui 27 viventi e 14 artiste. Tra loro, 6 artisti afroamericani, 2 nativi americani e 1 ispanico”. Un’occasione, però, che va oltre la possibilità di vedere celebri icone come le “Sixteen Jackies” di Warhol: il tema sottile è la disputa odierna attorno al senso stesso dell’arte. Innanzitutto, la periodizzazione: dal 1961 al 2001. Perché? “Mettere in mostra è sempre scegliere, decidere. Ma poiché la storia del Walker è anche una storia americana, abbiamo scelto due simboli: l’arrivo di Kennedy coincide con il massimo della proiezione mondiale degli Stati Uniti, il 2001 rappresenta la fine dell’epoca dell’unica potenza”. E siamo al presente. Un oggi che inizia in realtà con le rivolte razziali del 1992 a Los Angeles, una cesura sociale mai rimarginata e che a spinto una generazione di artisti a mettere al centro i temi politici e sociali, le minoranze etniche e quelle sessuali. Artisti affermati, anche se non sempre noti dal grande pubblico, come Mike Kelley, Catherine Opie o Mark Bradford, una star nel panorama americano che ha rappresentato gli Stati Uniti alla Biennale del 2017. Su tutte Kara Walker, che ha dedicato il suo percorso poliedrico proprio alla rilettura della storia americana: la schiavitù, le violenze, le oppressioni sessuali. Proprio Minneapolis, con il Walker, è in un certo senso una capitale di questa storia che sta incidendo non solo nella politica americana, ma anche nella cultura. “E’ una cosa che vivendo lì senti in modo urticante, urgente – spiega De Bellis – Anche se ovviamente Minneapolis o la famosa ‘America profonda’, che più che altro è semplicemente sconosciuta, non sono solo guerra civile latente”.  Ma gli avvenimenti degli ultimi tempi danno maggior risalto a processi che esistono da tempo. Oggi che la letteratura o il cinema sono passati al setaccio dei principi di correttezza e inclusione, anche i musei devono stare attenti a quello che acquistano o mostrano? “Sì, molto più di prima. Il Walker, da questo punto di vista, ha una situazione di piccolo privilegio, perché è stato sempre concepito come un luogo di sperimentazione di tutte le forme d’arte, ha sempre avuto un’apertura maggiore. Ma non si può negare che ‘purtroppo’ il 90 per cento degli artisti collezionati nei musei siano maschi bianchi: questa era la realtà. Anche se il Walker ha iniziato almeno dagli anni '90 a dare spazio alle artiste donne e a background culturali diversi”. E’ un cambiamento importante. C’è qualche possibile forzatura? “Certamente è un cambiamento giusto e necessario. Anche se, con la mia personale sensibilità, che è europea, credo che se dietro a questa volontà di riequilibrio non crescerà un sistema educativo serio, non funzionerà. Diventare artisti non è un’improvvisazione, ci vogliono scuole, studi, maestri, istituzioni di alto livello. Se le donne o i neri non possono accedervi, è difficile diventare artisti. E’ ovvio che le politiche di inclusione siano utili, ma alla fine si pone anche un dilemma, per un curatore di museo: devo acquisire opere di valore o dare spazio ad artisti in base a elementi sociali, etnici? Scelgo per inclusività o per la qualità?”. Un dilemma che dovrebbe essere facile rivolvere, almeno in teoria… “Al Walker abbiamo sempre investito in qualità, conta solo la qualità. Non puoi esporre un’opera per la sola provenienza dell’autore. Ci vuole un processo che permetta ad altri background di crescere, ma ora non sempre c’è. Se non crei questo processo rischi di fare operazioni boomerang”. Per “boomerang” si può intendere anche il fatto che, sulla scia delle tensioni generate dal caso Floyd grandi musei come la Tate Modern hanno deciso di bloccare una mostra di Philip Guston, per paura che sul pubblico non sapesse giudicare “correttamente” le opere. “Sì, è un problema grave. Molti musei nel tentativo di essere inclusivi corrono il rischio di diventare censori, anzi di essere presuntuosi: la pretesa di farsi tutori di un pubblico che, evidentemente, non è ritenuto in grado di giudicare”. In Italia viviamo queste cose come un riflesso lontano. E viste dall’America? “Il clima effettivamente è molto pesante, anche al di là dei casi che fanno notizia. Ormai è all’ordine del giorno in ogni museo la discussione se un curatore bianco possa proporre o mettere in mostra – letteralmente ‘far vedere’ – il corpo di una persona nera. O se possa farlo un maschio con l’opera di artiste donne. Sto preparando, al Walker, una mostra che contiene molti nudi femminili: non nego di aver dovuto combattere molte resistenze per poterla fare. C’è un clima affilato, su questi temi. Ma credo sia compito delle grandi istituzioni culturali saper valutare”. La mostra di Palazzo Strozzi è una mostra per tutti ed è anche un gesto augurale per la rinata libertà di muoverci, di cui il turismo culturale fa parte. Allo stesso tempo il Walker è il racconto di un’altra America, che illumina le tensioni di oggi. Photo by OKNO Studio

  • J. Winterson brucia i propri libri e poi vede l’effetto che fa
    by Antonio Gurrado (Il Foglio RSS) on Giugno 12, 2021 at 7:00 am

    La storia della letteratura abbonda di autori che abbiano bruciato i propri libri: Gogol’ colto da crisi mistica, Joyce da crisi di perfezionismo stilistico, Bulgakov da crisi depressiva, Ottessa Moshfegh da crisi climatica (le era finito il combustibile e quella già scritta era l’unica carta rimasta per la stufa). Si trattava tuttavia per lo più di manoscritti, quindi l’auto-rogo poteva essere interpretato come tecnica piuttosto radicale per procedere a tagli e revisioni. Credo invece non fosse mai accaduto che uno scrittore bruciasse l’opera del proprio ingegno perché irritato dai blurb in copertina. Lo ha fatto venerdì Jeanette Winterson. La celebre romanziera femminista ha postato su Twitter la foto di un mucchietto di propri romanzi in fiamme; per la cronaca, si distinguono “Powerbook”, “Scritto sul corpo”, “Arte e menzogne” e “Passione”. Spiace dirlo, ma questi ultimi due in Italia ormai si trovano solo in rare copie usate, senza bisogno di piromania. Più che avanzare tuttavia una serena autocritica alla propria carriera letteraria – i libri in questione coprono un lasso che va dal 1987 al 2000 – Jeanette Winterson intendeva protestare contro i “cosy little blurbs” delle nuove edizioni Penguin, “quei blurb lindi e pinti che mi fanno sembrare narrativa femminile della peggior specie!”, addirittura col punto esclamativo. “Una fantasia, un vivido sogno”, “Un bel libro, a tratti tanto bello da lasciare senza fiato”, “Brillante, intelligente, divertente e delizioso”, “Crede nell’amore e nella bellezza”: i blurb incriminati sono questi. A quanto si nota dalla foto, Jeanette Winterson ha risparmiato la nuova edizione de “Il sesso delle ciliegie”, nonostante il blurb lo trovasse “ipnotico e favoloso”.   Un radicato luogo comune vuole che i libri non si brucino, non si strappino, non si gettino; permarrebbe dunque il mistero di cosa fare con le montagne di invenduto che costituiscono l’ampia maggioranza dei prodotti editoriali. Avvertenza per i lettori di “Fahrenheit 451” che in questo momento si staranno lacerando le vesti: resta inteso che non si gettano, non si strappano e non si bruciano i libri altrui, nel senso di proprietà di altre persone, senza bisogno di arrivare al caso limite del povero John Stuart Mill che un giorno scambiò per cartaccia il plico col manoscritto della “Storia della rivoluzione francese” di Carlyle e alé, camino. L’educato convincimento dell’intangibilità del libro è espressione di una pseudo-cultura secondo cui esso è buono come oggetto in sé: non va sciupato né spiegazzato, non va sottolineato né sgualcito, e per meglio venerarlo bisognerebbe tenerlo in una teca senza azzardarsi a leggerlo per timore che si consumi. Ha come correlativo oggettivo la moda d’antan di decorare le scansie con coste di libri fasulli, senza niente dentro ma perfettamente in ordine, che facevano arredamento.   Il falò liberatorio di Jeanette Winterson – il grosso delle copie omaggio l’ha dato in beneficenza, spiega, ma il fuoco le è servito per “sollievo spirituale” – rivela invece tre grandi verità. Primo, i libri sono oggetti come altri. Se non servono o non piacciono, se non soddisfano come si presumeva, chiunque può disfarsene come crede, il lettore o l’autore a maggior ragione. Secondo, i libri non sono il loro contenuto. Un blurb ipocrita, una fetente fascetta, una copertina squallida, un errore di stampa sono motivazioni più che sufficienti a condannare il singolo oggetto libro (quella specifica edizione, quella specifica collana) come prodotto di scarsa qualità, decidendo invece di privilegiare e salvaguardare un libro dal contenuto identico ma dalla forma più dignitosa.   La terza verità però è forse la più significativa, e non ha a che fare col rogo in sé ma col dettaglio che il sollievo dello spirito le sia derivato tanto dalle fiamme quanto dalla pubblicazione della foto dei libri bruciati. Il falò social di Jeanette Winterson dimostra che oggi, per uno scrittore, è molto più facile bruciare i propri romanzi che il proprio profilo Twitter.  

  • Anche dalla filosofia del Male si può uscire sani e salvi
    by Giulia Ciarapica (Il Foglio RSS) on Giugno 12, 2021 at 7:00 am

    “Il Male stesso è nostalgia, consapevolezza di aver perso l’occasione di sedere accanto al divino. Non vi è aldilà e non vi sono demoni in un mondo in cui tutti abbiamo occasione di morire”: Orazio Labbate ancora una volta mette tutti di fronte al fatto compiuto: non esiste un prima e un dopo, non c’è una vita e poi una “non più” vita, perché possiamo contemplare un solo modo di stare al mondo. Morendo. Entrare a gamba tesa è il suo punto di forza, ribaltare la prospettiva dell’horror come genere letterario, anche. Labbate è uno scrittore giovane ma sembra aver già vissuto nove vite dopo un viaggio attorno agli Inferi. Dai tempi de “Lo Scuru” e “Suttaterra”, iniziò a spargere i semi di un gotico siciliano che aveva tutta l’aria di guardare ai grandi classici (da Bufalino a Consolo tendendo la mano a Faulkner) senza dimenticare che dalla lezione del passato si trae ispirazione per capire a che punto siamo arrivati ora, nel presente, e lui con l’ultimo lavoro edito da Italo Svevo Edizioni, “Spirdu”, sembra aver trovato la quadratura di un cerchio infinito e mefistofelico. Al di là delle azioni rarefatte dei personaggi principali, l’esorcista Jedediah Faluci e la detective Kathrine Pancamo, quel che conta è la definizione di genere: in quest’horror filosofico si portano avanti due ricerche, esistenziale e stilistica, giacché il Cosa, intimamente connesso al Come, trasforma il linguaggio in lingua novella, capace di ridisegnare i confini di una vicenda con un lessico appropriato e surreale. Razziddu Buscemi protagonista de “Lo Scuru” torna sottotraccia a insidiare le vite di chi è nato dopo di lui, rivelando la sua essenza più intima di “cumpàri del Diavolo” e di Padre: “Vuoi dirmi che Dio mi sta avvertendo che solo con il Male risorto proprio nella persona a me più cara io avrò accesso realmente a lui?”, chiede l’esorcista, che con Satana ha scelto un rapporto diretto; non c’è risposta a quest’interrogativo perché la risposta è già nel dubbio scatenato dalla domanda: cos’è il Padre, dove si trova, perché si può arrivare a lui solo attraversando il Male? Il Padre è Dio, certo, ma è anche il padre di Jedediah e quello di Kathrine, che lei non conosce. Nella ricerca del paterno c’è anche un tentativo di salvezza, la luce in fondo al tunnel che non può essere altro che la luce di Dio.   Le solitudini di Jedediah e di Kathrine – che s’incontrano per caso alla locanda Spinacardidda lungo la strada per Butera, luogo d’origine e punto d’arrivo, là dove tutto nasce per morire e i ricordi del passato da remoti si fanno sempre più recenti – vengono sorrette da una sostanza malinconica, che a sua volta si nutre del Male perché il Male stesso è nostalgia, consapevolezza di aver perso l’occasione di sedere accanto al divino. Loro due – personaggi agli antipodi che si riconoscono subito, l’uno rapito dallo spaesamento dell’altra – vengono definiti non a caso “eroi della malinconia”, “accumuli di orrori”, “intelligenze fecondatesi nel dolore”, vittime nostalgiche “di un paradiso dal recinto spinato”. Ad attenderli, al termine del loro viaggio alla ricerca e alla liberazione del e dal Padre, c’è un’altra solitudine, quella di Butera, pronta a inglobarli senza consolazione. Labbate costruisce una filosofia del Male che, immersa in un rimpianto fatto di isolamento, ci restituisce la speranza di riavvicinarci al Padre, e lo fa dissotterrando paure lontane e nostalgie vicine, grazie a una lingua che della Sicilia ha tutto: il respiro, il tocco e lo sguardo gotico.  

  • “Il metodo Kominsky” per resistere alla dittatura del gender fluid
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Giugno 12, 2021 at 7:00 am

    In una scena della serie “Portlandia” – sfuggita ai radar dei programmatori italiani  perché troppo americana e di nicchia, l’unico possibile altro motivo è che siano impervi alla comicità contemporanea – due donne cercano di cambiare il pannolino a un neonato senza guardarlo. Sono le proprietarie della libreria femminista, un cliente non può puntare il dito e dire “lo vede lassù quel libro, me lo prende per favore?”: il dito puntato è già orrenda violenza maschilista. Bisogna cambiare la nipotesca creatura senza guardare se ha il pisello oppure no: “Sceglierà lei da grande il sesso che preferisce”.     “Portlandia” è finito nel 2018 (dopo 8 stagioni). “Il metodo Kominsky” con Michael Douglas vive e lotta insieme a noi, sulla questione dei generi, e delle complicanze che fanno aggiungere ai profili social il pronome gradito “al titolare dell’account”. La formula fin qui dovrebbe essere abbastanza neutra da non irritare nessuno. Si irriteranno tra un attimo. Il contesto, anzitutto: Morgan Freeman e un’allieva della scuola di recitazione diretta da Sandy Kominsky (così si chiama Douglas nel film) estraggono un proiettile da un cadavere squadernato per bene sul tavolo anatomico. “Come sta tua figlia?”, chiede l’assistente (asiatica) del dottore. “La mia progenie”, la corregge Morgan Freeman, che si dichiara nella versione inglese “grand zaza”, “grandpa” è sessista (i traduttori italiani suppliscono con “nonnix”). “Ma lei…”, azzarda sempre l’assistente. “Niente pronomi”, la zittisce Mr Freeman – ormai sono le particelle della discordia. Vanno avanti, tra “cisgender” e “fluid”, come modello di ruolo un pensierino lo merita anche Buzz Lightyear di “Toy Story”. Michael Douglas assiste alla scena, perplesso. “L’ho detto agli sceneggiatori, che a casa non avrebbero capito granché”. Uno pensa con terrore a quel che potrà succedere, ora che le regole degli Oscar – e ancora peggio, il “cosa dirà la gente? E se poi ci scatenano contro una cagnara?” – proteggono le minoranze, e le minoranze delle minoranze. Lo sbarco in una serie “classica”, o se preferite vecchio stile, come “Il metodo Kominsky”, vuol dire che la questione dei pronomi non è così di nicchia come potrebbe sembrare.  La terza stagione della serie parte più grintosa del solito, con la morte dell’agente di Sandy, nonché suo amico da mezzo secolo. Il Norman di Alan Arkin, in gara di bravura con Douglas, e convinto – lo dice in una delle prime puntate – che a una certa età i funerali sono l’unica vita sociale che ti tocca. Il suo funerale – da ebreo riformato – allinea discorsi uno più goffo dell’altro (la figlia di Douglas, Mindy, suggerisce dalle prime file: “Dovresti parlarne bene”). E nessuno ha ancora preso visione delle sue ultime volontà, che ben corrispondono alla regola di William Hazlitt, uno che conosceva bene il cuore umano: “Il testamento è l’ultima occasione che le persone hanno per fare dispetti, e quasi sempre ne approfittano”. Ci sono i beneficati come Mindy Kominsky – il patrimonio del defunto ammontava a 150 milioni di dollari – che subito progetta un matrimonio esotico. Complice l’ex moglie di Douglas, tornata dall’Africa dove curava i bambini poveri (è Kathleen Turner, diventata una paciosa signora da sex symbol che era in “Brivido caldo” di Lawrence Kasdan). Diseredati, la figlia e il nipote di Norman. Senza crucci pronominali, ne hanno molti altri. Lui stava in Scientology, lei ha combattuto con l’alcolismo. Ora vorrebbe i soldi del genitore per un rehab alle Galapagos, da chiamarsi “The Suite Surrender”. Nella vita bisogna sapersi arrendere, meglio farlo comodi su una sdraio con vista sull’oceano.

  • Come nasce il papocchio riciclato di Hirst a Villa Borghese
    by Fabiana Giacomotti (Il Foglio RSS) on Giugno 12, 2021 at 6:00 am

    Fra poche settimane, il “giardino dei ciliegi” di Damien Hirst, centosette pannelli dipinti durante i mesi di lockdown in un’urgenza di catarsi e già esposti in un immenso murale a Londra, andranno in mostra alla Fondation Cartier di Parigi fino a novembre. Non sappiamo se l’abbiate vista, riprodotta sui quotidiani d’Oltremanica e sui maggiori siti di critica d’arte; si tratta però di un’opera di impatto cromatico e forza vitale dirompenti almeno quanto appaiono invecchiati e ormai privi di ragione storica gli ottanta manufatti scelti dalla più grande operazione commerciale di Hirst, “Treasures from the wreck of the Unbelievable”, che quattro anni dopo la grande esposizione veneziana alla Punta della Dogana e a Palazzo Grassi, dall’altroieri sono comparsi alla Galleria Borghese, in una di quelle mostre modello “dialogante” fra antico e nuovo che al momento piacciono moltissimo ai curatori e che talvolta riescono molto bene, vedi la mostra dedicata ad Alberto Savinio a Palazzo Altemps. Come molti ricorderanno, i “Tesori”, progetto per il quale Hirst, all’epoca in caduta libera di consensi e quotazioni, ricorse al supporto finanziario di diversi partner fra cui François Pinault perché la faccenda costò cinquanta milioni di sterline nonostante si fosse ricorso alle fonderie cinesi, rappresentavano un divertissement intellettuale teso a esplorare il gusto e le capacità interpretative degli stessi collezionisti: l’artista si era inventato, con la maestria di un conoscitore della tradizione antica ma anche la furbizia di quel tale che a Napoli vendette migliaia di t-shirt con la cintura di sicurezza stampata sopra, la storia di uno schiavo liberato ricchissimo, Cif Amotan II, che nel I secolo avanti Cristo aveva perso tutta la sua preziosa collezione d’arte in un naufragio, poi fortunosamente e perigliosamente recuperata dallo stesso Hirst. Era, ovviamente, una colossale presa per i fondelli a partire dai nomi della nave, Apistos, cioè “l’incredibile” e dello schiavo (in anagramma “I am fiction”), che molti intellos trovarono oltremodo divertente. Per colmo di fortuna dell’artista e dei suoi mecenati, nell’estate del 2017 si era anche in pieno dibattito sulle fake news, che decuplicarono l’impatto della mostra, facendo sorvolare molti critici sulle evidenti pecche esecutive dell’insieme ben oltre lo sbandierato kitsch che, come ben si sa, è luogo molto amato dagli stessi intellos allorquando lo possano collocare in un museo e non, invece, nelle residenze dei Casamonica dove invece è molto facile trovare statue di arcieri in bronzo dorato del tutto simili a quelle esposte a Palazzo Borghese. Quelle ricchezze da palazzo di Erdogan o da oligarca russo con villa sul Lago Maggiore e Diana cacciatrice sulla biga in marmo rosa dominante il cocuzzolo della collina, non hanno retto all’evoluzione della storia. Quattro anni e una pandemia dopo, il gran ridere che si fece tutti alla Punta della Dogana si è trasformato in una vaga desolazione e in un certo senso di imbarazzo, anche per la schiacciante superiorità estetico-concettuale delle opere raccolte nella galleria rispetto a quelle di Hirst; questo, nonostante la bontà dell’idea di fondo dei curatori, Mario Codognato e Anna Coliva ufficialmente alla sua ultima mostra nella galleria che ha diretto con abilità per anni, e cioè mettere a confronto il trionfo della ricchezza e dell’avidità collezionistica della villa “di delizie” del cardinale Scipione Borghese, classico esempio dell’arricchito tardo cinquecentesco, con oggetti e opere adattissime al gusto degli arricchiti mondiali di oggi. Ma al di là di alcune oggettive similitudini nelle simbologie (la conchiglia barocca, per esempio) Hirst, che peraltro si è messo a dipingere fiori avendo colto come è giusto lo spirito del momento, non è Bernini e non è Canova: la percezione tattile del busto del cardinal Borghese nulla spartisce con il “sinner” in marmo nero della bottega di Hirst, e la “Venere vincitrice” di Canova rende oggettivamente inguardabile la “donna distesa” in marmo di Carrara del 2014, che sembrava terribilmente cheap a Venezia e adesso lo è in moltiplicazione geometrica. I solerti comunicatori della mostra alla Galleria Borghese (sponsorizza Prada, ma ci è stato specificato che trattasi della signora Miuccia, collezionista di Hirst dalla prima ora, non della Fondazione al momento impegnata con una mostra veneziana sui risvolti storici della pittura che è davvero eccezionale) ci avevano raccomandato molto la serie di spot paintings Colour Space, mai visti in Italia, incastonati fra i micromosaici e i dipinti su lavagna del primo piano. Sul tema pois multicolori, abbiamo visto molto di meglio anche dallo stesso Hirst. Resta invece, insoluto, il tema dei visitatori di allora e di oggi. La media, ne avemmo purtroppo la prova a Venezia piantandoci per mezz’ora davanti alla serie dei personaggi di Walt Disney trattati come reperti d’arte antica, capiva zero dello spirito di Hirst, non essendoci spiegazioni affisse in giro, e prendeva tutto per buono e autentico, al punto che ascoltammo con le nostre orecchie un padre americano spiegare serissimo che quella del vecchio Walt era una grande tradizione risalente ai “times of the Romans” (vedete che cosa succede a ridurre le ore di insegnamento di storia dell’arte; non osiamo immaginare chi ci arriverà in università a Roma post-cancel culture fra qualche anno). Per generazione, per formazione e per professione non siamo dalla parte di chi ama turlupinare l’ignoranza, anzi vorremmo emendarla, per cui ci ha vieppiù innervosito ascoltare che lo stesso livello di analisi si appuntava l’altro giorno alla Galleria Borghese davanti alle dee egizie fittizie dai seni rifatti a tronco di cono e poi sulla Leda di scuola leonardesca del primo piano che tre gentili signore non capiva perché mai “prendesse per il collo un’oca”. E’ la pura verità, eppure vi giuriamo che questa avremmo voluto inventarcela.

  • I 40 anni di Indiana Jones
    by Maurizio Stefanini (Il Foglio RSS) on Giugno 12, 2021 at 4:22 am

    Esattamente 40 anni fa, il 12 giugno 1981 uscì al cinema “Raiders of the Lost Ark”: in italiano, “I predatori dell’arca perduta”. Fu il film che lanciò il personaggio di Indiana Jones. Avventuriero archeologo che lì lotta contro i nazisti, ma che dopo il successo stratosferico di quella prima puntata sarebbe stato rilanciato nel 1984 in un prequel in cui affronta invece i Thugs e nel 1989 in un sequel di nuovo contro i nazisti e nel 2008 in un ulteriore sequel stavolta contro i sovietici. E una quinta puntata è di prossima uscita. Ma tra 1992 e 1996 Henry Walton Jones Jr., questo il suo nome vero e completo, fu anche protagonista di una serie di 33 episodi tv in cui arrivato a 93 anni lo vediamo raccontare eventi cui ha preso parte e personaggi storici che ha conosciuto tra il 1905 e il 1935, data del secondo film. “Le avventura del giovane Indiana Jones”. In più nel franchise sono compresi romanzi, fumetti, videogiochi, giochi di ruolo, Lego, giocattoli, attrazioni in parchi a tema. Steven Spielberg, il regista, era già diventato famoso con “Lo squalo” e “Incontri ravvicinati del terzo tipo”. Ma il soggetto e l’idea furono di George Lucas, che ci stava lavorando da otto anni. La spinta definitiva per poterlo realizzare gli era venuta nel 1977 dopo il successo alla regia di “Guerre stellari”, e da “Guerra stellari” viene il protagonista Harrison Ford. Pure di Lucas era il cane Indiana da cui viene il nome del personaggio. Indiana Jones non è tutto frusta, cappello Borsalino, borsa e giacca di pelle, è un mescolarsi di una trentina di personaggi storici e immaginari: dall’avventuriero archeologo italiano Giovanni Battista Belzoni, che tra 1816 e 1819 pose le basi dell’egittologia scoprendo le prime trombe faraoniche in circostanze e con metodi effettivamente da “Predatori dell’arca perduta”; fino a James Bond, passando in particolare per quel Professor Challenger che nei romanzi di Arthur Conan Doyle scopriva il “mondo perduto” dei dinosauri o per l’Allan Quatermain delle miniere di Re Salomone. Padri storici e letterari importanti che però si mescolano inaspettatamente ai fumetti. Per l’ambientazione del primo film infatti nulla è stato più importante che le storie di Paperone, Paperino e Qui, Quo e Qua narrate da Carl Barks. Sono gli stessi Spielberg e Lucas ad ammetterlo, nel momento in cui fanno iniziare “I predatori dell'arca perduta” con alcune sequenze trasposte di peso da “Zio Paperone e le sette città di Cibola" e “Zio Paperone e l'oro di Pizarro”. In particolare l’idolo d’oro che quando è rimosso dal piedistallo scatta una trappola che provoca una micidiale frana.    Attenzione, però. Proprio quella frana nella storia di Carl Barks provoca non solo la distruzione delle Sette Città con i loro favolosi tesori, ma pure la completa amnesia dei protagonisti, per cui quella vicenda sarà come non avvenuta. Tradotto in italiano come “La minimizzazione manipolatoria”, si intitola in realtà “La minimizzazione dei Predatori”, “The Raiders Minimization”, quel quarto episodio della settima stagione della sit com “The Big Bang Theory” in cui Sheldon dopo aver visto il film per 36 volte vuole guardarlo per la 37esima con la fidanzata Amy, e quella glielo smonta nella maniera più inesorabile. Anche senza Indiana Jones, gli spiega, i nazisti avrebbero trovato l’Arca, la avrebbero lo stesso aperta, e ne sarebbero stati lo stesso annientati. L’unico suo ruolo è consegnare l’Arca alle autorità Usa, che però la dimenticano in uno sconfinato magazzino di reperti top secret. In realtà, nei film successivi Indiana Jones avrà un ruolo un minimo più importante nella risoluzione degli eventi. In compenso, nei 33 episodi del “Giovane Indiana Jones” lo vediamo testimone della Storia forse ancora più impotente. Mata Hari è destinata comunque a essere fucilata; Charles De Gaulle è destinato comunque a essere ripreso nel suo tentativo di evasione ed a finire la guerra in prigionia; il tentativo di pace separata dell’Austria è destinato comunque a fallire.    Inizia già con ciò uno scenario complottista, che poi nei film si accentua in temi di fanta-archeologia alla Peter Kolosimo, Martin Mystère e Uomini in Nero. Roba all’epoca innocua, e funzionale semplicemente a conciliare certe spettacolari scoperte con un mondo reale in cui l’Arca Perduta, il Santo Graal o il Teschio di Cristallo restano oggetti favolosi. Ma a rivederli oggi, in epoca di cospirazionismo sempre più imperante nei social, iniziano a essere forse inquietanti. Ma il giovane Indiana Jones mero testimone ricorda in maniera impressionante anche un altro eroe che agisce a cavallo della Grande Guerra in contemporanea a lui: il Corto Maltese di Hugo Pratt. Forse perché la coincidenza è probabilmente casuale, fa riflettere di più. Sono sia Indiana Jones che Corto Maltese metafora dell’arrivo di un mondo ormai talmente complicato che l’eroe vi può solo provare a fare bella figura, perché è ininfluente in come le vicende si sviluppano? Dopo l’età degli Dei, l’età degli Eroi e l’età degli Uomini teorizzate da Vico, e a cui qualcuno ha poi aggiunto una età dei Popoli, l’età dei semplici Cronisti. A cui, come a Corto Maltese, alla fine viene semplicemente il torcicollo per aver passato tutto il tempo a guardare in alto.

  • La cronaca nera s’incrocia con la “wokeness” e su TikTok si rifanno i processi
    by Greta Privitera (Il Foglio RSS) on Giugno 12, 2021 at 4:13 am

    Per Sofia, 16 anni, la questione è semplice: Lyle e Erik hanno ucciso i genitori con quindici colpi di pistola, sbagliatissimo. Li hanno trucidati, hanno dilapidato il patrimonio di famiglia tra viaggi, ristoranti (comprati), Rolex e macchine di lusso, ma l’ergastolo non lo meritano perché quel padre e quella madre abusavano di loro fisicamente e psicologicamente da quando erano piccoli.    Qualche settimana fa, nella pagina dei “Per te” di TikTok, a Sofia è uscito il video di una tiktoker che spiegava la vicenda dei Menendez, due fratelli americani che nel 1996 sono stati condannati per omicidio. La semi influencer spiegava agli altri giovani utenti come erano andate le cose e li esortava a unirsi alla battaglia per chiedere la revisione della pena, secondo lei ingiusta. Sofia, incuriosita, ha cliccato sul video seguente. Poi su quello dopo ancora, e ancora fino a scoprire che TikTok è invaso da clip di adolescenti – soprattutto americani – che in massa stanno pubblicando spezzoni del processo Menendez, condividevano le loro opinioni sul caso, chiedendo la stessa cosa a colpi di cancelletto: #freemenendez. L’hashtag ha riportato in superficie una storia finita nel dimenticatoio che ora fa quattrocento milioni di visualizzazioni sui social, numeri che Hollywood si sogna. Ma non è solo una questione di visualizzazioni e like.    La potente tribù di TikTok ha già fatto partire una petizione su Change.org da centinaia di migliaia di firme, e su Instagram pagine come @projectmenendez hanno organizzato una campagna per scrivere lettere da inviare a Gavin Newsom, governatore della California, con la richiesta di commutare la sentenza. Sofia si è appassionata così tanto alla vicenda che anche lei è andata su YouTube e si è riguardata tutto il processo, uno dei primi registrati e mandati in onda da Court Tv, che, oltre a essere stata l’emittente pioniera del true crime è stata anche la televisione che negli anni Novanta ha trasformato la storia dei fratelli Menendez in un fenomeno pop.   In breve, è andata così: il 20 agosto 1989, Erik e Lyle, 18 e 21 anni, sono entrati nella villa di famiglia a Beverly Hills dove vivevano Jose Menendez, il padre milionario, e la madre Kitty. A turno, hanno sparato una raffica di colpi che ha ucciso i genitori. Inizialmente gli inquirenti pensavano si trattasse di un omicidio di stampo mafioso, ma poi l’amante dello psicologo che seguiva i due ragazzi ha portato alla polizia una cassetta dove c’era registrata la loro confessione, e tutto è iniziato. Sofia dice: “Durante il processo, a un certo punto raccontano di quando il papà abusava di loro in doccia, uno strazio”.  Nel 1989, gli abusi sessuali non avevano la stessa rilevanza mediatica che hanno oggi, e la testimonianza in lacrime dei fratelli fu respinta come un tentativo disperato di sfuggire alla pena massima: per la giuria erano due avidi truffatori. In effetti, se i Menendez fossero accusati oggi, la storia potrebbe avere un finale diverso.    In questa vicenda, si sono incrociati due binari: la passione dei più giovani per il true crime e la maggiore sensibilità per i diritti dei minori e delle donne, portati avanti da movimenti come quello del #metoo. La fiction ha incontrato la realtà e ha fatto crescere esponenzialmente l’attenzione dei tiktoker sui Menendez, e politici e commentatori tv ne stanno riparlando. Ad alcuni è sorto un dubbio: ma se si rileggessero tutti i vecchi casi giudiziari con le lenti di oggi, probabilmente se ne dovrebbe rivedere la gran parte.    C’è un’altra questione che rischia di diventare pericolosa. Nelle scorse settimane, su TikTok era diventato virale il caso di Sophia Juarez, una bambina rapita nel 2003. Ogni mese c’è un processo sbagliato, un animale da salvare, un’ingiustizia che finisce nel mirino dei giovani “giuristi” che si fanno sentire. Un potere enorme che può diventare uno strumento di mobilitazione dell’opinione pubblica, ma che se mal gestito potrebbe essere usato anche in modo improprio. Il rischio è che il sistema giudiziario, la politica, l’opinione pubblica diventino ostaggio della forza mediatica dei social, finendo per essere di fatto costretti a intervenire, a volte anche fuori tempo massimo. Prima i compagni di classe di Sofia si consigliavano serie Tv come “How to get away with murder”, oggi si sono appassionati anche alla storia dei Menendez in un mix surreale tra fiction e vita. Dalla cella, i fratelli ringraziano.

  • La federazione con la Lega è il nuovo grande piano (aziendale) dei Berlusconi
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Giugno 12, 2021 at 4:04 am

    Il piccolo progetto della federazione con Matteo Salvini, il partito unico, è uno spicchio del più grande progetto che avanza in famiglia e in azienda: mettere a posto le cose. Sistemare. Tutto. Anche Mediaset e pure Mondadori. Proiettarsi nel futuro, dunque. Con ordine. Con la pace nel sangue. È da tempo che Marina e Pier Silvio Berlusconi ci pensano, ne parlano con il padre, soppesano ogni aspetto della questione. Sono ragionamenti ciclici. Ma sempre più frequenti, dicono. Stringenti. E infatti i pranzi del lunedì, ad Arcore, a casa del Cavaliere, con Silvio e Fedele Confalonieri, da qualche tempo, più che mai pare siano diventati lo sconfinato oceano da cui sorgono le bufere e i miraggi, si tracciano le rotte, s’immaginano i punti d’approdo definitivi per quell’incredibile vicenda umana, per quell’irripetibile romanzo (o musical, a seconda dei punti di vista), che va sotto il nome di “vita di Silvio Berlusconi”.   Il Titano ribelle, mezzo Prometeo e mezzo Anticristo, anomalo perché in conflitto d’interessi, in conflitto d’interessi perché anomalo, chiamato dal destino a imporsi, a distruggere, a dilaniare anche se stesso per trentacinque anni  in una battaglia e in una sofferenza sovrumane. Così, arrivato adesso al traguardo glorioso degli ottantaquattro anni, sconfitto persino il Covid come fosse la procura di Milano, attorno al Cavaliere invecchiato ma non domo, lui che continua malgrado tutto a smaniare e concupire al punto da immaginarsi sul serio candidato alla presidenza della Repubblica (“Meloni e Salvini me l’hanno promesso”), ecco che cala l’intelligenza protettiva degli affetti. È infatti con una certa dose di pragmatismo che ad Arcore, a Segrate, a Cologno Monzese e in via Paleocapa a Milano, assecondano, benedicono e spingono il piano della federazione con la Lega. Che poi significa partito unico, anzi “l’inizio di un percorso” verso il partito unico, come ha detto Berlusconi stesso la settimana scorsa a Mariastella Gelmini, Renato Brunetta e Mara Carfagna facendoli trasecolare. Ma quello che per il Sultano immaginifico è soltanto il penultimo rilancio della sua vita straordinaria e cantabile, per i figli e gli amici di una vita è invece una messa in sicurezza del grande Silvio. Padre e fratello acquisito. È la certezza di una via d’uscita onorevole per l’uomo attorno al cui carisma ludico e monocratico ha tumultuosamente danzato l’intera Seconda Repubblica.   Mettere a posto, si diceva. Ogni cosa. E infatti, mentre ci si avvia a una rapida ma accidentata fusione con la Lega, ovvero a un disimpegno da quella fatica quotidiana della politica che tuttavia porterà Berlusconi a essere il presidente del più grande partito d’Italia, ecco che la scelta politica s’intreccia con quella aziendale. Come sempre. Tutto conduce a una nuova visione del ruolo della famiglia nel capitalismo italiano ed europeo. Meno politica significa anche forse meno Italia, in prospettiva. E l’idea, sempre più precisa, sempre più messa a fuoco, dopo l’uscita da Mediobanca, è infatti quella di trasformare Fininvest, la holding famigliare, in una grande finanziaria sul modello Exor, la holding olandese controllata dalla famiglia Agnelli-Elkann. Spalancare l’orizzonte a nuove prospettive d’investimento. E dunque - perché no? - lasciare anche la guida diretta delle aziende editoriali.   E allora Pier Silvio potrebbe lasciare la guida di Mediaset nelle mani di manager capaci e sperimentati come Stefano Sala, l’attuale amministratore delegato di Publitalia, per affiancare così  la sorella Marina alla guida di  Fininvest. Una portaerei da varare nel mare grande della finanza internazionale. Il futuro è una verità schiusa a misteriose promesse, certo. Eppure cresce l’esigenza di rimettere a posto i tasselli della storia e della conquiste del Cavaliere. In forme innovative. Con un porto sicuro in Italia, ma lo sguardo rivolto anche altrove. Dunque quella che per Salvini è poco più di una trovata situazionista, la fusione dei partiti, poco più d’una mossa tattica per sommare i sondaggi di Forza Italia a quelli della Lega e poter così dire alla Meloni (che ieri ha superato la Lega): “Il leader sono sempre io”, per la famiglia Berlusconi è invece strategia. Ampia. Complessiva. Pianificazione minuziosa del futuro. Sono gli appunti per il dopo. Certo in mezzo a tutto questo c’è Lui. Come sempre.   Il Cav., ovvero  l’uomo eterno per il quale quello dell’erede (Salvini?)  è da sempre un gioco elusivo disseminato di innocui cadaveri. Un gioco al cui fondo c’è stato sempre e soltanto Lui: il sorriso appena accennato in una contenuta adorazione di sé. “Dopo di me il diluvio”. Berlusconi non ha mai sopportato nessuno che nemmeno lontanamente potesse essere il suo successore. Nemmeno con il suo sostegno. Al punto che in questo progetto, che per ora condivide, e che anzi dicono sia una sua idea, lui non s’immagina pensionato. Bensì elevato. Al Quirinale. Possibile? Inverosimile per chiunque. Ma non per il Cavaliere, che malgrado l’età pensa sempre che il fulmine (cioè lui) s’illumina la strada da solo. Per gli altri che lo circondano e vogliono proteggerlo, però è diverso. L’idea, alla fine, è sostanzialmente quella che Berlusconi resterà comunque. Anche senza Forza Italia. Come Lenin nel mausoleo. Attraverso un codice, un’efflorescenza, un’emanazione. Il leninismo e il berlusconismo. Una luce immortale e un conto in banca. Una piccola pattuglia di parlamentari con Salvini  e una holding finanziaria globale.

  • Il surreale timore dell’inflazione
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Giugno 12, 2021 at 4:02 am

    Gli analisti – indefiniti esperti che da qualche tempo non azzeccano le previsioni – sono spiazzati dall’impassibilità con cui le borse, a cominciare da Wall Street, hanno reagito all’inflazione Usa “volata” al 5 per cento. E dalla decisione di Christine Lagarde di mantenere gli stimoli monetari, pur senza unanimità nella Bce, a fronte di un rincaro medio in Europa dell’1,9 per cento, cioè l’obiettivo statutario della Banca centrale (“il 2 per cento o appena sotto”, andrebbe ricordato che questo standard deve anche essere durevole). In America si temeva che aumentassero i tassi, anche per l’eccessiva svalutazione del dollaro che la Fed ha come secondo obiettivo; in Europa che la Bce seguisse. Nulla per ora di tutto ciò, anche se certo i mercati non crescono in eterno. In realtà ciò che è surreale è il timore d’inflazione. Il mondo è reduce dal peggior biennio dal Dopoguerra, causato per giunta da un fattore esterno, che in Europa si aggiunge a un declino precedente.   E ora che le industrie tornano a produrre, le imprese e gli stati a investire e i consumatori a comprare, che cosa ci si aspettava dai prezzi? Che proseguissero con lo zero virgola? Bizzarro è anche il paragone americano con il trend del 2008: beh, l’anno prima era sotto lo zero e quello prima ancora piatto. La statistica è una tentazione facile che non tiene conto dell’effetto rimbalzo per cause straordinarie, come il Covid, e non prevede l’analisi qualitativa oltre che quantitativa. I prezzi oggi aumentano non solo perché sono stati compressi per due anni e la domanda torna tutta assieme (basta pensare ai viaggi), ma anche perché l’offerta di beni, specie durevoli, si è evoluta migliorandosi. Le auto ibride ed elettriche, e più care, ne sono un esempio. Le abitazioni green, i tessuti ecologici, tutto ciò che è riciclabile ha un costo maggiore, in gran parte finanziato dai governi ma in parte a carico dei consumatori. Pagare (un po’) di più per vivere meglio: vale la pena o bisogna chiamare i vigili del fuoco e la polizia?

  • Magistrati e politica: meglio tacere
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Giugno 12, 2021 at 4:00 am

    Enrico Letta critica il centrodestra per la candidatura di magistrati a Napoli e a Roma. Osserva che nell’esercizio delle loro funzioni possono aver avuto conoscenza di dati sensibili delle zone in cui si candidano. Replica Giorgia Meloni ricordando i magistrati che sono stati candidati ed eletti nelle giunte di sinistra, da Michele Emiliano a Luigi de Magistris a Antonio Ingroia. Hanno ragione e torto tutti e due. Se la legge permette di candidare magistrati anche nelle zone in cui hanno operato questo vale per la destra come per la sinistra. Se una legge che delimiti l’elettorato passivo dei magistrati non c’è, è colpa sia della destra sia della sinistra. Tradizionalmente si può dire che la primogenitura spetti alla sinistra, ma che ora la destra la imiti non è certo ragione di soddisfazione. Naturalmente si tratta di una questione delicata: limitare un diritto costituzionalmente garantito come l’eleggibilità si può fare solo sulla base di solide ragioni oggettive. Letta ne ha indicata una, la conoscenza di dati sensibili, che però non può essere generalizzata. Per esempio un magistrato che si occupa di diritto di famiglia conosce un certo tipo di dati, chi si occupa del controllo delle pubbliche amministrazioni ne conosce altri, evidentemente più contigui alle funzioni che eserciterebbe come sindaco o assessore. La complessità, che va ricordata per non cadere nella generalizzazione che è sempre nefasta, non giustifica l’inerzia della politica in questa materia. Invece di scambiarsi accuse dal sapore propagandistico, i leader dei partiti dovrebbero cercare soluzioni condivise (e costituzionali) a un problema esistente, altrimenti farebbero bene a tacere. Una delle ragioni della disistima per la politica sta proprio in questa abitudine a evocare temi reali al solo scopo di delegittimare gli avversari, invece che proporre soluzioni e costruire le alleanze necessarie per realizzarle. E anche questa volta sembra che le cose andranno così.

  • Il Michetti "rosso". L'altro cv del chiromante del diritto che sogna di guidare Roma
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Giugno 12, 2021 at 4:00 am

    Roma. Lo candida sindaco Matteo Salvini ma lo ha proposto “cavaliere al merito” Paolo Gentiloni. Perché Enrico Michetti, il “vedete Giorgia Meloni chi indica a Roma”, “il deejay amministrativista”, il “ma questo da dove viene?”, non andrebbe canzonato e sottovalutato? Non andrebbe preso in giro perché è la maschera capitale, l’uomo dal pensiero scorciatoia: “Ho più amici a destra ma ho buone conoscenze a sinistra”.   In Basilicata ha creduto nei suoi algoritmi giurimetrici “Talete” e “Pitagora”, e forse nei suoi pasticci (se ne è occupata l’Anac), il socialista-democratico, Marcello Pittella. Nel Lazio tutto la vecchia guardia del Pd lo ritiene “un esperto di contenziosi”. La prima volta che Michetti si è affacciato in regione era presidente Piero Badaloni che era l’esperimento rosso e indipendente, il primo dei mezzibusti Rai che hanno cercato di farsi interi. Ed era  una presenza nota ai funzionari del governatore Piero Marrazzo (non era la sinistra che nel Lazio cercava i suoi candidati a viale Mazzini?). Michetti, chi? Negli anni ‘90 ha ricevuto incarichi dall’Anci regionale quando alla guida c’era Ugo Sposetti che del Pci è il baffo identitario, “il comunismo te lo do io”.   Davvero il peggior modo per provare a superare Michetti alle elezioni è fare finta di non conoscerlo e rimpicciolirlo a mezzo speaker. Farebbero male il Pd, Carlo Calenda a scherzare sui suoi audio tribunizi, quelli da paglietta con il microfono, a irridere la sua trasmissione su Radio Radio “La pulce e il prof” (da una delle sue puntate: “Il bisogno fisiologico giustifica la sosta in corsia d’emergenza”? Risponde il prof. Michetti”). E ancora peggio sarebbe dunque prendere sul serio le sue sbronze da diretta contro lo stato d’emergenza (“I poteri di ordinanza sono i poteri del dittatore. Quello che decide che da domani c’è il coprifuoco”) che qui, a Roma, sono invece “vedete, quello è uno di noi”.   Nelle 18 pagine del suo curriculum vitae – quelle che da anni Michetti smercia a tutte le amministrazioni del Lazio (è consulente giuridico del comune di Rieti e si dice non solo) – manca la verità sul suo cammino lungo: dalla parrocchia di Nostra Signora di Coromoto, quartiere Monteverde, fino alla segnalazione arrivata agli uomini del cerimoniale di Palazzo Chigi che gli ha permesso di essere promosso addirittura “Cavaliere dell’ordine al merito della Repubblica Italiana”. Anche la sua foto, con tanto di diploma da Cav., di “gratitudine allo stato italiano” e l’informazione decisiva che alla cerimonia era presente “il prefetto di Roma, dott.ssa Paola Basilone che ha consegnato al Prof. Avv …”, non dice nulla sulla sua trasversalità che è il suo vero anti-cv, la mappa autentica del “giurista con la lacca”.   Fabio Mellili, che è presidente della commissione Bilancio alla Camera e uno dei dirigenti del Pd, conosce Michetti da vent’anni, da quando ricopriva l’incarico di dirigente Anci Lazio e il candidato di Meloni, Salvini, Berlusconi, il loro “Mr.Wolf”, era solo un avvocato. Bruno Astorre, segretario del Pd regionale, uno che non ama la sinistra quando si fa smorfiosa, dice che “Michetti non è un politico ma non è un impreparato. Ha solo scelto di fare il populista”.   Lo hanno dato negli anni vicino  al socialista Guido Milana che è stato presidente del Consiglio regionale nel Lazio prima di Astorre. Il vero riferimento di Michetti, oggi, è invece Paolo Trancassini che è il deputato Fdi, il suo navigator mentre Giorgia Meloni è la sua “patrocinante” tanto da averlo presentato come “il difensore di tutti i sindaci del Lazio”. Su una cosa ha ragione lei. Tra le tante cause legali di Michetti ce n’è una per “euro 53.44” promossa dal comune di Corsoli contro “i rincari autostradali dell’A24”. Se fossimo i consulenti della ministra Marta Cartabia, la ministra che vuole riformare la giustizia, passeremmo sul serio delle ore sui i due quotidiani online che Michetti eleva al grado della Frankfurter Allgmeine Zeitung, la sua Gazzetta Amministrativa e il Quotidiano della Pa. E’ in tutti gli articoli che pubblica, nei pareri scritti o orali  (salvo iscrizione annuale a soli euro 50) che dovrebbe fare paura non il “candidato Michetti”, ma il “docente a contratto esterno” Enrico Michetti dell’università di Cassino. C’è infatti  tutta l’oscurità della giustizia amministrativa. Ci sono testi dal titolo “Ricorso cumulativo: la deroga alla regola generale dell’impugnabilità, con un ricorso di un solo provvedimento”. Il problema non è tanto che Michetti possa diventare sindaco di Roma, ma che è stato eletto a chiromante della legge: lo scafista di tutti i nuovi poveri Renzo del Manzoni.  

  • Letta rompe con Irto, la Calabria è un caos. E spunta l'ipotesi di Anna Falcone
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Giugno 12, 2021 at 4:00 am

    Di chi fidarsi? Enrico Letta allarga le braccia in segno di sconforto: “A Nicola ho chiesto di guidare, da riferimento del Pd in Calabria, un percorso che punti alla scelta di una candidatura rappresentativa del campo largo”, racconta ai suoi confidenti il segretario del Pd. E però Nicola, cioè Irto, forse in quell’invito c’ha visto un che di ambiguo, se con i suoi amici si sfoga così: “Letta m’ha detto che serve una candidata donna per fare l’accordo col M5s, ma che se poi l’intesa non arriva allora torno io”. E così Irto s’è ritirato, e ora si fa un gran parlare di Anna Falcone come portacolori della sinistra.   “Una donna serve perché nell’altro caso dove l’accordo col M5s si è fatto, e cioè a Napoli, è stato scelto Gaetano Manfredi”, sbuffa Enza Bruno Bossio, deputata dem di Cosenza. “Ma la verità è che della Calabria non interessa nulla, al Nazareno: la usano solo come terreno di prova per le politiche del 2023. Solo che a furia di inseguire Conte, qui rischiano di perdersi un pezzo del loro stesso partito”. Stefano Graziano, commissario mandato da Napoli a bonificare il Pd calabrese, in effetti il suo mandato, in segno di protesta, ieri lo ha rimesso nelle mani di Letta, che però ha respinto le dimissioni, prima che una riunione in programma coi maggiorenti del partito locale è stata sospesa per la diserzione in blocco dei consiglieri regionali. Segno che saranno difficili da smaltire, le tossine generate da una baruffa in cui nulla sembra avere avuto una logica.   Perché Nicola Irto, già presidente del Consiglio regionale e discreto campione di preferenze, era stato individuato dal Pd locale come candidato per le regionali di ottobre. Un pezzo di partito era insorto, rimproverandogli il profilo troppo centrista, e dunque poco spendibile nell’opera di ristrutturazione del campo della sinistra. “Vogliono far saltare tutto”, si sfogava già settimane fa. Ce l’aveva con Peppe Provenzano, vicesegretario dem di rito orlandiano, e con Francesco Boccia, che sovrintende alle trattative per le amministrative su mandato di Letta. Al che Boccia ha tentato la mediazione: “Si pronunci il Pd calabrese”. Poi, quando il Pd calabrese s’è pronunciato a sostegno di Irto, sono sorte altre questioni, altri dubbi. E’ arrivato anche Giuseppe Conte a chiedere di ripensarci, e Letta non è rimasto insensibile. E poi roba di faide locali che s’intrecciano a dinamiche nazionali, in una regione in cui pure la politica, oltreché la sanità, vive di commissariamenti.   Con un sospetto condiviso dall’uno e dall’altro capo del Pd: e cioè che le regionali di ottobre siano già perse. E allora, più che quella per il trionfo, conta la sfida per uscirne in piedi. “La verità è che loro volevano intestare a noi la responsabilità di una sconfitta scontata, dopo aver logorato Nicola col fuoco amico”, sibilano dall’entourage di Irto. “Ma è lui che ha preso la palla al balzo per ritirarsi”, ribattono al Nazareno, dove tuttavia mostrano di crederci comunque, alla  vittoria. Effetto forse del sondaggio di Pagnoncelli arrivato ieri pomeriggio sulla scrivania di Letta,  che dà il Pd come primo partito al 20,8 per cento, di poco sopra a FdI (20,5) e alla Lega (20,1), col M5s al 14,2.   Sta di fatto che è proprio nell’ottica di un campo largo da ricostruire, “nella volontà di tornare a far bussare alle porte del Pd tutti quelli che ci avevano lasciato”, che un pezzo di Pd nazionale e locale sta promuovendo la candidatura di Anna Falcone, l’avvocatessa cosentina che tentò di radunare il “popolo del Brancaccio” insieme a Tomaso Montanari, chiamando alla pugna i militanti di sinistra contro il referendum del 2016. Lei si sta in effetti dando da fare, partecipando a iniziative civiche a Reggio e dintorni con la sua associazione “Primavera della Calabria”. Piace ai bersaniani di Leu e anche a Provenzano, non dispiacerebbe neppure alle Sardine di Jasmine Cristallo, il che pure ha un peso nelle scelte di un Pd ansioso di ricucire le ferite col movimentismo che fu, anche per non avere, come si diceva, nemici a sinistra. E per questo l’altra candidatura avanzata dai riformisti dem, quella del deputato Antonio Viscomi, giurista di Catanzaro in sintonia col mondo grillino, appare meno opportuna a chi bazzica i corridoi del Nazareno. Senza contare, poi, che “serve una donna”.  

  • Per Draghi arriva una nuova stagione: il governo a due velocità
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Giugno 12, 2021 at 4:00 am

    Un importante esponente del governo, con dense frequentazione nelle stanze di Palazzo Chigi, sintetizza così, a microfoni spenti, quello che nei prossimi giorni diventerà il tema cruciale per capire come potrebbero cambiare gli equilibri politici tra il presidente del Consiglio e i partiti che sostengono questa maggioranza. La sintesi è composta di quattro parole (“governo a due velocità”) che fanno riferimento a un concetto che spiega perché Mario Draghi, in via precauzionale, ha consigliato ai ministri di evitare per il momento di prendere vacanze. “Ad agosto – dice il nostro interlocutore – inizia il semestre bianco, a settembre saremo in piena campagna per le amministrative, a ottobre inizieranno i primi movimenti per il Quirinale e per questo, già nelle prossime ore, comprenderemo che strada sceglierà il presidente del Consiglio tra il mettere in discussione la solidità della maggioranza e il mettere in discussione la solidità delle riforme”. Il nostro interlocutore ci accompagna nel viaggio forse più complicato del governo Draghi, quello all’interno del quale il capo dell’esecutivo sperimenterà cosa vorrà dire passare dalla stagione dell’insindacabilità a quella della sindacabilità, e ci suggerisce di seguire tre piste sulle quali, nei prossimi cinquanta giorni, il governo sarà costretto a sperimentare delle maggioranze diverse rispetto a quelle attuali.   Il primo provvedimento divisivo, che il governo intende portare a casa prima di agosto, è quello relativo alla giustizia e il nostro interlocutore sostiene che a Palazzo Chigi si dà quasi per scontato che quando la riforma Cartabia verrà portata al vaglio della maggioranza su almeno tre fronti il M5s scatenerà “un dibattito identitario”: cambiare la prescrizione, che per Draghi è “una priorità”; individuare in Parlamento nuovi criteri relativi alla priorità dell’azione penale; porre i limiti all’appellabilità delle sentenze di primo grado. Difficilmente sulla riforma della giustizia vi sarà la stessa unanimità che il governo ha avuto sul Pnrr (pur essendo la riforma della giustizia figlia del Pnrr votato dagli stessi deputati che si preparano ora alla lotta) e allo stesso modo difficilmente vi sarà unanimità su una legge che il presidente del Consiglio, a quanto risulta al Foglio, intende approvare un mese prima della scadenza individuata nel Pnrr: la concorrenza. Il Pnrr prevede che il disegno di legge annuale sulla concorrenza “verrà presentato in Parlamento entro il mese di luglio 2021” ma la novità di queste ore è che l’obiettivo del premier è avere un testo da validare almeno in Consiglio dei ministri entro la fine di giugno: anche a costo anche qui di rischiare di perdere l’unanimità della maggioranza e anche a costo di verificare se corrisponde o no a verità ciò che Giancarlo Giorgetti ha detto al presidente del Consiglio, “sulla concorrenza per il commercio al dettaglio la Lega voterà no”. A Palazzo Chigi si dà per scontato che anche sulla concorrenza la maggioranza potrebbe perdere pezzi (occhio alla Lega e al M5s). E lo stesso ragionamento, ancora più preoccupato, lo si fa se si accende una luce su un altro fronte che potrebbe portare il governo a litigare con la vecchia maggioranza rossogialla. Il fronte in questione riguarda il futuro di Mps e la tesi sostenuta due giorni fa sulla Stampa da Gianluca Paolucci trova diversi riscontri: l’intenzione del governo è dividere Mps, provando a cedere la parte più sana della banca a Unicredit (sportelli) e spostando il grosso dei dipendenti di Mps (circa 6000) a Mediocredito Centrale. Avvicinarsi a questo obiettivo significherebbe non solo smembrare Mps (di fatto  diventerebbe un’altra banca) ma anche accelerare una ristrutturazione della banca che porterebbe tra le altre cose a far cadere con discreta velocità l’attuale ad di Mps (Guido Bastianini) proprio nella stessa città in cui ha scelto di candidarsi alle suppletive di ottobre il segretario del Pd Enrico Letta. Il Pd, così risulta al Foglio, ha chiesto al governo di non aprire il dossier Mps prima di ottobre ma ciò che è stato risposto al Pd da chi ha in mano il dossier Mps è che “senza fare nulla a ottobre Mps non ci arriva”. Per Draghi, su questi tre fronti, inizia dunque una nuova stagione. Dove il rischio dividere la maggioranza non sarà un modo per comandare  (divide et impera) ma solo per provare a governare e a evitare che ciò che potrebbe essere fatto oggi con urgenza finisca rovinosamente nelle sabbie immobili del semestre bianco.

  • Magistrati e politica: meglio tacere
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Giugno 12, 2021 at 4:00 am

    Enrico Letta critica il centrodestra per la candidatura di magistrati a Napoli e a Roma. Osserva che nell’esercizio delle loro funzioni possono aver avuto conoscenza di dati sensibili delle zone in cui si candidano. Replica Giorgia Meloni ricordando i magistrati che sono stati candidati ed eletti nelle giunte di sinistra, da Michele Emiliano a Luigi de Magistris a Antonio Ingroia. Hanno ragione e torto tutti e due. Se la legge permette di candidare magistrati anche nelle zone in cui hanno operato questo vale per la destra come per la sinistra. Se una legge che delimiti l’elettorato passivo dei magistrati non c’è, è colpa sia della destra sia della sinistra. Tradizionalmente si può dire che la primogenitura spetti alla sinistra, ma che ora la destra la imiti non è certo ragione di soddisfazione. Naturalmente si tratta di una questione delicata: limitare un diritto costituzionalmente garantito come l’eleggibilità si può fare solo sulla base di solide ragioni oggettive. Letta ne ha indicata una, la conoscenza di dati sensibili, che però non può essere generalizzata. Per esempio un magistrato che si occupa di diritto di famiglia conosce un certo tipo di dati, chi si occupa del controllo delle pubbliche amministrazioni ne conosce altri, evidentemente più contigui alle funzioni che eserciterebbe come sindaco o assessore. La complessità, che va ricordata per non cadere nella generalizzazione che è sempre nefasta, non giustifica l’inerzia della politica in questa materia. Invece di scambiarsi accuse dal sapore propagandistico, i leader dei partiti dovrebbero cercare soluzioni condivise (e costituzionali) a un problema esistente, altrimenti farebbero bene a tacere. Una delle ragioni della disistima per la politica sta proprio in questa abitudine a evocare temi reali al solo scopo di delegittimare gli avversari, invece che proporre soluzioni e costruire le alleanze necessarie per realizzarle. E anche questa volta sembra che le cose andranno così.

  • Il costo collettivo del negazionismo
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Giugno 12, 2021 at 4:00 am

    L’Amministrazione Biden vuole che per la festa nazionale del 4 luglio il 70 per cento degli americani abbia ricevuto almeno una dose di vaccino: al momento è al 60 per cento. Ma continuano a esserci resistenze, quella che con un eufemismo è stata chiamata “esitazione”.   Secondo una ricerca della Kaiser Family Foundation riportata dal Wall Street Journal, il 20 per cento degli americani è No vax, lo era a gennaio e lo è oggi. Gli attendisti, vediamo come va, erano il 31 per cento a gennaio e ora sono il 12, quindi vuol dire che chi si è convinto si è vaccinato, tutti gli altri vanno ancora trovati. Ma la resistenza ha dei tratti molto definiti: più dell’80 per cento di chi si dice democratico ha già ricevuto almeno una dose, mentre tra i repubblicani questo valore è al 49 per cento. Il 27 per cento dei repubblicani dice che non si vaccinerà a nessuna condizione, e un 9 per cento addizionale lo farà solo se sarà obbligatorio. Tra i democratici entrambi i valori sono al 3 per cento.   I primi venti stati per numero di vaccinazioni hanno votato Joe Biden nel novembre scorso, mentre negli ultimi venti, cioè quelli degli esitanti, 17 avevano votato Donald Trump. I repubblicani sono, rispetto ai democratici, più anziani e più bianchi, cioè favorevoli ai vaccini, quindi tra di loro il tasso di vaccinazione dovrebbe essere più alto: accade il contrario. Se si guardano bene i dettagli demografici si scopre che l’identikit dell’esitante assomiglia, e anzi in alcuni casi coincide, con quello dell’elettore trumpiano. E’ la dimostrazione che gli effetti di una politica che alimenta scetticismo e sfiducia negli scienziati (come nelle istituzioni) con slogan semplicistici e vittimistici ha effetti a lungo termine: il costo di questa resistenza è un costo collettivo, non soltanto americano ma di tutti, visto che l’obiettivo di questa campagna di vaccinazione è l’immunità globale.  

  • Sognare, dormire, forse. Le mille e una notte della pandemia
    by Simonetta Sciandivasci (Il Foglio RSS) on Giugno 12, 2021 at 4:00 am

    L’anno scorso, i primi segnali dell’impatto psichico della pandemia e del lockdown provammo a inferirli, o almeno misurarli, dalla nostra attività onirica. Vennero fuori molti studi, diverse analisi e gruppi di ascolto e racconto che, sui social, raccolsero i sogni di tanti: erano soprattutto incubi, naturalmente. Sparivano i cieli, gli alberi, il mare, le cadute, i voli: ovunque c’erano muri, scale, scantinati, corridoi. Sognavamo il passato: il primo fidanzato, i nonni, le città com’erano quando eravamo piccoli. Un lettore di questo giornale ci aveva raccontato di aver sognato Paolo Sorrentino che citofonava a casa sua e gli chiedeva il permesso di girare “La grande bellezza” nel suo salotto. Era sparito il futuro. Per questo, avevamo smesso di indagare i sogni alla ricerca di una premonizione e, invece, avevamo cominciato ad analizzarli come qualcosa che, assai probabilmente sono: un taccuino. L’attività onirica, nei momenti di costrizione e incertezza, diventa intuitiva, fotografica e rivelatoria. Quello che non notiamo durante la veglia, viene annotato nel nostro inconscio, che poi ce lo ripropone quando sogniamo.   Charlotte Beradt, nell’introduzione a un libro su cosa sognavano i cittadini che vivevano in dittatura, “Il Terzo Reich dei sogni”, scrisse: “Questi sogni sono stati dettati dalla dittatura ai loro autori”. Di questo libro, l’anno scorso, si parlò parecchio. C’era qualcosa della pandemia, dei giorni tutti uguali che in molti credevano fossero giorni non vissuti, che abbiamo visto soltanto nei sogni. E forse è per questo che, oggi, il dottor Massimo Ammaniti, neuropsichiatra e psicanalista, racconta di aver notato, per prima cosa in questo anno e mezzo, quanto è cresciuta la distanza tra i sognatori e quelli che lui chiama i trincerati, ovverosia coloro che non solo non prestano alcuna attenzione alla dimensione onirica, ma la rifuggono più che possono. Paradossalmente, in quest’ottica, gli scettici che non riconoscono ai sogni che un orizzonte casuale, sono quelli che li hanno rifiutati con più vigore.  Dice Ammaniti al Foglio: “In alcuni, le restrizioni hanno accentuato la postura difensiva personale. E’ successo che, per paura di perdere il controllo su di sé, in una situazione già di suo piuttosto indomabile e incerta, queste persone abbiano più o meno consapevolmente evitato di ascoltare il proprio inconscio e anche di vedere la realtà intorno”. Scriveva la settimana scorsa la Bbc che in molti cominciano a sognare di vivere in un pianeta pulito, risanato, limpido, niente plastica, cielo terso, fresco alpino. “Ultimamente, ho notato che molti pazienti sognano grandi spazi, piazze, boschi, sci nautico, voli. Uno mi ha raccontato di aver sognato di trovarsi in aereo di fianco a Elon Musk: evidentemente, al desiderio di riprendere la nostra vita di prima, si affianca anche il terrore che non sia sicuro farlo e quindi si cerca una figura rassicurante. Elon Musk, in quel sogno, rappresenta la garanzia di una macchina che non si ferma”, dice Ammaniti. Il post Covid ha creato un altro discrimine tra chi desidera riavere tutto com’era, cancellando quello che è successo come se non fosse mai avvenuto, perché lo considera una parentesi esclusivamente negativa, e chi, invece, ha scoperto la propria vulnerabilità e intende ascoltarla.    Sull’universo onirico influisce ovviamente la qualità del sonno, che è stata compromessa in modo significativo nelle prime settimane del lockdown e continua a risentire di una mancata stabilizzazione. Il professor Giuseppe Plazzi, neurologo e direttore del Centro per lo studio e la cura dei disturbi del sonno presso l’Università di Bologna, dice al Foglio che nell’ultimo anno e mezzo è aumentata l’insonnia anche in chi avrebbe potuto dormire di più perché i sincronizzatori esterni del sonno, la luce e il buio, e quelli sociali, i ritmi lavorativi e associativi, sono quasi del tutto saltati. “Tutti si sono adattati nel modo peggiore e senza alcuna regola alla vita da reclusi. Tra i vari studi pubblicati negli ultimi mesi, uno dei più recenti, realizzato da Icos, rileva che i disturbi del sonno in epoca pandemica sono influenzati e causati non soltanto dalla cattiva igiene del sonno, ma pure dall’ansia, dalle preoccupazioni economiche e dalla mancanza, di fatto, di un piano, di un progetto concreto per il futuro e per la ripresa”.   A inquinare il sonno ci hanno pensato anche i cellulari, i tablet, e tutti i device che usiamo: sono tutti strumenti che, se usati di notte o di sera, hanno un effetto risvegliante e quindi posticipano il riposo, che invece deve avvenire nelle ore notturne. Dice Plazzi: “Soltanto di notte il sonno consente di avere un riposo del corpo che sia sincronizzato a quello ormonale e cardiovascolare. Dormire di giorno significa dormire molto peggio, risposarsi di meno, e questo è stato dimostrato che ha ripercussioni sul sistema cardiovascolare, affatica il cervello e, secondo alcuni dati, potrebbe persino avere un effetto promotore della demenza”. La sottovalutiamo, ma l’igiene del sonno è fondamentale per la salute psichica e per quella fisica: “I disturbi dell’umore, strettamente connessi a quelli del sonno, in questo periodo hanno portato a un incremento delle tendenze suicidarie. E’ azzardato sostenere che questo aumento sia direttamente connesso alla pandemia, ma che esso sia avvenuto in questo ultimo anno è mezzo è un dato di fatto che va analizzato”.   Ne usciremo? “Per farlo, dobbiamo ricominciare a uscire: le nostre case non sono fatte per muoversi e mancano anche di sedie, così che abbiamo trascorso mesi e mesi sdraiati in pessime posizioni, cosa che ha peggiorato la nostra forma fisica e quindi anche quella psicologica. Si è trattato di una forma di somatizzazione parecchio condizionante”. 

  • Il modello Drahi (non è un refuso)
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Giugno 12, 2021 at 4:00 am

    Patrick Drahi, settimo uomo più ricco di Francia con un patrimonio di oltre 12 miliardi di euro, che controlla il secondo operatore telefonico transalpino, Sfr, il quotidiano gauchiste Libération, il settimanale L’Express e la casa d’aste Sotheby’s, è diventato primo singolo azionista di British Telecom, acquistando sul mercato un pacchetto del 12,1 per cento. Quando conquistò Sfr batté niente meno che Bouygues; Sotheby’s l’ha sottratta a François Pinault il viceré del lusso; in Inghilterra ha superato Deutsche Bank secondo azionista di Bt. Ebreo marocchino nato a Casablanca, figlio di due insegnanti di matematica, ha tre passaporti (francese, israeliano e portoghese), vive in Svizzera e la moglie è siriana greco-ortodossa. Cosmopolita e globalista tanto da irritare i sovranisti, per non parlare degli antisemiti. La British Telecom lo ha accolto con un bel “welcome”:  “Diamo il benvenuto a qualsiasi investitore che riconosca il valore della nostra azienda”. Il titolo in Borsa è balzato ai livelli più alti degli ultimi 18 mesi. Il governo di Boris Johnson è contento per l’afflusso di capitale europeo dopo la Brexit. Se fosse successo in Francia lo stato avrebbe messo in campo la Caisse des dépôts et consignations, se fosse accaduto in Germania le grandi banche avrebbero formato un cordone sanitario. E in Italia? Anche qui tra Cassa depositi e prestiti, golden power, Invitalia e qualche “banca di sistema”, la mano pubblica sarebbe accorsa a salvare l’italianità di un settore strategico. Drahi ha speso 2,5 miliardi per sostenere il piano della Bt che prevede di portare la fibra ottica in 25 milioni di case entro i prossimi cinque anni con un investimento da 15 miliardi di sterline. Si tratta proprio della banda larga o ultralarga che dir si voglia, sulla quale in Italia si blatera da anni. E’ stata creata una società statale come Open Fiber, si è teorizzato che la rete Telecom doveva essere a controllo statale, come quella elettrica, la Cdp è entrata nell’azionariato e nella governance di Tim. E siamo tornati alla casella di partenza. Dateci un Drahi e finiamola qui.

  • Mentre Draghi incontra Biden, il M5s s'allinea a Xi
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Giugno 11, 2021 at 7:03 pm

    Luigi Di Maio, che pure le sbandate sulla Via della Seta le benedì per primo, in epoca grilloleghista, con tanto di firma dell’MoU, appena ha letto la notizia, lui che aveva da poco terminato un intervento tutto filoatlantico al forum franco-italiano, s’è subito detto “esterrefatto”. Lia Quartapelle, responsabile Esteri del Pd, stava concludendo un webinar sulle minacce asiatiche nel campo della cybersecurity, quando è stata raggiunta dall’indiscrezione, e quasi non voleva crederci: “Se è così, è gravissimo”, le hanno sentito sbuffare. E insomma è vero che certi amori non finiscono: e però quello di Beppe Grillo verso la Cina ha scelto il momento peggiore per concludere il suo giro immenso e tornare. Perché la visita romana all’ambasciatore Li Junhua avviene in un giorno particolare. “E cioè nel giorno in cui inizia il G7 - sbotta Enrico Borghi, membro del Copasir e della segreteria di Letta -, con Mario Draghi che rafforza la cooperazione transatlantica e si pone come interlocutore di primo livello di Biden per tutta la Ue. Segno che non possono esserci spazi per ambiguità con Cina e Russia. La giustizia sociale, la lotta per il clima e per i diritti si effettuano con le armi delle democrazie, non degli stati autoritari”. L’incidente, a dire il vero, per qualche ora è sembrato perfino clamoroso. Perché per tutto il pomeriggio fonti parlamentari del M5s avevano lasciato intendere che all’incontro all’ambasciata, Grillo si fosse portato anche Giuseppe Conte. “Grillo è andato a far benedire il nuovo capo del M5s dalla Cina”, tuona la leader di FdI. E in effetti, se il comico è un habitué dell’ambasciata di Pechino a Roma, e se il suo ardore per il regime di “Mr. Ping” lo dimostra ormai da anni sul suo blog con post che esaltano la grandeur di Xi e oscurano la strage degli uiguri, la presenza di Conte, con un tempismo così significativo, avrebbe avuto un che di inquietante. E invece a ora di cena è arrivata la precisazione: “Per impegni e motivi personali, non ho potuto essere presente all'incontro con l’ambasciatore cinese”, ha precisato Conte, che ci ha tenuto a far sapere di avere “incontrato già nelle scorse settimane vari ambasciatori e leader politici stranieri. L’ho fatto quale ex-presidente del consiglio e leader in pectore del M5s”. Quindi, la frecciata: “Le polemiche sollevate in queste ore sono del tutto pretestuose”. Resta però la profonda ambiguità in cui Grillo, coi suoi salamelecchi a Pechino, trascina tutto il M5s. 

  • La destra nel Colosseo. Il lancio di Michetti è uno show. Manca solo Ben Hur
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Giugno 11, 2021 at 6:58 pm

    Un urlo: “Camerataaaa!”. Enrico Michetti si gira.   E’ arrivato Vittorio Sgarbi. Si può iniziare. Prima le foto, però. “Vitto’, mettiti la mascherina: ti prego”, gli intima Simonetta Matone. Sparata di flash. “Mi sembra di stare a un matrimonio”, confessa l’avv. cav. prof. “Michettone”, come lo chiama Sgarbi. Non sono i tre sindaci che ballano sulla stessa mattonella a sinistra (Gualtieri-Raggi-Calenda), ma il tridente del centrodestra: sindaco, prosindaco e assessore alla Cultura. Siamo al tempio di Adriano, ma potrebbe essere il Colosseo. Sono indomabili. E qui è tutto Spqr.   Si presentano a questa prima divisi, sperando di reggere e colpire uniti. Da un vicoletto spuntano in piazza di Pietra un candidato sindaco (Michetti, a piedi, niente biga) e un quasi candidato (Maurizio Lupi, che a tutti dice “ci sentiamo mercoledì”, quando si sceglierà l’anti Sala a Milano). Matone è da poco scesa da una Bmw blu 525. Si è portata dietro il curriculum da distribuire ai giornalisti per mandare a dire a Enrico Letta che “fu lui a scegliermi a capo del dipartimento di Giustizia, che non ho mai fatto parte di cordate”. Il magistrato, equilibrato per indole, poi  confessa al Foglio: “Ero più  alta di Michetti nei sondaggi come popolarità, io al 47 e lui al 19, ma alla fine è andata così: la Lega era in un angolo e io l’ho salvata. Lo faccio per Roma”. Che è un po’ quello che dicono tutti, qui. Dove il centrodestra che si vuole federare e quello che non ci pensa proprio sono in grande spolvero. Giorgia Meloni arriva per ultima e dalla Lega sbuffano.   Scherza (forse): “Prima sindaco e prosindaco, poi premier e propremier? Perché no”, facendo capire il ruolo che potrebbe attendere Matteo Salvini. Che, invece, si muove da capo di “questa comunità”, cespugli compresi. Toh, Lorenzo Cesa, dominus dell’Udc: “Michetti non è un cazzone, è  uno strutturato. Faceva parte del mio gruppo quando ero consigliere comunale negli anni 90”. Quali consigli gli ha dato? “Di stare zitto e di fare il moderato”.  Non c’è l’ex grillino Marcello De Vito neo colpo grosso di Forza Italia, ma Antonio Tajani sì. Al tavolo della conferenza di presentazione, Gennaro Sangiuliano, direttore del Tg2, chiamato a fare le “domande” e a evitare temi divisivi tra i capi della destra. Qui non si esce dal Gra. Salvini e Meloni   si salutano a malapena. In sala – tra ex assessori della giunta Alemanno e qualche arnese della destra romana con mille biglietti obliterati – c’è Tommaso Longobardi, il genietto dei social di Fratelli d’Italia, l’anti bestia salviniana: “Va un po’ riattivato il profilo social di Michetti”. Per il quale Meloni spende grandi parole di referenze (tipo LinkedIn) e infila bene la storia del “cavalierato che il nostro candidato ha preso da Mattarella su proposta dell’allora premier Gentiloni”.  Matone fa il discorso più programmatico di tutti: periferie, l’attenzione  a chi sta fuori dalla mitica ztl, i fragili, gli emarginati. Orde di cronisti e telecamere. Assembramento capitale. Per Radio Radio, il trampolino che ha lanciato il candidato su vette altissime e gaffe  pazzesche, c’è la coppia Luigia Luciani & Stefano Molinari, orfana del tribuno. Michetti, che tifa la Lazio al contrario della giallorossa Matone, parla due volte. Parte piano, poi attinge al repertorio. Piero Angela alla carbonara? “Io sono fiero di essere stato chiamato tribuno. Lo sono! Sono un tribuno della plebe”. Ammette di non avere ancora un programma. Ma in compenso dice che i romani non avrebbero mai costruito le piramidi perché pensavano a ponti e acquedotti. Ripete la storia di Roma caput mundi, di San Paolo sulla via di Damasco. E poi attenzione: se la sinistra da sempre è attaccata al feticcio del mitico Luigi Petroselli, il direttore della Gazzetta amministrativa si rifà a Cesare Ottaviano Augusto che “portò la pace, quella che manca alla nostra Roma”. Salvini ascolta perplesso e si tocca i braccialetti del Milan. Claudio Durigon, che è il suo braccio destro,  ride: “Visto che intervento? Mancava solo Bruto!”.  Poi certo c’è Sgarbi che lancia il “Michettone” così: “Sarò l’assessore dei miracoli, mi candido per la componente miracoli”. Il Vittorio nazionale ricorda che adesso c’è una responsabile alla Cultura, con Virginia Raggi, che è specializzata in burlesque e auspica che per il futuro possa arrivare in squadra anche il generale Figliuolo come commissario (non sa di cosa, però). Ma che importa. “Adesso ci penserà la politica”, promette Tajani. I big se ne vanno, Matone e Sgarbi pure. Rimane Michetti a rispondere a qualsiasi domanda: “Vi posso dire una cosa? Vi voglio bene, vorrei abbracciarvi tutti”. Ben Hur, dove sei?  

  • Pd primo partito, e la Meloni supera Salvini. I sondaggi Ipsos
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Giugno 11, 2021 at 6:19 pm

    Al Nazareno ridono. Et pour cause. Perché per la prima volta da oltre tre anni il Pd risulta essere il primo partito nelle intenzioni di voto degli italiani. Almeno stando alle ultime rilevazioni di Ipsos, che mostrano il partito di Enrico Letta forte di un 20,8 per cento dei consensi, con un aumento di 8 decimali in sette giorni. Ma se al Nazareno ridono, a Via Bellerio mugugnano. Perché la Lega, e anche questa è una novità notevole, si vede scavalacare da Fratelli d'Italia. Il partito di Giorgia Meloni guadagna un punto rispetto alla settimana passata e arriva al 20,5 per cento, quasi mezzo punto sopra alla Lega (20,1 per cento) che perde lo 0,4. "I bacini elettorali di FdI e Lega continuano a presentare evidenti sovrapposizioni: ciascun partito tende a pescare nell'elettorato dell'altro", chiarisce l'istituito presieduto da Nando Pagnoncelli. M il fatto resta: ed è un fatto clamoroso, se è vero che Salvini, non più tardi di venti giorni fa, liquidava l'ipotesi del sorpasso della Meloni ai suoi danni come qualcosa di meno probabile dell'arrivo degli alieni. "Sia il Pd sia FdI prolungano un trend positivo (molto recente nel caso del Pd, ben più duraturo nel caso di FdI) che è infine giunto ad incrociare - prosegue l'analisi di Ipso - il lento ma abbastanza costante declino del partito di Matteo Salvini".  Chi invece va male è Forza Italia, che perde poco più di mezzo punto: ed ora, secondo Ipsos, è al 9,2 per cento. E male va pure il M5s, che perde ancora 6 decimali e scivola al 14,2 per cento, in una settimana in cui del resto si attendeva l'effetto positivo di Giuseppe Conte. Che agisce, semmai, al contrario: visto che, nella classifica dei leader, l'ex premier perde 1,2 punti, restando comunque al 52,1 per cento dei consensi personali.  Al contrario, Mario Draghi guadagna due punti e sali al 70,8 per cento di gradimento individuale, col suo governo che acquista nel complesso quasi 3 punti e si assesta al 68,8 per cento di consensi. 

  • Biden chiede un'alleanza anti Cina. E Grillo va in visita all'ambasciata cinese
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Giugno 11, 2021 at 3:09 pm

    Nelle stesse ore in cui il presidente americano Joe Biden arrivava in Europa con uno specifico obiettivo, e cioè rinsaldare l'alleanza dei paesi del G7 in ottica anticinese, Beppe Grillo si recava in visita presso l'ambasciatore cinese in Italia Li Junhua. Per fare cosa? Un incontro di "routine", come riferiscono fonti parlamentari. Avrebbe dovuto partecipare anche il nuovo leader del Movimento Giuseppe Conte, che però ha rinunciato "per impegni e motivi personali".  Il fondatore del Movimento, che in passato è stato un violentissimo contestatore di quello che definiva "il regime cinese", da quando frequenta l'ambasciata cinese ha smesso di essere così critico. Per esempio, nei suoi post non si parla più del Dalai Lama, degli "uiguri scomparsi", dei diritti umani violati in Cina. Niente di niente.     Il primo incontro all'ambasciata avvenne nel 2013 con Casaleggio senior. Poi, nel 2019, la seconda visita con tanto di fotografia - e polemiche successive, addirittura corrette "ufficialmente" dalla stessa ambasciata. (All'epoca scrivevamo: "Il problema con Grillo è sempre il solito: in che veste si è presentato dall’ambasciatore? Come “garante” dei Cinque stelle al governo oppure come privato cittadino?", certe domande valgono ancora oggi).   Il rapporto tra il M5s e il governo cinese è sempre stato oggetto di attenzione da parte degli analisti che si occupano della materia. E per raccontare le ambiguità del Movimento, non serve nemmeno tornare alla firma del memorandum sulla Via della seta, promossa dal governo gialloverde, e nemmeno a tutte quelle occasioni in cui i grillini hanno manifestato particolare simpatie per la Cina, promuovendone le aziende.   Cancellati tutti i post anticinesi del passato, solo qualche settimana fa sul Blog di Grillo è apparso un articolo/appello in cui si mette in discussione la narrazione che hanno fatto i media occidentali sulla repressione del governo cinese nella regione dello Xinjiang. Un documento che avrà almeno in parte imbarazzato il ministro degli Esteri Di Maio, nel frattempo mossosi sulla linea atlantica. La visita di queste ore di Grillo di sicuro ha l'effetto di far apparire il M5s sotto una luce sempre più ambigua in tema di politica estera. 

  • "Prima sindaco e prosindaco, poi premier e propremier", dice Meloni
    by Roberta Benvenuto (Il Foglio RSS) on Giugno 11, 2021 at 2:11 pm

    "È un grande giorno", dice Simonetta Matone, prima di entrare nella sala del Tempio di Adriano in Piazza di Pietra per la conferenza stampa di presentazione dei candidati sindaco di Roma. "Però cercate di capirmi: sono in attesa del provvedimento del Csm, perché mi devo mettere in aspettativa, e quindi non posso fare dichiarazioni politiche", aggiunge. La candidata "prosindaca" del centrodestra per la corsa al Campidoglio insieme a Enrico Michetti, è "un'ottima scelta", per Maurizio Lupi (Noi con l'Italia). "Sono i primi passi per una coalizione compatta, anche nelle grandi città". Gli fa eco Matteo Salvini: "Abbiamo dimostrato responsabilità e compattezza, invece Pd e M5s vanno divisi", dice il leader leghista. "Restituiamo centralità alla capitale, dimostrando di essere un centrodestra di governo", aggiunge Antonio Tajani. Sindaco e prosindaco, ora ci dovremo aspettare anche premier e propremier? "Può essere una buona idea", suggerisce la presidente di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni. "Qualcuno mi ha definito 'tribuno': che bello, è il massimo che si possa dare a un cittadino di Roma", dice Michetti. "Cesare Ottaviano Augusto riportò la pace, quello che manca a Roma. E Augusto, che la garantì, chiese solo di essere tribuno della plebe a vita. Io sarò un servitore della politica, per restituire alla città eterna, che chiede solo una buona amministrazione, il suo ruolo di Caput mundi".

  • Michetti si presenta: "Un onore essere il tribuno dei romani"
    by Gianluca De Rosa (Il Foglio RSS) on Giugno 11, 2021 at 11:18 am

    Inizia in sordina. Ai candidati sindaco e prosindaca del centrodestra giusto poche parole di presentazione. "Mi sento bene, assolutamente lusingato per l'attenzione per me e per la dottoressa Matone, farò di tutto per ripagare la fiducia", dice con un filo di emozione Enrico Michetti. “Il mio stato d'animo? Sereno. Ho accettato la proposta che mi è stata fatta perché nella vita bisogna saper rischiare, anche buttarsi. Al tempo stesso ho deciso di mettere la mia professionalità e il mio spirito di servizio a disposizione dei cittadini romani. Ritengo di conoscere non soltanto la Ztl, ma soprattutto tutto ciò che di Roma viene ignorato da lungo tempo", lo segue Simonetta Matone.   Poi, come fiumi cominciano a parlare i leader. Prima Salvini, che dopo le lodi dice: “Saranno cinque anni di amministrazione stra-ordinaria”, poi si lascia andare a una battuta: “Il centrodestra non può che crescere e migliorare. Il ticket sindaco e prosindaco coprono entrambe le tifoserie della Capitale. Uno tifa la Roma e l'altro la Lazio”.    Poi, ben più piccata, Giorgia Meloni che, rispondendo al direttore del Tg2 Gennaro Sangiuliano che modera l’evento al tempio di Adriano, fa l’encomio arrabbiato dell’avvocato Michetti: “Questa è una proposta di estrema serietà che penso dimostri quanto amore abbiamo per questa città, consapevoli che le scelte sbagliate poi le pagano i cittadini come successo in questi cinque anni ai romani. Ho sentito dire con tono di scherno ‘ma Michetti chi?’ Allora, Michetti uno dei principali avvocati amministrativisti d’Italia, Michetti docente universitario, Michetti il fondatore della Gazzetta amministrativa, Michetti quello che i sindaci chiamano per risolvere il problemi che hanno, Michetti la persona che l’ex premier del Pd Paolo Gentiloni ha nominato cavaliere del lavoro, Michetti il conduttore radiofonico... Michetti chi? Possiamo confrontare il suo curriculum con quello degli altri principali candidati? Raggi avvocato presso lo studio Sammarco poi consigliere comunale poi sindaco. Gualtieri, dirigente di partito, burocrate europeo, e poi ministro dell'economia del governo Conte”. Poi dopo altre lodi anche per Matone la leader di Fratelli d’Italia chiude così: “Noi abbiamo messo in campo due pezzi da 90, non un candidato ma un sindaco, la Raggi era un ottimo candidato donna, giovane, nuova, è stata un buon sindaco? No, perché governare Roma è una delle cose più difficile che esistano, non si può fare il tirocinio come sindaco di Roma come hanno fatto i 5 stelle in questi anni, noi invece vogliamo delle persone che quando arrivano a guidare la capitale sanno esattamente dove mettere le mani”.    A mettere ancor più verve poi ci pensa l’assessore in pectore dell’ipotetica futura giunta di centrodestra Vittorio Sgarbi. “Roma ha come assessore alla cultura una amica della Raggi esperta di burlesque", a Roma c'è bisogno di questo ''ma non solo di questo''. Poltrone? "Io farei l'assessore in piedi, senza poltrona". Lancia persino una proposta per la futura squadra: “Io sono qui per la componente miracoli, fare miracoli per Roma. Quando finirà il suo incarico il generale Figliuolo straordinario commissario per le emergenze romane”.    Poi però prendono la parola i due candidati e si capisce subito che non saranno ta comparse della loro campagna elettorale. Matone risponde a chi l’accusa di candidarsi lì dove svolge la sua attività di magistrato e se la prende con il segretario del Pd: “Letta - dice - mi sorprende, fu lui a nominarmi capo del dipartimento degli affari di giustizia, ruolo già ricoperto da Falcone. Dal 1992 in poi il Parlamento è stato pieno di magistrati, quasi tutti della stessa area, lo stesso discorso è per i sindaci. Tutti si sono messi in aspettativa, cosa che farò pure io. Io mi riconosco una dote: l'equilibrio. Non ho mai fatto parte di cordate, ho avuto incarichi importanti ma sempre con rapporto fiduciario dei ministri, mai per accordi parapolitici o di correnti".   Poi Michetti improvvisa subito il primo show di una campagna elettorale che si preannuncia “imperiale”, ricca di aneddoti e citazioni antico romane. “Dobbiamo restituire a Roma l’orgoglio di caput mundi non è impossibile è molto difficile, ma ce la faremo perché noi Roma la amiamo. Questa è la più grande occasione che ho nella mia vita per restituire a questa città qualcosa per tutto quello che ha fatto per me per noi e per il pianeta.    Qualcuno mi ha definito tribuno... che bello ragazzi, tribuno è il massimo che si può dare a un cittadino di Roma. Era colui che rappresentava il popolo di Roma, era sacro ed inviolabile. E Cesare Ottaviano Augusto, che io considero il più grande imperatore di Roma, pretese una cosa sola essere tribuno della plebe a vita, si spogliò del potere di ordinanza, del poter totalitario e lo restituì al senato e al popolo di Roma disse insomma ‘non posso fare i dpcm’. Ringrazio dunque chi mi ha onorato con questo termine che spero riuscirò a portare con orgoglio”. Poi i ringraziamenti e la chiusura: “Adesso scarpe nuove e corriamo in tutti i territori della città". Ci sarà da divertirsi.

  • Il Pd di Siena lancia la candidatura di Letta: “Tutto il centrosinistra lo sostenga”
    by Francesco Corbisiero (Il Foglio RSS) on Giugno 11, 2021 at 11:09 am

    All’unanimità. Così la direzione provinciale del Partito democratico di Siena, datasi appuntamento ieri sera, ha deciso di chiedere ufficialmente al segretario del partito Enrico Letta di candidarsi alle elezioni suppletive del prossimo ottobre. Il seggio del collegio Toscana 12 era rimasto vacante dopo le dimissioni di Pier Carlo Padoan, entrato a far parte del consiglio d’amministrazione di Unicredit.    In una nota diffusa alla fine della riunione, il responsabile locale Andrea Valenti motiva la scelta in cinque punti: “Abbiamo apprezzato le prime iniziative di Letta da segretario, il coinvolgimento della base, le parole chiare su tematiche identitarie, le proposte avanzate e la modalità di guida del partito”.  E si dice soddisfatto anche del coinvolgimento dei vertici locali da parte della dirigenza nazionale, adottando quel metodo di “ripartenza dai territori” tanto invocato da Letta stesso per rilanciare le sorti del Pd. Prima della decisione di ieri, avevano chiesto a Letta di scendere in campo anche il governatore della Toscana Eugenio Giani, la segretaria regionale Simona Bonafè e il sindaco di Firenze Dario Nardella.   Se eletto, il segretario dovrà occuparsi dei problemi del territorio, il più complesso dei quali riguarda la ri-privatizzazione di Monte dei Paschi di Siena. Il rischio per l’istituto di credito senese è quello di essere spacchettato, con conseguente perdita di posti di lavoro. Per rendere possibile l’elezione, che riporterebbe in Parlamento il leader dem, Valenti aveva chiesto compattezza a tutti i partiti del centrosinistra sul nome del segretario, vista e considerata anche la candidatura unitaria della destra. Il riferimento è ai partiti minori nell’orbita del Pd, abbastanza freddi sull’opportunità di sostenere un candidato non proveniente della città e lontano dalle dinamiche politiche locali. Ma anche al Movimento 5 Stelle, che nei mesi scorsi aveva ricevuto un rifiuto dal Pd toscano sulla candidatura del neo-leader Giuseppe Conte nello stesso collegio. L’ex premier, proprio come Letta, non ha ancora sciolto la riserva sulla sua candidatura nel collegio uninominale Roma 11, nel quartiere di Primavalle. 

  • Strega 2021: nessun libro da portare in vacanza
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Giugno 11, 2021 at 8:46 am

    Che cosa ci dice la cinquina del Premio letterario di quest'anno, sullo stato della letteratura italiana contemporanea? Il nuovo manifesto firmato da Lorenzo Mattotti è bellissimo ma non corrisponde a quel che ci toccherà leggere. La fascetta del vincitore, dicono, moltiplica la vendita delle copie. Ma noi continuiamo a sospettare che vengano comprate per essere regalate e non per essere lette. Emanuele Trevi, con "Due vite" (Neri Pozza), è il più votato e naturalmente accompagnato dalle polemiche: il ricordo degli amici morti Pia Pera e Rocco Carbone era, in parte, già edito.    Al secondo posto Edith Bruck con "Il pane perduto" (La nave di Teseo). È il titolo della cinquina che ha già vinto lo Strega Giovani. Un ricordo di Edith tredicenne in Ungheria prima dell'Olocausto.   Donatella di Pietrantionio con "Borgo sud" (Einaudi) e Giulia Caminito con "L’acqua del lago non è mai dolce" (Bompiani) sono in quota sud, rispettivamente, e in quota neo-realismo, però scritto con prosa liricheggiante, in sintonia con la respingente copertina.   Andrea Baiani è la timida sperimentazione, "Il libro delle case" (Feltrinelli) è una autobiografia destrutturata, come i piatti dei grandi chef.    Grande esclusa Teresa Ciabatti, arrivata seconda nel 2017 da favoritissima che era. Anche le fortune letterarie sono mutevoli e capricciose.   Libri da portare in vacanza? Non pervenuti.

  • Salvare Roma col modello Apple Store
    by redazione (Il Foglio RSS) on Giugno 11, 2021 at 4:15 am

    Basta pensare a come vedevano Roma i grandi Cesari e i papi: non avrebbero mai costruito le piramidi perché non erano di pubblica utilità, costruivano ponti, strade, acquedotti, anfiteatri per il benessere dei cittadini…”. Enrico Michetti, candidato meloniano a sindaco di Roma, si immagina erede di Ottaviano Augusto, Marco Aurelio e Paolo V, forse in stile radio di ultras che inalberano all’Olimpico le insegne delle legioni romane. Senza esser malevoli è davvero sicuro l’avvocato che quei monumenti fossero tutti di pubblica utilità e non anche per celebrare i fasti di Cesari e papi? Ponti, acquedotti e magari anfiteatri non si discutono, ma anche lasciando perdere la Domus Aurea neroniana che dire dei mausolei (tra i quali quelli splendidi proprio di Augusto e Adriano), di colonne e archi di trionfo, degli obelischi?     Lasciamo che sia Alberto Angela a spiegarne gli aspetti didattici e celebrativi e speriamo che Michetti riesca a capire di che ha bisogno la Roma di oggi e dell’immediato domani. A parte l’ovvia questione dei rifiuti, del traffico e del disboscamento della macchina amministrativa capitolina (serbatoio elettorale sul quale il candidato non dice una parola), serve di più l’apertura dell’Apple Store contro il degrado a due passi da Palazzo Chigi, sono più utili hotel di superlusso come il Bulgari per riportare turismo di alto bordo e clientela business, occorrono restauri privati come per l’Augusteo, Trinità dei Monti, il Colosseo. Il rilancio di Londra è iniziato con i grattacieli nelle ex aree dei Docks e sul South Side del Tamigi. Quello di Milano con l’Expo e Citylife: qui un’occhiata all’abbandono di via Veneto, no? La rinascita di Parigi con il Beaubourg e la Defénse, e le metropolitane veloci, non evocando Versailles.    Michetti vuole “una città della Pubblica amministrazione con il front office dei ministeri per evitare che i cittadini facciano il giro delle sette chiese”. Ma le pratiche non si sbrigano più nei fori imperiali come duemila anni fa: bisogna digitalizzare l’amministrazione, e senza mezzi pubblici avremo una specie di Brasilia per impiegati.  

  • Salvare Roma col modello Apple Store
    by redazione (Il Foglio RSS) on Giugno 11, 2021 at 4:15 am

    Basta pensare a come vedevano Roma i grandi Cesari e i papi: non avrebbero mai costruito le piramidi perché non erano di pubblica utilità, costruivano ponti, strade, acquedotti, anfiteatri per il benessere dei cittadini…”. Enrico Michetti, candidato meloniano a sindaco di Roma, si immagina erede di Ottaviano Augusto, Marco Aurelio e Paolo V, forse in stile radio di ultras che inalberano all’Olimpico le insegne delle legioni romane. Senza esser malevoli è davvero sicuro l’avvocato che quei monumenti fossero tutti di pubblica utilità e non anche per celebrare i fasti di Cesari e papi? Ponti, acquedotti e magari anfiteatri non si discutono, ma anche lasciando perdere la Domus Aurea neroniana che dire dei mausolei (tra i quali quelli splendidi proprio di Augusto e Adriano), di colonne e archi di trionfo, degli obelischi?     Lasciamo che sia Alberto Angela a spiegarne gli aspetti didattici e celebrativi e speriamo che Michetti riesca a capire di che ha bisogno la Roma di oggi e dell’immediato domani. A parte l’ovvia questione dei rifiuti, del traffico e del disboscamento della macchina amministrativa capitolina (serbatoio elettorale sul quale il candidato non dice una parola), serve di più l’apertura dell’Apple Store contro il degrado a due passi da Palazzo Chigi, sono più utili hotel di superlusso come il Bulgari per riportare turismo di alto bordo e clientela business, occorrono restauri privati come per l’Augusteo, Trinità dei Monti, il Colosseo. Il rilancio di Londra è iniziato con i grattacieli nelle ex aree dei Docks e sul South Side del Tamigi. Quello di Milano con l’Expo e Citylife: qui un’occhiata all’abbandono di via Veneto, no? La rinascita di Parigi con il Beaubourg e la Defénse, e le metropolitane veloci, non evocando Versailles.    Michetti vuole “una città della Pubblica amministrazione con il front office dei ministeri per evitare che i cittadini facciano il giro delle sette chiese”. Ma le pratiche non si sbrigano più nei fori imperiali come duemila anni fa: bisogna digitalizzare l’amministrazione, e senza mezzi pubblici avremo una specie di Brasilia per impiegati.  

  • Una grande produzione industriale
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Giugno 11, 2021 at 4:00 am

    La crescita della produzione industriale ad aprile rilevata dall’Istat batte tutte le attese: più 1,8 per cento su marzo, più 79,5 su aprile 2020, in piena pandemia. Ma ciò che è realmente importante è che l’Italia sia tornata ai livelli pre Covid. “Incrementi straordinariamente ampi” per abbigliamento (363,2 per cento) e mezzi di trasporto (327,3) ma anche il resto della manifattura. La performance si confronta poi con quelle dei nostri partner: in Francia un decremento dello 0,1 dopo il più uno a marzo; in Germania un calo mensile di un punto. Su base annua la crescita dell’industria tedesca è minima: del 26,4 per cento, ma guardando all’ultimo mese pre Covid, febbraio 2020, c’è un calo del 5,6.       Meglio così per l’Italia, ovvio; ma vanno considerati altri aspetti. Il primo è il clima di fiducia di famiglie e imprese che determina consumi e investimenti. I dati Istat relativi a maggio sono egualmente buoni: da 102,3 a 110 punti per le famiglie, e da 97,9 a 106,7 per le imprese. I comparti sono tutti in aumento, benché differenziato, compreso il turismo. L’altro aspetto riguarda licenziamenti e sussidi.   L’Italia è l’unico paese che ha bloccato i primi, con scadenza primo luglio per le aziende che beneficiano della cassa integrazione Covid a carico dello stato, e primo novembre per le altre.    La Commissione europea definisce il blocco “controproducente in quanto ostacola l’adeguamento della forza lavoro a livello aziendale”, il che sta accadendo (il Foglio di ieri) con la domanda di lavoro che non soddisfa l’offerta. La Banca d’Italia chiede che si vada verso la fine dei sussidi. Mario Draghi prende tempo in attesa di proposte accettabili nella sua ampia maggioranza, dove il Pd chiede altre 13 settimane di cassa sussidiata in accordo con i sindacati. Matteo Salvini, dopo un lungo colloquio con Draghi, ha annunciato “assoluta sintonia” con il premier senza entrare nel dettaglio. Le ottime notizie della produzione industriale tolgono argomenti a chi vuol continuare a tenere l’economia nella tenda a ossigeno; e il Pd rischia, come spesso, più di tutti. 

  • Draghi di velocità: "Accelerare sui decreti attuativi". Garofoli in aiuto dei ministeri
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Giugno 11, 2021 at 4:00 am

    Roma. E’ il sottosegretario che diventa il soprasegretario, l’incaricato alla velocità, il tecnico dell’armonia e dell’efficienza. Non c’è solamente la necessità di accelerare dietro questa missione, questo voyage per ministeri, che Mario Draghi, ieri in Cdm, ha affidato al suo sottosegretario alla presidenza, il suo “signor decoro”. C’è  l’urgenza Italia di legiferare bene ma attuare meglio, di svuotare l’armadio del non finito. A Roberto Garofoli viene consegnata dunque la dolce leva, il compito di monitorare i decreti attuativi ma inattuati, “l’abbiamo fatto ma non tutto”.   Esiste un piano d’intervento. Al governo li chiamano “criteri operativi”. Si farebbe tuttavia torto se non si tenesse conto che il lavoro del sottosegretario, un ministro senza la vanità del ministro, il responsabile per l’attuazione del programma, era già iniziato. Si è solo deciso di fare ancora di più. Quando Draghi si è insediato a Palazzo Chigi, quando Draghi lo ha chiamato nel ruolo-snodo, conosceva già questa insidia, la moda dell’ “ecco è finalmente in Gazzetta”. Non è così. Le leggi, anche dopo la loro pubblicazione, sono mezze leggi senza i decreti attuativi dei singoli ministeri. E’ una storia vecchia, è un debito che ogni governo si trascina, una dote che un esecutivo lascia al successivo e che si gonfia.   Il 13 febbraio 2021, quando il nuovo governo entrava in carica, i decreti attuativi/inattuati erano 679. In pochi mesi sono scesi a 570. Ovviamente non basta perché si sommano a quelli prodotti dalla legislazione corrente, ricca, densa di provvedimenti, di riforme. Sono quelle che prevede il Pnrr. Altri 140 nuovi decreti si sono quindi aggiunti e devono essere adottati. Tutto questo viene derubricato a burokrazia. E invece ha un costo. E’ stato anche quantificato. Si prenda come esempio la legge 126/2020. La mancata attuazione dei decreti ha, di fatto, immobilizzato risorse per quasi 5 miliardi di euro. Adesso si è compreso perché è materie dirimente?   Draghi che ritiene il tempo la nostra banconota, la nostra valuta che si svaluta, ha individuato nei mesi estivi, la finestra adatta, la stagione per recuperare il perduto. E’ stato lui stesso, ieri, a chiedere ai suoi ministri una “tempestiva riduzione dell’arretrato” e a introdurre la relazione di Garofoli che “presenta soluzioni di sistema”. E’ la sua seconda relazione. La prima è datata 29 aprile 2021 e prevedeva un dettagliato cronoprogramma per evadere i decreti. Registrava la difficoltà. Il ministero più schiacciato era il Mef (oltre 90). Lo seguiva il ministero delle Infrastrutture (88), a scendere il ministero della Transizione Ecologica (64). Quando Garofoli ha preso la parola ha parlato ancora di “sterzata di metodo” ma questa volta non si è limitato a fissare date. Ha offerto la virtù della pratica, quelli che vengono appunto chiamati “criteri operativi”. Sono sei punti.   Si prevede che i ministeri si dotino di “nuclei dell’attuazione del programma”. Saranno istituiti presso gli uffici di diretta collaborazione e dovranno lavorare sul recupero dell’arretrato. Ogni ministero un nucleo. Tutti i ministeri con i loro nuclei consentiranno di costruire una “rete dell’attuazione del programma”.   E’ chiaro che molti di questi decreti attuativi siano ormai superati dalla storia, inattuali. Si ha una cifra. Sono 51. In questo caso si proporrà l’abrogazione con una norma specifica. E davvero sarebbe questa volta ingiusto e facile dire che è la solita amministrazione, l’elefante sporco d’inchiostro, che sonnecchia. Non hanno forse ragione anche le amministrazioni quando spiegano che molte di queste leggi sono scritte male tanto da non poterle attuare con decreto?   Le amministrazioni potranno da domani farsi avanti, proporre modifiche direttamente alla presidenza, chiedere incontri (bilaterali, trilaterali) con la presidenza del Consiglio. E infine, ma perché non ricorrere a leggi che si autoapplicano, lì dove si può? Il governo offre la competenza del Dagl che è guidato da Carlo Deodato. Sarà sempre il Dagl a verificare la produzione normativa. Ma c’è un’altra parte che riguarda i singoli ministeri. E’ un esame su se stessi: attestare la capacità della propria macchina amministrativa, essere capaci di attuare entro i tempi indicati. L’ultima avvertenza è l’invito capolavoro: quando si deve produrre una norma è il caso di ridurre al minimo la concertazione "laddove essenziale". E’ il vademecum andiamo svelti, i buoni compiti dell’estate.    

  • Matone story, da Giuliano Vassalli a "Porta a Porta", passando per le carceri
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Giugno 11, 2021 at 4:00 am

    Arrivava sempre il momento, nelle notti e negli anni in cui neanche si sarebbe potuto lontanamente immaginare l'imposizione di un coprifuoco per Covid, in cui, rincasando, si accendeva la tv per ascoltare le news e ci si imbatteva nello sguardo un po' preside del liceo e un po' Crudelia (versione pre-Emma Stone nel film di Craig Gillepsie) di Simonetta Matone. C'era lei, insomma, l'attuale candidata protosindaco di Roma (anche il lessico è adeguato allo standing professionale del magistrato specializzato in giustizia minorile), seduta su una delle poltroncine di “Porta a Porta”, nel momento in cui, come ha scritto su Repubblica Filippo Ceccarelli, andava in scena “l'inesorabile efferatezza destinata agli insonni della terza serata”.       E a quel punto, tra due litiganti solitamente troppo colpevolisti o troppo innocentisti, di fronte a casi di cronaca spaventosi, da Cogne in giù, si ergeva Matone: non sorridente, ma neanche accorata. Non di parte, ma non al punto da non far capire dove stesse, per lei, la strada della ragione. E se i giorni di Garlasco, il delitto, corrispondono all'apogeo del successo televisivo del magistrato, poi sostituto procuratore presso la Corte di Appello di Roma, sempre viva è la memoria, presso gli esegeti di talk show, del suo eloquio comprensibile anche agli apprendisti e ai non avvezzi ai codici penali e civili, così come viva è la memoria  dei suoi orecchini e anelli impossibili da non notare su abito monocolore, per non dire dei gomiti fermi sul bracciolo della poltrona.   Ma sono stati altri giorni a formare la Simonetta Matone che oggi scende in campo per Roma, e che domani si presenta in conferenza stampa al Tempio di Adriano, a fianco del candidato sindaco di Roma Enrico Michetti, alla presenza di Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Antonio Tajani: il magistrato, infatti, ha avuto il suo imprinting politico nel 1987, come capo della segreteria dell'allora ministro della Giustizia Giuliano Vassalli. Ci saranno altre esperienze ministeriali, molti anni dopo, con gli allora ministri Mara Carfagna, Anna Maria Cancellieri e Paola Severino. In mezzo molti anni – fondamentali – da magistrato di sorveglianza. E molti permessi, quella che la Matone ha concesso, consapevole del rischio ma anche dell'importanza di farlo, ai detenuti di Rebibbia, vedendoli tornare quasi tutti.   Non piaceva, negli anni più televisivi, al direttore del Fatto Marco Travaglio. Piace, negli anni di impasse sui candidati, al centrodestra – che a più riprese avrebbe voluto candidarla a sindaco o governatore, e però ogni volta poi correva qualcun altro (Francesco Storace, tanto per dirne uno). Non ci saranno plastici del delitto da decrittare, ora, davanti a Matone, ma non è detto che la gimcana romana sia più semplice, a partire da quella che, fino alla tregua di ieri, appariva come guerra di posizione nella non tranquilla atmosfera di centrodestra.  

  • Federazione, ma con chi? Da Leu a Renzi, i veti incrociati che scuotono il Pd
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Giugno 11, 2021 at 4:00 am

    Carlo Calenda prova a farla semplice. “Basterebbe fare riferimento alle grandi famiglie europee”, sentenzia. E dunque? “E dunque Socialdemocratici, Verdi, Libdem e Popolari da un lato, a costituire quello che io chiamo il ‘Fronte repubblicano’, e dall’altro i sovranisti”. Facile, appunto, almeno in apparenza, anche perché il primo problema di metodo, nel dover tracciare i contorni della futuribile “federazione” di centrosinistra, il leader di Azione lo accantona con fare sbrigativo: “Se ci dovrebbe stare dentro anche il M5s? Ma bisogna capire quanti sono, i Cinquestelle, perché io non ci credo affatto che stiano al 15 per cento, e soprattutto cosa sono, cosa vogliono diventare. E non è una questione di moderazione: è una questione di classe dirigente e di cultura di governo. Quanto alla sinistra, invece, io non ho preclusioni. Di certo non verso Leu, che non ascriverei certo alla sinistra barricadera”.    E insomma se non facile appare possibile, messa così. Solo che a suonare dalle parti di Pierluigi Bersani, se ne ricava un’impressione diversa. “Ma non è una questione di veti: è solo che dei confini troppo ampi rischiano di scolorire l’identità”, osserva Federico Fornaro, capogruppo di Leu alla Camera. “Qui non servono operazioni tattiche: qui c’è bisogno - dice - che il centrosinistra definisca un perimetro politco e programmatico sulla base di priorità che derivano sull’analisi della società italiana e dei suoi bisogni attuali. Da questo punto di vista, credo che Calenda difficilmente potrebbe essere considerato di centrosinistra”.    E se lo sbarramento vale per il leader di Azione, figurarsi per Matteo Renzi. “Non ci vogliono in questa ipotetica nuova unione? Bene, accetto il loro veto”, se la ride Ettore Rosato, coordinatore di Italia viva. “Leu, il Pd e il M5s hanno già creato una federazione di fatto a livello parlamentare, e noi non ne facciamo e non faremo parte. Anche perché il governo che si fondava su quell’alleanza noi lo abbiamo fatto cadere. Loro ce lo rimproverano, noi lo rivendichiamo”. E magari sarà pur vero quel che si dice nel gruppo di Iv, e cioè che Rosato esprime per lo più la voce di chi al salto della barricata verso il centrodestra guarda con favore, e che quella voce non è condivisa da tutti i renziani. Ma il sugo della storia è che come che la si provi ad allestire, questa federazione, ci si ritrova sempre con qualcuno che vuole starci solo a patto che non ci stia il suo dirimpettaio: una matassa di conventiones ad excludendum che rischia perfino di ingarbugliarsi ancor più, col M5s che, per riguadagnare spazio e visibilità, sotto la guida di Giuseppe Conte pare tornare al suo credo più ortodosso.    Un’entropia scomposta che inevitabilmente si riversa sul Pd, che di questa galassia è un po’ il centro gravitazionale, e ne prova la  concordia interna. Che sia da qui che passa la faglia della coalizione che verrà, o forse no, lo si è capito ieri durante l’assemblea dei senatori. Perché, di fronte a delle proiezioni di YouTrend che mostravano una certa coincidenza tra l’aumento del consenso per Mario Draghi e la flessione nei sondaggi per il partito di Enrico Letta, l’ala riformista s’è messa in agitazione. In particolare quella fronda che si riconosce nella bellicosità di Andrea Marcucci, che ha subito condannato la scelta del Nazareno di “intestardirsi in battaglie identitarie come ius soli e tassa di successione”. Gianni Pittella ha definito  “esiziale” l’errore di un Pd “che rinuncia al dialogo col centro, e anche con pezzi di FI, per privilegiare l’intesa col M5s”. E qui -  al di là delle proteste della capogruppo Simona Malpezzi e di altri esponenti della corrente riformista, come Enrico Borghi ed Emanuele Fiano, per la fuga in avanti  dei loro compagni di cordata -  sta il punto politico. Perché Anna Rossomando, esponente orlandiana della segreteria, ha ribattuto allora che “il centro non esiste: e infatti nella mia Torino abbiamo sempre vinto convincendo il ceto  borghese, ma forti del 70 per cento nelle periferie”. Insomma, dove deve guardare questo Pd? Al centro o a sinistra? Non c’è il rischio che per farsi bifronti, in quest’opera di conciliazione, si finisca col diventare strabici? Chissà.   Di certo Letta un suo perimetro ce l’ha in mente: ci vede Calenda, nel suo nuovo “Ulvio 2.0”, ma non Renzi. “E’ bastato che si parlasse di redistribuzione e di progressività fiscale, per capire che lui ormai sta a destra”, ha spiegato giorni fa il segretario. Il quale, del resto,  è convinto che la dinamica in atto, a livello mondiale, sia quella di una nuova polarizzazione della dialettica politica: di qua la sinistra, di là la destra. Solo che a discernere gli amici dai nemici, almeno per ora, si rischia di perderci il sonno e la ragione. Senza contare, poi, che l’urgenza della federazione, almeno sulla carta, esisterebbe con la sopravvivenza dei collegi uninominali “di coalizione” previsti dal Rosatellum. Ma se nella legge elettorale che propone il Pd ci crede davvero, se davvero si punta a un proporzionale con premio di maggioranza, “allora - dicono al Nazareno - ognuno dovrà far fatica per guadagnarsi il pane”. 

  • Il Pd e la continuità dei governi Conte
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Giugno 11, 2021 at 4:00 am

    Per come la mette lui la storia è semplice, dritta e quasi scientifica. Non esiste alcuna diversità politica tra il premier che governò con la Lega e quello, sempre il medesimo, che guidò l’Italia con il Pd. Giuseppe Conte ne è convinto. Al punto di volerlo dimostrare per tabulas, come ama dire l’avvocato di Volturara Appula. L’altro giorno a “DiMartedì”, su La7, l’ex premier  ha infatti svelato che raccoglierà e pubblicherà i discorsi politici dei suoi anni a Palazzo Chigi. Quelli gialloverdi e quelli rossogialli. Pensieri e opere, decreti e interventi da far brillare con tutta la loro forza per dimostrare che il premier dell’uscita dall’euro e  dei decreti sicurezza è in continuità con quello che è andato a braccetto con il Pd. Un rapporto nato per caso, che poi è diventato organico, o almeno così dovrebbe essere per il futuro.   E qui si arriva al punto. Perché in epoca di abiure, i dem si sarebbero aspettati una parolina  sul quell’ubriacatura così sovranista di Giuseppi, amico di Trump e di Salvini. Invece niente. E così cresce l’imbarazzo del Pd di Letta che davanti alle tesi di Conte (altro che Martin Lutero)  scuote la testa. Borbotta e preferisce tacere. Imbarazzo totale. Fischiettii assortiti. Perché per la proprietà transitiva, seguendo il ragionamento di Conte, anche il Pd avrebbe potuto far parte di quell’esecutivo che flirtava con i gilet gialli e minacciava pure l’ultimo usciere del Parlamento europeo. E tutto questo nel nome della continuità, rivendicata dall’ex avvocato del popolo.     Ecco, la crisi di un Pd senza bussola è racchiusa negli sguardi al cielo dei big che ascoltano i ragionamenti sulla continuità dei due governi contiani. Ma c’è di più: sempre Conte ha detto che l’attuale governo è in continuità con il precedente. Soprattutto sul contrasto al Covid. E dunque cosa aspetta Draghi a richiamare in servizio il colonnello Arcuri?

  • Michetti è pane per i denti di Orsina e Galli della Loggia
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Giugno 11, 2021 at 4:00 am

    Non so come sia nata l’espressione “pane per i suoi denti”, ma si attaglia perfettamente ai professori Ernesto Galli della Loggia e Giovanni Orsina. Avevano appena finito di istruire la pratica della destra moderna, intestandola a Meloni leader e al suo baldante partito, ecco che arriva il pane e li colpisce proprio sui denti: l’avvocato Michetti, candidato a sindaco di Roma. Sostiene il candidato che Roma tornerà caput mundi, che il territorio è ricco di bacini lacustri, pianure e montagne, che lui si mette sul groppone l’eredità dei Cesari e dei grandi papi, che gli impiegati pubblici sono una manna, che lui rispetta i No vax, anzi è un po’ No vax un po’ vaccinato con tutta la famiglia, che farà ponti e anfiteatri invece di inutili piramidi, che il saluto romano è come si sa un segno di pace, e che si può diventare sindaco anche seguendo un suo corso sul tema tenuto al Cassino College.               Viva la faccia. Ironia della situazione a parte, se i romani votano come fecero con “Virgigna” è chiaro che Michetti è già sindaco, e che la promessa di una classe dirigente all’altezza delle sfide, rivendicata dai prof. e garantita da Meloni, è dietro l’angolo. Io sono Michetti: è il secondo volume della saga di successo “Io sono Giorgia”. Ci sarà da divertirsi, sintonizzati su Radio Radio, pensando alle virtù della società civile e delle liste civiche. C’è da sperare, almeno, che finisca la lagna su una destra nazionale italiana sempre alla ricerca di una sua identità radicata nei rigori culturali alla Prezzolini, nei voli elegiaco-politici di D’Annunzio e nelle escogitazioni romanzesche di Pitigrilli. Gli anni Trenta sono stati messi in salvo da una buona storiografia e da buone mostre, il rinverdimento della latinità e dei Cesari, folle di centurioni compresi, e tutti al Colosseo, ha per sé il destino e il futuro. Mussolini ha fatto anche cose buone, com’è noto, ma i suoi eredi nella nostra Repubblica si sono ridotti a cose ridicole.        Detto questo, per non perdere il buonumore, resta l’imbarazzo. Un ballottaggio Raggi-Michetti sarebbe strepitoso. Si spera in qualcosa di meno glamour. Fuori dell’area mattocchia Carlo Calenda sta facendo un buon lavoro di ricognizione, proposta e comunicazione, ma il suo posizionamento politico-elettorale è debole. Si aspetta con impazienza di capire se il teorico buon posizionamento di Roberto Gualtieri sarà suffragato da idee generali e qualche importante dettaglio di programma. Roma è curiosa. George Eliot, a metà Ottocento, scriveva delle “gigantesche rivelazioni disordinate di quella città imperiale”, che tanto affaticavano il puritanesimo svizzero della sua eroina a contatto con “ruderi e basiliche, palazzi e colossi situati in un presente squallido, dove tutto ciò che era vivo e pulsante sembrava immerso nella profonda degradazione di una superstizione ormai superata dalla riverenza” (“Middlemarch”). Non che sia cambiato molto del panorama capitale, e la superstizione è l’ultima a morire, ma ora è arrivata anche la destra moderna di Enrico Michetti. Pane per i denti dei prof. e di Roma stessa.  

  • "Altro che vice di Michetti". Le richieste di Matone al centrodestra. Se serve c'è il notaio
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Giugno 11, 2021 at 4:00 am

    Non vuole fare la numero due perché, racconta agli amici, “semplicemente non lo sono mai stata nella mia vita”. Ecco Simonetta Matone, “la prosindaca”. Figura che  non è contemplata in Italia e che è stata inventata l’altro giorno dai capi della destra. Un artificio linguistico  che la dice lunga su quanto abbiano dovuto penare Matteo Salvini e Giorgia Meloni per convincerla a non sfilarsi. Perché il sostituto procuratore generale della Corte d’appello, nonché commentatrice dei principali fatti di nera nel salotto di Bruno Vespa, era pronta a correre. Ma da sindaco. E basta. Così ora mette le cose in chiaro. Vuole garanzie: se si vince, non solo sarà vicesindaco, ma pretende deleghe ai Servizi sociali e alle Partecipate. Un accordo messo nero su bianco, magari davanti a un notaio.     Ieri Enrico Michetti, il tribuno tutto Roma dei Cesari e dei grandi papi, ha incontrato Simonetta Matone per un caffè in un appartamento dalle parti di piazza del Popolo.    I due non si erano mai visti e si sono scambiati le impressioni di chi si incrocia per sbaglio su un traghetto che sta per salpare. Oggi la strana coppia – tecnicamente sono un ticket – sarà presentata al tempio d’Adriano dal tridente Salvini-Meloni-Tajani. Ci sarà anche Vittorio Sgarbi, pronto a diventare, se tutto filerà liscio, assessore alla Cultura con programmi scoppiettanti, come quello di far diventare Roma un enorme Louvre a cielo aperto. Ma Matone, cosa pensa di tutto questo?   Il magistrato, innanzitutto, sta cercando di capire con i suoi uffici come muoversi: se chiedere l’aspettativa in caso di vittoria o se provare ad andare direttamente in pensione (le mancano due anni al traguardo).    Fino all’ultimo è stata indecisa, questo sì. E ha pensato di ritirare il suo nome dalla corsa per il Campidoglio, una volta che si è resa conto di non aver vinto il ballottaggio. D’altronde in questi anni è stata già candidata un sacco di volte sui giornali: nel 2016 sempre al Campidoglio, nel 2013 alla Regione. Niente da fare entrambe le volte. Tempo forse guadagnato per la sua attività professionale e soprattutto per la sua visibilità mediatica, di cui è molto gelosa. Al punto di metterla sul tavolo in più occasioni nelle ultime settantadue ore.      Matone è finita in mezzo al braccio di ferro tra Lega e Fratelli d’Italia. Salvini e Forza Italia le tiravano la volata, Meloni spingeva per il prof che per cinque anni le ha sparate un po’ grosse a Radio Radio, e a cui adesso tutti consigliano di stare calmo, di non esagerare, di volare un po’ basso per non cadere, o forse meglio sprofondare, nella macchietta.     Comunque alla fine ha vinto Meloni. Sapendo anche il rischio che corre in prima persona, se l’esperimento alla prova delle urne non dovesse funzionare: “I romani mi conoscono e sanno che possono fidarsi di me”, ripete da quando ormai è tutto ufficiale la leader di Fratelli d’Italia, partito in ascesa, nato a Roma, ma non in grado di esprimere un uomo o una donna forte con tanto di marchio doc.  “Non voglio fare la comparsa e non mi sento la vice di nessuno”, continua a ripetere Matone in queste ore ai mondi romani che la chiamano per farle gli auguri. Sono i mondi dei salotti, ma anche quelli professionali dei ministeri in cui ha lavorato e del pianeta giustizia dove è molto stimata. Matone non è una sprovveduta e sa che alla fine se vincerà il centrodestra, il sindaco sarà Michetti. E sempre lui, come vuole il testo unico degli enti locali, distribuirà (e revocherà) le deleghe agli assessori.   Dunque la storia dei “due consoli che cavalcheranno insieme” e soprattutto del prosindaco rimangono un ballon d’essai. Da donna combattiva qual è si è fatta promettere che lei e Michetti saranno un corpo unico, usciranno insieme per le occasioni ufficiali, terranno mezza forbice ciascuno per i tagli dei nastri, saliranno contemporaneamente sullo stesso autobus quando ci sarà da fare un’inaugurazione. Per avere maggiore forza e non passare da cooptata sta pensando anche di correre: di chiedere le preferenze. Magari da capolista di Michetti. Tutto insomma pur di non dare l’impressione di essere una cooptata, una spalla o peggio ancora una donna schermo per attirare pezzi di elettorato scettici davanti al funambolico professore che ne ha per tutti. E sempre troppe. Oggi Matone parlerà e risponderà anche a Enrico Letta che l’ha subito attaccata, insieme al collega che corre a Napoli Catello Maresca, per le porte girevoli tra politica e magistratura. Non sarò una comparsa, ripete ormai con sempre maggiore frequenza.  

  • Il Pd e la continuità dei governi Conte
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Giugno 11, 2021 at 4:00 am

    Per come la mette lui la storia è semplice, dritta e quasi scientifica. Non esiste alcuna diversità politica tra il premier che governò con la Lega e quello, sempre il medesimo, che guidò l’Italia con il Pd. Giuseppe Conte ne è convinto. Al punto di volerlo dimostrare per tabulas, come ama dire l’avvocato di Volturara Appula. L’altro giorno a “DiMartedì”, su La7, l’ex premier  ha infatti svelato che raccoglierà e pubblicherà i discorsi politici dei suoi anni a Palazzo Chigi. Quelli gialloverdi e quelli rossogialli. Pensieri e opere, decreti e interventi da far brillare con tutta la loro forza per dimostrare che il premier dell’uscita dall’euro e  dei decreti sicurezza è in continuità con quello che è andato a braccetto con il Pd. Un rapporto nato per caso, che poi è diventato organico, o almeno così dovrebbe essere per il futuro.   E qui si arriva al punto. Perché in epoca di abiure, i dem si sarebbero aspettati una parolina  sul quell’ubriacatura così sovranista di Giuseppi, amico di Trump e di Salvini. Invece niente. E così cresce l’imbarazzo del Pd di Letta che davanti alle tesi di Conte (altro che Martin Lutero)  scuote la testa. Borbotta e preferisce tacere. Imbarazzo totale. Fischiettii assortiti. Perché per la proprietà transitiva, seguendo il ragionamento di Conte, anche il Pd avrebbe potuto far parte di quell’esecutivo che flirtava con i gilet gialli e minacciava pure l’ultimo usciere del Parlamento europeo. E tutto questo nel nome della continuità, rivendicata dall’ex avvocato del popolo.     Ecco, la crisi di un Pd senza bussola è racchiusa negli sguardi al cielo dei big che ascoltano i ragionamenti sulla continuità dei due governi contiani. Ma c’è di più: sempre Conte ha detto che l’attuale governo è in continuità con il precedente. Soprattutto sul contrasto al Covid. E dunque cosa aspetta Draghi a richiamare in servizio il colonnello Arcuri?

  • A Bologna il Pd ricorre contro il Pd
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Giugno 11, 2021 at 4:00 am

    I reprobi, i traditori, i fuori linea: quasi quasi farebbe ridere, la storia che va in scena nel centrosinistra a Bologna, se non facesse un po’ piangere, al pensiero del dispendio di energie politiche dissipate per impedire alle primarie prossime venture (il 20 giugno) di essere primarie. E insomma accade a Bologna che una parte del Pd locale faccia ricorso contro un’altra parte del Pd locale, rea di voler votare alle primarie non il candidato pd Matteo Lepore, ma la candidata indipendente (di Italia Viva) Isabella Conti. E accade che alcuni componenti della giunta Merola, come Alberto Aitini e Marco Lombardo, oltre ad alcuni eletti (tra gli altri, Francesco Critelli, Giuseppe Paruolo e l’europarlamentare Elisabetta Gualmini) siano stati “segnalati” per il non chiarissimo crimine alla Commissione di garanzia del Pd di Bologna.    Non solo: il ricorso potrebbe non fermarsi, e rotolare giù giù fino alla Commissione di garanzia nazionale. I pubblici accusatori, coadiuvati da circa cinquanta militanti disposti a firmare, rispondono al nome di Gianni Grazia, ex tesoriere del partito a Bologna e mandatario della campagna elettorale di Virginio Merola; di Mauro Olivi, già deputato nonché segretario dell’ex Pci locale negli anni Settanta e di Luciano Sita, già assessore.   Capo d’accusa informale: infrazione della disciplina di partito. Capo d’accusa formale: “Riteniamo che il comportamento di alcuni dirigenti del Pd non sia consono con il fatto di avere una tessera del partito in tasca”, ha detto Grazia al Corriere della Sera, alludendo a  Codice etico e Statuto.   Fatto sta che Isabella Conti ha definito il ricorso un “atto con finalità quasi intimidatorie”. E altri accusati una “minaccia di epurazione”. Altri ancora chiedono al pd bolognese di fare atto di dissociazione e invocano l’azione chiarificatrice della Commissione di garanzia nazionale. Non sarebbe forse stato più semplice per il Pd locale fare le primarie e basta, visto anche che il suo candidato Lepore nei sondaggi appare in vantaggio? Chissà, alla Commissione l’ardua sentenza.    

  • La Bce tiene carico il bazooka. Bene
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Giugno 10, 2021 at 6:50 pm

    E’ troppo presto per riporre nel cassetto il bazooka antipandemico – il Pepp, messo in campo dalla Bce a marzo 2020 – ma sul ritmo degli acquisti dei titoli non c’è stata unanimità di vedute nel consiglio direttivo di ieri. Al riguardo, la presidente Christine Lagarde ha voluto essere chiara confermando così le indiscrezioni su orientamenti divergenti emersi nel board su un possibile aggiustamento della politica monetaria nella zona euro. L’esito della riunione, per la verità, era abbastanza scontato: hanno prevalso le “colombe” che si sono opposte, anche con dichiarazioni pubbliche nelle ultime settimane, al “tapering” (un ritiro graduale del sostegno all’economia), un percorso appena avviato dalla Federal reserve negli Stati Uniti dove, però, l’economia ha ricominciato a correre prima. In Europa. l’accelerazione della ripresa e le spinte inflazionistiche non sono segnali abbastanza solidi da giustificare un allentamento degli stimoli. Così la presidente della Bce ha spiegato che “un orientamento ambizioso e coordinato delle politiche di bilancio resta cruciale, poiché il ritiro prematuro del loro sostegno rischierebbe di ritardare la ripresa e amplificare gli effetti delle cicatrici lasciate nel più lungo periodo”. Il Pepp, dunque, continuerà a fare il suo lavoro al ritmo di 80 miliardi di acquisti al mese garantendo agli stati il margine fiscale per rilanciare economia e occupazione, mentre ogni altra decisione chiave è stata rinviata a settembre. Va detto che proprio quello che sta succedendo negli Stati Uniti dovrebbe essere un incentivo a mantenere un approccio accomodante. Se da un lato, infatti, la Fed sta cominciando a vendere le obbligazioni comprate durante la pandemia, allo stesso tempo non ha smesso di pompare liquidità nel sistema (120 miliardi al mese) nel timore che un irrigidimento precoce possa suscitare una reazione scomposta dei mercati come accadde nel 2013 con l’effetto di spingere verso l’alto i costi di finanziamento delle imprese e dei beni di consumo. Una lezione di cui anche la Bce sta facendo tesoro.

  • La nuova mascotte della Nazionale è firmata Rambaldi, maestro da triplo Oscar
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Giugno 10, 2021 at 12:07 pm

    Un cucciolone di pastore maremmano - scarpe più lunghe delle gambe, non proprio il massimo per un artista del pallone, ma non è da questi particolari che si giudica un giocatore – è la mascotte che accompagna le Nazionali azzurre all'Europeo. Non ha la potenza visiva del Ciao creato per i Mondiali di Italia 90 dal pubblicitario Lucio Boscardin, una delle mascotte più iconiche e avveniristiche di sempre, ma ha comunque un ottimo pedigree.     Il cagnolino con la maglia dell'Italia è una creatura dell'effettista da triplo Oscar Carlo Rambaldi. "Certi maestri cambiano le categorie e inventano ruoli solitari, simili a stelle comete che seguono traiettorie personali", scriveva su Dagospia il critico Gianluca Marziani per descrivere "La meccanica dei mostri", esposizione dedicata – primus inter pares – a Rambaldi, "artigiano visionario che ha regalato il meglio di una certa Hollywood da trucco robotico". E ancora: "I volti di ET, King Kong e Pinocchio a firma Carlo Rambaldi sono capolavori scultorei che riproducono sentimenti universali, oltre il genere d’appartenenza, come fossero gli archetipi della conoscenza, del dialogo, della rivelazione emotiva".      Artista di valore internazionale, Rambaldi nel 2007 regalò un suo libro di bozzetti a Gabriele Gravina, presidente della Figc. "La sua fama all'estero era straordinaria, ma lamentava di essere stato poco considerato in Italia", ricorda Gravina. "Sono orgoglioso di aver dato vita ad un'altra sua creazione: oggi gli regaliamo simbolicamente il quarto Oscar".      Negli appunti allegati agli sketch, Rambaldi scriveva di aver scelto un cane pastore "perché è un cane dotato di grande coraggio, di capacità di decisione, tipicamente italiano e la sua storia è intimamente legata alla storia millenaria della nostra terra e delle sue genti". Alla realizzazione del progetto hanno collaborato Victor e Daniela, figli del genio degli effetti speciali e titolari della Fondazione a lui dedicata. Rambaldi è morto il 10 agosto 2012 a 86 anni a Lamezia Terme, in Calabria, dove viveva da molti anni.        Ferrarese di nascita, laureato a Bologna all'Accademia di belle arti, Rambaldi inizia a frequentare gli ambienti cinematografici nel 1956 e ragiona subito in grande: il drago Fafner, per il film Sigfrido di Giacomo Gentilomo, è lungo sedici metri. Si scopre una pagina di storia del cinema italiano correndo lo strepitoso elenco delle collaborazioni dell'inventore di illusioni: lavora a La grande abbuffata con Mario Monicelli e Marco Ferreri, con Pier Paolo Pasolini e Dario Argento, con Federico Fellini e Pupi Avati. E poi l'incontro con la grande produzione hollywoodiana (il suo nome compare accanto a quelli di Scott, Zulawski, Lynch e tanti altri) e l'uso della meccatronica, gli effetti speciali che uniscono meccanica ed elettronica, lo portano verso la sua prima statuetta. È stato il King Kong da dodici metri, (il braccio meccanico a grandezza naturale, quello che strapazza e accarezza Jessica Lange, è una struttura a parte) a valergli il primo Oscar, anche se in realtà, nel film di John Guillermin del 1976, il robottone è stato usato pochissimo: nella maggior parte delle inquadrature dove si vede il gorilla a figura intera, il gigante è interpretato da Rick Baker dentro un costume peloso. Gli altri due premi per i migliori effetti arrivano per i lavori del 1979 – quando insieme a Hans Ruedi Giger, inventa la terrificante creatura aliena per l'Alien di Ridley Scott – e nel 1982, per E.T. l'extra-terrestre di Steven Spielberg, forse il suo capolavoro.     C'è una vicenda giudiziaria che rende bene l'idea dell'estremo realismo degli effetti che realizzava Rambaldi: per la scena della vivisezione canina nel film Una lucertola con la pelle di donna (1971), il regista Lucio Fulci fu citato in tribunale per maltrattamento di animali. Si rischiava una condanna penale, non fosse che Rambaldi fornì alla corte i girati non montati e i fantocci dei cani utilizzati per le riprese.    

  • Il nuovo collo di bottiglia d’Europa
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Giugno 10, 2021 at 4:23 am

    Il governo tedesco definisce “collo di bottiglia” la carenza di semiconduttori e legname che frena la produzione automobilistica e le costruzioni. Carenza giudicata temporanea. Non così sembra pensarla la Frazer Solar di Berlino azienda di energie alternative: ottenuto il via libera da una corte Usa competente sul caso, ha sequestrato proprietà e royalty del Losotho, un regno contiguo al Sudafrica, minacciando di bloccarne il debito. Motivo: il mancato rispetto dei contratti per una centrale solare. Sono due esempi del cambiamento che la ricerca dell’occidente di energia pulita sta producendo nel ciclo delle materie prime. Il Financial Times vi dedica un’inchiesta e la Casa Bianca lancia una task force per affiancare l’industria alle prese con l’approvvigionamento di ciò che sostituisce petrolio e carbone: rame, cobalto e silicio, ma anche le “terre rare”, 17 elementi fin qui censiti necessari non più solo alla new economy ma ora alla transizione energetica e digitale. Sul Foglio del 31 maggio, Marco Minniti, ex ministro Pd ora a capo della Fondazione Leonardo di geopolitica, sottolinea come la collaborazione con i popoli subsahariani sia necessaria all’Europa non solo per contrastare l’immigrazione clandestina ma  anche per garantirsi le “nuove” materie prime. Qualcosa che la Cina fa da anni, comprando debito africano e costruendo infrastrutture. E così fece l’occidente coloniale con petrolio e oro, finché gli imperi crollarono. Oggi, come Goldman Sachs osserva, “un’auto elettrica contiene cinque volte più rame di un veicolo termico”, mentre la digitalizzazione globale richiede nuovi materiali. Questo modifica completamente il ciclo delle materie prime, con la domanda di rame coperta per due anni e una previsione di aumento dei prezzi del 50 per cento per arrivare al 2030. Ma modifica anche la finanza abituata a investire sul breve termine, mentre una ricerca mineraria richiede una media di 15 anni. Il che più che costituire un collo di bottiglia riguarda la politica verso l’Africa. 

  • Anche a Foggia “siamo tutti indagati”?
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Giugno 10, 2021 at 4:00 am

    La svolta garantista di Luigi Di Maio ha dato coraggio persino ai sindaci di centrosinistra, che oggi appaiono meno timidi di un tempo rispetto alle follie di alcune procure, che hanno di fatto trasformato il ruolo di amministratore in indagato d’ufficio. Il caso di Crema è stato eclatante (il sindaco Stefania Bonaldi ha ricevuto un avviso di garanzia in relazione all’infortunio di un bimbo che si era chiuso due dita in una porta tagliafuoco dell’asilo nido comunale) e l’abnormità di una giustizia che in alcuni casi rischia di sovvertire la volontà popolare utilizzando in modo non sempre trasparente i propri poteri è ormai un tema entrato a far parte del dibattito pubblico.   Non tutti gli scandali però fanno notizia. Risale a qualche settimana fa, per esempio, l’apertura di un fascicolo per il reato di corruzione e tentata concussione a danno del sindaco di Foggia Franco Landella. Dopo dieci giorni ai domiciliari, è tornato in libertà. Ma la misura cautelare di interdizione dai pubblici uffici per un anno lo ha costretto alle dimissioni, facendo cadere giunta e consiglio. Il comune è stato commissariato. I pm hanno chiesto una proroga di indagine di tre mesi per cercare indizi di infiltrazioni mafiose (finora non trovate) così da prolungare il commissariamento per due anni.   Nessuna parola di solidarietà è arrivata da alcun politico. Neppure dalla Lega, partito del sindaco Landella. Neppure dal centrosinistra, i cui sindaci in difesa della collega indagata a Crema urlano “siamo tutti indagati”. E neppure dai 5 stelle che anzi hanno condiviso un meme con la foto del sindaco della Lega “capita sempre a loro”.       Indipendentemente dal reato, il principio è sempre lo stesso: la presunzione di innocenza vale per tutti. Non abbiamo sentito da nessuno parole in difesa del sindaco di Foggia, costretto alle dimissioni per un’indagine preliminare. Se dovessero arrivare archiviazioni, assoluzioni o prescrizioni non sarà solo la magistratura ad aver fallito: lo sarà anche la politica.

  • Meno sussidi, più talenti
    by Redazione (Il Foglio RSS) on Giugno 10, 2021 at 4:00 am

    L’Italia è alle prese con un problema inedito: la previsione di crescita dell’occupazione nel terzo trimestre 2021 del 7 per cento, già depurata degli effetti stagionali del turismo. Perché problema? Perché l’incremento è il peggiore tra i paesi in ripresa post pandemia. I sette punti si confrontano con i 9 del Guatemala (e della Francia), con gli 11 della Germania, i 15 di Grecia e Irlanda, i 25 degli Stati Uniti per citare alcuni esempi. L’handicap si chiama “talent shortage”, carenza di talenti, il mancato incrocio tra offerta e domanda soprattutto per posizioni qualificate a cominciare da quelle tecniche, ma anche per logistica, manifattura, vendite e marketing.     E’ un fenomeno mondiale che Manpower Group, la multinazionale del collocamento, definisce il maggiore da 15 anni in base a una ricerca in 45 mila aziende di 43 paesi e l’Europa ne è interessata per il 74 per cento, con Francia, Romania e Italia (85 per cento) nelle ultime posizioni: vale a dire che su 100 offerte si riesce a coprirne 15. Su un altro fronte, Federturismo dichiara la mancanza di 150 mila lavoratori, poco attratti dal lavoro stagionale e secondo i sindacati scarsamente retribuito: la media è di 1.100 euro netti al mese con contratti regolari.   Ma c’è chi tira in ballo il reddito di cittadinanza che per i giovani vale 4-500 euro ai quali possono aggiungersi introiti in nero, così come alla cassa integrazione erogata durante il Covid accompagnata dal divieto di licenziamento. Sussidi che starebbero scoraggiando ulteriormente la ricerca di lavoro, almeno ai livelli più bassi: in pratica stare a casa con sussidi e assistenza pubblica disincentiva l’intraprendenza dei giovani più “choosy”.     Bisognerebbe riformare il reddito di cittadinanza eliminando la possibilità di rifiutare due volte il lavoro e abolire l’obbligo di trasformazione in posti fissi dei contratti a termine, due leggi grilline. Diversamente con il Recovery plan avremo forse concorsi e lavori qualificati nella Pubblica amministrazione, ma ben poco nel privato. E anche questa è una diseguaglianza. 

  • Gli Europei raccontano la nostra storia
    by Giacomo Papi (Il Foglio RSS) on Giugno 10, 2021 at 4:00 am

    Gli Europei 2020 che iniziano domani, 11 giugno 2021, allo Stadio Olimpico di Roma, saranno il primo evento in differita della storia. A prima vista la differenza tra l’anno annunciato nel nome e quello in cui avranno luogo davvero sembra un fatto banale, ma in realtà è un evento epocale. Il Covid ha spezzato il qui e ora, l’unità di spazio e tempo, e affermato una volta per sempre che l’evento vale più della data e che le ragioni del marketing vincono sulle leggi del tempo perché il presente può essere registrato e andare in scena quando saremo pronti e spaparanzati sul divano. Uno dice, ma quante storie, l’Uefa ha semplicemente deciso di mantenere la data ormai programmata per gli Europei che l’anno scorso erano stati rimandati per il Covid. Una decisione del genere è stata possibile, invece, perché i confini del presente si dilatano quanto più si affina la nostra tecnologia per riprodurlo. La storia è diventata spettacolo, e il presente una scelta. Se grazie a una droga, a un chip o a una caduta da cavallo come accade a Funes el Memorioso nel racconto di Borges, potessimo rivivere ogni sera le sensazioni provate alla nascita, quelle sensazioni sarebbero presenti o passate? E’ uno di quegli snodi tecnologici che spalancano paradossi se mostrano quanto labili siano le convenzioni che definiscono ciò che chiamiamo reale. Un altro, dice, uffa, ma si tratta soltanto di 51 partite di calcio tra 24 nazionali! E’ la sedicesima edizione di un torneo cominciato nel 1960 in Francia con la vittoria per 2 a 1 dell’Urss contro la Jugoslavia, e proseguito fino a oggi con cadenza quadriennale. E’ vero, a patto di ammettere che il mirabile riassunto dimostra proprio quello che intende contraddire, e cioè che le competizioni sportive, così come i concorsi canori, sono un modo per raccontare la storia e vedersela scorrere davanti agli occhi. Urss e Jugoslavia che si sfidarono in Francia nel 1960 (Galić al 43°, Metreveli al 49° e Ponedel’nik al 113° dei tempi supplementari) raccontano, infatti, l’Europa divisa in due blocchi e la potenza delle nazioni comuniste che oggi non esistono più. Gli Europei di calcio, come i Mondiali o le Olimpiadi, sono il sussidiario sul quale intere generazioni hanno imparato quel poco che sanno del mondo e assorbito politica ed etnografia, ma soprattutto storia e geografia. Lo sport tra nazionali non è soltanto la prosecuzione della guerra con altri mezzi, è anche il modo con cui nel Novecento i nazionalismi dell’Ottocento si misero in scena come spettacoli di massa, donando all’astrattezza di confini e bandiere una concreta dimensione epica e umana, lo spettacolo con cui le ideologie del Novecento raccontarono la propria potenza e che il capitalismo trasformò in denaro. Guardare gli Europei 2020 nel 2021 dirà, per esempio, che per l’Europa quest’anno di Covid è un anno perso, un’interruzione che è meglio fingere non ci sia stata. Come il paese di Brigadoon nel film di Vincent Minelli preferiamo svegliarci ogni cent’anni. Questi Europei dicono anche, però, che l’Europa non si concepisce più soltanto come un insieme di nazioni – nonostante la Brexit e la presenza di Russia, Macedonia del Nord e Ucraina – perché per la prima volta il torneo non sarà ospitato da un’unica nazione, ma si svolgerà in undici città di un solo continente: Londra, Roma, San Pietroburgo, Baku in Azerbaijan, Monaco di Baviera, Amsterdam, Bucarest, Budapest, Copenhagen, Glasgow e Siviglia. E’ un processo di avvicinamento e curiosità, se non di familiarità verso le genti straniere, che iniziò negli anni Ottanta e proseguì con la globalizzazione, i viaggi low cost – un’amica irlandese sostiene che la guerra in Ulster finì quando i ragazzi di Belfast nel weekend, invece di andare al pub,  volarono a ubriacarsi a Ibiza – l’Erasmus, le tv via cavo, Internet e la Playstation che hanno confuso i confini. Mi piace pensare, però, che la formula itinerante di quest’anno sia legata anche al modo con cui l’Europa ha reagito all’epidemia, ma soprattutto al fatto che il virus, colpendo tutti, ha dimostrato che le persone si spostano, baciano e sputacchiano addosso perché vivono e muoiono insieme. Perché sono legate. Tempo fa lessi di uno studio sul Dna secondo cui due europei qualsiasi – l’ala finlandese Lassi Lappalainen e il difensore ungherese Bendegúz Bolla, il centrocampista turco Abdülkadir Ömür e l’attaccante del Sassuolo Giacomo Raspadori – condividono almeno un antenato negli ultimi mille anni. Anche Italia-Turchia – la prima partita che si giocherà domani sera all’Olimpico – non sembra essere stata scelta per caso, dopo lo scontro tra Mario Draghi e Recep Tayyip Erdogan. Dice che l’Europa nasce intorno al Mediterraneo e che su quel mare si deciderà tra diritto e dittatura, crociate e convivenza, si deciderà cioè se essere all’altezza del progetto di civiltà, anche nei confronti di chi arriva, che ha generato e rigenerato l’Europa. Gli Europei siamo noi.

  • Che cosa faremo quando arriverà la prossima pandemia
    by Enrico Bucci (Il Foglio RSS) on Giugno 10, 2021 at 4:00 am

    Siamo a giugno, a un anno esatto dalla dichiarazione di morte clinica del Sars-CoV-2 e alla negazione da parte di illustri clinici e ricercatori della possibilità di una nuova ondata autunnale. Sappiamo come è andata a finire, e non è il caso di ritornarvi, se non per ricordare di far sempre la tara alle parole di coloro che hanno dato prova di ignorare la biologia di base, prima ancora che l’epidemiologia o la virologia.   Con la campagna vaccinale che, nel mondo più ricco, procede a pieno regime, è forse il momento di provare a guardare in avanti, non al futuro immediato, ma a quello di medio periodo. Fare previsioni su questa scala di tempo è un esercizio pericoloso, perché le affermazioni su quanto potrebbe accadere su tempi medio-lunghi non possono essere smentite o confermate se non a distanza di molto tempo, e sono quindi tipiche degli indovini e dei ciarlatani, più che degli scienziati; ed è per questo che quanto segue deve essere interpretato come un panorama possibile e con una probabilità di verificarsi che dipende da quanto abbiamo già acquisito e da quanto acquisiremo in seguito, dunque variabile nel tempo. In realtà, come ebbe a scrivere Bruno De Finetti nelle sue “Riflessioni sul futuro”, più che di una previsione di quanto riserva il futuro, forse dovremmo allargare lo sguardo al nostro atteggiamento verso il futuro. Con questi avvertimenti, ecco alcune considerazioni per la discussione.   Innanzitutto, dall’osservazione di come i cambiamenti di atteggiamento verso la cultura scientifica indotti dalla pandemia siano stati di brevissima durata, e siano stati oltretutto negativamente influenzati dallo stesso atteggiamento contraddittorio e a volte dilettantesco della comunità scientifica italiana, possiamo dedurne che i comportamenti che si osserveranno alla prossima pandemia non saranno diversi o migliori di quelli sin qui osservati. Saremo di nuovo impreparati, sia come cittadini che come istituzioni; e di nuovo reagiremo in ritardo, illudendoci di avere un controllo o di esorcizzare la prossima peste, sino a che non saremo costretti a farci i conti. Di nuovo avremo illustri clinici e scienziati che prima negheranno l’emergenza, poi cercheranno di minimizzarla, poi cominceranno a sfoggiare dichiarazioni altalenanti che seguiranno l’andamento epidemico, con l’esplosione di affermazioni balzane in fase epidemica calante. Di nuovo avremo cittadini “libertari” che decideranno di trasformare in lotta politica un’epidemia, come del resto fanno ogni volta che vi è l’occasione di contestare qualche decisione della pubblica amministrazione; e di nuovo, naturalmente, questi cittadini creeranno, cavalcheranno e diffonderanno le teorie più balzane, pur di confermare l’assunto di fondo – cioè che si stia tentando illegittimamente di limitare la libertà delle persone, in nome di interessi inconfessabili che essi stessi pretendono di aver smascherato.   In secondo luogo, è bene sapere che non solo altre epidemie arriveranno, ma che la frequenza a cui si trasformeranno in pandemie tenderà a crescere nel periodo medio-lungo, perché la probabilità di propagazione cresce di pari passo all’aumento della connessione tra popolazioni umane sempre più numerose, la quale a sua volta continua a crescere in maniera proporzionale alla diffusione del benessere, dei commerci, del turismo e dei trasporti. E’ una questione di semplice statistica: se immaginiamo che l’insorgere di una nuova pandemia sia paragonabile all’esito infausto di un tiro di dadi, noi stiamo tirando sempre più dadi, sempre più frequentemente; e per questo, le malattie infettive diventeranno parte del panorama del nostro futuro, almeno per quanto possiamo saperne oggi. Vogliamo tenerne conto? Certo, a parole lo vorremmo tutti; ma sappiamo bene che la prevenzione richiede investimenti e attenzione continua, e sia i costi, sia la stanchezza nei confronti dei “menagramo” rendono nel nostro paese una pia illusione l’idea che la prevenzione funzioni davvero. La tragedia del Mottarone rappresenta, alla fine, niente più che la manifestazione di una mentalità che riscontriamo da sempre, e che non credo muterà, a meno di uno sforzo di generazioni per cambiare la nostra educazione al rischio.   Infine, un terzo elemento, un po’ meno negativo: almeno nell’occasione presente, si è dimostrata una forza inaspettata del sistema delle imprese capitalistiche multinazionali, e anche di alcune istituzioni politiche, nel fornire molto rapidamente una soluzione efficace su scala molto ampia – quella di miliardi di dosi vaccinali. Certo, ci sono anche i vaccini di stato; ma oltre ad aver proceduto in maniera molto meno controllata e sicura (vedi Russia e Cina), la loro produzione manca delle strutture che solo la multinazionale del farmaco ha potuto provvedere per soddisfare (almeno in parte) una domanda da miliardi di dosi. In questo caso, visti gli enormi profitti realizzati dalle aziende farmaceutiche, è possibile che l’investimento privato su linee produttive, piattaforme e tecnologie atte a contrastare le nuove malattie infettive e ad affrontare le prossime pandemie continui; per cui, in nome del profitto – non dell’etica – può darsi che il sistema del mercato in cui viviamo immersi, pur con le spaventose disparità e ingiustizie che produce, potrebbe migliorare le nostre chance di cavarcela. E’ il caso, forse, di considerare questo punto, e di intavolare una trattativa meno frettolosa e più duratura di quella cui siamo stati costretti da questa pandemia, con l’Unione europea che ha commesso alcuni errori evitabili, e con molti stati che si sono presentati in ordine sparso.   In conclusione: ho scelto tre elementi di discussione che a me paiono rilevanti riguardo ciò che potrebbe attenderci in futuro, senza nessuna esaustività e senza la pretesa dei futurologi di una previsione dettagliata, ma al fine di cercare di comprendere se e come qualche atteggiamento generale può essere modificato e qualche iniziativa preventiva può essere presa. E’ una scommessa che faccio con i miei pochi lettori: nulla di quanto ho scritto servirà, nulla di quanto altri scriveranno nella stessa vena sarà utile, eccetto, forse, che per bloccare, in futuro, coloro che ancora parleranno di sorprendenti, imprevedibili e quindi inevitabili catastrofi.  

  • Non blindato ma distanziato, ecco l’Europeo dei tifosi (pochi ma buoni)
    by Giorgio Burreddu (Il Foglio RSS) on Giugno 10, 2021 at 4:00 am

    “Sei pronto per vivere l’esperienza di Euro2020?”. La butta lì l’account ufficiale degli Europei di calcio su Instagram, ma la risposta c’è e in fondo anche non c’è. Dimessi, contingentati, col pass e l’autocertificazione in tasca: benvenuti all’orgia azzurra di queste nuove notti magiche, il primo campionato europeo col distanziamento. Partiamo dall’Olimpico. Lo hanno rivestito con i loghi e gli adesivi dell’evento. Un’opera di Christo, appena più discreta. E poi: hanno rifatto le aree media, messo i bollini alle sedute, coperto la pista d’atletica con un tappetone azzurro brandizzato Uefa, sradicato le vecchie panchine per mettercene di nuove. Sedute disposte su due file. Per il distanziamento, ovviamente. E gli spettatori entreranno scaglionati per fasce orarie, di mezz’ora in mezz’ora, dalle 18 in avanti. Ce l’hanno scritto sul biglietto.   Non sempre però va tutto secondo i piani. Martedì prima prova generale dell’inaugurazione: nubifragio. Ieri pomeriggio secondo tentativo: altro nubifragio. La capienza dell’Olimpico per la prima partita contro la Turchia è stata limitata a 15.948 spettatori su un totale di 69.831. Il 25 per cento dell’impianto. Come a Wembley, che però conterrà oltre 22mila spettatori. Baku e San Pietroburgo hanno confermato una capienza del 50, addirittura del 100 per cento Budapest, del 22 Monaco che però equivale a quattordicimila spettatori. Termoscanner, telecamere, 48 varchi aperti per gli ingressi. I biglietti si acquistano soltanto tramite i canali Uefa, e si sono mossi soprattutto gli stranieri. Il 60 per cento dei posti per Italia-Turchia è stato acquistato da fuori, all’estero, soprattutto in Germania, dove comunque sono forti sia la comunità turca sia quella italiana.   A Roma sono arrivati già in mille. Per il match contro la Svizzera non andrà molto diversamente, con Germania e Austria in testa agli acquisti. A ore saranno esauriti anche i tagliandi per la gara contro il Galles. C’è più gusto a essere italiani quando la maglia azzurra chiama. Ma per questo Europeo itinerante sembra difficile il solito, magmatico bellissimo rovesciarsi per le strade delle città. Maxischermi sì, ma pure quelli con la prenotazione. Qua e là per l’Italia sono spuntati: a Sanremo, al Bagno degli Americani di Tirrenia, a Baronissi (Salerno), a Fiorano Modenese. Ovviamente il centro di gravità sarà Piazza del Popolo a Roma, la fanzone più grande d’Europa. E che però avrà 1.000 spettatori per ogni emiciclo della piazza, tra stand commerciali, campi di calcetto e punti ristoro. Accrediti giornalieri, per entrare servirà anche qui l’autocertificazione. Altri 1.000 potranno accedere a via dei Fori Imperiali, ma solamente nei giorni delle partite dell’Italia.   Non una capitale blindata, ma attenta a garantire il distanziamento e le norme anti Covid. Per raggiungere le fanzone sono state predisposte quattro navette (gratuite) e sono stati prolungati gli orari della metropolitana. Il cuore della festa sarà però a Casa Azzurri, che dal ’98 è la casa della nazionale e quest’anno, per la prima volta, è aperta al pubblico: nell'ex deposito Atac al quartiere Prati. Ieri sera l’inaugurazione con il concerto dei Negramaro. Bandiere alle finestre: poche. Non è previsto il boom delle pizze d’asporto. C’è più voglia di vacanze che di calcio. Booking.com, partner ufficiale di Uefa Euro2020 per la prenotazione di alloggi e attrazioni, ha pubblicato uno studio che la dice lunga. Il 63 per cento dei tifosi europei preferirebbero vedere i propri avversari principali vincere il torneo piuttosto che saltare la vacanze. In Italia il dato aumenta al 70 per cento. E l’assenza del pubblico, allo stadio, per le strade delle città, si fa sentire. Se tre persone su cinque hanno affermato di andare allo stadio per godersi l’atmosfera che si respira al fianco dei tifosi dell’altra squadra, il 71 per cento ha detto che “il bello di seguire il calcio dal vivo è proprio guardare le partite insieme ai tifosi avversari”.  

  • “Nel relativismo multiculti, Saman Abbas è la vittima sbagliata”
    by Il Foglio (Il Foglio RSS) on Giugno 10, 2021 at 4:00 am

    Su Saman Abbas, il pudore dei media e della politica si manifesta nell’oblio di parole come “islam”, “sharia” e “delitto d’onore”, e a favore di “femminicidio”, “patriarcato” e “violenza domestica”. Eppure, quelle parole proibite oggi escono dalla bocca del fratello della ragazza pachistana scomparsa: “Se lasci l’islam sei morta”. Si scava nei campi, per cercare i resti di questa terribile sentenza.         Di questo pudore parla il nuovo libro di Hamed Abdel-Samad, Schlacht der Identitäten. La battaglia delle identità. E’ uno dei più importanti intellettuali tedeschi, politologo nato al Cairo che vive in Germania, dove si trova sotto la protezione della polizia per le sue critiche all’islam radicale: nessuna residenza permanente, spostamenti in veicoli blindati, custodi armati. “Saman Abbas è il ‘razzismo delle basse aspettative’, ovvero non mi aspetto gli stessi valori o norme dagli immigrati”, dice Abdel-Samad al Foglio. “Mi aspetto che i padri italiani diano la libertà alle figlie. Mi aspetto che le ragazze tedesche abbandonino la casa materna quando vogliono. Ma tutto questo non dagli immigrati. C’è una gerarchia delle vittime nel nuovo antirazzismo. La violenza viene sempre dai bianchi. Se gli immigrati sono vittime del razzismo bianco, i media ci saltano sopra e la rendono virale. E non importa che in Pakistan accadano ogni giorno queste cose”.    C’è un altro aspetto. “L’antirazzismo è antioccidentale, la narrativa è che solo l’uomo bianco può essere un violento perpetratore. Le minoranze sono solo vittime. Per questo i media sono imbarazzati con le tante Saman Abbas. La paura della sinistra è che la destra sfrutti questi casi per motivi politici, non si deve parlare di terrorismo, di islam, di delitti d’onore, di immigrazione. ‘Non parliamone così non esistono’, pensano”. Ma si ottiene l’effetto contrario. “Solo i radicali si approfittano di questa omertà. La Francia per anni ha taciuto sull’islamismo, le banlieue, e speravano che facendo questo i musulmani sarebbero stati calmi e la destra ridimensionata. Il relativismo culturale ha finito per fargli perdere il controllo”.   Ora in nome della tolleranza e della protezione alle minoranze si soffoca sul nascere qualsiasi discussione aperta. Abdel-Samad ne sa qualcosa. “L’Università di Mainz ha revocato lo status di gruppo universitario al think tank per l’umanesimo e l’illuminismo perché mi ha invitato a una lezione all’università. Quando ho ricevuto la medaglia Josef Neuberger, gli Antifa mi hanno lanciato candele a una lezione a Monaco. Uno ha cercato di darmi un pugno e mi ha chiamato ‘fascista’ perché avevo scritto un libro che criticava Maometto”. Ma questa omertà è funzionale a una ideologia. “L’illuminismo umanista ha subìto una controrivoluzione, il comunismo, l’islamismo e ora la politica dell’identità. Quest’ultima è come l’islamismo perché non vede l’individuo ma la comunità, sono entrambe dogmatiche, vogliono entrambe rieducare la società e per entrambe le emozioni sono più importanti della ragione. Se non canti sull’altare della chiesa antirazzista, sei fuori, sei fascista, sei xenofobo. Da qui il silenzio paralizzante sulle minoranze”.       Secondo Abdel-Samad è una religione nuova. “Una che va contro i fondamenti dell’illuminismo, che è quella che a me in Europa ha dato la libertà. Il multiculturalismo sta rimpiazzando l’umanesimo, creando la religione politicamente corretta. ‘Non puoi dire questo’. E’ tipico dei fenomeni totalitari. Mi fu chiaro quando ci sono stati gli assalti alle statue, che mi ricordarono la distruzione dei Budda da parte dei talebani. Trasformano la storia in un tribunale. E tutto questo paralizza la società, a cominciare dalla legge. C’è un odio di sé”.     Il multiculturalismo si basa su questa religione del senso di colpa. “E’ il vittimismo dell’industria dell’antirazzismo. Questa ideologia si basa sul libro di Robin DiAngelo, il razzismo come peccato originale dell’uomo bianco, i bianchi sono razzisti dalla nascita che è la definizione perfetta del razzismo. Ma così facendo creano un nuovo estremismo. In Germania lo abbiamo visto con il discorso sulla colpa collettiva”.   Di attacchi, oltre alle fatwe, Abdel-Samad ne ha subiti tanti dal progressismo. “Mi hanno attaccato perché mi vedono come parte della tribù islamica. Avrei dovuto difendere la mia tribù, mai criticarla. Ma io non mi vedo come parte della tribù, ma come un individuo che ha criticato non solo l’islam, ma anche la società tedesca. Per la sinistra era troppo irritante. Sono diventato lo ‘Zio Tom islamico’. E questo avviene anche quando in Italia una famiglia uccide la propria figlia. Non sta bene criticare  troppo. E quando lo fai diventi un razzista. Un ‘islamofobo’. E così, in nome della tolleranza, abbiamo consentito all’intolleranza di crescere”.